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Full text of "Nelle foreste di Borneo, viaggi e ricerche di un naturalista"

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NELLE FORESTE DI BORNEO 



Udizione di 250 coinè a cura dell'Autore 
col concorso della Società Geografica Italiana 



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Fig. 1 - Daiacchi di mare del Seribas in costarne da guerra 



ODOARDO BECCARI 



NELLE 



FOKESTE DI BOENEO 



TIAGGI E RICERCHE DI UN NATURALISTA 




FIRENZE 
TIPOGRAFIA DI SALVADORE LANIH 

12 - vììi Santa Caterina - 12 
J 302 

LIBRARY 

NE". 

BOTAN1CAL 
r.ARDEN 



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Diritti d' autore e di traduzione riservati 



C/ti memoria delle nostre giovanili impres- 
sioni in cuorneo, a le, amico impareggiabile, 
oiaCOmO Uoria, grande mecenate dei 
naturalisti, il tuo antico compagno di viaggio 
dedica questo volume. 



PREFAZIONE 



In Borneo, nella più grande fra le isole della Malesia, esiste un 
paese nel quale un « Rajah » (Ragià) ed una « Ranee » (Rani), del più 
puro sangue inglese, governano in modo assoluto uno stato grande 
quasi quanto due terzi dell' Italia, che ha la sua flotta ed il suo 
esercito, ma che non è connesso ancora con una linea telegrafica 
col resto del mondo, che non ha ferrovie e nemmeno strade, ed è 
invece nella massima parte coperto da interminabili e dense foreste, 
nelle quali vagano gli Orang-utan. Quivi gli abitanti conducono una 
vita primitiva, ed in parte sono tutt'ora selvaggi dediti alla caccia 
dei loro simili, di cui conservano le teste affumicate sospese nell'in- 
terno delle abitazioni, in omaggio ad immaginar] spiriti sopranna- 
turali ed a testimonianza della propria bravura. Questo è il Regno 
di Sarawak, che deve la sua origine ad un uomo superiore, amante 
di avventile ed intraprendente, il Capitano James Beooke, e che 
adesso il nepote, Sir Charles Brookb, secondo Ragià europeo, 
arditamente e con spirito di vera filantropia conduce a gran passi 
nel hi via del progresso e verso la civiltà. In Sarawak, quando il 
paese era mollo più primitivo e più selvaggio di adesso, ed anche 
meno conosciuto, io sbarcai nel Giugno 1865 in compagnia di GIA- 
COMO DOBIA con L'intento connine di studiarne le produzioni natu- 
rali. .Ma certamente, dopo tanti anni oramai trascorsi, io non avrei 
pensato ;i rimettere insieme le note e gli itinerari <h',i miei viaggi 
giovanili, -i- una fortunata combinazione non mi avesse fatto rive- 



Vili PREFAZIONE 

dere in Firenze l'attuale Eani di Sarawak, S. A. Lady Margaret 
Brooke, la quale mi spinse all'opera facendomi osservare come i 
costumi degli abitanti ed i luoghi stessi da me visitati si trovino al 
giorno d'oggi, per la massima parte, nel medesimo stato primitivo 
che dura in Sarawak da un' epoca chi sa mai quanto remota. Io spero 
quindi che non si vorrà ritenere di già soverchiamente ritardata la 
pubblicazione di questo volume, tanto più che i soggetti verso i 
quali io ho principalmente rivolto la mia attenzione sono tutt'ora 
di attualità, e che una buona parte delle regioni di Borneo da me 
percorse non sono state ancora rivisitate da altri naturalisti. Io mi 
sono inoltre studiato di offrire al lettore un quadro, per quanto era 
possibile esatto, dello stato attuale di Sarawak, sotto il punto di vista 
geografico, politico e commerciale, valendomi delle informazioni più 
recenti, che io ho attinto a fonti autentiche. Nel mentre quindi mi 
conforta la speranza che non avrò a pentirmi di aver seguito il con- 
siglio della gentile e. colta Sovrana di Sarawak, sento al tempo stesso 
anche il dovere di esprimerle tutta la mia riconoscenza per gli aiuti 
di cui mi è stata larghissima e per il favore accordatomi di ripro- 
durre varie delle belle fotografie da Lei stessa eseguite in una re- 
cente visita ai suoi dominj. 

Firenze, 30 Novembre 1901. 

Odoardo Beccari. 



IXDICE DELLE MATERIE 



Capitolo I Pag. 1 

Dall' Europa al Ceylan - Point de Galle - La via di Colombo - Kandy - H Giardino di 
Paradenya - Newera Ellia - Ascensione del Petrotallagalla - Pulò Pinang - Singapore 
- Partenza per Borneo - Alcune notizie sulla lingua malese. 

Capitolo II 33 

Il fiume di Sarawak - Kutcing - Nostra abitazione e dintorni - Prime impressioni nella 
foresta - Una strada sui tronchi d' albero - Le mignatte - Sitìl e Tuan-ku Yassim - 
Cicale colossali ed altri curiosi animali — I Ficus e gli uccelli - Una ricognizione 
verso Mattang. 

Capitolo III 55 

Popolazione di Kutcing - Malesi di Borneo e loro origine. 

Capitolo IV 63 

fratti di Sarawak - Del mangustino e sua patria- Origine dei frutti domestici - Il pi- 
Ti.-i ii <r - Nostro serraglio di bestie - Scimmie - Il nasico o la forma del naso nell'uomo - 
Uccelli - Serpenti - Rane incantate - I drago -Animali volanti - Mammiferi di Bor- 
neo - Glossa caccia in Sarawak. 

Capitolo V 83 

Missioni - 11 vescovo Mac' Dougall - Escursione sul Batang-Lupar - La « bore » - Ban- 
ting - Sirnanggan - l'wliip - Daiacchi di mare. 

Capitolo vi L03 

Bolla collina di Serambo - Villaggio dei Daiacchi 'li terra, e casa per lo tosto - Pinin- 
dgino - Colline porfiriche - Vere e false rondini da oìdi eduli - Wallace e le sue caccio 



X NELLE FOKESTE DI BORNEO 

di farfalle notturne - Gimong Skunyet - Vegetazione della foresta secondaria - Sen- 
tieri daiacchi - Colline calcaree ; caverne che vi si trovano e loro supposta origine 
madreporica - Durio - Cenni sui Daiacchi di terra. 

Capitolo VII r» g . 123 

Gita a Mattang - L'accetta malese - La Cynogale Bennettii - Si alloggia dai Cinesi - In 
cerea della strada verso la cima del monte - Alcuni mezzi di dispersione dei semi e 
dei frutti - Difficoltà di fare esemplari di piante - Come può esplorarsi una foresta - 
Perchè facevo una casa a Mattang - L' umbut - Piccole palme - Si accampa e si dorme 
sulla cima - Sottili rotang - Un lankò - Burrasche improvvise - Impressioni nella fore- 
sta di Mattang - Fosforescenza e lucciole - Insetti, fiori e luce - Quop - Volpi volanti. 

Capitolo VIII 139 

Il primo dell' anno in Kutcing - Per ' la casa di Mattang - Gli « atap » - Lo piante sul 
fiume di Sarawak - I « nibong » - La « nipa » - I « mangrove » - Radici respiranti - 
Semi che germogliano per aria - Salak e la sua struttura geologica - Il « mengkabang 
pinang » - Vallombrosa - La cima di Mattang - Un mese a Singapore - Woodlands - Le 
tigri - Partenza di Doria - Ritorno a Mattang - I capelli di una Cinese - Strana cerimo- 
nia - Sistemazione della mia casa - Metodo per seccare le piante - Il « bilian » - Fiori- 
tura degli alberi - Albero della guttaperca - Le ditterocarpee di Mattang - Flora primitiva. 

Capitolo IX 157 

Spiaggia del mare - Flora littoranea - Il Picco di Santubong - Piante curiose - Satang 

- Le tartarughe - Escursione a Poe - Carattere australe della vegetazione - Piante più 
notevoli - Una Baffiesia - Gunong Gading - Alghe d'acqua dolce. 

Capitolo X 169 

Di nuovo a Mattang - Le api - Il « tapang » - La montagna disabitata - Età della fo- 
resta - Sul nome di Mattang - Un sito ricco di belle piante - L' età degli alberi - Rare 
saprofite e funghi nei tropici - Piante avventizie intorno le case dei Cinesi - La val- 
lata dei rotang - Le piante spinose - Il Àlormoh/ce — La Pityriasis - I buceri - L' argo e 
le farfalle notturne - Solo a Vallombrosa - Una burrasca nella foresta - Caccia a Buntal. 

Capitolo XI 189 

Il ramo meridionale del Sarawak - I lavaggi di diamanti - Fossili nel calcare - Rapide 

- Piante delle sponde del fiume - Pankalan ampat - In cerca di carbon fossile - Gu- 
nong AVà - Grandi bambù - Un banchetto daiacco - Nuove specie di frutti - Strade oltre 
i confini - Senna - Altri frutti e piante domestiche - Sorgente termale - Escursione sul 
ramo occidentale del Sarawak - La caverna del vento (Lobang angin). 

Capitolo XII 209 

Diario dell' escursione sul Batang-Lupar a caccia di orang-utan - Da Kutcing a Lingga 
soli' « Heartsease » - Pillò Burung e le sue palmo - Si rimonta il Batang-Lupar sino 
allo scalo per Marop - Il «burung bubùt »- L' « ikan sumpìt » - Un Lorantlins sin- 
golare - Marop - Mia installazione dai Cinesi - Ricognizioni nel paese circostante - 



INDICE DELLE MATERIE XI 

Una albina - I primi orang-utan e differenti razze che se ne conosce - Un grosso 
« mayas tciapping » e sua preparazione - Malumore dei Cinesi - Una cura originale - 
Breve, ma fruttuosa caccia. 

Capitolo XIII Pag. 229 

Continua il diario del Batang-Lupar - Belle farfalle - Un pranzo cinese - Il bene ed il 
male dell'oppio - Un giovane mayas - Escursione a Tiang-ladgiù - Un serpente vele- 
noso - Cinghiale di monte - Vegetazione della cima di Tiang-ladgiù - Fosforescenza 
della foresta - Pregiudizj daiacchi - L' orso e le formiche - Stoffe di « upas » - Nidi di 
uccelli - Nuovi acquisti zoologici e botanici — Banani selvatici — Un fiore sudicio — Un 
pesce che ha cura della famiglia - Singolari mezzi di difesa di alcune formiche - Il 
« clulut » ed il suo nido - La supposta femmina del mayas tciapping - Una fortunata 
caccia agli orang-utan. 

Capitolo XIT 249 

Escursione ai laghi del Kapùas - Una bella casa - Galanteria dei Daiacchi - Sul fiume di 
Kantù - Lavorazione indigena del tabacco - Maniera primitiva di cardare e di filare 
il cotone - Lavoratori di ottone - Pesca speciale - Pioggie insistenti - Piena nel fiume 
ed altre contrarietà - Un giudizio con la prova dell' acqua - Antichi e preziosi vasi 
di terracotta - Un naufragio di piccoli insetti - Si riprende a discendere il Kantù - 
Si naviga nella foresta - Neil' Umpanang - Pesci insoliti - L' acqua nera - Nei laghi - 
Ipotesi sulla formazione del carbon fossile di Borneo - Sulla collina di Lampèi - Piante 
dei laghi - Cani affamati - Viaggio di ritorno - Risultati botanici dell' escursione - 
Nomi di Daiacchi - Alghe d' acqua dolce ed erbe degli orti a Marop - Un buon fo- 
raggio per il bestiame. 

Capitolò XV 277 

Ulteriori notizie sull' orang-utan : differenti specie o razze che vivono in Borneo; regioni 
dove si trova e luoghi che preferisce ; suo nutrimento ; sua forza e suoi nemici ; 
alcune sue particolarità ed abitudini - L' orang-utan di Sumatra - Un feto di orang- 
utan - Borneo ed i precursori dell' uomo - Alcune idee dell' autore sulla teoria del- 
l' adattamento degli organismi all' ambiente e sulla variabilità delle specie - Cenno 
di una nuova teoria dell'evoluzione - Condizioni richieste per l'evoluzione dell' uomo 
.e degli antropomorfi - Opinioni dell'autore sulla umanizzazione degli antropomorfi in 
Borneo e sul luogo di formazione della specie umana. 

Capitolo XVI 309 

impan /7 iu:i !<--<- - Escursione :i Tandgiong Datìi - Pulò Sampadicn - Il « dugong » - 
Il covo ilei pirati - Ascensione del monto di Tandgiong Datti - Disorientati nella fore- 
■i.i - I cani 'lei Daiacchi - Il gatto domestico di Borneo - L'estrema punta occidentale 
di Borneo - Alghe marine - v'iaggio di ritorno - Una collina incantata - Inaspettata 
visita notturna - Cibo pericoloso - A Lundft - Il primo attacco di febbre malarica - 
Corsi d'acqua fra il Lunati ed il Sarawak. 

Capitolo XVII 321 

Alla ricerca 'lei rotang che produce il « sangue di drago /• - La collina di Singhi - Palme 
notevoli <• loro usi - Attrai erso la foresta - Il « rotang dgiernang « - Maniera d' ostarne 



XII NELLE FORESTE DI BORNEO 

il sangue di drago - Il « liràn » - Fanghi straordinarj - Si bivacca per passare la notte 

- Grandi foglie di palme - Abilità dei Daiacchi per accendere il fuoco - Pesca nei ru- 
scelli della foresta - Proprietà svariate di alcuni bambù - Come i Daiacchi si tingono 
i denti in nero - Altre abitudini dei Daiacchi di terra - Mobilità nelle dita dei piedi 
dei Malesi e dei Daiacchi - Notizie sui pesci del Sarawak - Pesci velenosi e che can- 
tano - Un pesce che scuopre i ladri - Pesca con la « tuba ». 

Capitolo XVIII p ll? . 337 

Viaggio a Labuan e Bruni sulla cannoniera del Eagià - I miei servi malesi - Labium - 
Il signor H. Low - Cenni sulla vegetazione di Labuan - Il Ptilocercus Lowii - Kina- 
bam e le sue Nepenthes - Bruni - Ricevimento dal Sultano - Decadenza della città di 
Bruni - Incomodi parassiti nelle ostriche - Sul nome di Borneo - Clima di Brani e di 
Labuan. 

Capitolo XIX 353 

Bintùlu - I Mellanào - Eesina e frutti trasportati dai numi - Legname e detriti vegetali 
galleggianti in mare - Interessanti aggiunte alle mie raccolte - Liane della gomma 
elastica - Nuova pianta marina - Verso il paese dei Kayan - I Buketàn ed i Penmin 

- Idoli e monumenti funebri dei Mellanào - Rimontando il Bintùlu - Nel Tubào - Spe- 
cie di « tabù » - Tombe e case dei Kayan - Grandi tavole di tapang - Una festa - Curioso 
strumento musicale - Ricerca della canfora e maniera di estrarla - Cerimonie funebri 

- Alcune notizie sui Kayan — L' upas e maniera di preparare il veleno — U minerale del 
ferro - Nuove ed interessanti piante - Un singolare uccello - Il minuang - Affluenti 
del Bintùlu - Un durio selvatico. 

Capitolo XX 389 

Preparazione del sagù a Bintùlu - Una imprudenza - Partenza per l'interno - Un canotto 
primitivo - Eimonto nuovamente il Bintùlu - Pericolosa avventura - Forzato ritorno - 
L' « undàng-undàng » - Felce acquatica - Per la terza volta prendo la via dell' interno - 
Numerose difficoltà — Uno strano suono subacqueo - Fortunato incontro — Il « pamalì » 
sul Tubào - Si forza il passaggio - Accomodamento coi Kayan - Idoli di nuovo stampo - 
Si rimonta il Tubào - Le malattie dei Kayan e le mie medicine - Influenza delle piene 
sopra alcune piante - Colline del Bellaga - Incontro di cattivo augurio - Sul Redgiang. 

Capitolo XXI 409 

Discendendo il Redgiang - Conoscenze dei Kayan sulla geografìa dell' interno di Borneo 

- Stenofillìa e cause alle quali viene attribuita - Piante di canfora - Tama Dian, la 
sua casa ed i suoi schiavi - Il « kadgiattào » o sagù selvatico - Come una pianta selva- 
tica è potnta divenire domestica - Una mascherata dei Kayan - Un falso allarme per 
reclutar gente - Il banting o bove selvatico ed altra grossa caccia - Sulle rapide - Pic- 
cole alghe d' acqua dolce a tipo marino — Pesci cani e razze nel fiume - I Tandgiong 

- Nel paese dei Daiacchi - I Ketibas - Kanowit - Un mercante poco delicato - A Sibu - 
Enumerazione delle varie tribù che vivono sul Redgiang - Da Sibu al mare - Fiori 
neri - La calma - Avventure coi coccodrilli - Nuove palme - La foce d'Igàn - Il paese 
delle zanzare - Tafani ed altri insetti importuni - Monotono e fastidioso viaggio di 
ritorno - Aranci selvatici. 



ENDICE DELLE MATERIE XIII 

Capitolo XXII Pag. 437 

Continua il giornale eli riaggio attraverso Sarawak - Dal Redgiaug al Batang-Lupar - 
Cn bel tipo di Daiaceo - La testa di un niayas fra i trofei umani - Un disgraziato 
accidente che finisce bene - Nel Kanowit - Rara scimmia ed i « bezoar » - Famiglia 
daiacca anormale - Bella popolazione - Un uccello di buon augurio - Il « suar » - Scene 
pittoresche sul fiume - Curiosa pianta acquatica - L' altezza di un tapang - Fabbrica 
di sumpitan - Viaggio per terra - Fiori dalle radici - La più piccola delle aracee - 

- Belle colline e cattive strade - Una casa disabitata e comodo albergo - Si cena bene 
e si dorme male - Una pietra che si mangia - Pianta odorosa - Faticoso cammino sulle 
colline - Xel versante del Sekarrang - Il latte dell' upas - Curiose nozioni cosmografi- 
che - Discesa del Sekarrang - Corte daiacca di giustìzia - Modo di viaggiare - Aspetto 
del paese - Arrivo a Simanggan. 

Capitolo XXIII 457 

Continua il giornale di viaggio attraverso Sarawak - Dal Batang-Lupar a Kutcing - Si- 
manggan - Foresta palustre - Missioni e missionari - Ascensione del monte di Lingga - 
Difficoltà per continuare il viaggio verso Kutcing - Quasi smarrito nelle lagune del 
fiume di Lingga - Fortunato incontro - Strumento daiaceo per spogliare il riso - Un 
esperimento coli' upas - Il kulit-lawan - Fra i Daiacchi Sabuyo - Paduli coi pandani - 
Perfidi sentieri - Da Sumundgian a Samarahan - Smarriti nella foresta - Termine e 
riassunto del viaggio. 

Capitolo XXIV 471 

Clima irregolare e suoi effetti sulla vegetazione - Un abile cacciatore - Malato - Escur- 
sione nei distretti auriferi del Sarawak - A Grogo - Conchiglie perlifere - L'oro nelle 
caverne - La grotta di Pakù - Progetti sfumati - Il ritorno in Italia. 

Capitolo XXV 475 

Dopo dieci anni nuovamente a Sarawak- L' Astana - Notizie storiche sopra Sir James 
Brooke e sopra l' insurrezione cinese del 1857 in Sarawak - Sir Charles Brooke, l'at- 
tuale Ragià di Sarawak - Estensione e confini di Sarawak - Cognizioni geografiche 
sull'interno di Borneo - Nuovi forti sul Redgiang - Tribù selvaggie dell'interno - Sa- 
crifizi umani - Antropofagia - Popolazione - Influenza cinese a Borneo - Antichità indù 

- Arnesi in pietra - Prodotti agricoli - Terremoti e fenomeni vulcanici - Minerali - Svi- 
lnppo della citta di Kutcing >■ suo clima - Notizie sull'ordinamento o l' amministra- 
zione di Sarawak e sul suo commercio. 

A l'I' EX DI CI 
l..i foresta di Borneo 507 

«lima ili Sarawak, 507. — Natura della vegetazione in Borneo, 510. — Foresta se- 
condaria, 511, — Foresta primitiva, 512. — Pianta a foglie variegate, metalliche, od a. 
colori rivaci, 515. — Saprofite, 518. — Parassite, 518. — Grandezza, colore ed udore 
dei tinti della foresta, 519. Liane, 521. — Piante atenofille, 523. — Ficus, 525. - 
l'alme. 527. Pandanaceae, 5'J*. — Epifite, 528. — OroMdeae, 531. — Tronchi fioren 
ti. r>:{5. — Piante formicarie ospitatrici e tfepentìien, 539. — Atee floristiche di Borneo, 515. 



XIV NELLE FORESTE LI BORNEO 

Nota sopra i produttori della Canfora in Borneo Pag. 549 

Nota sopra i produttori di Guttaperca in Sarawak 554 

Nota sopra i produttori di Gomma elastica in Sarawak 561 

Prodotti vegetali di Sarawak 565 

Legnami più frequentemente usati in Sarawak, 565. — Legnami di dubbia deter- 
minazione, 584. — Indice dei nomi malesi dei legni di Sarawak, 585. — Olj, Gomme, 
Resine, Profumi, Scorze e Legni aromatici, 587. — Fibre, Scorze e Materie coloranti, 
Erbe medicinali e velenose, 592. — Prodotti vegetali feculacei od altrimenti mange- 
recci, 595. — Frutti domestici coltivati in Sarawak, 598. — Frutti selvatici di Sara- 
wak, 600. — Bambù, 605. — Rotang, 605. — Diagnosi delle specie nuove di Daemo- 
norops e di Calamus, 607. 

Nota sui Banani selvatici di Borneo 611 

Descrizione delle specie nuove di Musa, 622. 

Nuove specie di Artocarpeae malesi e papuane 625 

Indice analitico 637 



INDICE DELLE ILLUSTKAZIONI 

Fig. 1. Daiacclii di mare del Seribas in costume da guerra (di faccia al frontespizio). 
» 2. Veduta dello stagno di Kandy con un albero di giacco sul davanti. Pop. 11 
» 3. Foglia di Drosera lunata (ingr. cinque volte; nel momento che un ragno si 

è posato sopra ed i peli glandulosi si ripiegano addosso per digerirlo . 20 

» 4. La cascata di Pulò Pinang 29 

» 5. Veduta di Kutcing venendo da Santubong 35 

» 6. Kutcing, la capitale di Sarawak 41 

» 7. Nel kampong cinese a Kutcing 53 

» 8. Abitanti di Sarawak: 1. lutei Bakar, malese, scrivano alla corte di giu- 
stizia. - 2. Datn Imaum, capo della moschea musulmana di Kutcing, 
<V origine araba. - 3. Hadgi Snden, membro del consiglio di Kutcing, 

in parte di origino araba 56 

» 9. Abitanti di Sarawak: 1. Inau Halrim, giudice indigeno a Kntcing. - 2. Datù 
Bandar, prima autorità indigena in Sarawak. Ambedue iu parte di ori- 
gine araba 59 

» 10. Uomo che porta i calzoni : figura tolta dalle sculture del tempio di Boro 

Budnr in Giava 60 

» 11. Donna che veste il sarong : figura tolta dalle sculture del tempio di Boro 

Budur in Giava 61 

» 12. Frutto del mangustino, Garcinia Alangostana (due terzi del vero) .... 64 
» 13. Il fimne di Sarawak a Kutcing. Veduta presa dalla sponda sinistra, con 

piante di .lecca Catevhu sid davanti 67 

» 14. Testa del nasico, Nasaìis larvatm (tre (piarti del vero) 71 

» 15. Datacelo di mare del Seribas armati col « sumpitan » e col « parang ilang ». 81 



USTJICE DELLE ILLUSTRAZIONI XV 

Fig. 16. Donna dei Daiacchi di mare del Seribas Pag. 85 

» 17. Ragazze daiaeche del Seribas, vestite da festa 89 

» 18. Tessitrice daiacca del Seribas 91 

» 19. Ragazza daiacca del Seribas che porta in capo il « si sir » in argento . . 93 

» 20. Daiacco di mare del Seribas 97 

» 21. Luogo di sbarco dei Daiacchi di mare con offerte agli spiriti ed un « ban- 

kong» o barca smontabile sul davanti 101 

» 22. La casa delle teste o «pangga» dei Daiacchi di terra a Mungo babì . . 105 

» 23. Il frutto del « durio », Dm-io Zibetinus (circa la metà del vero) Ili 

» 24. Daiacco di terra. La collana che porta al collo è formata di denti di cin- 
ghiale e si usa nelle grandi occasioni 113 

» 25. Ragazza dei Daiacchi di terra, con le braccia coperte da spirali di filo 

d' ottone ed ornate da armille di conchiglia 115 

» 26. Ragazza dei Daiacchi di terra in abito da festa con amuleti al collo . . 117 

» 27. Gruppo di Daiacchi di terra . 119 

» 28. Le regate sul fiume di Sarawak a Kutcing 141 

» 29. La « nipa » (Nipa fruticans) 145 

» 30. Foglie e fiori del Palaquium optimum, Beco, (grandezza naturale) .... 153 

» 31. Fìotì del Palaquium optimum (ingranditi) 154 

» 32. Urne foliari della Sepenthes Veitchii (un terzo del vero) 160 

» 33. La Bafflesia Tuan-mudae, Beco, (diametro del fiore 56 centimetri) .... 166 
» 34. - 1. Un ramoscello fiorito, di grandezza naturale, del « tapang » (Abauria 
excelsa, Becc), il più grande albero di Borneo. - 2. Un fiore. - 3. Un 
ovario sezionato per il lungo. - 4. Un ovario con uno stame, un petalo 

ed un sepalo in posto. (Le figure 2-4 ingrandite quattro volte) .... 172 
» 35. Burmanniacee (di grandezza naturale) crescenti nel terriccio della foresta 
di Mattang. - 1. Geomitra episcopali/), Becc. - 2. Thismia Nepitunis, Becc. 

- 3. Thismia Ophiuris, Becc 176 

» 36. Carta originale della Provincia di Sarawak, compilata sopra varj documenti 

e secondo le osservazioni dell'autore 187 

•■? 37. Paesaggio nell' alto Sarawak 193 

» 38. Un ponte sospeso nell' alto Sarawak 197 

* 39. Ragazze dei Daiacchi di terra 203 

40. Loban angin, ossia la grotta del vento nell' alto Sarawak 205 

» 41. L' « ikan sunrpìt » (Toxodes jaculaior) nell'atto di gettare uno spruzzo 

d'acqua sopra un insetto per impadronirsene 213 

» 42. Testa di orang-utan maschio adulto della razza « teiappiug » (larghezza 

della faccia 32 centimetri) 223 

» 43. Testa della sapposta femmina del mayas teiapping, rimpiccolita di oltre 

la meta (lunghezza della faccia 242 millimetri; larghezza 173 millimetri). 240 

» 41. (.a medesima testa rappresentata nella figura 43, veduta di profilo . . . 241 

.- 45. Interno di una casa di Daiacchi di mare 252 

16. Terrazza di casa dei Daiacchi di mare 253 

» 47. ". Tadgiao ^ o vasi pieziosi ilei Daiacchi 259 

» 48. Cranio di « mayas kassà» fini terzo del vero) 280 

i'.l. Cranio di « mayas teiapping » (un terzo del vero) 281 

• 50. Famiglia di orang-utan della razza «kassà» sopra un albero di « durio ». 285 
./ 51. Scheletro del piede ini fcro di un orang-utan l'ini terzo del vero). . . . 287 

_■ Scheletro della mano binisi in di un orang-utan din terzo del vero). . . 288 



XVI STELLE FORESTE DI BORNEO 

Fig. 53. Feto di orang-utan, di grandezza naturale Pag. 291 

» 54. Il medesimo feto di orang-utan rappresentato nella figura 53 visto di 

profilo 292 

» 55. Un « sampan » malese e villaggio di pescatori nel Sarawak 311 

» 56. Un Caiacco di terra 327 

» 57. Malese che mostra come si accende il fuoco alla maniera dei DaiaccM, 

con la confricazione di due pezzi di legno 329 

» 58. Abbozzo di carta (originale) del fiume di Bintùlu e suoi affluenti .... 351 

» 59. Leuconotis elasticità, Bocc. Nuovo produttore di gomma elastica 359 

» 60. Orang-kaya Tumanggong, capo Kayan del Banani 375 

» 61. Il medesimo Kayan rappresentato nella figura 60 377 

» 62. Un Kinya, senza cigli e senza sopraccigli 378 

» 63. Il medesimo Kinya rappresentato nella figura 62 379 

» 64. Cacciatori col sumpitan. Dalle sculture del tempio di Boro Budur in Giava. 381 
» 65. Foglie di piante « stenofille » endemiche delle rive dei fiumi dell'interno 

di Borneo (tutte viste dalla pagina inferiore e rimpiccolite di un terzo). 

- 1. Fagraea slenopJiylla, B. - 2. Garcinia linearla, Pierre. - 3. Psgchotria 
acuminata, B. - 4. Eugenia riparia, B. - 5. Syzygium Seerifoliiim, B. - 
6. Nauclea riviilaris, B. - 7. Eri/cioe longifolia, B. - 8. Eugenia saligna, B. 

- 9. Sauraja angusti/olia, B. - 10. Tetrantliera salici/olia. B 403 

» 66. Carta del sistema idrografico e delle attuali divisioni politiche di Borneo, 

compilata sopra i documenti più recenti e le osservazioni dell' autore . 407 

» 67. Orang Tandgiong, dei quali uno suona il piffero col naso 424 

» 68. Donne Tandgiong che fabbricano dei « tambuk » con striscinole di rotang. 425 
» 69. Donne Sidoàn, abitanti il basso Redgiang, occupate nella lavorazione di 

cappelli, cestini, scatole, ecc 427 

» 70. Daiacco che perfora un sumpitan 445 

» 71. Daiacco di mare del Sekarrang 453 

» 72. Daiaechi di mare del Batang-Lupar 459 

>> 73. Mulino a mano per spogliare il riso 465 

» 74. Coltivazione del pepe in Sarawak 501 

» 75. Carta originale degli itinerarj dell' autore in Sarawak. Di fronte alla pa- 
gina 504. 

» 76. Frutti di Musa Borneensìs, Becc. (quasi di grandezza naturale) 613 

» 77. Frutti di' Musa microcarpa, Becc. (quasi di grandezza naturale) 614 

» 78. Frutti di Mma hiria, Becc. (qaasi di grandezza naturale) 615 

» 79. Frutti di Musa campestris, Becc. (quasi di grandezza naturale) 617 

» 80. Fiori maschi di Musa Borneensis, Becc. (di grandezza naturale) 623 

» 81. Fiore maschio di Musa microcarpa, Becc. (di grandezza naturale) .... 624 

La figura sul frontespizio rappresenta una tessitrice daiacca del Seribas col caratteri- 
stico « si-sir » in argento sul capo. 



Capitolo I 



Dall' Europa al C'eylan - Point de Galle - La via di Colombo - Kandy - Il Giardino di 
Paradenya - Newera Ellia - Ascensione del Petrotallagalla - Pulò Pinang - Singapore 
- Partenza per Borneo - Alcune notizie sulla lingua malese. 



Il -i aprile 1865 io mi imbarcai a Southampton sul «Dehli», uno 
dei grandi vapori della Compagnia peninsulare ed orientale, e giunsi 
il giorno lo' ad Alessandria d' Egitto, dove incontrai Ddrià che ve- 
niva a raggiungermi da Genova. 

Non esistendo ancora il Canale di Suez, noi facemmo il tragitto fra 
i due mari in ferrovia, per poi riprendere il postale dell' Jndo-cina nel 
Mar Eosso. 

Dopo la solita fermata ad Aden ed un viaggio tranquillo nel- 
l'Oceano Indiano, il 5 maggio, ai primi albori, riconosciamo le mon- 
tagne del Ceylan, ed alle 6 ant. il « Candia » viene all'ancoraggio nel 
piccolo e mal sicuro porto di Point de Galle. È indescrivibile la 
gioia e l'emozione che c'invade alla vista di questo estremo lembo 
del continente asiatico, forse il più beneficato dalla natura nel mondo 
iutiero. E non è minore la sorpresa per il viaggiatore, che quasi ad un 
tratto, e senza passaggi graduali, si trova trapiantato dall' Europa in 
un paese tropicale. Da memoria delle torride spiaggie del Mar Eosso 
e dei riarsi ed aridi dirupi di Aden, accresce l'ammirazione ed il fascino 
per l' isola verdeggiante. 

Il monsone di S.C. cominciava adesso a stabilirsi, apportando con 
le sne pioggie nuova freschezza e tinte più vivaci alla vegetazione. Il 
-ole sin dal suo sorgere, insieme alle più fulgide, vibrazioni, emanava 
un calore polente nello spazio azzurro, a poco a poco contrastato da 
immensi nuvoloni, che si sedevano sorgere al di sopra, delle folte l>o- 

l — Beccasi, Nette /orette di Borneo. 



D 3 



2 NELLE FORESTE DI BORNEO 

scaglie. L'aria tepida e satura di vapori ci giungeva dalla terra, olez- 
zante di un insolito e soave profumo di fiori. Farfalle vagamente 
colorite e di forme esotiche volavano al nostro bordo, attraverso il 
braccio di mare, scambiando forse, queste ingenue figlie dell'aria, le 
bianche vele sciorinate per alberi in fiore. 

ISTon meno attraente delle scene della natura era il movimento e 
lo spettacolo die seguì agli ultimi colpi dell' elica del Candia. 

Fra le cose che più impressionauo il nuovo viaggiatore indiano, 
sono da rammentare le originali imbarcazioni, strettissime, con la 
chiglia scavata in un sol pezzo d' albero, tenute in equilibrio da un 
grosso bilanciere e maneggiate dai Singalesi con grande maestria. 
Sono questi scurissimi, anzi quasi neri, di belle fattezze, apparte- 
nenti ad una razza mite e simpatica, di aspetto quasi femminile, con 
i capelli più neri dell' ebano, lucenti, lunghi e niente affatto crespi, 
tirati dietro alla fronte e trattenuti da grandi pettini di tartaruga. 

I Singalesi cbe salirono a bordo erano vestiti intieramente di bianco 
e di una scrupolosa pulizia. Portavano a vendere oggetti in ebano ed 
in scaglia di tartaruga, trine (fattura principalmente delle donne d'ori- 
gine portoghese) e pietre preziose, come zaffiri, topazj, smeraldi ed 
occhi di gatto: gemme tutte per cui il Ceylan va famoso. Ma bisogna 
esser cauti nel fare compre da questi venditori ambulanti, che non si 
peritano di domandare dei prezzi molte volte superiori al reale, se non 
tentano addirittura di vendervi per vere delle pietre false, o per dia- 
manti degli zaffiri bianchi. 

Fra gli altri venne a bordo il fattorino del « Loret's Hotel », in quel 
momento l'albergo principale di Galle. Era un bell'uomo, di forte 
complessione e di pelle così scura, cbe si sarebbe scambiato per un 
nero del Sudan, se i tratti regolarissimi non avessero rivelato in lui 
un'origine europea. Era difatti un discendente dei Portoghesi, antichi 
conquistatori del Ceylan. È un fatto, di già stato più volte avvertito, 
che i Portoghesi, qui, come in altre parti dell'India e dell'estremo 
oriente, pur conservando in gran parte il tipo originale della razza 
latina da cui discendono, hanno assunto nella carnagione una tinta 
anche più scura di quella delle popolazioni stesse con le quali si sono 
incrociati. 

I Portoghesi cominciarono a stabilirsi a Galle sino dai primi del 
decimosesto secolo, e sebbene il possesso dell'isola sia stato loro in 
seguito contrastato dagli Olaudesi e per ultimo dagli Inglesi, pur non- 
dimeno essi hanno lasciato in Ceylan (come ovunque si sono stabi- 
liti) delle traccie indelebili della loro dominazione, sia nei costumi, 
sia nel linguaggio; all'opposto degli Olandesi, che, giunti al Ceylan 



CAPITOLO I 3 

cento anni dopo di loro, non riuscirono a far prevalere neppure la 
loro lingua, sebbene ne imponessero forzatamente l'uso. 

Dopo avere incaricato il nero Portoghese dell' albergo di ritirare da 
bordo il nostro bagaglio, sbarcammo a terra, intendendo di soggior- 
nare un mese intiero nella bella « Serendib », il nome antico indigeno 
di Ceylan, che non a torto fu creduta la sede del Paradiso terrestre. 

Io non mi propongo di far pompa di una facile erudizione intorno 
al Ceylan, sul quale sono state scritte tante opere dottissime ed in- 
teressanti; ma mi limiterò a narrare molto succintamente, ingenua- 
mente anche, le mie impressioni giovanili, e darò solo qualche cenno 
di quella esperienza personale, che ogni viaggiatore, nel campo spe- 
ciale dei suoi studj, può acquistare anche visitando paesi di già be- 
nissimo conosciuti. 

Galle è una fortezza costruita dai Portoghesi molto solidamente 
in mattoni e pietrame, come si usava nel secolo xvi. Le case, in 
gran parte di materiale, sono rinchiuse dentro un completo recinto 
di mura. Sbarcati sopra un piccolo molo coperto da una tettoia, e 
che fa capo alla porta principale della fortezza, s'entra in città se- 
guendo un viale fiancheggiato da. Tliespesia populnea, un albero che 
per il fogliame rassomiglia il pioppo della Virginia e si carica di 
fiori simili a quelli di un ibisco. 

Si arriva all'albergo attraverso strade piuttosto strette ma pulite 
ed ariose, essendo le case basse, con veranda o loggia prospiciente 
sulla via e spesso tramezzate da giardini. La città mostra al primo 
aspetto di essere assai spopolata. Un odore speciale di muschio pre- 
domina per le vie: odore che ho poi ritrovato in altre città del- 
l'india, e che proviene, più che altro, dalle emanazioni di certi pic- 
coli animali {Sorex) dell'apparenza di topi, molto numerosi, i quali 
stanno nascosti durante il giorno dentro le fogne, e solo la notte si 
redono frequentissimi correre rasente i muri delle strade. 

il nostro albergo non era uè grande, né bello, ma di esso abbiamo 
serbato una graditissima memoria. Non consisteva che di un pian 
terreno in materiale, come quasi tutte le altre case di Galle, e di 
un primo piano. Non dimenticherò facilmente la prima colazione 
che vi facemmo, non tanto per la novità della cucina (mezzo euro- 
pea <• mezzo indiana) ed il diversivo al detestabile «sali heef» di 
bordo, quanto per L'effetto esotico della lunga tavola apparec- 
chiata nella reranda aperta sopra un ampio giardino, dove, fra i 

Bratti dei tropici, le muse e le palme, i piccoli uccelli del sole 

( Siria, -'niiii zeylanica) svolazzavano da pianta a pianta, in cerca ili 
liquore zuccherino nascosto in fulgide corolle. 



4 NELEE EOKESTE DI BOENEO 

Producevano un effetto vaghissimo, per la vivacità delle tinte e 
la novità della forma, i trionfi di ananassi, di mango e di banani, 
posati nel mezzo della tavola, alternati con splendenti mazzi di 
Pomcettia e di fiori di ibisco della Cina (Hibisciis Bosar-simnsis). 

Sopra le nostre teste si agitava il lungo e classico ventaglio in- 
diano, il « punka », mosso da un giovane Singalese in candido 
costume. 

Terminata appena la colazione, entriamo in un « garry » o vet- 
tura di piazza, e ci facciamo condurre in giro nei contorni. 

Meno un piccolo tratto in immediata vicinanza del forte, il paese 
circostante ha tutta l'apparenza di una boscaglia selvatica. Sono 
invece masse di piante fruttifere e piantagioni di palma cocco, at- 
traverso le quali si svolgono, come in un gran parco, belle strade 
piene di vita e di gente. 

[Nella popolazione di Galle, come in quella di tutti i porti di mare, 
vien fatto di osservare ima grande promiscuità di razze. Oltre a ciò 
le varie caste di cui la stessa popolazione mdigena di Galle si com- 
pone, contribuiscono a dare un aspetto multiforme alla folla per la 
diversa foggia di vestire e di acconciare la testa. I Singalesi del 
basso popolo, i veri figli del paese, si riconoscono più che altro alla 
speciale pettinatura or ora descritta. Essi per vestito non usano che 
il « combay », corrispondente al « sarong» dei Malesi. È questo una 
specie di ampio sacco, aperto sopra e sotto, dentro al quale passa 
la persona, e che avvolto ai fianchi scende sino ai piedi come ima 
gonnella. Il resto del corpo è nudo, e rende testimonianza delle forme 
artistiche dei Singalesi, ai quali mi sembra doni molto il colorito della 
pelle nera e vellutata. 

Nella nostra corsa verso la campagna ci inoltriamo da prima per 
un gran viale che segue la curva del porto, fra mezzo ad una bella 
selva di palme cocco. Da una parte e dall' altra della via si succe- 
dono casipole e bottegnccie, sul davanti delle quali sono esposte in 
vendita frutta, granaglie, prodotti indigeni, o manifatture europee. 
È questo un mercato o bazar, dove io faccio acquisto di una grande 
cesta per riporvi le piante, essendomi accorto, sin dal primo mo- 
mento, che non si poteva qui erborizzare come in Europa col sem- 
plice vascolo. 

Facemmo fermare il garry ai piedi di una piccola collina, dove, 
almeno in parte, mi sembrava che la vegetazione fosse spontanea. 
E difatti non mi ero ingannato, perchè le due prime piante che in- 
contrai furono una bella bulbosa, che produceva un grande fiore 
bianco odoroso, il Pancmtium zeylunh-nm, ed una delle palme più 



CAPITOLO I 5 

caratteristiche della flora del Ceylan, la Phoenix pusilla 1 ). A buio ri- 
tornammo all' albergo con la cesta insufficiente a contenere il bottino 
raccolto 5 ). 

Il Candia non aveva ancora salpato per Singapore, e questa cir- 
costanza tratteneva ancora a Point de Galle varj dei uostri compagni 
di viaggio, comuuicaudo una grande animazione all' albergo, invaso 
dai soliti venditori ambulanti, da giocolieri e prestidigitatori. Ecco 
un incantatore Tamil che tira fuori da un sacchetto un velenosis- 
simo cobra e lo maneggia con disinvoltura. Il ciurmatore accocco- 
lato per terra, posa il serpente innanzi a sé, e con mosse stranis- 
sime, con sibili e fischi, lo fa rizzare sulla coda con tutta la metà 
anteriore del corpo. La bestia, che sembra come ipnotizzata, vibra 
la sua angusta lingua biforcata, e, con un sentimento che non saprei 
definire se d' ira, di paura, o d' ambizione, volge intorno la testa 
piatta, resa di strano aspetto per la pelle del collo dilatata ed espansa 
dalle parti. L'incantatore leva poi di seno l'inseparabile « mongu » 
od icneumone (Herjmtes vitticollis), nemico dei cobra, dei quali si 
dice che in Ceylan distrugga una gran quantità. I Singalesi raccon- 
tano che se per caso il cobra morde l'icneumone, questi va subito 
in cerca di alcune erbe speciali (e molte ne citano) che gli servono 
di contravveleno. 3Ii sembra più probabile invece che la creduta 
impunità del mongu dipenda dall' agilità sua grandissima, e dalla 
maniera con la quale assale i serpenti, che per questo non riescono 
a morderlo. Ordinariamente si crede che gli incantatori di serpenti 
estraggano loro i denti veleniferi, ma persone sperimentate asseri- 
scono il contrario, e si racconta anzi di qualcuno che morso dal suo 
stesso cobra, ha dovuto in seguito soccombere. Sembra che la de- 
strezza con la quale i ciurmatori maneggiano il serpente, e la sua 
istintiva induttanza a mordere l'uomo, siano le sole cause della cre- 
duta loro impunità. 

il maggio. — Faccio capire a due monelli Singalesi di seguirmi, 
ed in loro compagnia ni' inoltro per una delle incantevoli strade, che 
i;i sera precedente avevo visto deviare dall'abitato. Ad un certo 
Itunio abbandono la via battuta per internarmi nel bosco, in cerca 



'; Vedi Beccari, Malesia, voi. IIJ, pag. 40ii. 

-) A Galle raccolsi circa do specie 'li piante; fra queste figura qualche arbusto o pianta 
Bpeciale della regione, ma li- più *<> srbe comuni e gramigne, clic ho in seguito im- 
parato :i conoscere come <ii estesa rìili'iismnc e che hanno seguito l'uomo in fcutti i fin- 
pici. Fra j.'li arbusti cu limi di bella apparenza incontrai Vlxora coeeinea, la Mussaenda 

frondosa e VAllamanda cathartica, dai liei fiori gialli e dal lucido fogli >; quest' ultima 

o naturalizzata, ma d'origini americana. 



6 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

di piante ed animali. I ragazzi non capivano il mio scopo, e vole- 
vano ad ogni costo ricondurrai sulla strada buona. Ad uno detti il 
retino da farfalle; mentre un altro mi portava le piante che andavo 
raccogliendo. Il bosco ricuopriva il dolce declivio di una collina, e 
mentre aveva l'apparenza di un luogo selvatico, non era poi formato 
che da piante domestiche come cocchi, artocarpi, mango e tanti 
altri alberi e cespugli che io non conoscevo ancora, e che vedevo 
per la prima volta. Fra i varj alberi strani che incontrai, ve ne era 
uno, non grande, che portava dei frutti rossi in forma di cuore e 
curiosi assai ; era il « casheìv » dell'India « kadju gass » dei Singa- 
lesi {Anacardium occidentale). Sapendo che questi frutti erano man- 
giabili, ne colsi uno e lo portai alla bocca ; ma a mie spese, dal suo 
sapore aspro e dalle risate della mia guida, imparai che non è la 
parte carnosa, dell'apparenza di frutto ed avente la forma di un 
cuore fiammante quella che si mangia, bensì il seme contenuto nella 
specie di mandorla che sta sopra. 

Giunti ad una capanna, uno dei ragazzi della famiglia che l'abi- 
tava, appena mi vide, corse subito verso una pianta di cocco e 
svelto vi salì sopra come un gatto, servendosi delle intaccature fatte 
espressamente sul tronco, e fece cadere due o tre frutti tutt' ora 
verdi. Con alcuni colpi bene assestati di un pesante coltellaccio 
praticò quindi un foro nella parte più appuntata di uno di essi, e 
m' invitò a bere il contenuto della noce, il così detto latte di cocco. 
Assetato come ero, trovai la bibita, che sembrava al colore acqua 
di riso, eccellente, dolciastra e fresca. Esaurito il liquido, il ragazzo, 
ripreso il frutto, con un colpo da maestro lo spaccò in due metà 
eguali, poi con un altro colpo obliquo staccò dalla spessa buccia 
di una delle metà una bietta, che venne in tal modo ad avere na- 
turalmente la forma di una paletta con un margine tagliente; por- 
gendomi quindi tutte e due le metà, rassomiglianti a due scodelle, 
mi mostrò come con questo cucchiaio improvvisato si staccava la 
polpa molle dell'interno del guscio, di già mezzo ossificato. Questa 
polpa (l'albume del seme), quando il frutto è immaturo, è molle, 
gelatinosa, bianca e quasi opalina, rassomigliante a quella delle man- 
dorle dolci molto giovani; ma coli' invecchiare diventa oleosa, e serve 
appunto per estrarne il così detto olio di cocco, uno dei prodotti 
principali di Point de Galle. Dopo questa rinfrescata, molto oppor- 
tuna, continuai la mia caccia. Ogni cosa essendo nuova per me, ini 
sarebbero occorse cento mani per impadronirmi di tutti gli oggetti 
che incontravo, e che avrei voluto conservare. Ora sono lucertole 
lunghissime (Càlotes), che a scatti guizzano dai tronchi degli alberi 



CAPITOLO I i 

sull' erba, colorite di un vaghissimo verde cangiante fra la inalachita 
e lo smeraldo, ma che a momenti, come i camaleonti, prendono delle 
tinte brune che poi voltano al rossastro; ora rapida mi passa da- 
vanti un'enorme farfalla coli' ali vellutate, dipinte di nero e di azzurro 
(Pupillo Polymmestor), ed io dietro di corsa per raggiungerla, ma al 
momento d' impadronirmi dell' insetto emozionante, il mio retino 
s' impiglia fra le spine ed i rami delle piante, e la preda, che mi 
avrebbe fatto battere il cuore di gioia, mi fugge innalzandosi nell'aria. 

Col cessare della stagione asciutta, ed il risvegliarsi della vege- 
tazione, riappariva nell'aria tutto un mondo di organismi, che aveva 
cercato uua difesa dai calori eccessivi nei nascondigli più freschi, nel 
terreno, sotto le scorze, sotto i sassi. Farfalle d'impareggiabile bel- 
lezza si schiudevano allora dalle loro crisalidi e volavano alle nozze 
ed alla morte, ingemmate e splendenti di tinte, godendo nell'aria 
balsamica e sotto i raggi abbaglianti del sole di una vita breve, de- 
stinata solo alla gioia, all' amore, quasi compenso dei lunghi mesi 
di esistenza modesta, umile e piena di pericoli, trascorsi allo stato 
di bruco. Fra le belle farfalle, di cui Ceylau è tanto ricca, incontrai 
delle He.stiu, con le ali che sembrano esilissimi e trasparenti veli di 
argento punteggiati di nero. 

Da qualunque parte mi volgevo compariva un oggetto nuovo. Ora 
un coleottero metallico, ora un fiore, ora una chiocciola. Uccelli di 
varie specie si sentivano stormire fra le fronde, nel mentre che gli 
scoiattoli svelavano il loro nascondiglio con il fruscio fra i rami de- 
gli aliteli. 

Trovai un grossissimo gighero fiorito (Amorphopltullus cumpunu- 
latus), che io credetti spontaneo, ma seppi poi che i Singalesi col- 
tivano per il suo tubero feculaceo. 

S] icsso incontravo dei iili gialli di seta molto tenaci, tesi fra un 
arbusto e 1" altro, facenti sempre capo ad una gran rete, nel mezzo 
della (piale, aspettando la sua preda, stava un enorme e bellissimo 
ragno giallo e nero (Epei/ra), della grossezza del dito mignolo e lungo 
cinque centimetri. 

I miei ragazzi, die adesso avevano capito di cosa andavo in cerca 
e mi conducevano dove avrei potuto far più abbondante caccia, mi 
fecero passare per una piccola strada attraverso luoghi bassi e mezzo 
inondati, dove, fra le piante palustri, scorsi un enorme lucertolone. 
Eira una iguana lunga oltre un metro, di color molto scuro, anzi 
quasi aero, e cospersa di vernicilo giallo. Sulle mura slesse di (Hallo 
avevo visto dei lucertoloni simili, appartenenti però ad una specie 
piii comune e più piccola; ma quella era proprio il famoso " kabara 



8 NELLE FOKESTE DI liOEXEO 

gaya» dei Singalesi (Hydrosaurus salvator). I Singalesi si servono di 
questo animale nei loro incantesimi, ed adoprano la bava, che ir- 
ritandolo gli fanno uscire dalla bocca, come imo degli ingredienti 
nel potentissimo veleno chiamato « kabara tei ». La bava dell' innocuo 
idrosauro è però certamente nn sopra più, perchè nella composizione 
della droga mortifera entra dell'arsenico e del veleno di cobra. 

Ma già erano varie ore che camminavo, e gocciolante di sudore 
e trafelato pensai che era tempo tornare all'albergo, dove un bagno 
all'indiana (per aspersione invece che per immersione) mi ristabilì 
completamente in forze. Anche Doria riportò a casa un ricco bot- 
tino zoologico. La preparazione delle raccolte ci occupò varie ore del 
dopo pranzo. Verso il tramonto ritornammo tutti insieme fuori del 
forte, e trovammo profittevole occupazione nel fosso che lo cinge, 
dove brulicavano numerosi animali e fra gli altri delle enormi chioc- 
ciole acquatiche (Ampullaria). Sugli scogli, dalla parte del mare, 
demmo la caccia a crostacei e molluschi, e ad alcuni curiosi pesci 
(Periopft thaìmxs) che dall'acqua guizzavano sugli scogli allo scoperto, 
dove rimanevano lungo tempo all'asciutto, come se fossero ra- 
nocchi. Sono questi degli esseri curiosissimi, avendo la testa molto 
grossa in proporzione del corpo, e degli occhi fuori di misura 
sporgenti. 

La camera che occupavamo all' albergo era a terreno ed assai fre- 
sca, ma così umida che in meno di 24 ore di già tutti i nostri og- 
getti si erano coperti di uno strato di muffa. È questo l'effetto ine- 
vitabile della temperatura elevata e dell' abbondante vapore acquoso 
di cui l'aria è satura. La muffa è uno dei più grandi nemici del 
collezionista nei tropici, e noi cominciammo subito a sperimentarne 
le tristi conseguenze sulle nostre prime raccolte. 

Partendo dall' Inghilterra avevo preso l' incarico di portare una 
cassetta di piante vive, che il giardino botanico di Kew inviava a 
quello di Paradenya presso Kandy. Brano varietà importanti di C'ni- 
chona e pianticelle di Ipecacuana, di cui si voleva tentare l'acclima- 
tazione in Oeylan. Oltre a ciò io ero invogliato assai di vedere un 
poco l'interno, e di salire qualcuna delle montagne centrali, per 
acquistare una idea più generale della vegetazione dell'isola. 

La strada che conduce a Kandy è una delle più importanti del 
Oeylan. Costeggia prima il mare per circa 70 miglia, e fa capo a 
Colombo, da dove voltando quasi ad angolo retto verso oriente, s'in- 
terna nelle alte regioni delle Provincie centrali, di cui Kandy è il 
capoluogo. La sera fissai il mio posto nella vettura di posta, e la 
mattina dopo (7 maggio) alle G partii da Galle. 



CAPITOLO I 9 

Il veicolo che mi doveva condurre a Colombo lasciava moltissimo 
a desiderare per la comodità, e rammentava assai una delle piccole 
diligenze in uso nei contorni di Firenze, coperta di sopra, con tele da 
calarsi dalle parti, capace di quattro posti interni e di due sul davanti, 
uno dei quali occupato dal cocchiere. Per di più un conduttore, o 
staffiere che chiamar si voglia, saliv.a e scendeva ad ogni momento, 
ed avvertiva con una trombetta i passanti, essendo la via molto in- 
gombra e frequentata. La strada era piana e buonissima, incante- 
vole, alla lunga forse da poter sembrare monotona, ma a chi la per- 
correva la prima volta ed era nuovo dei tropici e dei suoi abitanti, 
procurava una continua serie di sorprese. Si attraversano grandi 
piantagioni di palme cocco, le quali prosperano a meraviglia sul 
suolo arenoso. Le loro ampie chiome, stracariche di frutti, sono sor- 
rette da altissimi tronchi, sui quali aderisce un numero prodigioso 
di grossi chioccioloni con la bocca rossa (Helix liematostoma). Non 
credo che la strada da Galle a Colombo si discosti mai più di mezzo 
miglio dal mare, di cui quasi sempre si scorge la liuea azzurra fra- 
mezzo alle piante. Si passa di villaggio in A r illaggio, o forse sarebbe 
meglio dire che per miglia e miglia si traversa tutto un villaggio, 
tanto è popolato il distretto ; ed infatti si succedono quasi senza 
interruzione piccole case e botteguccie, consistenti per lo più di una 
sola stanza a terreno e di una veranda sulla strada, dove, esposte 
agli occhi del viandante, si trovano stese per terra od accostate alle 
pareti, commestibili e mercanzie di ogni genere. Le abitazioni della 
gente agiata hanno esse pure il solo piano terreno circondato da 
spaziose verande ombreggiate da artocarpi, da mango, da muse, da 
areche, da cocchi, da katapan {Terminalia ('«tappa), ecc. Un albero 
che di rado manca vicino all'abitato è quello della seta vegetale 
{Eriodendron anfraetuosum), molto caratteristico per il contrasto dei 
suoi ìami orizzontali ed a fogliame rado, con quello compatto degli 
altri a 11 ii-ri e delle palme. Il grande artocarpo o «giaceo», il «Jack tree» 
(Artocarjms integri/olia), non può sfuggire all'osservazione anche del 
viaggiatore più ordinario (flg. 2), per il suo bel fogliame scuro, ma 
soprattutto per gli enormi frutti verdi, grossi qvialche volta come 
il corpo di un ragazzo, coperti all'esterno di asperità in forma 
di punta di diamante, e clic si l'anno rimarcare anche da lontano, 
essendo appesi al nudo tronco della pianta a portata di mano, o 
pendenti dai rami più robusti e più bassi. Arbusti minori, alcuni 
selvatici, altri coltivati, vegetano all'ombra delle piante più grandi, 
e nell'insieme fanno assumere L'aspetto di foresta a ciò che di fatto 

non è che un continuo frutteto. Se talvolta la via rasenta il mare 



10 STELLE FORESTE DI BOKNEO 

più da vicino, oltre ai cocchi, che non mai vi fanno difetto, com- 
pariscono dei Criiutm giganteschi (C. asiaticwnì) e dei pandani (Paii- 
damts fascicularis) molto ornamentali. I soli fiori vistosi che notai 
passando, e che s' incontravano assai spesso, erano quelli della Glo- 
riosa superba. 

Si cambiano quasi ogni ora i piccoli e vivacissimi cavalli, che si la- 
sciano da prima attaccare senza difficoltà, ma che poi al momento della 
partenza, si slanciano via come demonj scatenati. Ciò è sempre pre- 
veduto, e quattro o cinque Singalesi sono pronti a frenare le viziose 
bestie. Ai più ribelli uno degli attendenti comincia dal far carezze, nel 
tempo stesso che un secondo avvolge intorno al muso ed alle orecchie 
una cordicella, che può essere stretta più o meno a volontà, attorti- 
gliandola in giro ad un bastone; un terzo passa una corda intorno 
alle gambe, per impedire di tirar calci, mentre un quarto tiene forte 
in mano la coda. Così imprigionate le bestie, è un caso se, quando 
vengono lasciate libere e sono tolti i freni, non rompono qualche 
cosa. Ma anche a qxiesto si è preparati, e non mai mancano finimenti 
di ricambio. La scena descritta si rinnuova quasi ad ogni posta. 

Si traghettano varj fiumi sopra ponti di legno. Passammo però 
la Gianduia in barca, avendo una piena scomposto, ed in parte por- 
tato via, i pontoni che ne collegavano le due sponde. Le sue acque 
però adesso scorrevano placide tramezzo a due muraglie di verdura-, 
formate da folti macchioni. 

A Bentotte, stazione di posta, ci vien concessa una fermata di 
una ventina di minuti per la colazione in un piccolo restaurant, 
dove l'appetito potè farci sembrar sopportabile la cucina abbomine- 
vole. A stomaco sazio, potei anche aver la grandezza d'animo di 
scrivere sul libro dei reclami di aver trovato tutto eccellente. 

Kaltura e poi Pantura sono i prossimi centri popolati pei quali 
si passa ; ma anche qui è difficile dire dove comincia un villaggio 
e l'altro finisce, non rimanendo mai interrotta la serie delle case e 
dei bazar. 

Al di là di Pantura s'incontrano alcune piantagioni di cinnamomo, 
l'albero che produce la cannella: le piante sono tenute a basso cesi lu- 
glio, come a bosco ceduo, per ottenere germogli lunghi e rigogliosi. 

Gli Olandesi che sono stati, ed in parte sono ancora, i più feroci 
monopolisti del mondo, ricavavano una volta un enorme profitto 
da questa droga di privativa del governo. Essi erano talmente de- 
spoti, che non solo era proibito di vendere e di esportare un sol 
pezzo di cannella, ma nemmeno era permesso, sotto pena di morte, 
di distruggerne o danneggiarne una pianta. 










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12 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

Anche le noci di areca, così abbondanti nell'isola, sono state ai tempi 
della dominazione olandese oggetto di monopolio molto lucrativo. 

Arriviamo in vista delle mura di Colombo alle 4 poni.; ed io mi 
faccio depositare al «Galle face Hotel», situato a circa mezzo mi- 
glio fuori della porta principale della città. 

L' albergo era pieno, ina fortuna volle che uno dei miei compagni 
di viaggio sin da Southampton, giunto a Colombo due giorni prima 
di me, partisse la sera stessa per Kandy, e mi lasciasse libera una 
camera. Essendo sabato, e volendo fare qualche piccolo acquisto, 
pensando che la domenica tutte le botteghe sarebbero state chiuse, 
andai la sera stessa a Colombo, ma trovai che il riposo domenicale 
era di già cominciato. Fissai però il mio posto nella diligenza, pronta 
a partire la sera del giorno veniente per Kandy. 

La città di Colombo rimane sul mare in prossimità del fiume 
Kalany-ganga, ed è circondata da acque stagnanti. 

Il forte di Colombo venne costruito dai Portoghesi nel 1512, ed 
è la sola parte della città che sia abitata da Europei, ma in quel- 
l'ora era quasi deserto. Quivi, sin da quando nel 179G agli Olan- 
desi subentrarono gli Inglesi nel dominio del Ceylan, questi hanno 
sempre tenuto una guarnigione. Il porto, vòlto a settentrione e 
chiuso solo a ponente dal forte, era allora poco frequentato, es- 
sendo mal sicuro ed aperto ai venti dominanti. I grandi lavori che 
in seguito lo hanno reso praticabile in tutti i tempi, non erano an- 
cora principiati. 

La « Galle face » è una gran prateria o spianata, che si estende 
a mezzogiorno del forte, ed è propriamente il passeggio pubblico 
di Colombo. Vi sono prossimi alcuni grandi stagni, dove vidi gal- 
leggiare in abbondanza la Pistia StraUotes, e negli spazj da questa 
lasciati liberi, sorgere il bel fogliame glauco ed i grandi fiori rosei 
del loto (Nélivnibium speciosum), la pianta sacra ed emblematica degli 
Indù. A pochi passi dall'albergo si estende la spiaggia del mare, 
che mi riportava col pensiero alle rive del Mediterraneo. Soltanto 
i pini erano rimpiazzati dalle casuarine ; ma le gramigne ed i ci- 
peri che vi crescevano all'ombra, con la Lippia repens ed altre pian- 
ticelle a tipo europeo, avrebbero reso possibile il confronto, se le 
palme cocco non fossero state lì a togliere ogni illusione. La 
flora «Ielle rive del mare presenta in tutto il mondo una grande 
analogia ; o ciò che vale lo stesso, la flora litorale è sempre molto, 
ma molto, più uniforme della flora delle regioni più interne. E delle 
flore littoranee, quella che più si rassomiglia ovunque, è quella delle 
spiaggie arenose. 



CAPITOLO I 13 

Di Colombo ricordo ancora gli innumerevoli corvi ; e di Galle 
face Hotel saranno incancellabili dalla memoria gli eccellenti mango 
che vi mangiai per la prima volta, per quanto si dica che i mango di 
Ceylan siano inferiori a quelli di Bombay. 

La sera presi posto nella piccola ed incomoda vettura che mi do- 
veva condurre a Kandy, eguale in tutto e per tutto a quella colla 
quale avevo viaggiato sino a Colombo. 

Per compagni salirono meco un Inglese interessato in una pian- 
tagione di caffè a Kandy, ed una giovane Tamil, assai avvenente, 
colla quale l' Inglese, che conosceva la sua lingua, non sdegnava di 
fare il galante. 

La ragazza aveva i tratti assai regolari, ma era di carnagione 
molto scura. Portava i capelli colla divisa nel mezzo ed annodati 
di dietro, come si usa comunemente anche da noi. Per ornamenti 
possedeva dei grossi monili d' argento ai polsi, degli orecchini, e varj 
anelli d' oro infilati e pendenti dalle narici ; aveva i piedi scalzi, ma 
le dita erano ornate di anelli. Il vestito consisteva principalmente 
in un largo pezzo di stoffa leggiera, portato a traverso il seno e 
come a tracolla, e che nel mentre lasciava a nudo ambedue le brac- 
cia, avvolgeva la vita, e ricadeva poi sino ai piedi. Era un costume 
che non mancava d'eleganza, e che al tempo stesso non nascon- 
deva troppo le forme, per lo più assai piacenti delle donne Tamil, 
almeno nella prima gioventù. 

La strada da principio attraversa luoghi bassi e paludosi, ed una 
pianura, clic al novizio può sembrare quasi selvatica o con poche 
traccie «li cultura, mentre tutta la vegetazione arborea, che vi cresce 
rigogliosa, appartiene ad essenze utili e fruttifere. Il paese è anzi 
popolato assai; ma la gente abita in capanne mezzo nascoste dal 
fogliame delle muse, delle palme e di alberi domestici svariatissimi. 

Su per le colline il paesaggio prende un aspetto anche più eso- 
tico, ed intorno alle capanne si cominciano a trovare gli arbusti 
del caffè e numerose altre piante, fra le quali, quelle che più col- 
piscono il viaggiatore europeo sono: la Lagerstiro&nvia Reginae (co- 
perta di annuii fiori rosa), il « kitul » (Caryota urens) per il gran- 
dioso fogliame (così diverso da quello delle altre palme), i bambù 
per gli immensi ciuffi 'li verdura piumosa, ed inline le elegantissime 
areche. Tutto ciò forma delle masse di vegetazione variate, ed arnio- 
Diche nei tempo stesso, ed attraenti quanto quelle di un amenis- 
-iinn giardino, piantato con la più fine arte da un abile architetto. 

La strada da Colombo a Kandy, con uno svi lupi io di circa 80 miglia 
inglesi, era la più importante di Ceylan, prima che vi fosse costruita 



14 NELLE FORESTE DI BOKXEO 

la ferrovia. Per essa passava quasi tutto il caffè ed il riso prodotto 
nella parte centrale e più elevata dell' isola. Il trasporto si fa- 
ceva con un numero stragrande di carrette a due ruote (ho sentito 
dire 20,000), coperte da una specie di tetto di stoia di foglie di 
cocco, e tirate da un paio di quei piccoli e infaticabili bovi di colore 
scuro, tanto caratteristici per la gobba cbe sporge sid groppone, e che 
rammenta per la forma un berretto frigio. 

Delle bellezze della strada ne perdiamo però la maggior parte, 
perchè la notte incalza, e quasi ad un tratto il fogliame delle piante, 
vagamente colorato dai raggi porporini di un bel tramonto, assume 
una tinta tetra, per la brevità del crepuscolo, bell'oscurità della 
notte, anche gli oggetti più comuni assumono ai miei occhi un 
aspetto misterioso, potendo sospettare in essi qualcosa di scono- 
sciuto. A brevissimi intervalli appariscono grandi macchie splendenti 
di una luce argentina, che staccano fantasticamente sul nero fondo 
delle montagne, attraverso l'aria cupa delle valli lontane. Si sareb- 
bero dette nebulose della foresta. La luce era prodotta da miriadi 
di piccole lucciole, riunite intorno alle fronde di alcuni alberi, e 
soprattutto delle areche. 

Colla stessa rapidità che imbrunisce si fa giorno nelle vicinanze di 
Kandy. I piccoli cavalli che si accorgono di esser giunti alla mèta, 
trottano di buona voglia per un gran viale, ombreggiato da bellissimi 
alberi, e di già pieno di vita e di animazione, per non fermarsi che alla 
porta dell'albergo. Questo era di assai modesta apparenza, ma se- 
ducente per le sue mura bianche e per l' ombra fresca degli alberi, 
soprattutto mango., che lo riparavano dai cocenti raggi del sole tro- 
picale '). 

Prima anche di fare un giro per le vie adiacenti all'albergo, e 
dare uno sguardo alle curiosità della capitale del Ceylan, ho voluto 
portare al dottor Thwaites, il direttore del giardiuo botanico, le 
piante affidatemi a Kew, e che erano giunte tutte in ottimo stato. 



') A Kandy la temperatura media annuale dell'aria è calcolata a + 25 gr. eeut., mentre 
al sole il terni, sale a -f- 58 cent, nei mesi più caldi (aprile e maggio), ed a -4- 47-48 
nel dicembre, essendo questo il mese più fresco. La differenza fra la temperatura del- 
l'aria allo scoperto, e quella sotto l'ombra delle piante, dipende da più di una causa, fra 
le quali la principalissima, come ben si capisce, è il fitto fogliame degli alberi, col quale 
viene impedito ai raggi solari il riscaldamento del terreno, per giunta sempre rivestito 
esso pure da erbe od arbusti. Ma alla minor temperatura dell' aria in un bosco vi deve 
influire, in grado assai sensibile, anche la natura del fogliame di cui gli alberi stessi 
sono rivestiti. Questi intatti si possono distinguere in quelli ad ombra calda, ed in quelli 
ad ombra fresca, secondo il maggiore o minore potere di traspirazione delle foglie che 



CAPITOLO I 15 

Da Kandy a Paradenya, dove si trova il giardino, vi sono circa 
quattro miglia. Il giardino rimane da un lato del gran viale di già 
percorso poco prima in vettura. L' ingresso principale è chiuso da 
un 1 elegante cancellata in ferro, al di là della quale attrae subito 
T attenzione un maestoso gruppo di palme, rimarchevoli per la bel- 
lezza degli esemplari e la rarità delle specie. Fra le altre, in quel 
momento, primeggiava per le dimensioni, il « talipot » degli Indiani, 
« talla gass » dei Singalesi (Coryplui iimlrracuUfera), una palma in- 
digena del Ceylan, che produce un ciuffo di immense foglie in forma 
di ventaglio, ognuna delle quali misura sino quattro metri di dia- 
metro. Con le divisioni o lacinie di queste foglie si confezionano le 
lamine papiracee, lunghe circa 30 centimetri e larghe quattro dita, 
sulle quali i dotti Singalesi scrivono con un puntarolo d'acciaio. Un 
libro loro si compone di varie di queste striscie riunite insieme e 
tenute costrette fra due assicelle. 

Il giardino di Paradenya è quasi al medesimo livello di Kandy, 
e si estende soxna un terreno assai ondulato, che molto contribuisce 
all'aspetto pittoresco dell'insieme. Da un lato è lambito dal Maha- 
Avelli-ganga, il fiume che percorre la vallata di Kandy, ed è cir- 
condato da colline dai 300 ai 1000 metri più elevate del suo 
letto. Il giardino è tenuto a guisa di parco, ed unisce ad una im- 
portanza grande come stabilimento scientifico, un' attrattiva non 
comune anche come luogo di diporto. Qui indiasi scorge di quella 
reugimentazioue in file regolari delle varie specie di un genere, o 
riunione dei generi di una famiglia, che rende tanto antipatica ai 
miei occhi la gran maggioranza dei giardini botanici. Qui le piante 
sono distribuite in una maniera artistica e nel tempo stesso natu- 
rale, e dove 1' occhio può meglio farle apprezzare, ora in gruppi, 
ora isolate nei prati, ora all'ombra degli alberi, secondo l'esposi- 
zione ed il terreno che loro si confà. 

Di già all' ingresso avevo notato alcuni grandi e belli alberi con 



portano, Quanto jiiii una pianta traspira, e tanto più la sua ombra sarà fresca, per l' ab- 
baesamento ili temperatura indotto dall'evaporazione. Nelle, alture di Ceylan, col suolo 
pregno «li umidita e la temperatura elevata dell' atmosfera, il potere assorbente delle ra- 
dici deve essere enorme, •■ la traspirazione <li necessità proporzionale ad issa, sebbene mo- 
derata dalla grande quantità ili vapore acqueo diffuso nell' aria. Non vie davvero peri- 
colo Che il -nulo a Kainh sia inai riarso e elie inanelli di timidità. Vi piove l>e.l' enea 

200 giorni all'anno, ei.n una precipitazione acquosa, in media, ili 2 metri e. 159 millimetri. 
si può dire che non \i sia distinzione Ira la stagi ■ asciutta e quella delle pioggie, ca- 
dendo queste quasi uniformemente tutto I': o, sebbene i mesi più piovosi siane il 

giugno, l'ottobre ed il novembre. 



16 NELLE FORESTE DI BOENEO 

largo fogliame, assai differenti dagli usuali. Erano artocarpi, di cui 
Thwaites era assai orgoglioso, perchè appartenenti ad una specie 
che egli aveva per il primo scoperta e descritta (Artocarptis itobi/is) e 
clie era particolare all'isola; ma più di tutto si fanno ammirare quivi 
degli individui veramente sorprendenti di Ficus clastica. Un intiero 
viale è fiancheggiato da quest'albero; ma adesso le radici delle 
piante di un lato si sono talmente intrecciate con quelle dell' altra 
parte, da renderlo impraticabile. L' estensione della fronda di questa 
pianta è di per se stessa portentosa, e di già singolari sono le ra- 
dici, che nate dai rami scendono giù ad impiantarsi nel terreno, per 
diventare poi altrettanti tronchi minori e sussidiari; ma assoluta- 
mente originale è tutto il sistema di radici al pari del terreno e 
che serve a controbilanciare lo sviluppo della parte aerea. Difatti 
dalla base dei tronchi principali assai tozzi, irregolari e non molto 
alti, irradiano per vari metri all' ingiro (serpeggiando con curve as- 
sai sentite) grosse e numerose radici, tanto più rilevate e sporgenti 
dal suolo, quanto più sono prossime al pedano. 

Tali radici non sono a sezione circolare, ma compresse, quasi la- 
minari; toccano perciò il terreno per una delle loro facci e più strette 
e si estendono tortuosamente per metri e metri, sempre gradatamente 
diminuendo di grossezza, accavallandosi ed incrociandosi l' una con 
l'altra, esattamente come un gruppo d'immani serpenti. Solo le estre- 
mità capillari penetrano nei primi strati del suolo. 

Non credo sia ancora bene studiato a quali bisogni fisiologici e biolo- 
gici della pianta corrisponda una tale conformazione di radice, che a 
me però parrebbe possa dipendere dall'adattamento aliai vita teiTe- 
stre di una pianta originariamente epifita. Infatti il Ficus clastica è una 
pianta che si adatta a vivere in varie situazioni, ma che cerca sempre 
di trarre il suo nutrimento dall'humus superficiale, senza essere co- 
stretta di approfondare le sue radici nel sottosuolo della foresta. 

ThAvaites non permise che io rimanessi all' albergo, e volle ad 
ogni costo che approfittassi della sua ospitalità. Egli era uno degli 
uomini più semplici ed amabili che io abbia mai conosciuto: di ca- 
rattere mitissimo, accoppiava ad una grande modestia una profonda 
dottrina: era poi insuperabile nella conoscenza della flora della sua 
patria di adozione. 

Desiderando io di poter godere un poco più delle bellezze natu- 
rali del paese, Tlnvaites mi propose di fare l' ascensione del Petro- 
tallagalla, il punto più elevato dell'isola, dove avrei trovato ancora 
dei grandi tratti di foresta primitiva, che mancava assolutamente 
nelle vicinanze di Kandy. 



CAPITOLO I 17 

Il mio gentile ospite sistemò ogni cosa per la gita, e mise a mia 
disposizione uno dei suoi giardinieri indigeni, più pratici della lo- 
calità, ed abituato a raccogliere piante. Questa mia guida, unita- 
mente ad alcuni « coolis » (che così si chiamano in tutta l' India i por- 
tatori) partirono la sera stessa per Xewera Ellia con il mio bagaglio, 
consistente per la massima parte in una abbondante provvista di 
carta sugante, rinchiusa in cassette di latta, che i coolis caricarono 
sulla loro testa. 

La mattina veniente (11 maggio) presi posto in una delle solite 
diligenze addette al servizio postale con l' interno, e colle quali 
avevo oramai una discreta esperienza. 

La strada sale assai, ma quasi tutto il paese che posso scorgere 
in giro dalla vettura è stato diboscato. Colline intiere sono adesso 
coperte di piante di caffè, di cui la cultura ha preso una estensione 
enorme, ma che è adesso grandemente minacciata da un parassita, 
il quale ne compromette il raccolto ! ). 

La cultura del caffè in Ceylan sembra sia antichissima, e si crede 
vi sia stata introdotta dagli Arabi. 

Sulle colline nei luoghi diboscati, dove il terreno è stato anche 
per poco abbandonato a se stesso, vi ha preso piede una pianta di 
origine americana, la Latitanti mixta. Essa è adesso diventata una 
delle piante più comuni, ed è una vera peste per la rapidità della 
sua diffusione, ed il modo come invade ogni terreno, rimasto anche 
per poco tempo allo scoperto. Gli uccelli sono la causa della grande 
diffusione di questa pianta, della quale mangiano assai volentieri le 
piccole bacche bluastre, che produce in gran numero. I suoi fiori 
hanno la particolarità di cangiare colore secondo l'età, essendo da 
principio gialli e voltando poi al rosso. Sarebbero di assai bello 
effetto, se la troppa frequenza non li rendesse uggiosi. 

Soltanto mi burroni rimangono ancora traccie della primitiva 
foresta, in uno di essi scorgo gii avanzi di un immenso Ficus, di 
quelli clic nati prima fra i detriti accumulati sopra i rami di un 
grande albero, co] tempo se ne impossessano, ed in seguito for- 
mano con questo un so] corpo. La pianta epifita, dalla sua alta 
sede emette lunghe radici, !<■ quali discendono sino ai suolo, av- 
volgono da ogni parte la pianta invasa, e la strozzano quasi fra le 
Loro maghe. 



In icgnito la HemiUja vustatrix, piccolo fungo parassita che si sviluppa Bulle foglie, 
ha talmente danneggiato li- piantagioni ili caffè nel Ceylan, che si e trovato piti pro- 
fittevole sostituirvi la cnltnra del thè. 

a — BlCCABt, ■ 



18 STELLE FORESTE DI BOKNEO 

Si percorre la strada quasi sempre al galoppo, cambiando spesso 
i cavalli. Non so se adesso esista in Ceylan una Società protettrice 
degli animali; allora ve ne sarebbe stato proprio bisogno. Raramente 
ho visto bestie così miserabili e così maltrattate, come lungo questa 
via. Dalla fatica e dalle bastonate, un cavallo attaccato al nostro 
legno cadde in terra, per non rizzarsi più. 

Facciamo colazione ad uno dei soliti piccoli alberghi, distribuiti 
lungo lo stradale per comodo del servizio di posta. Il sistema di 
approfittare dei viaggiatori è in uso anche qui, come in tutto il 
mondo, e ci servono della perfida acqua, per costringerci a bere 
della ancor più perfida birra. 

A tratti la strada serpeggia in amene vallate pianeggianti, dove 
i campi di riso si alternano con piccoli stagni, animati da branchi 
di bufali che vi sguazzano dentro. È una cosa curiosa vedere questi 
neri animaloni immersi nell' acqua o nel pantano, colla sola testa 
fuori ed il muso all' aria, come per fiutare il vento. Hanno delle 
immense corna divaricate e sfuggenti, che per la posizione in cui 
tengono la testa, vengono quasi a toccare la schiena. Se il groppone 
rimane anche di qualche centimetro fuori dell'acqua, è certo che vi 
sta sopra posata una brigata di corvi, di cui affatto si preoccupano 
le apatiche bestie. Ogni volta che se ne offriva fi destro, approfit- 
tavo delle brevi fermate per acciuffare qualche fiore o carpire in- 
setti. Ad una delle stazioni di posta, mentre si cambiavano i ca- 
valli, riuscii ad impadronirmi di una graziosissima serpe. Era una 
Passerita (dal corpo snello e sottilissimo, con testa stretta e pro- 
lungata molto in un muso affilato) che abita sui cespugli o sugli 
alberi, dove si scorge solo quando si muove, tanto il colore verde 
delicato della sua pelle, si confonde con quello del fogliame. 

Verso l' imbrunire abbiamo raggiunto Eambode, stazione di posta 
con albergo, dove mi conveniva passare la notte, e dove ho trovato 
di già riuniti la mia guida ed i coolis con il bagaglio. 

Finché vi è stato un resto di giorno, sono andato in giro arram- 
picandomi sui dirupi che sorgono a ridosso dell'albergo, e vagando 
nel resto di foresta primitiva che ancora vi rimaneva. 

Eambode rimane ad oltre 1000 metri di altezza sul livello del 
mare, ed è una stazione grandemente apprezzata dagli Europei per 
il suo clima delizioso, per l'amenità del paesaggio, e per l'abbon- 
danza d'acqua, che da ogni parte cade dai dirupi di gneis in pit- 
toresche cascate. 

Prima assai di giorno, la mattina veniente (12), colla mia gente 
mi incamminai a piedi verso l' altipiano di Newera Ellia. La strada 



CAPITOLO I 19 

sale adesso molto rapidamente, ed attraversa boscaglie per la più 
gran parte non toccate ancora dall' accetta del piantatore. La foresta 
offrirà quivi tanti oggetti nuovi per me, che non sarei mai arrivato 
alla mèta, se tutto ciò che m'interessava avessi voluto esaminare 
e raccogliere. 

Per la prima volta in mia vita incontrai nelle loro selve native 
un branco eli scimmie, che saltavano da un ramo all' altro e s' inse- 
guivano da pianta a pianta, facendo sgambetti e capriole. Erano 
tutte nere con la coda lunga, buffe anzi che no, per la barba che, 
in modo assai comico, ne incorniciava il piccolo muso nero. Appar- 
tenevano al genere Presbytis; suppongo anzi che la specie da me 
vista fosse precisamente quella, che i naturalisti hanno distinta col 
nome di ursinus. A Point de Galle avevamo acquistato un'altra 
specie di Presbytis (P. cephalopterus) che tenemmo viva per vario 
tempo. Queste scimmie in Ceylan sono chiamate « vanderù » e di 
esse se ne conoscono almeno altre due specie, oltre quelle rammen- 
tare. Ad ogni occasione favorevole abbandonavo la via battuta per 
la foresta, per godere dell' emozione di qualche nuova e gradita 
sorpresa. Fra gli altri animali curiosi riescii ad impadronirmi di 
alcuni individui della Ceratophora Stoddartii, una singolarissima lu- 
certola, provvista di un'appendice conica, lunga circa un centimetro, 
dritta sull'estremità del muso, come il corno sul naso del rinoce- 
ronte. 

Per grandi tratti l'ostacolo maggiore a passeggiare in questi bo- 
schi era tma balsamina {ImpaUens glcmdulifera) alta come un uomo. 
Numerose sono le specie di Invpatiens in Ceylan, ma questa per 
il suo straordinario sviluppo, per l'aspetto fruticoso, per gli steli 
quasi legnosi ed i cespugli densi ed intricati che formano, si allon- 
tana molto dal tipo usuale. Giunti quasi in cima della salita, in- 
contriamo dei coolis die trasportavano un magnifico cervo (Cervus 
A risii, iil'is) ucciso nella mattinata da una comitiva- di cacciatori 
europei. La ripida salita cessa (piasi all'improvviso, e con questa 
cessa anche la foresta, nel mentre che la strada si apre ad un 
tratto sopra un bello altipiano, che attraversiamo nel suo mezzo. 
La vegetazione cambia quivi completamente lisonomia e cessano 
uneiie i grandi alberi. Il terreno umidiccio e quasi paludoso, è 
ci, petto da borraccine, ciperi, gramigne ed altre erbe a fogliame 
minuto, che nell'insieme t'ormano una vaghissima prateria di un 
verde smagliante. Sopra a questa specie di tappeto vellutato, 
Borgono, quasi fossero artificiosi nte piantati, gruppi «li arbu- 
sti; ma fra tutti primeggia il Tthododendron a/rboreum, curici» 



20 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

adesso di grandi mazzi di fiori scarlatti, di un effetto meravi- 
glioso 1 ). 

Attraversando la prateria i nostri passi sono diretti verso un basso 
fabbricato, circondato da un bel gruppo di piante di acacia, dal fo- 
gliame insolito, e cariche adesso di grandi ciocche di fiori gialli, tanto 
da farmi credere di esser io stato trasportato ad un tratto su qualche 



') L'aspetto quasi vellutato delle praterie di Newera Ellia, si deve più che altro alla 
Isolepis fluìlans, ma vi contribuiscono assai anche alcune graminacee, come la Coelachne 
l>erpnsitta e la Isachne australis, insieme a svariate specie di Cyperus, Fvmbristylis, Carex, 
Jwncus, ecc. 

In queste praterie s' incontrano molte piante erbacee rappresentate dai generi nostrali : 
Hypericum, Polygontim, Eanuneulus, Eriocaulon, Thalictrum, Scutellaria. Senecio, Syàrocho- 

tyle, Wàìileiìbergia, Utricularia, Viola, Poh/gala, Im- 
patiéns, oltre a varj altri extraeuropei. È una abi- 
tudine molto comune , parlando di distribuzione 
geografica delle piante, di alludere a generi europei 
che si trovano anche in Asia; mentre nel maggior 
numero dei casi è precisamente 1' oj)posto. E quanto 
più si studia la derivazione della flora europea, tanto 
più diventa evidente, che moltissime delle nostre 
forme vegetali hanno i loro più prossimi parenti nel- 
l'Asia centrale, se non sono assolutamente identiche 
a quelle che quivi crescono. 

Fra le piccole pianticelle che strada facendo rac- 
colsi in questi prati semipalustri, la Drosera lunata, 
appartenente ad un genere del quale si trovano rap- 
presentanti anche da noi, era senza dubbio una delle 
più curiose ed interessanti. È dessa ima pianta car- 
nivora, anzi ima di quelle dove si può meglio os- 
servare il fenomeno di una pianta che fa preda di 
piccoli animali ed alla lettera li digerisce. Al mo- 
mento che feci la. mia provvista di D. lunata, non 
prestai attenzione alla particolarità, che è stata tanto 
bene illustrata da Darwin in altre specie del medesimo genere ; ma adesso riguardando nel 
mio erbario quelle pianticelle raccolte a Newera Ellia tanti anni addietro, ho osservato che 
molte delle loro foglie rinserravano tutt'ora chiusi, come in tante manine polidattili, 
alcuni moscerini ed anche qualche piccolo ragno. Il nome di manine si conviene assai 
alle foglie di Drosera lunata, perchè esse hanno la forma di mezza lima (da cui il nome 
specifico), ma sul contorno portano certi lunghi cigli in forma di tentacoli, terminati da 
una glandola viscosa, che appunto rappresentano le dita (fig. 3). Se un moscerino, un 
ragno od altro insetto, viene a posarsi sopra una foglia, rimane prima impaniato dalle 
numerose glandole di cui è tutta cospersa ; ma tosto i tentacoli marginali si ripiegano 
sopra di lui, lo rinchiudono come nel pugno ili una mano, ne impediscono la fuga e lo 
divorano ; o piuttosto lo digeriscono, perche le glandole dei tentacoli funzionano proprio 
come lo stomaco di uh animale, e, per effetto del fermento pettonico che quelle secretono, 
riescono a disciogliere 1' albumina dell' animale rimasto prigioniero. 




Pig. 3 - Foglia di Drosera lunata (ingr. 5 
volte) nel momento che un ragno si è 
posato sopra ed i peli glandnlosi si ri- 
piegano addosso per digerirlo. 



CAPITOLO I 21 

montagna del continente australiano, mentre avevamo invece rag- 
giunto l' albergo di Hewera Ellia, nel bel mezzo del Ceylan, e nel 
quale gli Europei vengono a trovare un sicuro ristoro dagli effetti 
del clima debilitante e malsano delle basse regioni dell'isola. 

Un bagno ed ima colazione migliore di quella che mi sarei aspet- 
tata in quel luogo, restaurarono subito le mie forze, messe a dura 
prova durante lunghe ore di marcia, sotto la cocente sferza del sole, 
resa invero meno penosa dall'aria vivificante della montagna. 

Avrei dovuto per prima cosa recarmi a visitare le piantagioni di 
Oinclìxma, che si trovavano a poca distanza dall'albergo, e recapi- 
tare così una lettera che Thwaites mi aveva consegnato per il diret- 
tore; ma non seppi invece resistere alla tentazione di internarmi 
subito nella selva, che cuopriva la vicina montagna, alle spalle del- 
l' albergo. Nella mia ricognizione botanica non sospettavo però, così 
a due passi dall' abitato, un' avventura eh caccia. 

Ero penetrato dentro una folta macchia, e mezzo carponi cercavo 
qualcuna di quelle pianticelle, tanto apprezzate dai botanici, che 
vegetano neh" humus prodotto dal detrito delle foglie morte. Io spe- 
ravo di poter trovar qui V Anacctochylus regalis, la piccola orchidea 
tanto ammirata nelle nostre serre, ed anche dai Singalesi, che le hanno 
dato il nome di « wanna ragià » ossia di « re dei boschi » per l'in- 
comparabile bellezza delle sue foglie vellutate, quasi metalliche e 
reticolate d'oro. Avevo di già avuto la fortuna di trovare non 
YAnaectochylus, ma un'altra di coteste piante limicole, ed ero ancora 
tutto intento in questa ricerca, quand' ecco sbuca fuori grugnendo 
un grosso cinghiale, che io ero andato precisamente a scovare dal 
suo nascondiglio. Fu questo l'unico grosso animale che incontrassi 
durante il mio soggiorno al Ceylan. 

L3 maggio. — Non aspetto che sia giorno per mettermi in marcia, 
con la guida ed i coolis, su per la montagna, seguendo un indistinto 
sentiero. La guida aveva accompagnato più volte Tlnvaites sulla 
vetta ilei Petrotallagalla, di cui del resto l'ascensione è facilissima. 
L;i vegetazione è pei' la più grande parte arborea, ma gli alberinoli 
sono mollo grandi e non hanno un tronco molto alto. Fra questi la 
mia guida m'indica quello della cannella selvatica (Cinnmiomum sey- 
lanicum vax. ovalifolium) che da Thwaites è ritenuto come una sem- 
plice forma di quello del commercio; ma la sua scorza essendo di 
qualità molto inferiore e poco aromatica, non vien raccolta se non 
pei' mescolarla fraudolentemente alla vera. 

La maggioranza «lenii alberi non portava allora fiori, o se li 
aveva, erano insignificanti e di colori molto modesti. Faceva ec- 



22 NELLE JFOBESTE DI BOKXEO 

cezione onorevolissima la Gordmvia seytaìvwa, coperta di grandi co- 
rolle bianche, simili alquanto a quelle di una camelia scempia '). 

Gradatamente raccogliendo piante, senza incidenti, si raggiunse 
la cima. La temperatura era piacevolissima, ma dove l'ombra era 
più rada, ed il sole per qualche tratto rimaneva scoperto, si sentiva 
di essere sotto il tropico. Dalla cima che si solleva a 2438 metri sul 
livello del mare, la vista spazia sopra uno splendido panorama, di 
cui però si intravede più l'estensione, di quello che realmente si 
riesca a distinguere, inquantochè nuvole passanti e nebbie locali, 
lo velano in parte, o lo rendono indistinto. La mia guida mi mostra 
nella direzione di S. O. il Picco di Adamo, che si solleva tramezzo 
a foltissime boscaglie, nelle quali vagano ancora branchi di elefanti. 
La sua vetta acuminata e solitaria si scorge a grande distanza an- 
che dal mare, ed è un sicuro segnale di ricognizione per i marinai; 
è però di circa 300 metri più bassa di quella del Petrotallagalla, il 
quale è proprio il punto culminante dell'isola. 

Il Picco di Adamo è una montagna sacra per i Singalesi, i quali, 
a forza di fede e di buona volontà, riescono a vedere sulla sua vetta 
l'orme del piede di Budda, precisamente come certi montanari to- 
scani scorgono le « zampate di Orlando » in alcune accidentalità e 
piccole depressioni del terreno, su varie delle nostre cime. Questa 
coincidenza nella fede in fantastici giganti, che hanno lasciato le 
traccie dei loro enormi passi, scavalcando da una montagna all'altra, 
sono forse avanzi di antiche tradizioni, trasmesse dai Fenicj ai pri- 
mitivi colonizzatori dell'Italia, che per la via della Grecia, hanno 
portato da noi, con le leggende, anche la civiltà dell'India. 

Sulla cima del Petrotallagalla l'umidità dell'atmosfera deve esser 
grandissima, perchè gli alberi, ridotti assai di dimensione, molto con- 
torti ed a foglie piccole e coriacee, sono fasciati da morbide e dense 
pelliccie di borraccina e di epatiche, tramezzo alle quali crescono 
perfino piante palustri, la Drosera Burmannii tra le altre. Mi fece 
anche piacere di trovare, proprio sulla vetta, un rappresentante di 
imo dei nostri generi più spiccatamente alpini, la Gentiana pcdiccUata. 

Sulla sommità delle montagne, nei tropici, la borraccina serve di 
substrato a piante quasi acquatiche, rimanendo sempre fresca ed im- 
bevuta d'umidità, per la considerevole quantità di vapore acqueo 
diffuso nell' aria. 



') Le altre piante raccolte nella foresta della montagna appartenevano ai generi: Iìex, 
Olea, Rhoflomi/rtus, Evoni/inns, Eroìlin, Myrsine. JKhamnus, Aetinodapline, Tetrailtliera, Syzy- 
gium, Meliosma, Elaeocarims, Symplocos, Iìuhus, Lasiantlius, Gìoclnàium, ToMalia, ecc.. tutte 
più. o meno legnose. 



CAPITOLO I 23 

Avendo notato che eli epatiche vi era una grande varietà, ne rac- 
colsi in massa dei cluni in qua ed in là, senza far troppa attenzione 
a quel che prendevo, assicurandomi così, con poca fatica e poco per- 
ditempo, un buon numero di specie interessanti di queste umili pian- 
ticelle '). 

Nella discesa ho seguito un sentiero differente da quello che mi 
condusse alla vetta. Era di già quasi buio quando giunsi all'albergo. 
Ognuno dei miei uomini portava sulla testa un grosso fastello di 
esemplari, di cui la preparazione fra la carta richiese una buona 
parte del giorno veniente. Il tempo che mi avanzò l'occupai nel 
perlustrare il piano di ]Newera Ellia 2 ). 

15 maggio. — Esaurita la provvista di carta, ed anche costretto 
a ricordarmi che il dì 20 avrei dovuto imbarcarmi a Galle per Sin- 
gapore, abbandonai a malincuore il verdeggiante piano di ISTewera 



x ) Fra le piante più notevoli della sommità merita che io ricordi il Vaccinimi Lescìie- 
naultii var. zeylanicum, Hook., che raggiunge dimensioni arboree ed è molto ornamen- 
tale, caricandosi di numerosi grappolini di assai grandi fiori rosei. Per la bellezza dei 
fiori portavano il primato due melastomacee, che ni' interessarono assai, anche perchè 
appartenenti ad una famiglia extraeuropea, con la quale cominciavo adesso a far co- 
noscenza. Le piante cui accenno sono la Osbeclcia rubicwnda e la 0. buxifolia ; questa 
seconda distinta dalle congeneri, non solo per le sue grandi corolle cerulee, ma anche 
per la struttura generale delle foglie, e per il feltro da cui è ricoperta ogni sua parte, 
ma più che altro il calice. 

Però rigaardo alle piante fiorenti rimasi non poco deluso, non avendo incontrato al- 
cuna di quelle forme tropicali che più mi avrebbero interessato, come palme, orchidee 
epifite, pandanacee ed aroidee dal gran fogliame, forme tutte che nel Ceylan sembrano 
confinate in regioni più basse. Veramente di orchidee epifite il Ceylan ne possiede oltre 
un centinaio, ma quelle che producono fiori vistosi, e che hanno trovato favore fra gli 
orticultori, non arrivano ad una diecina e sono le seguenti : Deìidrobium , Macraci '■; D. au- 
ii a in pullUìum ; 1). Macartliiae ; Ipsea speciosa ; Phajus Wallichii; Bhynchostylis refusa. Per 
mia parte ili orchidee epifite non incontrai che due piccolissime Bpecie: l'Evia baccalà 
e il Cirrhopetalum Wìghtii. A Newera Ellia trovai la Calanthe veratri/olia, ma è questa 
on' orchidea terrestre ed a fiori non molto grandi. 

2 l Raccolsi quivi saggi di ali-uni belli arbusti: fra gli altri della Pavetta indica, della 
/'. ini olm min .• della Qrumilea nudiflora, tutti e tre appartenenti alla famiglia delle ru- 
biacee, rappresentata inoltre da vaile specie del genere Unli/nlis, per lo più insignificanti 
ed erbacee, ma alcune rimarchevoli per il fogliarne (II. verticillaris ed H. Lcssertiana). 
Troppo lungo sarebbe citare tutte le piante raccolte nel piano di Newera Ellia, raminen- 
olo fra le piii notevoli, la Tmpatiens fl'allceri con vislosi limi scarlatti, il Coleus in- 
flatus, la /.ululili ij-ii7.il/. il Piper arcuatimi, hi Torenia asiatica, un Asparagus, din- Osbeclcia, il 
rum /•' ■' ■■/" iiiinHiiiiiiiiii, la piccola Sonerila zeylanica e la PJwtinia Notoniana, un bel- 
l'albero coperto adesso di glandi corimbi di fiori bianchi. Trovai perdi più una pianta 

<li fravola {Fragaria veaca) ma non vedendo questa specie indicata nella «Ei eratio 

piantarmi] Zoylaniae » di Thwaites, suppongo che debba venie considerata coinè pianta 
avventizia. 



24 XELLE FORESTE DI BOKNEO 

Ellia, ed a piedi rifeci la discesa sino a Bainbode, accompagnato da 
un sol uomo, avendo di già fatto incammiuare gli altri la sera avanti 
col bagaglio e le collezioni. Continuai sempre a piedi il lunedì sino 
a Gampola, per aver l'occasione lungo la via di fermarmi a mio 
agio, e raccogliere piante ed animali '). A Gambode ripresi la dili- 
genza per Kandy, che mi depositò all'ingresso del giardino di Pa- 
radeuya. I coolis con il bagaglio erano di già arrivati. In compagnia 
di Tlnvaites passammo tosto in rivista le piante raccolte, le quali a 
lui che possedeva una conosceuza perfetta della fiora dell'isola, erano 
tutte note e furono quindi presto etichettate. Fra le più interessanti 
vi era la piccola orchidea (Chevrostylis flabellata) che avevo trovato 
per l'appunto quando ebbi l'incontro col cinghiale. 

17 maggio. — La mattinata era troppo bella per non passarla a 
percorrere nuovamente il giardino, accompagnato da Tbwaites, or- 
goglioso di potermi mostrare le piante più rimarchevoli della flora 
del Ceylan, trasportate da lui stesso dalla foresta. Io non mi saziavo 
di ammirare le belle palme in mezzo alle praterie, ed i maestosi ed 
imponenti ciuffi di un enorme bambù, principale ornamento delle 
sponde del Mahavrelli-ganga. Se questa specie è realmente, come si 
dice, la Bambiisa (Dendrocala/imis) gigantea non sarebbe nativa del 
Ceylan, ma proverrebbe dalla Penisola malese o dalla Birmania. 
Alcune delle sue canne misurano oltre 30 metri di altezza e sino 

25 centimetri di diametro 2 ), per la qual cosa i suoi internodi, segati 
della dovuta lunghezza, si prestano bene a servire da vasi per col- 
tivarvi le piante, e per tale oggetto vengono adoprati nel giardino. 

Sopra un albero delle sponde del fiume mi dette nell'occhio 
il numero prodigioso di quei curiosi animali, che gli Inglesi chia- 
mano « tlying foxes » o volpi volanti. Sono specie di enormi 
pipistrelli, che stanno durante il giorno penzoloni, con la testa 
all' ingiù, uno accanto all'altro, attaccati coi loro ugnioli ai rami 
degli alberi, mentre sull'imbrunire volano in cerca di frutta, di 
cui distruggono quantità enormi. La specie del Ceylan, il Ptero- 



') Iu luoghi acquitrinosi, lungo la via, trovai due delle più belle piante erbacee del 
Ceylan; vale a dire VOsbeclcia cupularìs vai. erytìvrocephala, Naud. (una melastomacea a 
grandi fiori rosei) ed una genzianacea, VExacuì» macrantlium, Ani., con bellissime corolle 
di color violetto scuro, di sino cinque centimetri di diametro. 

! ) Una canna, che suppongo appartenga a questa specie di bambù, proveniente di Bir- 
mania, si trova nelle collezioni botaniche del Musco di Firenze. Essa misura 66 centimetri 
di circonferenza nella sua parte più grossa, ed è lunga 18 metri e 30 centimetri ; manca però 
della punta, essendo il suo internodo estremo sempro di una diecina di centimetri di diametro, 
per la qual cosa ritengo che la sua lunghezza totale dovesse raggiungere almeno i 25 metri. 



CAPITOLO I 25 

pus Jfflwardshi, misura sino un metro e mezzo dalla punta di un' ala 
all' altra. 

La sera, con mio grande rammarico, dovetti prendere commiato 
dal mio cortese ospite, lasciare l'incantevole soggiorno di Paradenya, 
e ritornare a Colombo colla solita vettura, costretto anche questa 
volta di attraversare di notte uno dei più bei distretti dell'isola me- 
ravigliosa. 

Svd far del giorno giungemmo al ponte di barche sul Ivalany-ganga 
a poca distanza da Colombo ; ma non so per qual ragione, quando 
fummo nel mezzo, un barcone sprofondò sotto il peso del nostro legno. 
Fortuna volle che per la destrezza del conduttore e la vivacità dei 
cavalli, si riuscisse a passare sol pontone prossimo e giungere alla riva 
senza altro incidente, all' infuori di un bagno mattutino, assoluta- 
mente intempestivo, per me sopra tutto, che dovevo prendere su- 
bito la posta e far ritorno a Galle. 

La sera ritrovo Doria non troppo bene in salute, ma soddisfatto 
nondimeno del modo come aveva impiegato il suo tempo. Una bella 
serie di pelli di animali, e varj barattoli pieni di rettili, insetti, ecc., 
in alcool, rendevano testimonianza della sua attività. 

Il postale che ci doveva condurre a Singapore non era ancora 
giunto da Bombay. Come naturalista, che per la prima volta poneva 
il piede in un paese tropicale, mi dispiaceva molto di dovere così 
presto staccarmi da questa incantevole isola, di cui non avevo at- 
traversato die una piccola parte, nei distretti più conosciuti e più 
popolati; mentre il mio desiderio sarebbe stato quello di penetrare 
nelle foreste più remote e meno visitate dagli Europei. Ma a terre 
più lontane, ed a regioni meno esplorate erano rivolte le nostre 
aspirazioni, ed il 20 maggio demmo addio alla bella isola, della 
quale, non ostante il breve soggiorno, incancellabile in noi rimarrà 
la memoria, insieme a quella dei giorni deliziosi che vi passammo. 

La traversata del < rolfo del Bengala, nella sua parte più larga, durò 
cinque giorni, col solo spettacolo di un mare tranquillo e di un cielo 
sereno; ciclo clic nella noti e si ingemmava di stelle dell'Emisfero 
australe, spettacolo nuovo per noi abitanti di più alle latitudini. 

La sera del 27 si avvista la verdeggiante costa della Penisola di 
Malacca. Il verde con le sue innumerevoli gradazioni di tinta, è 
quasi il solo colore che in questi mari caratterizzi la terra al navi- 
gante. L'alta vegetazione ricuopre di un manto non interrotto le 
coste, come le vette delle montagne, i paduli stagnanti, come le 

roccie pin a picco, e solo, passando mollo vieino a terra, mia stri- 
scia bianca segna lo stretto spazio di costa battuto dall'onda. Siamo 



20 NELLE FORESTE DI BOKETEO 

di già tanto prossimi alla costa, da distinguere chiaramente gli al- 
beri della collina di Pinang, ancora porporini per gli ultimi riflessi 
del sole, ora tramontato dietro le montagne ; ma tanto è il rapido de- 
crescere della luce in queste basse latitudini, che quando il rumore 
della catena, trascinata dalla pesante àncora, ci avvertì che davamo 
fondo nel porto di Pulò Pinang, non vi era altra luce nel cielo che 
quella zodiacale, pallida, ma molto estesa. 

Il mare presentava uno spettacolo sorprendente, ed appariva lu- 
minoso di un bagliore fosforico tanto intenso, come non mai avevo 
osservato prima. Sembra che la brezza di terra s' incontrasse in quel 
momento con la marea montante, producendo un'infinità di piccole 
e fitte onde dalle creste spumeggianti e luminose. Osservando più 
da vicino il fenomeno, si vedevano dall'alto del nostro bordo innu- 
merevoli globi splendenti di luce opalina '), rasentare i fianchi della 
nave, trascinati dalla forte corrente della marea, comparire e scom- 
parire, e senza posa l' uno venir surrogato dall' altro, isolati od a 
gruppi ed a varie profondità. Sembrava quasi di assistere ad una 
illuminazione subacquea di qualche gioconda festa sottomarina. 

È sempre un ifiacere infinito calcare la terra, dopo aver percorso 
per lungo e per largo giorni intieri il ponte di un bastimento ; ma 
questa sensazione è cento volte più viva, quando la terra d'arrivo 
è di tuff altra natura di quella della partenza, e dove uomini, ani- 
mali e piante non sono più quelli che siamo abituati a vedere ogni 
giorno, e tutto si presenta sotto un aspetto insolito. 

Oeylan ci aveva un poco smorzata la sensazione del grande di- 
vario fra l'Europa e l'India; ma Pinang era come la porta della 
Malesia. Qui sentiremo per la prima volta la lingua che noi pure 
avremo dovuto parlare; qui faremo la prima conoscenza dei Ma- 
lesi. Eravamo quindi ansiosi di scendere a terra la sera stessa, seb- 
bene si sapesse di già che il postale, per le operazioni di bordo, si 
sarebbe trattenuto a Pinang anche per varie ore del giorno veniente. 

Trovammo le strade di Pinang spaziose ed animatissime, ma con- 
tro la nostra aspettativa, la popolazione era per la massima parte 
composta di Cinesi. Eravamo nel nostro giro entrati precisamente 
nel « kampong » o quartiere abitato dai figli del Celeste impero. Era 



') I miei appunti accennano solo a questo fatto, senza alcuna indicazione scientifica 
esatta in proposito. Io supposi allora che i globi fosforescenti fossero altrettante meduse, 
ma ho visto che Collingwood (Bumbìes of a Naturalità, 1868, pag. 399) attribuisce il fe- 
nomeno ad altri organismi. Il prof. Giglioli però, in un suo scritto sul soggetto assicura 
che i globi luminosi sono proprio meduse. 



CAPITOLO I 27 

anche quello elie per noi aveva più attrattive, ponendo per la prima 
volta sotto i nostri occhi le abitudini ed i costumi del popolo più 
singolare dell'estremo oriente. La mattina seguente, come è facile 
credere, sbarcammo nuovamente a terra, e per tempo ci facemmo 
condurre con una vettura di piazza ad una cascata, che avevamo 
sentito magnificare, traversando così un buon tratto dell' isola. Meno 
quella parte prossima al porto, dove si trovano riuniti gli uffici degli 
Europei, un albergo ed il quartiere cinese, il rimanente della città 
di Piuang è molto sparso, ed il maggior numero delle abitazioni è 
disseminato lungo grandi viali, all'ombra di alberi da frutto, di ca- 
suarine, di cocchi, di areche o « pinang » , la palma che ha dato il 
nome all'isola '). 

Un torrente che scende dalla collina, e si precipita da un alto di- 
rupo, forma la ora menzionata cascata (fig. 4). L'acqua cade fra un 
ammasso di verdura vaghissima, alla quale contribuisce il fogliame 
più svariato, da quello minuto di alcune essenze, al grandioso delle 
palme, ora delicato e diviso, come quello dei « rotang » (Calamius), ora 
robusto ed ordinario, ma insolito di una Caryota (C. mitis, Lour.). 

La vegetazione non è bella che sulle rupi ed al di sopra della 
cascata, perchè quivi è tutt'ora primitiva; ma nelle vicinanze, e 
lungo la via che vi accede, si riconoscono gli effetti del dibosca- 
mento dalla differentissima vegetazione che vi alligna. In questi 
ultimi luoghi non s'incontrano che cespugli ed arbusti appartenenti 
a vegetali comuni a tutta la Malesia, e per grandi tratti il terreno 
è coperto solo di « lalang» od « alang-alang » (Imperata arundhtacea), 
un'alta e rozzissima graminacea, nemmeno buona per fieno 5 ). 

Doria è tutto intento a cercare insetti, e riesce a catturare qual- 
cuno di quei bei longicorni, che tanto entusiasmano gli entomologi, 
e che tanto abbondano in Pinang. 

Al piccolo albergo, esistente in prossimità della cascata, troviamo 
pei rinfresco (se pnre questo è il termine appropriato) una bevanda 
composta «li droghe così pungenti, che per il momento ci sembra 
di aver trangugiato del fuoco, ma, per dire il vero, l'effetto è mi- 
gliore 'li quello che da principio credevamo, avendo calmata la no- 
stra sete molto meglio «li una bibita ghiacciata. 



- l'uli. Pinang - significa in malese «Isola delle areche». 
') Bhodomyrtu lonu ntoea, Eurya acuminata, Adinandra tinnitimi, Mélastoma Malàbathrica, 
Morinda tinclorki, Glochidion oiscurum, ecc., non che alcune l'elei, sono le specie <li pinole 
umani che s'incontrano nei luoghi abbandonati, o dove la foresta primitiva e stata 
distrutta. 



28 SELLE FORESTE DI BOEXEO 

La traversata da Pinang a Singapore si compie in poche ore. Par- 
titi la sera, nella mattinata seguente il vapore si accosta al ponte 
su palafitte in ~New Harbour, dal quale si scende comodamente a 
terra. Prese le disposizioni per il nostro bagaglio, con una delle nu- 
merose vetture (garry) che aspettano l'arrivo del postale, ci fac- 
ciamo condurre all'Hotel d'Europe, situato nella parte più aristo- 
cratica della città, di faccia ad un grandissimo prato che giunge sino 
al mare e permette una estesa veduta della rada, dove si trovavano 
in quel momento, ancorati al largo, molti grossi bastimenti, e più 
vicino alla riva, giunche cinesi, prahu malesi e bughis, e si muo- 
A r eva un numero infinito di piccoli battelli di varia forma e na- 
zionalità. 

Pu nostra cura la mattina seguente all'arrivo, di recapitare qual- 
cuna delle commendatizie che possedevamo. La prima visita la fa- 
cemmo all'agente consolare per l' Italia, che era allora anche il 
rappresentante di una delle primarie case commerciali di Singapore. 
Le abitazioni degli Europei non sono in città, ma nei contorni, spesso 
a qualche miglio di distanza, e sono costruite nelle più belle posizioni, 
sopra qualcuna di quelle tante colline che rendono ondulato il suolo 
dell'isola, ed hanno l'apparenza di ville in mezzo ad un parco o ad 
un giardino. 

Gli uffizj o banchi ed i magazzini delle case di commercio formano 
un grande fabbricato lungo lo scalo della rada; e quivi si recano 
giornalmente tutti gli uomini d'affari alle 9 ant., per ritornar poi 
alle 4 poni, alle loro case. 

In quel momento noi eravamo i soli Italiani di Singapore. 11 no- 
stro Console, che di rado si era trovato a ricevere dei suoi protetti, 
fu con noi eh un'amabilità senza pari. Da esso fummo presentati 
al Governatore ed alle persone più ragguardevoli della colonia, ed 
il nostro soggiorno in Singapore fu un continuo succedersi di rice- 
vimenti e di pranzi. Facemmo in compagnia del Console varie escur- 
sioni nell'interno, e fra le altre una piacevolissima a Johore, al di 
là dello stretto che separa l'isola dalla terra ferma. Xon vi era al- 
lora il «Maharajah» 1 ), uè il posto aveva ancora acquistato l'impor- 
tanza che ha assunto in seguito. Il paese era sin proprio alle sponde 
del mare tutto coperto da splendida foresta, sfruttata da una società 
appositamente costituita, che possedeva ivi dei grandi magazzini 



') Secondo l' ortografia italiana « Johore » e « Maharajah » si scriverebbero : « Giohore » 
e « Maharagia », ma più correttamente, secondo la trascrizione malese da me adottata : 
« Dgiohore » e « Maharadgia ». 




Fi". '1 - La cascata 'li Pulò Pillane 



30 NELLE FORESTE DI BOENEO 

per il legname, ed uno scalo al quale potevano approdare i basti- 
menti per caricarlo. 

Ho visitato in seguito varie volte Singapore ed ho fatto anche, 
raccogliendo piante, un soggiorno non tanto breve in una delle sue 
parti più deserte e boschive; ma non posso dilungarmi a narrare le 
impressioni di tale soggiorno, sebbene Singapore sia al più alto 
grado interessante sotto molteplici punti di vista. 

Intanto che si aspettava il vapore che doveva condurci a Borneo, 
completiamo gli approwigion amenti per la lunga dimora che inten- 
devamo fare in quell'isola. 

La sera del 15 giugno, essendo pronto per la partenza, ci recammo 
a bordo del « Eainbow », il battello a vapore del Governo di Sara- 
wak, addetto al servizio postale fra Singapore e Kutcing, la capi- 
tale dello stato di Ragià Brooke. 

Dovendo nelle pagine seguenti far uso frequente di parole malesi, 
ho creduto utile premettere alcune notizie sulla lingua malese, ed 
alcune avvertenze sulla maniera di trascriverne le voci colle let- 
tere latine. 

Il malese è la lingua franca dell'estremo oriente, ed è quella che 
più vien parlata dagli Europei nelle relazioni giornaliere e commer- 
ciali cogli indigeni della Penisola di Malacca e di tutto l'Arcipelago 
malese, sino nelle Molucche; la sua influenza inoltre si estende sulle 
città marittime della Cina, delle Filippine e sino nel Giappone e 
nell'Oceania. È per questo là lingua indispensabile a conoscersi per 
chi si dedica al commercio nell' estremo oriente. 

Il malese appartiene alla famiglia delle lingue polinesiane, e si 
ritiene di origine molto antica; però, senza cambiare nulla nella 
sua struttura, si è assimilato, in varie epoche, moltissime voci di 
lingue disparatissime. Fra queste il sanscrito è quello che ha dato 
un maggior contingente di parole, non solo di quelle che sono di 
uso comune, ma ancora di quelle che esprimono sentimenti del- 
l' anima, ed idee morali di un ordine elevato. Ciò si deve all' in- 
fluenza grande, politica e religiosa, che gli Indù, sino da un'epoca 
remotissima, hanno esercitato sulle popolazioni della Malesia, ed 
in parte anche alla grande somiglianza, sotto il rapporto fonetico, 
del sanscrito col malese; mentre del resto queste due lingue sono 
differentissime sotto il rapporto grammaticale. 

In seguito, l'espansione dell'Islamismo ha introdotto nel malese 
un altro notevole elemento, facendo adottare ai Malesi anche il 
metodo di scrittura degli Arabi. 



CAPITOLO 1 31 

Infine gli Olandesi, gli Inglesi, i Portoghesi e gli Spagnuoli, 
hanno pur essi largamente contribuito ad arricchire il malese mo- 
derno di un gran numero di vocaboli. 

Il malese classicamente si scrive coi caratteri arabici, i quali però 
si prestano a riprodurre i suoi soni poco meglio di una imperfetta 
stenografia, come giustamente ha osservato Marsden. Per questo gli 
Europei hanno trovato più comodo scrivere il malese coi caratteri 
latini: uso che va estendendosi gradatamente anche fra gli indigeni, 
e che è stato adottato iu tutte le scuole delle colonie olandesi ed 
inglesi. 

La lingua malese è stata chiamata l'italiano dell'estremo oriente 
per il suono armonioso e per la sua dolcezza. La grammatica è della 
massima semplicità, e la pronunzia ne è facilissima, come è facile 
per qualunque orecchio afferrare il giusto valore ed il vero suono di 
ogni parola malese, di guisa che tutti imparano in poco tempo questa 
lingua, e tutti riescono a pronunziarla abbastanza correttamente, 
almeno per quel tanto che è necessario nelle relazioni giornaliere, 
e nelle transazioni commerciali con gli indigeni. Infatti col malese, 
che si parli bene o male, che si pronunzi meglio o peggio, si riesce 
sempre a farsi capire. 

Per gli Italiani il malese è anche più facile che per gli altri 
popoli, inquantochè, non volendo esser troppo attaccati alla classica 
trascrizione arabica, il malese si può scrivere, con moltissima appros- 
simazione, come si pronunzia, con le vocali e le consonanti italiane. 
' Le vocali sono assolutamente le medesime, tanto in malese quanto 
in italiano. 

La grande maggioranza delle consonanti malesi ha pure il suo 
equivalente in quelle italiane; fa però eccezione il « ng », e sino ad 
un certo punto il < tei -> ed il « dgi ». L' « ng » in principio di pa- 
rola è di rara occorrenza e si può trascurare; invece è frequentissima 
in mezzo di parola od iu fine. Quando è iu mezzo di parola, come 
in « bunga » (fiore) od in « angin » (vento), non si pronunzia come 
se queste parole fossero scritte in italiano: « bun-ga » od « an- 
liliin - od - ■ an-ii'in -. ma come in « engel » tedesco, od in « ongle » 
trainici'. In fine di parola - ng > comunica il suono nasale alla, vo- 
cale che la precede, senza che si debba sentire la più piccola du- 
rezza nel g - liliale, il ipiale si direbbe che nel pronunzia rio, debba, 
Sfuggire perii naso. Sono in questo caso: ■ rolang, biirung, gunong, 

kuteing, orang, pinang , >■<■'■., nelle quali voci la finale ha il suono 

dell' ni; in rang », " lony . ecc., francese ed in « lang - tedesco. 
Non -i può in italiano in questi casi trascrivere l'« ng - con la con- 



32 NELLE FORESTE DI BORNEO 

sonante « n » , perchè ciò recherebbe confusione, essendoché in ma- 
lese esiste pure l'« n », e varj nomi cambiano assolutamente signifi- 
cato, a seconda che sono terminati da «ng» o da «n». Così < utan» 
vuol dire bosco; « utang » invece significa debito. Il «dgi», nella 
trascrizione francese ed inglese «j », e «dj » iu quella olandese, cor- 
risponde quasi al nostro « g » dolce, al quale si faccia precedere un 
« d », e suona presso a poco come « dj » in « adjectif » francese e 
« di » in « soldier » inglese. Secondo questa maniera di adoperare 
il « dg », si dovrebbe scrivere « Eadgià » (« Rajah » in inglese) in- 
vece di « Eagià »; ma non credo convenga abbandonare la maniera 
usuale di scrivere i nomi forestieri passati nell' uso comune. Gli 
Olandesi stessi scrivono « Java » (e noi « Giava >), quando invece 
la vera ortografia sarebbe «Djawa» («Dgia^va» ort.it.) che in tal 
modo vien pronunziato dai Giavanesi. 

In italiano quando « dg » si trova in mezzo di parola si ottiene 
quasi il suo giusto suono raddoppiando il « g »; così « udgiang » 
(pioggia) potrebbe anche trascriversi « uggiang » . 

Il «tei», che da Favre nella sua grammatica è trascritto in francese 
per « x », dagli Olandesi per « tj » dagli Inglesi per « eh », potrebbe 
spesso in italiano trascriversi col « e » raddoppiato, specialmente 
se in mezzo di parola, ma fatto il « e » precedete da « t » viene ri- 
prodotto quasi il vero suono malese. Così « kuteing » (gatto e nome 
di città) i Francesi lo scrivono « kuxing », gli Olandesi «kutjng», 
gli Inglesi « kuching » ed in italiano potrebbe anche scriversi « kuc- 



s 



Però tanto il « dgi » quanto il « tei » malese in bocca agli indigeni, 
hanno qualche cosa di speciale, che molti forestieri non riescono 
mai ad acquistare. Il suono di queste consonanti vien prodotto 
colla lingua fortemente appoggiata colla punta al palato, scattan- 
dola poi ad un tratto. 

Oltre alle indicate consonanti speciali, conviene nella trascrizione, 
delle voci malesi in italiano conservare 1' « h » aspirata, special- 
mente per le parole derivate dall' arabo, il « k » in luogo del « e » 
duro, e le semivocali « y » in luogo dell' « j », e « w » intermedio fra 
l'« u » ed il « v » (in « SaraAvak » p. es.). In questa maniera si eli- 
mina il caso che nomi malesi scritti con ortografia italiana, vengano 
stranamente pronunziati in altre lingue, mentre tali lettere non 
alterano affatto la pronunzia nella nostra. 



Capitolo II 



Il timne di Saiawak - Kutcing - Nostra abitazione e dintorni - Prime impressioni nella 
foresta - Una strada sui tronchi d' albero - Le mignatte - Sitìl e Tuan-ku Yassirn - 
Cicale colossali ed altri curiosi animali - I Ficus e gli uccelli - Una ricognizione 
verso Jlattang. 



La mattina del 19 giugno si sale molto per tempo sopra coperta, 
e eli già coli' apparir dell'aurora si scuoprono le masse montagnose 
di Borneo. ISTon ci -eravamo affrettati la notte, e da qualche ora si 
navigava colla macchina a mezza forza, quando, al sorger del sole, 
si presenta da prua imponente il picco isolato di Santubong, come 
fortezza che domini 11 ingresso del fiume di Sarawak. 

Verso occidente prossimi appariscono gli alti monti di Gading e 
di Poe, e più vicine ancora le due piccole isole, Satang e Sampa- 
dien. Più oltre sparisce la terra con Tandgiong ') Datù, che tuffa i 
suoi piedi nel mare, all'estremo limite dei dominj di Eagià Brooke. 

Le creste di Mattang signoreggiano nel paesaggio verso il quale 
ci avviciniamo sempre più, intanto che nuove colline e montagne 
in lontananza compariscono ancora, col dileguarsi dei vapori mat- 
tutini. 

Santubong visto d;il mare si direbbe inaccessibile; pochi però sono 
i pumi dove la roccia è nuda, che la vegetazione ha trovato mezzo 
di stabilirsi ovunque. A tratti, ed ovunque sono riusciti a barbicare 
Ini le fessure delle roeeie, si possono distinguere alberi giganteschi 
espandere enormi rami e denso fogliame dall' alto di tronchi colos- 



') 1 M;ili -i prefiggono sempre i nomi 'li « tandgiong ■> ad mi capo, di « pulò » ad 
Niki isola, di -' gnnong » ad mi monte, di « bukel » ad una collina, di « sungei » ad 
un limili-, di « danai] .. acl mi lago. 

■', — Biccabi, filli fon '■ ■'• /.■"//"". 



34 NELLE FORESTE DI BORXEO 

sali; mentre le liane si arrampicano dove possono, e lasciano rica- 
dere da ogni parte festoni e masse di verdura. 

Una piccola striscia della costa che ci sta dinanzi è arenosa, ed 
alte casuarine ne rivestono la parte non battuta dalle onde. 

Il Sarawak, a Santunbong, è largo oltre 400 metri; ma il fondo, 
a bassa marea, non misura che poco più di sei metri alla barra. 
Entrati nel fiume, presto si scuoprono, dalla parte del monte, le 
poche case dei pescatori malesi di cui si compone il villaggio. 

L'entrata di Santubong è la preferita durante la buona stagione, 
mentre che col cattivo tempo si trova più facile l' ingresso da un' al- 
tra foce del Sarawak, quella di Maratabas, dove vi è un fondo mag- 
giore ed un buono ancoraggio, anche per bastimenti grossi. Nel 
primo tratto le sponde del Sarawak sono assai pittoresche, ma ol- 
trepassate alcune colline, coperte intieramente di bella foresta, il 
paesaggio non è più molto variato, ed avanziamo tramezzo a due rive 
rivestite, sino nell' acqua, dalla vegetazione speciale agli estuarj dei 
tropici. Sono i mangrovi o rizofore, dalle foglie di un verde intenso, 
scintillanti per la luce che si riflette sulla loro superficie leviga- 
tissiina. 

Per estesi tratti la « nipa » fiancheggia da sola le sponde con le 
sue grandi foglie, che rammentano quelle della palma cocco, ma 
di un effetto monotono, essendo tutte eguali, 1' una addossata al- 
l' altra e sempre della medesima altezza. Molto più elegante della 
nipa è il « nibong » (Onoosperma fila/inentosa) palma abbondante sopra 
ambedue le sponde, e che si fa rimarcare subito per i suoi svelti e 
drittissimi tronchi, terminati da un ciuffo di fronde delicatamente 
divise, e ricadenti in curve graziose. 

La navigazione del Sarawak non è diffìcile per bastimenti di me- 
diocre tonnellaggio, non esistendo che due scogli pericolosi presso 
la riva sinistra, a circa due miglia e mezzo dalla città. Intanto il 
terreno, sino ad ora piano, comincia ad elevarsi ed apparisce anche 
qualche capanna malese, mezza nascosta fra le piante; ma sebbene 
vicinissimi a Kutcing '), la capitale di Sarawak, distante 17 miglia 
da Santubong, di città non si vede ancora traccia, essendo il corso 
del fiume tortuosissimo. Girata però un' ultima punta, per prime 
appariscono sulle colline alcune case bianche, coperte da un enorme 
tettoia scura, poi vengono sulla riva del fiume i magazzini di « Bor- 
neo Company », indi il Bazar cinese, e quindi un piccolo forte 
in legno, sul quale è issata la bandiera del Eagià (figure 5, 6, 7). 



! ) « Kuching » secondo l'ortografia inglese. 




I 

«2 



60 





36 XELLE FORESTE DI BOEXEO 

Tutto ciò si trova sulla destra sponda. Sulla sinistra non aì sono 
die pochissime abitazioni ; ma fra queste più appariscente la resi- 
denza del Eagià, tinta di cenerino, situata sopra un' eminenza do- 
minante il fiume. 

Il Bainbow si accosta ad un ponte in legname in prossimità del 
forte. 

Noi eravamo aspettati in Kutcing, ed un ufficiale del Governo 
venne subito ad informarsi del nostro arrivo, e ad invitarci a di- 
scendere presso il « Tuan-muda », per il quale portavamo speciali 
commendatizie da parte di Sir James Brooke, il primo Eagià eu- 
ropeo di Sarawak, clie io ero andato espressamente a conoscere a 
Londra prima d' imbarcarmi. 

Il Tuan-muda di allora è l'attuale Eagià, S. A. Sir Charles Brooke, 
nepote di Sir James 1 ). 

Fummo ricevuti ed ospitati dal Tuan-muda con la più perfetta 
cortesia inglese, non mai smentita in tutto il tempo che rimanemmo 
in Sarawak, e della quale sempre serbiamo la più cara e grata me- 
moria. Il Tuan-muda, un beli' uomo, con baffi biondi, prossimo alla 
quarantina, ma di aspetto molto florido e giovanile, non mostrava 
affatto di aver risentito gli effetti di nn clima tropicale, durante i 
molti anni di vita attivissima ed avventurosa che aveva trascorso 
fra i Daiacchi. Egli, come tutti i suoi ufficiali europei, non aveva 
adottato dei costumi malesi che alcune piccole particolarità, e, sia 
nel vestiario, sia nel genere di vita alla sua corte, tutto era con- 
forme alla corretta moda europea adottata dagli Inglesi nell' India. 
Per alloggio ci venne assegnato un « bungalow » in vicinanza della 
residenza del Eagià, e distante solo qualche centinaio di passi dalla 
foresta primitiva. 

La casa era costruita intieramente in legno, un poco sul tipo di 
quelle malesi, ossia col piano abitabile sollevato tanto dal terreno, 
da potervi camminare sotto liberamente. Gli appartamenti consiste- 
vano in due stanze assai spaziose, contornate da un' ampia veranda, 
d'onde si scorgeva quasi tutta la città, e si aveva una estesa ve- 
duta dei contorni. 

Il fiume che scorre dinanzi a noi ha in questo punto oltre 100 metri 
di larghezza. Le sue acque sono sempre poco chiare e mosse alter- 



') Secondo la gerarchia malese, il titolo di « Eagià » (correttamente « Eadgià » con 
ortograna italiana, e « Rajah » con quella inglese) corrisponde veramente a Ee ; « Eanee » 
(con ortografia italiana « Sani ») a Eegina. Il principe ereditario ha il titolo di « Ragiìt- 
muda » (Ee giovane), il secondo genito di « Tuan-muda » (signore giovane). 



CAPITOLO II 37 

nativamente ora in un senso ora nell'altro dalla marea. Il villaggio 
dei Malesi o « kampong nialayu » è composto di case costruite sopra 
palafitte, clie si avanzano sulle sponde limacciose del fiume, di cui si 
continua a vedere un esteso tratto; sino a che, deviando bruscamente, 
le sue acque scompariscono dietro la densissima vegetazione, che ri- 
veste ogni palmo di terreno sino alle cime più alte di Mattang. 

Molto più vicino a noi, a circa due miglia di distanza, nella me- 
desima direzione di Mattang, si eleva una piccola collina conica, 
isolata nel mezzo della foresta. È Gunoug Siùl. 

Di là dal fiume, tra mezzogiorno e levante, la campagna verde, 
tutta boschiva, incolta, senza che un villaggio e nemmeno una casa 
apparisca, si estende lontana, sino ad una cornice di monti, dai con- 
torni duri ed accidentati. Questo il paese che sarà per vario tempo 
il nostro campo di esplorazione. 

Era impossibile eh desiderare un soggiorno migliore per dei na- 
turalisti, più selvatico e meno alterato dalla mano dell' uomo, in 
vicinanza di un centro popoloso. Quivi noi potevamo studiare le 
produzioni naturali del paese, sotto tale aspetto ancora quasi com- 
pletamente sconosciuto, e godere al tempo stesso di una buona parte 
dei vantaggi della vita civile. Ho in seguito percorso un buon tratto 
di Borneo, penetrando assai nel suo interno; ho visitato anche molte 
altre delle isole meno esplorate della Malesia e della Papuasia, ma 
giammai, come a Kutcing, ho trovato la foresta primitiva meno mo- 
dificata dall' intervento dell' uomo e con una flora così ricca, così 
variata e così speciale. 

Verrà fatto naturalmente di domandare, come mai la foresta fosse 
tutt'ora vergine in immediata vicinanza di uno dei centri più popo- 
losi di Borneo. 

Sembra già in primo luogo che la capitale di Sarawak si trovasse 
una volta non dove è adesso, ma a Santubong, all'ingresso del 
fiume. Ma anche senza tener conto di ciò, bisogna aver presente 
alla memoria, che le popolazioni malesi delle coste del nord di Bor- 
neo sono slate, nei tempi decorsi, più dedite alla pirateria che alle 
opere 'li pace; e bisogna considerare che se dei Malesi venivano a 
Stabilirsi nell'interno lungo i fiumi, era più per sfruttare i Daiacchi 
«li terra, che per fare dei diboscamenti a scopo agricolo. 

E poi. come era possibile diesi ponesse mente a coltivare il ter- 
reno ili un paese nello stato nel quale si trovava Sarawak prima 
dell' arrivo «li l'.iooke; di un paese desolato da continue guerre, e 
divenuto il covo dei pirati di tulio l'Arcipelago della, Sonda, ora' 
uniti ai .Malesi, ora ai Daiacchi di mare? 



38 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

Qual meraviglia quindi se la foresta nei contorni di Kutcing era 
ancora intatta sino a varie miglia nell'interno, e se i Daiacehi di 
terra, tanto meno bellicosi di quelli di mare, avevano trovato la 
loro migliore difesa nello stabilirsi in luoghi di difficile accesso, lon- 
tano dal mare e dagli stabilimenti malesi. 

Ma lasciando da parte il passato di Sarawak, bisogna che adesso 
finisca di descrivere le vicinanze della nostra abitazione, dove avranno 
tosto principio le nostre prime perlustrazioni scientifiche. 

Ho già detto che da un lato la foresta era vicinissima, ma vi man- 
cava però un sentiero per andarvi. Prima poi di poter penetrare 
nella parte intatta, bisognava traversare dei grandi macchioni e dei 
tratti, dove essendo stata distrutta quella primitiva, si era impos- 
sessata del terreno una flora assai poco interessante, per la quale 
sino dal primo giorno avevo preso una antipatia grandissima. 

Nella direzione di Mattaug, verso ponente, bisognava invece per- 
correre un mezzo chilometro intieramente allo scoperto, ma il sen- 
tiero era buono e s'internava subito in una stupenda selva. 

La nostra casa rimaneva in una specie di parco, ed i prati che si 
estendevano in giro intorno a lei erano formati di una piccola 
gramigna (Andropof/on aciculatus), il « love grass » degli Anglo- 
indiani, così chiamato non perchè niente abbia d'amoroso, anzi tut- 
t'altro, ma perchè, come l'amore, è attaccaticcio ed i suoi inconspicui 
granelli, involti da glume o pagliette pungenti, aderiscono ai vestiti 
ed alle calzature in modo pertinace ed incomodo. Intorno alla re- 
sidenza del Eagià i « tukang ') kubong » erano sempre occupati a 
tagliare quest'erba, e così riescivano a mantenervi un tappeto verde, 
morbido, unito e di una bella apparenza. Qui a Sarawak il love 
grass mi è parsa la sola pianta adatta a formare prati ornamentali, 
meno l'inconveniente dei semi, causa prima però della sua abbon- 
danza e della sua attuale presenza in Borneo, essendo pianta d' ori- 
gine forestiera, come quasi tutte le altre graminacee dell' isola. Un 
poco discosto da casa, dove la vegetazione era abbandonata a se stessa, 
crescevano molte altre erbe, ma la peggiore di tutte era l'Imperata 
arundinacea, il lalang, che avrò occasione di rammentare più volte. 
Vi erano poi cespugli di « onkodok » (Melastoma óbvolutum) dalle co- 
rolle rosee, grandi e di assai bell'effetto; e dove era un poco mag- 



') « Tukang » è mi artefice od un operaio, ed i Malesi prefìggono sempre questo nome 
alla professione che esercita ; « tukang kubong » sarebbe quindi il giardiniere, « kubong » 
significando : orto, giardino, o piantagione ; in egual modo « tukang mas » (oro) è 1' ore- 
fice ; « tukang kayù » (legno) è il legnatolo ; « tukang besi » (ferro) è il fabbro ferraio, ecc. 



CAPITOLO II 39 

gìore l' umidità nel suolo, si faceva rimarcare il « sinipor » (Dillenia 
[Yormia] suffruticosa) perii ricco fogliame ed i grandissimi fiori dorati 
che produce, di sino 14 centimetri eli diametro. 

Un borro o fosso, che dalla prossima foresta sboccava nel fiume 
proprio sotto casa nostra, si valicava sopra un ponticello di legno, 
oltre il quale, seguendo un piccolo viale, si arrivava ad una collina, 
dove una volta sorgeva la prima abitazione del Eagià, rimasta preda 
delle fiamme nel 1857, durante un' insurrezione, che mise a repen- 
taglio l'esistenza del nuovo Segno di Sarawak e la vita stessa di 
Sir James Brooke. La casa che noi abitavamo era una delle poche 
rimaste in piedi in tale occasione. 

Il terreno che separava la nostra casa dalla foresta era in parte 
coltivato, e vi si vedevano piantagioni di banani, di patate dolci, di 
kaladi e di ananassi, ecc., a quanto pare di impianto recente, e cu- 
stodite da «Orang Boyan» 1 ) (correttamente «Bawean»). Sono que- 
sti ilei Giavanesi aiutanti una piccola isola presso Madura, e che 
vengono considerati in Borneo come i migliori operai per i lavori 
campestri. 

Tramezzo alle piantagioni rimaneva ancora in piedi qualche al- 
bero, di quelli che facevano parte della foresta. Ve ne erano con 
la rinoma sempre verde portata sopra sterminati tronchi, talvolta 
nudi ed indivisi sino all'altezza di 30-35 metri, ma i più erano 
secchi e con gli eccelsi rami mezzo stroncati dalla furia dei venti. 
Sopra alcuni vegetavano tutt'ora grandi epifite, come fichi, pan- 
dani e felci. Fra queste il Platyc&rmm grande (in malese « rad- 
gian >) per la strana conformazione e diversità di forma nelle sue 
fronde, è certo di dare subito nell'occhio al forestiero. 

(di alberi di cui si compone la foresta di Borneo non sono adatti 
a rimanere isolati, sebbene i più siano provvisti in basso di grandi 
espansioni in forma di contrafforti o barbacani, che dilatandone 
moltissimo la base, ne aumentano grandemente la.stabilità. Se ogni 
albero potesse crescere senza averne altri vicini, il tronco princi- 
pale si ramificherebbe più presto, e non raggiungerebbe l'altezza 
che acquista quando si trova in società. Il tronco altissimo è ima 
conseguenza del numero grande di individui che riescono a com- 
petersi il terreno in uno spazio ristretto, e della gara di questi in- 



Orang - in malese significa « nomo «. Orang Boyan sono quindi gli abitanti del- 
Boyan, come « Orang [ngris» sono gli Inglesi, « Orang Blanda» gli Olandesi, 
«Orang putte», <• bianchi, tutti ali Europei, « Orang Dayak » ! Daiaochi, «Orang Al : i - 
l.-iyii » i Malesi, ecc. 



40 NELLE FORESTE DI B015XEO 

dividili a sollevarsi l'imo più in alto dell'altro, onde porre il fo- 
gliame in condizione di approfittare dei benefici effetti della luce. 
Finché piante simili si trovano consociate in gran numero a formare 
un bosco, si reggono a vicenda ed hanno anche abbastanza sta- 
bilità. Ma una volta che una pianta della foresta rimane isolata, 
é che quelle in giro vengono abbattute, non resiste più alla lunga 
all' infuriare dei venti, e quasi sempre dopo poco tempo rimane mu- 
tilata e perisce. Sella foresta anche le radici degli alberi si trovano 
in condizioni molto speciali di esistenza; condizioni che non possono 
più sussistere una volta accaduto un diboscamento. Il terreno che 
prima rimaneva sempre umido ed ombreggiato, si trova ad un tratto 
esposto a sbilanci grandissimi di temperatura e di stato igrometrico. 
Di più, in causa dello spesso strato di humus che ricuopre il suolo 
della foresta primitiva, le radici degli alberi debbono cercare di esten- 
dersi superficialmente, invece di approfondarsi. Questa circostanza, 
che da una parte deve aver contribuito alla formazione delle espan- 
sioni basilari dei tronchi, dall'altra spiega anche la facilità con la 
quale gli alberi isolati possono venire facilmente abbattuti dal vento, 
per la mancanza cioè di fìttone e di radici profonde. 

L'ultimo tratto del terreno scoperto era stato diboscato da poco, 
e gli alberi giacevano tutt'ora per terra, gli uni accavallati agli 
altri ed in parte bruciati. Si era cercato di fare un « pagar » specie 
di cinta o steccato intorno alla parte abbattuta e pronta ad essere 
piantata, onde difenderla dalle invasioni dei cinghiali. 

Io ero impaziente di riconoscere il paese, e subito la mattina dopo 
l'arrivo (20 giugno), accompagnato da alcuni ragazzi indigeni, mi 
avviai per il sentiero che ho descritto, e che s'internava poi d'un 
tratto in una selva fitta di tronchi, grossissimi alcuni, sottili altri, 
cilindrici e senza rami sino ad una grande altezza, dove il loro 
fogliame, lassù in alto riunito, formava una densa volta di verdura, 
che appena qualche tenue raggio di sole riesciva a traversare, se- 
gnando il suo cammino nell'aria calda e satura di vapore. 

Piante più piccole, frutici d'infinite specie e di diverso aspetto, 
si contendevano lo spazio, l'aria, la luce fra gii alberi maggiori. 

Per terra una gran confusione di rami intricati e di tronchi ca- 
duti per vecchiezza, ed ora coperti di muschi, di felci e da un mondo 
di piante che vedevo per la prima volta. Non una pietra, non un 
sasso che rimanesse allo scoperto. Le foglie cadute ed ammassate 
formavano un denso strato, e putrefacendo si trasformavano in ter- 
riccio, dove trovavano da alimentarsi altre piante di diversa indole, 
all'ombra delle maggiori. 



42 NELLE FORESTE DI BOENEO 

Anclie il non botanico avrebbe potuto riconoscere fra la multi- 
forme folla dei vegetali qualche palma. Di queste ve ne erano al- 
cune con le foglie a ventaglio (Limala), ed altre che portavano ele- 
ganti fronde pennate, sorrette da un gracile e lungo fusto (Pinanga). 

Ma di fiori appariscenti ben pochi se ne vedeva. 

Le grandi aracee, le Freycinetìa, alcuni pandani con le foglie 
lunghe e pendenti, insieme a felci, orchidee ed a tante epifite che 
è impossibile di enumerare, quasi esiliate dalla terra, trovavano su 
per aria da aggrapparsi colle radici alla scorza dei veterani della 
foresta. 

Volendo deviare dal sentiero tracciato, ad ogni passo si era trat- 
tenuti dagli uncini pungenti dei « rotang » (Calamus), le palme ram- 
picanti tanto caratteristiche dei boschi della Malesia. 

Per qualche centinaio di passi il sentiero rimase buono ed asciutto; 
ma poi il terreno, divenuto alquanto accidentato ed elevato sulla 
destra, cominciò invece a deprimersi sulla sinistra, dalla parte del 
fiume, e diventò presto umidiccio ed acquitrinoso. Progredendo in- 
contrai un rigagnolo dove l' acqua era poco mossa, e di color di 
thè molto forte, sebbene limpidissima. 

In questi luoghi bassi, dove si affondava sino a mezza gamba 
nella poltiglia nera, formata dallo sfacelo del fogliame caduto dagli 
alberi, svariati erano i tipi di "vegetazione, e numerose liane con 
strani tronchi attortigliati fra loro e di apparenza serpentina, stri- 
scianti da prima sul terreno, si arrampicavano poi sugli alberi sino 
a sorpassarne le cime. Dai nudi tronchi di queste liane si vedevano 
spesso spuntare ciocche di fiori, e masse di frutti, senza che si po- 
tesse scorgere una foglia, e come se fossero attaccati alle corde di 
un albero di bastimento. 

Quivi pure allignavano varj piccoli alberi ed arbusti singolari, al- 
cuni dei quali coi tronchi sorretti da alte radici, quasi cercassero di 
allontanarsi dal suolo limaccioso. Uno fra gli altri, una nuova specie di 
Arclnjtaea, aveva un tronco assai alto ma sottile che sembrava sol- 
levato dal suolo da alti trampoli, ed aveva la chioma intieramente 
coperta di bellissimi fiori color rosso camelia'). Era questo uno dei po- 
chissimi alberelli che sotto l'ombra delle grandi piante portasse fiori 
a colorito molto vivace. Un altro piccolo albero, molto curioso e non 
raro in queste località, era un'anonacea, una Poh/altlno, col tronco 



') Questa pianta (una temstremiacea : P. B. u. ° 319) non avendo ricevuto ancora un 
nome potrebbe distinguersi con quello di Archytaea (Ploiarium) pulcherrima. Differisce dalla 
specie ben nota, A. elegans, per i suoi fiori molto più grandi. 



CAPITOLO II 43 

rivestito tutto iu giro, dal basso siuo ai grossi rami, di fiori color 
saluioue in forma di stella. 

Ad onta che il piauo della foresta fosse della natura ora descritta 
e completamente mondato, si attraversava però assai bene in grazia 
di ima di quelle caratteristiche strade particolari a Borneo, fatta co- 
struire dal Tuan-muda, non è molto, per far capo a Siili, la piccola 
collina conica che si scorgeva da casa nostra. Quando il suolo è 
asciutto e rilevato, la foresta si traversa d' ordinario assai bene ; ma 
quando è pianeggiante e manca lo scolo all'acqua, la vegetazione 
è così densa, che vi si camminerebbe con grandissimo stento, se non 
vi fosse stato praticato un sentiero sui generis, col mezzo di grandi 
e lunghi tronchi di alberi. Per costruire una simile strada gli indi- 
geni, che sono abilissimi in tal genere di lavoro, cominciano da ab- 
battere uno dei tanti alberi che incontrano lungo il cammino, cer- 
cando di farlo cadere nella direzione voluta. Al tronco tagliano i 
rami, e dove quello termina, abbattono l' albero che vi si trova più 
vicino, e così di seguito anche per molte miglia. In questa maniera 
la strada è fatta da tronchi d'alberi o « bataug» come dicono i Ma- 
lesi, attestati gli uni agli altri. Ma ben si può immaginare che questa 
congiunzione è tutt' altro che regolare e perfetta. Si riuniscono per 
questo le interruzioni con tronchi più piccoli, o se ne accostano due 
sottili fra di loro, tenendoli obbligati con caviglie o pali confitti in 
terra, ed al bisogno avvinti da legature di rotang. 

Strade sì fatte, quando sono di recente costruzione, si percorrono 
rapidamente da olii vi ha l' abitudine, soprattutto camminando scalzi; 
ma il novizio è certo che acquista la pratica al seguito di frequenti 
cadute. 

La strada di Sin! era per il tratto maggiore di questa natura; ma 
essendo stata tracciata già da varj mesi, i tronchi, per la grande 
umidità della foresta, le abbondanti pioggie e l' elevata temperatura, 
cominciavano di uià a putrefarsi. Molti avevano perduto la scorza, 
almeno sulla parte rivolta all'aria e dove occorreva posare il piede. 
Questi erano i tronchi più pericolosi per l'equilibrio, perchè una 
tenne alga verde li rivestiva di un velo sottile, e la più piccola umi- 
dita li rendeva sdrucciolevoli come se fossero stati insaponali, imparai 
quindi tosto a mie spese, che eoi grossi scarponi a snolo alto si cammi- 
nava mollo male nei sentieri delle selve di ISorneo, e subito adottai 

le scarpe di tela con suolo sottile, tanto più comode per sostenersi 

sin tronchi, ed anche pei- entrare nei pantani. E d'altra parie in que- 
sti boschi lo scopo delle calzature non è di tenere i piedi asciutti, 
ma di difenderli dalle eventuali ferite e dalle spine. 



44 NELLE FORESTE DI BOENEO 

Se è incomodo di camminare sopra queste « vie di legno », è però 
tutto quello che vi è di meglio per traversare una foresta, dove il 
terreno non è asciutto. E poi per il naturalista, ma in ispecie per 
l' entomologo, questi sentieri sono un prezioso terreno per la caccia. 
Quella striscia luminosa attraverso l'ombra uniforme della foresta, 
dove il sole riesce ad inviare qualche raggio non filtrato attraverso 
la massa del fognarne, attira una quantità d'insetti, sopra tutto far- 
falle, troppo spesso però inarrivabili. Fra le altre mi facevano stizza 
alcune grandi Hestia, dalle trasparenti ali argentine, che si libra- 
vano a 15-20 metri sopra il mio capo, senza che mai volessero ab- 
bassarsi, tantoché alla fine, una volta, cominciai a tirar loro fucilate 
con piccola munizione, come se fossero uccelli, e di tal guisa potei 
almeno averne una in mano. 

Sui rami e sui tronchi di recente abbattuti andavano a posarsi nu- 
merose specie di longicorni e di curculionidi, mentre che sulla superficie 
umidiccia di quelli più vecchi e semiputrefatti, strisciavano impal- 
pabili e mucillagginose planarie. Talvolta s'incontrava anche qual- 
che bel carabo dalle tinte metalliche, o si sorprendevano nel lento 
cammino certi grossi e lucenti miriapodi color castagno (SpJiaero- 
poens sulcatulus), che alla più piccola vibrazione si avvolgevano sopra 
loro stessi, formando un globo della dimensione di una grossa palla 
da fucile, e si lasciavano cadere al suolo. Sotto le scorze erano ab- 
bondantissimi gli insetti a colori tetri ed a forme depresse. Anche il 
micologo in questi luoghi trovava da mettere insieme un prezioso bot- 
tino di Polyporus, Hifìmxylon, Tremella, Xi/laria, ecc. Talvolta erano 
delle sterminate processioni di termiti o formiche bianche (che però 
erano brune), le quali in colonna serrata ed in linea sinuosa attra- 
versavano la via ed i tronchi, da sembrare serpenti senza fine. E 
forse di qui ha avuto l' origine la storia raccontata da qualcuno, di 
aver visto cioè, in Borneo, serpenti così lunghi, che non cessavano 
mai di passare. 

Le Hmtadàpsa o mignatte forestali (« lintà » dei malesi), frequen- 
tissime in certe località ed eccessivamente incomode, sono una delle, 
piaghe della foresta di Borneo. Se ne conoscono due specie. Una 
sta posata sugli arbusti e spesso nel camminare si attacca alla per- 
sona, specialmente sulle mani e sul collo. L' altra, che è la più ab- 
bondante, vivendo per terra aderisce più che altro alle gambe, e non 
vi è mezzo di liberarsene, penetrando essa anche attraverso le cal- 
zature, sotto le quali, specialmente al collo del piede, s' impinza di 
sangue, prima che uno si sia accorto della sua presenza. In Sarawak 
vi sono anche delle mignatte acquatiche molto grosse delle quali 



CAPITOLO II .45 

una (la Limnotis Loicei, Baird) mi venne assicurato che possiede 
l'istinto di depositare le uova nell' intestino dell' uomo, cagionando 
a questi la morte. Io non so cosa vi sia di vero in tale racconto. 
È certo però che la mignatta in parola è celerissima nelle sue mosse, 
aderisce fortemente dove tocca, e si estende in modo meraviglioso. 
Essa predilige le acque limpide e correnti di alcuni luoghi dell' alto 
Sarawak, dove per questo i nativi evitano di bagnarsi. Un' altra 
mignatta, essa pure pericolosa, si dice che viva invece nelle acque 
torbide presso Kutcing; ma di questa non ho avuto esemplari. 

Xelle nostre prime visite alla foresta di Kutcing, percorrevamo 
sempre poco cammino, che in poche centinaia di passi trovavamo 
tanto da occuparci per varie ore. Ma presto mi venne la smania 
di spingermi un poco più lontano, ed una mattina, fatto il proposito 
di non lasciarmi sedurre da alcun essere vivente, e di percorrere 
tutto d' un tratto il sentiero sino a Siùl, presi il mio fucile e m' in- 
camminai solo, per godermi le bellezze della foresta senza essere 
distratto. Avevo di già oramai alcuni giorni di pratica di « cammino 
arboreo » e mi congratulavo meco stesso del modo come progredivo 
spedito sui batang, quando la troppa ammirazione della . mia abi- 
lità, remlendomi meno cauto, mi fece precipitare ad un dato mo- 
llici ito fra gli sterpi senza potermi trattenere a nulla. 

Camminando speditamente, nonostante le cadute frequenti, in 
un'ora circa giunsi ai piedi della piccola collina di Siùl, che s'in- 
nalza assai ripidamente, in forma di cono isolato da tutte le 
parti. Quivi giunto, da una solitaria capanna, situata nel mezzo di 
una piantagione di ananassi, vidi uscire e venire incontro a me un 
individuo, che portava un lungo coltellaccio legato alla cintola ed 
era vestito solo con una corta giacchetta ed un paio di calzoni giun- 
genti appena al ginocchio. Io m'immaginai subito di avere incontrato 
uno dei veri indigeni, cacciatori di teste, un «Dayak», ma sbagliavo 
a— ai. Come è facile ad un viaggiatore novizio ingannarsi! Se si fa- 
cesse una critica scria delle prime impressioni dei viaggiatori in paesi 
nuovi, farebbe meraviglia la quantità dei qui prò quo che hanno 
preso, <■ che hanno tramandato ai posteri. 

Il mio Daiacco seppi invece, al ritorno, a colazione dal Tuan- 
iniida. essere nientemeno (pei- chi vi vedesse credere) un « Sereib » 
ealea dire ira discendente del Profeta Maometto, od un « Tiian-kn »') 
come si chiamano in Sarawak <piesti individui, i quali vorrebbero 



■ i ian i ii -■ in malese e veramente un titolo ohe si dà alle persone di alto tango 
«■il ai principi; « tnan .. semplicemente, significa signore o padrone. 



46 NELLE EORESTE DI BOENEO 

farsi considerare come appartenenti ad una casta privilegiata. Ma 
per me, allora, qnell' individuo era nn Daiacco, che sul principio guar- 
dai piuttosto con certa diffidenza, per il timore che gii facesse gola la 
mia testa. Mi parve anzi dentro eh me che la compagnia del fucile 
non fosse punto da disprezzarsi, ma presto riconobbi nel presunto 
selvaggio delle abitudini assai civili. 

È ima cosa riconosciuta da tutti i viaggiatori, la compitezza, la 
maniera signorile e rispettosa di presentarsi dei Malesi, senza affet- 
tazione e realmente innata. Il creduto Daiacco si chiamava Tuan-kù 
Yassim, e divenne presto la mia migliore guida nella foresta. Era un 
cacciatore espertissimo e fortunato; eccellente tiratore, pratico della 
vita del giongle (jungle 1 ), realmente quanto un Daiacco, se non 
più, perchè oltre all' istinto ed alle attitudini di un vero figlio della 
foresta, aggiungeva una intelligenza non comune. Il suo aspetto, 
meno che nello sguardo, non tradiva punto l' origine araba, invero 
molto diluita con sangue malese e daiacco. 

Tuan-kù Yassim, che noi però usammo sempre in seguito eh chia- 
mare il Tuan-kù di Shil dal luogo dove viveva., trovandosi per questo 
in condizione favorevolissima, nel bel mezzo di ima stupenda foresta 
primitiva, ci portava quasi ogni giorno qualche beli' animale. Ora 
erano delle scimmie, ora degli scoiattoli, o delle tupaie, oppure qual- 
che beli' uccello, come dei Buceros, dei porgam 2 ) (sorta di colombi) od 
altre grosse specie. I piccoli uccelli, che era più difficile ottenere 
dagli indigeni, li cacciava principalmente Doria. Io pure riportavo 
sempre qualche animale a casa di ritorno dalle gite giornaliere nella 
foresta, non trascurando mai di portar meco il fucile. Avevamo an- 
che trovato un Giavanese, di nome Senuen, cacciatore paziente, che 
abitava una capanna nella piantagione prossima a casa nostra, e 
che ogni giorno riusciva ad uccidere qualche uccello nuovo da ag- 
giungere alla nostra collezione. 

Sul far della sera, di frequente, Doria ed io e' incamminavamo 
col fucile in spalla, verso la parte di recente diboscata in direzione 
della foresta. Quando il giorno accennava a declinare, quel luogo era 
pieno eh vita, ed i grandi alberi seccaginosi rimasti in piedi ed isolati, 
in mezzo alla piantagione di ananassi, attiravano molti animali. 



') Il «jungle» degli Anglo-indiani non è tanto la foresta primitiva, quanto la parte 
selvatica ed abbandonata del paese con foresta secondaria. Djnugle non è una parola 
della lingua malese, sebbene anche in questa si adopri « dgiangala » (dal sanscrito) per 
selvatico e deserto. 

2 ) Carpophaga aenea. 



CAPITOLO II 47 

Una delle note caratteristiche di quell' ora melanconica in Sara- 
vcak erano le cicale, che riempivano dei loro gridi le boscaglie vi- 
cine. Ye u' era una, la Pom/ponia imperatoria, chiamata dai Ma- 
lesi la cicala delle ore sei, « kriang pokol anain », di dimensioni 
colossali 1 ), che si sentiva solo quando il sole era prossimo al tra- 
monto. Il suo grido rammentava moltissimo il ragliare di un asino, 
ma in una nota così acuta e così forte, da potere essere avvertita 
anche a qualche centinaio di metri di distanza. 

Xon appena avevano cominciato a cantare le cicale, comparivano 
branchi di Palaeornis lonc/icauda, piccoli pappagalli verdi a coda sot- 
tde e lunghissima, che andavano a cercare sugli alberi più alti il 
posto per albergare la notte. Parimente posato proprio sull'estrema 
vetta dei rami secchi degli alberi più elevati, un piccolissimo falco 
(Hierax coendescens) faceva la posta agli insetti, che afferrava al volo, 
per poi ritornare a mangiarli sul ramo da cui si era mosso, dando 
spesso la caccia anche a piccoli uccelli, con un coraggio punto in 
proporzione alla sua mole. Esso è di fatto uno dei più minuscoli, 
se non addirittura il pigmeo fra tutti i falchi conosciuti, essendo 
delle dimensioni di un passero comune. Fra i falchi è anche note- 
vole per la sua colorazione generale di un bel nero lucido cangiante, 
ma col ventre biancastro, e nell'insieme con una livrea più ornamen- 
tale di quella che d'ordinario sogliano rivestire i rapaci. 

Quando la luce cominciava a declinare, accadeva molto di fre- 
quente di vedere staccarsi dal tronco degli alberi isolati certi grossi 
animali (Pteromys nitidus), che librandosi nell'aria e descrivendo una 
parabola rovesciata, andavano a posarsi sopra un altro albero, di- 
stante :;o-K) metri, ad un'altezza però assai minore di quella dalla 
quale erano partiti. Appena posati cercavano subito di riarrampi- 
earsi ed era allora molto facile di ucciderli. Questi curiosi esseri ap- 
partengono alia numerosa schiatta degli scoiattoli, ma sono favoriti 
dalla natura di un'espansione della pelle (interposta fra le membra 
anteriori e le posteriori) che divenendo tesa quando spiccano il loro 
salto nell'aria, fa l'effetto di un paracadute. 

Presto ci accorgemmo che vi erano nella foresta alcuni alberi, i 
quali attiravano una gran quantità di uccelli. Erano Ficus straca- 
richi di innumerevoli frutti maturi, grossi poco più dei piselli; I Fi- 



Uno degli indi\ iilui che abbiamo riportato misura 186 millimetri dall'estremità ili 
un' ala all'altra. 



48 NELLE FORESTE DI BORNEO 

cus, che i Malesi chiamano « kayù 1 ) ara », sono di svariatissime specie 
in Borneo, oltreché abbondanti in individui ; e di sicuro i loro frutti 
servono di pasto ad un popolo eterogeneo di animali, ma soprattutto 
agli uccelli. I Ficus di Borneo hanno forme, dimensioni ed adatta- 
menti biologici variabilissimi e curiosi, che meriterebbero uno studio 
speciale. 

Il fico (un TJrostigma) che adesso richiamava una così gran copia 
di volatili, aveva il fogliame minuto, ed i suoi rami, partenti da un 
grosso ed altissimo tronco snl quale in origine il fico era nato, ed 
era quindi epifite, si estendevano sopra un' immensa superficie. Era 
uno stormire continuo fra le sue fronde; ma bisognava aspettare 
tranquillamente sotto l'albero che qualche uccello rimanesse allo 
scoperto, per potergli tirare. Se uno cadeva, gli altri non se ne da- 
vano nemmeno per intesi. Eppure, delle fucilate ne sparavamo molte, 
ma per la grande altezza delle piante, la maggior parte senza ef- 
fetto. Gli uccelli che venivano a posarsi sopra questi alberi, erano 
di solito molto belli e di colori splendenti ; fra gli altri predomina- 
vano varie specie di bucco (Cliotorhea, Xantlwlaema e Calorhamphus), 
dei quali potemmo avere quanti individui ci piacque. 

Vi saranno molte eccezioni, ma mi sembra di poter riconoscere che 
gli uccelli, i quali nelle selve dei paesi tropicali si nutrono di frutti 
a colori vivaci, hanno aneli e il loro abito adornato di simili tinte, 
specialmente di giallo e di rosso. Il verde poi è molto comune in tale 
categoria di uccelli, e forse questo colore non sempre in origine è 
stato assunto per rendersi meno visibili ai loro nemici fra il fogliame 
degli alberi, ma piuttosto per un istinto di simpatia verso gli oggetti 
da cui si son trovati circondati. 

La montagna di Mattang, che tutti i giorni vedevo dalla veranda 
nel suo cupo ammanto di verdura, mi attirava talmente, che ad ogni 
costo decisi di salirne la cima al più presto. 11 Tnau-muda mi diceva 
che la cosa era tutt' altro che facile, perchè non esisteva sentiero 
di nessuna specie attraverso la foresta, la quale si estendeva per 
quasi 10 miglia, sopra terreni bassi e paludosi e quindi penosissimi 
a percorrersi. In quell' epoca non si conosceva ancora che per acqua, 
seguendo certi canali nascosti fra i rnangrove, si poteva arrivare co- 
modamente sino ai piedi della montagna. 



') « Kayù » significa albero in malese, parola che si prefigge al nome col (piale si 
qualifica una detcrminata specie. Xel medesimo modo si adopra « bungà » per i fiori, 
« bua » per i frutti, « akar » per le radici o le liane. 



CAPITOLO II 49 

Io avevo accennato al Tuan-inuda l'idea di far tracciare dai Da- 
iacchi nella direzione di Mattang mi sentiero ; ma intanto . ima 
mattina (9 luglio) in compagnia di Tuan-kù Yassim e di alcuni Ma- 
lesi, volli, coli' aiuto di una bussola, riconoscere la foresta al di là di 
Siiil. !N"on prendemmo che i nostri fucili e da far un pasto nella fo- 
resta. Avendo oramai di già percorso varie volte la strada da Kut- 
cing a Siili, non incontrai più oggetti di prima curiosità, da farmi 
rallentare il cammino. Ma al di là di Siiil il paese era del tutto sco- 
nosciuto per me, come per il Tuan-kù, che pur vi abitava vicino. Gi- 
rammo intorno alla collina di Siùl, dove alla base in alcuni punti 
la foresta essendo stata diradata, aveva preso piede una bella felce 
arborea '); ma ben presto entrammo nella foresta vergine, e colla bus- 
sola alla mano, «facemmo rotta» verso Mattang, nella direzione della 
cima principale, che era stata riconosciuta da uno dei miei uomini, 
salendo sopra un alto aliterò. 

La selva non avrebbe potuto essere più selvaggia. È possibile che 
qualcuno, 3Ialese o Daiacco, vi fosse penetrato prima di noi in cerca 
di guttaperca o di rotang, ma nessuno indizio rivelava adesso che orma 
umana ne avesse mai calcato il suo suolo. Di rado però anche i Ma- 
lesi si azzardano in una foresta primitiva per più di un miglio o due 
dalla sponda dei fiumi. 

Per il momento il terreno era leggermente sollevato e per questo 
asciutto; ma il suolo interposto fra i tronchi più grossi era tutto oc- 
cupalo da piante giovani delle specie d'alto fusto, e poi da un im- 
menso e svariatissimo numero di tante altre, che non arrivano mai 
a gareggiare colle prime. Sul terreno giacevano tronchi mostruosi, 
clic in pochi anni, forse anzi mesi, restituiranno al suolo quello che 
dinante secoli vi hanno lentamente sottratto. 

Con tale foresta il cammino spedito è impossibile, bisogna ad ogni 
istante evitare gli ostacoli e farsi strada con i «parang».Io pure 
avevo subito sostituito al mio coltello da caccia, questo strumento 
malese, di molta maggiore potenza e nello stesso tempo facile a ma- 
tteggiarsi. Col parang alla mano si tagliano gii ostacoli, e fra i pri- 
missimi le foglie spinose ed i lunghi flagelli dei rotang, armati di 
aculei ;i ritroso, clic straccierebbero i vestiti e lacererebbero la pelle, 
86, una volta clic essi liamio aggrappato, non si staccassero con questo 
me/./.o sbrigativo. Di tanto in tanto si ha l'avvertenza di intaccare 
dei piccoli arbusti e di piegarne la punta nella direzione nella quale 

li tophi la contamiiums. 

4 — BECCASI, ffftt fui i '■ " TÌOI <"". 



50 NELLE FORESTE DI BORNEO 

si cammina, come mezzo di riconoscimento. È questa una delie pre- 
cauzioni indispensabili per non smarrirsi. Anche quando la foresta 
è facile a passeggiarsi, perchè scarsa la vegetazione secondaria, è 
sempre prudente di lasciare una traccia, facilmente riconoscibile, del 
proprio passaggio. Non esistendo nella foresta oggetti variati, che si 
distinguano da lontano, è incredibile come sia facile disorientarsi, 
accadendo spesso, dopo aver lungamente errato, di trovarsi al punto 
di partenza. 

Nella foresta, come nel!' oceano, si avanza, si avanza, e sempre 
l' orizzonte si richiude eguale dietro a noi ; con la differenza che nella 
foresta l'orizzonte si trova a pochi passi all' ingiro. La foresta inspira 
più timore dell'oceano e del deserto. Qui vi è il sole che guida; nella 
notte vi sono le stelle. Nella foresta vergine di Borneo il cielo è 
sempre invisibile: se il sole a momenti si intravede traverso il fo- 
gliame, a poco serve per l' orientazione, in causa del gran cerchio 
che percorre nel cielo. Nel deserto, anche nella pianura sterminata, 
è diffìcile che manchi qualche oggetto, una collina, un sasso, che in- 
dichi un progresso in avanti, verso la mèta che si vuol raggiungere: 
nella foresta invece più si avanza e più sembra che il mondo si 
chiuda dietro a noi. La tema di andare avanti aumenta col pericolo 
di non più uscirne. Nella foresta l'ignoto ha maggiori orrori che nel 
deserto e nell'oceano. 

È possibile che anche molti animali provino, come l'uomo, il timore 
di smarrirsi nella foresta. E forse questo sentimento restringe assai la 
distribuzione geografica di molti animali dei paesi forestali, in con- 
fronto di quella estesissima degli abitatori delle steppe e dei deserti. 

A momenti, in certe ore della giornata, regna nella foresta una 
calma quasi paurosa. La natura sembra come assopita nel suo stesso 
regno. Appena, prestando molta attenzione, giunge all'orecchio un 
suono, un grido, un sibilo, un rumore non mai prima avvertito, che 
tradisce la presenza eh un uccello, il guizzo di uno scoiattolo, od il 
volo di un insetto. 

Ma la foresta di Borneo è così multiforme nelle varie ore del 
giorno, come a seconda della stagione e del tempo, che nessuna de- 
scrizione riuscirà mai a farne acquistare un'adeguata idea a chi non 
vi ha vissuto. Infiniti e variati sono gli aspetti sotto i quali si pre- 
senta, come i tesori che nasconde. Le sue bellezze sono inesauribili, 
come le forme delle sue produzioni. Nella foresta l'uomo si sente 
veramente libero. Quanto più uno vi si aggira e tanto più se ne in- 
namora ; quanto più uno la studia e tanto più ne rimane a cono- 



CAPITOLO II 51 

scere. Le sue ombre, sacre alla scienza, tanto appagano lo spirito del 
credente, quanto quello del filosofo. 

S"oi procedevamo a stento sempre con la bussola alla mano, cre- 
dendo uoucbmeno di aver percorso un cammino molto maggiore di 
quello che fosse in realtà. La foresta paludosa, e la rozza vegeta- 
zione di rotang, di Pandanus, di Mapania e di altre grandi erbe a 
foglie spinose che ivi si era stabilita, in aggiunta a quella arborea, 
rallentarono sempre più il nostro progresso in avanti. In questi luoghi 
incontrai per la prima volta frequente la Nepentìies Rafflesiana (una di 
quelle singolari piante per cui Borneo è così famosa), che portava 
grandi urne od ampolle piene d'acqua, riccamente macchiate di san- 
guigno, e pendenti come da un filo alla estremità delle foglie. 

Da Siùl in poi avevamo di già camminato per tre ore, quando giun- 
gemmo ad una leggerissima prominenza del terreno, con vegetazione 
differente da quella usuale della foresta circostante, e caratterizzata 
soprattutto da due conifere, il Dacrydium elatum e la casuarina ad 
ombrello (C. surnatranaf), non che da altre specie di alberi, arbusti 
e felci, che non si trovavano più a pochi passi all' ingiro. Di questi 
luoghi, chiamati dai Malesi « mattang » '), ve ne sono diversi nelle 
vicinanze di Kutcing, e vengono quasi considerati come località sacre 
o per lo meno abitate dagli spiriti. Subito dopo il mattang ci arrestò 
un corso d'acqua largo solo 10 o 15 metri, ma molto profondo, con 
l'acqua scurissima, e nella massa color caffè. 

Sul mattang gli alberi erano meno alti che altrove, e l'ombra loro, 
causa la differente natura del fogliame delle conifere rammentate, 
meno densa. Il Tuan-kù stesso salì sopra" un albero, aiutandosi per 
mezzo di una liana che vi cresceva accosto, e riesci così a ricono- 
scere che noi avevamo seguito la direzione giustissima, ma che ave- 
vamo attraversato appena un terzo dell'intiero tragitto. Avevamo 
forse percorso al più un chilometro all'ora! 

Era vicino mezzogiorno, ed approfittammo del luogo asciutto per 
mangiare il nostro riso. Progredire oltre era difficile, perchè bisognava 
cominciare a pensare come si sarebbe passato il fiume. Il mio scopo 
però era, almeno parzialmente, raggiunto. Avevo visto abbastanza 
della foresta per essermi reso conio della possibilità di praticarvi un 
sentiero. Grandi corsi d'acqua non ve ne potevano essere di certo: 
forse quello incontralo era il mangi ore, e questo con uno degli al- 



'; l'u.'i delle felci che non monca mai sui mattang e il bollissimo Polypodimn Dipterie, Bl. 
Spi --•> anche •■> si incontrano delle Nepenlhe». 



52 NELLE FORESTE DI BORNEO 

beri che ne fiancheggiavano la riva, tagliato e fatto cadere a tra- 
verso, era presto superato. Eitornammo quindi verso casa con un 
discreto bottino di piante; ma grandissimo però era il numero di 
quelle osservate, e che non avevo potuto raccogliere, per la difficoltà 
di arrivarne le fronde. Erano però intanto nuove conoscenze, che le 
mie corse giornaliere dovevano, a poco alla volta, mettermi in grado 
di far passare nel mio erbario. 






Pig. 7 - Nel kampong cinese a Kuteing 



Capitolo III 

Popolazione di Kutcing - Malesi di Borneo e loro origine 



Proponendoci noi una assai lunga permanenza in Sarawak, ed 
avendo visto che Kutcing ci conveniva come quartiere generale, da 
dove si sarebbero potute fare fruttuose escursioni in giro, organiz- 
zammo la nostra casa in modo, da non dover più abusare dell' ospi- 
talità del Tuan-muda. Fissammo quindi un cuoco cinese ed un 
« tukan ayer » ossia portatore d'acqua, pure cinese; per di più 
ognuno di noi si procurò un servo malese. Il mio si chiamava 
" Ismael <>, quello di Doria « Kassim ». Comprammo un « sampan », 
vale a dire una barca malese per traghettare il fiume e fare escur- 
sioni, e tenemmo fissi due ragazzi, pur malesi, per condurla. Io 
avevo dovuto inoltre impiegare alcuni uomini per atterrare gli al- 
beri in liore che incontravo nella foresta, non potendo in altro modo 
procurarmene i saggi per il mio erbario. 

In Sarawak i differenti mestieri sono disimpegnati da individui di 
varia nazionalità. I falegnami migliori ed i fabbri sono cinesi, i quali 
;i dire il mio l'anno un poco di tutto. Sono pure cinesi i principali 
commercianti, i venditori <li commestibili ed i bottegai, noncbè i 
cuochi, i sarti, i portatori d'acqua ed i facchini. I Malesi, naviga- 
toli per eccellenza, dediti alla pesca ed al piccolo commercio, co- 
struiscono i battelli, tagliano il legname nel bosco, lo trasportano 
in riva ai fiumi, e cercano anche i prodotti naturali della foresta, 
come intani:, cesine, guttaperca, gomma elastica, semi oleosi, ecc. 
I lavandai (dobf) ed i parrucchieri degli Europei (tukan tciukor) sono 

indiani. Indiani suini pure alcuni eoiimierein.nl i e tenitori di botte- 
glie e gli Stagnini. I coltivatori migliori in Sarawak sono senza dub- 



56 



NELLE FORESTE DI BOKNEO 



bio i Cinesi; ma gii Europei adoprano come giornalieri principal- 
mente i Giavanesi, e soprattutto gii Orang Boyan già ricordati. Per 

questo scopo servono 
anche i Kling, nativi 
della costa del Mala- 
bar, i quali vengono 
impiegati altresì a cu- 
stodire il bestiame , 
che per verità è scar- 
sissimo in Sarawak e 
consiste solo in qual- 
che mucca. 

Ho visto dei bellis- 
simi maiali allevati 
dai Cinesi, che nel- 
l' arte di ingrassare 
questi animali sono 
maestri. Fra le altre 
cose impiegano per 
nutrirli anche una 
pianta acquatica (Fi- 
stia Stratiotes) che fan- 
no crescere espressa- 
mente in grandi poz- 
zanghere o stagni, e 
danno loro a mangia- 
re bollita. 

Per il momento le 
diverse nazionalità in 
Sarawak non si amal- 
gamano, ed ognuno 
attende alla sua arte 
ed al suo commercio, 
professando la reli- 
gione alla quale ap- 
partiene; ma alla lunga, non è possibile che non accada una certa 
fusione in questa accozzaglia eterogenea di popolo. 

La popolazione cinese si mantiene distinta dalle altre, e special- 
mente dalla malese, molto per antipatia religiosa, ed in parte per 
la continua immigrazione di nuovo elemento. Che del resto i Ci- 
nesi si assimilano facilmente a qualunque altra razza, perchè, non 




Figv 8-1. lutei Bakar, malese, scrivano alla corte di giu- 
stizia. - 2. Datù Imaum, capo della moschea musulmana 
di Kutcing, d'origine araba. - 3. Hadgi Suden, membro 
del consiglio di Kutcing, in parte di origine araba. 



CAPITOLO- II t 57 

potendo avere che pochissime donne del loro paese, si accontentano 
volentieri di quelle che trovano dove vanno. 

I Cinesi sono la popolazione più attiva, più industriosa, più la- 
boriosa e più intraprendente di Sarawak; e quella che con i suoi 
stessi vizj, e prima di tutto con l'uso dell'oppio, fa circolare più 
denaro, ed è quindi una delle principali sorgenti di ricchezza per il 
governo. 

Gli « (Drang Malayu » o Malesi di Borneo, come quelli stabiliti 
sul littorale della Penisola di Malacca e negli Arcipelaghi asiatici, 
sono il risultato di una miscela di elementi etnici molto disparati. 
Ogni individuo che si qualifica per « (Drang Malayu » è di certo 
musulmano e parla il malese. 

I musulmani di Sara^vak appartengono tutti alla setta ortodossa 
o « sunni » , e la parte più aristocratica di essi, come le famiglie dei 
capi, discende spesso da Arabi (fig. 8). 

Essendo i Malesi musulmani, ben si comprende che gli Arabi deb- 
bano essere stati i divulgatori delle dottrine di Maometto, anche su 
queste coste. 

Gli Arabi in Sarawak sembra che nel passato siano stati più nu- 
merosi di adesso, ed è certo che essi hanno molto influenzato fisi- 
camente e moralmente le popolazioni littoranee di Borneo'). Low 
scrive che i capi arabi Sereib Saib e suo fratello Sereib Muller ed 
i loro parenti, non di rado mandavano partite di Daiacchi di mare 
nell' interno, a rapire quante più ragazze era possibile ai Daiacchi 
di terra, e si racconta che in una sola spedizione ne siano state 
portate via sino a trecento. 

Gli Arabi stessi che son venuti a stabilirsi in Borneo, chi sa 
quanto sangue nero o di altre razze avranno avuto di già nelle 
vene, dappoiché ogni commerciante musulmano, dallo Zanzibar al 
Golfo Persico, passa per Arabo e si spaccia per un « Sereib » o « Se- 
riff », ossia discendente del gran Profeta (fig. 9). Ciò prova quanto 
sia imprudente, in Borneo, di prendere per tipo della fisonomia di 
una data tribù uno dei capi, essendo questi spesso di origine fore- 
stiera. Si >;i di positivo, per esempio, che sul Seribas, i capi sono 
<|iuisi tutti di origine araba. 

D'altra parte, mik-Iic la minuta popolazione di Borneo, con gli usi 
pirateschi e le frequenti rapine, si è assimilata molto sangue fore- 
stiero in causa della schiavitù. Nei grandi continenti, e sopra masse 
ragguardevoli d'individui, ciò non altera che in moderate propor- 



'; Vedi Low, 8arawàk, IU inhabitanU and protliwtioiiH, p.-i^inc- llH-1 19-123. 



58 NELLE FORESTE DI BORNEO 

zioni e lentamente la tìsonomia generale degli abitanti; ma in Bor- 
neo, con popolazione scarsa e circondata da elementi multiformi, il 
caso è da considerarsi assai. 

Nei paesi poi dove esiste la schiavitù, e soprattutto dove si trova 
una razza dominante in contatto di una ad essa assai inferiore, il 
tipo si modifica dopo poco tempo, venendo i discendenti a far parte 
della famiglia ed a mescolarsi fra di loro. 

A proposito degli elementi forestieri, che hanno contribuito a for- 
mare la popolazione malese di Sarawak, St. John racconta ') che la 
città di Kutciug, quando si trovava presso il mare a Santubong, in 
un momento che la popolazione maschile era assente per una spe- 
dizione, venne attaccata da una flottiglia di pirati del Pegù, i quali 
fecero schiave tutte le donne, prendendo poi il largo. Nel frattempo 
però i Malesi di Kutcing furono di ritorno, e coi loro veloci bat- 
telli inseguirono i pesanti « prahu » 2 ) dei nemici, che vennero rag- 
giunti e sconfitti. Così non solo i Malesi poterono liberare le loro 
donne, ma scambiate le parti, ebbero la sorte di poter condurre in 
schiavitù a Santubong tutti gli equipaggi dei prahu catturati, meno 
i capi che furono uccisi. In Sarawak vi è, tuttora la tradizione che 
una parte dei Malesi di Samarahan, ed anche alcuni degli abitanti 
di Kutcing, siano discendenti di quei Peguani. 

È pure indubitato che un certo ninnerò di Malesi di Sarawak, 
come di altre parti di Borneo, proviene da Sumatra e dalla Peni- 
sola di Malacca. Ma si può supporre che i Malesi di Malacca, i quali 
pure dovrebbero essere i tipici, abbiano risentito l'influenza della 
posizione geografica della Penisola, lungo la quale le popolazioni 
dell' India, della Birmania, del Siam e della Cocincina possono es- 
sere gradatamente discese, avanti di passare nell'Arcipelago asiatico. 

Sarawak, prima che il Ragià Muda Hassini ne facesse cessione a 
Brooke, era una delle principali provincie del Pegno di Bruni; per 
la qual cosa oltre ai Sareib arabi, che con un velo di religiosa ipo- 
crisia riescivano ad acquistar ivi una grande influenza ed a sfruttare 
gii indigeni, vi erano i nobili o « pangerang » di Bruni, che face- 
vano a gara con i Sareib a spogliare i Daiacchi di terra e ad im- 
padronirsi delle loro donne. 

I pangerang di Bruni sembra siano discendenti di capi musul- 
mani provenienti da Malacca, stabiliti a Bruni con l'estensione del- 



') Life in the Foresti of the Far Fast, voi. I, pag. 126. 

-) Sono così chiamati in malese i grossi battelli da commercio, non che quelli usati 
dai pirati, 



CAPITOLO 111 



59 



l' Islamismo. Ma il Begno eli Bruni si crede sia stato formato dai 
Cinesi, e si ritiene che nella sua capitale, sulla fine del secolo xvm, 
ri fossero 30,000 coltivatori 
di pepe di quella nazionalità. 
Adesso i Cinesi propriamente 
detti in Bruni sono pochi, ma 
in ogni modo è evidente che 
quivi l' elemento antropolo- 
gico deve essere stato modi- 
ficato grandemente, ed in 
più epoche, dall'immigrazione 
proveniente dal Celeste im- 
pero. St. John ') scrive per di 
più che nel Nord di Borneo 
s' incontrano numerosi abi- 
tanti delle Filippine, origina- 
riamente catturati dai Lanun 
o dai Baligniui, venduti come 
schiavi, e maritati dipoi colla 
popolazione indigena. 

Oltre a ciò, riguardo agli 
abitanti eh una così grande 
isola come Borneo, soprattut- 
to in ragione della sua posi- 
zione geografica, non bisogna 
tener conto semplicemente di 
ciò che è accaduto nei tempi 
storici, ma occorre eziandio 
calcolare sopra le possibili 
immigrazioni nei tempi più 
remoti. Ciò nonostante, anche 
prendendo solo in considera- 
zione i fatti avvenuti negli 
ultimi quattro o cinque se- 
coli, non >i può parlare degli abitanti di Borneo, e soprattutto dei 
Malesi, in modo generale. 

Così sembrano stabilimenti giavanesi, Sukadana e Bamlgiarmas- 
sing, e qualcuno dice andie Sara.wak '•')• Nella parte orientale a Basir 




Fig. 9-1. Inali Halrim, giudice indigeno a 
Kuteiug. - 2. Datù Bandai', prima, auto- 
rità indigena in Sarawak. Ambedue in 
parte di origine araba. 



/.. e., voi. I. pag. 290. 

I.'.a. /. ... pag. 94. 



60 



SELLE FORESTE DI BOEXEO 



ed a Koti è l'elemento bughis che vi signoreggia. A Sambas ed a 
Pontianak gii Arabi vi hanno avuto un gran predominio, per non 
parlare dei Cinesi, e dei discendenti di questi uniti a donne daiacche, 
i quali da un gran numero di generazioni lavorano colà ai lavaggi 
d'oro. Per la qua! cosa, il Malese di Borneo, quello delle coste e dedito 

al commercio, deve, mi sembra, considerarsi 
come il risultato di una prolungata fusione 
di razze svariatissime, ma principalmente di 
Indù, di Birmani, di Cinesi, di Siamesi ed An- 
nasiti, con un'accentuata traccia di Arabo, il 
tutto poi influenzato dagli elementi portativi 
dalla pirateria e dalla schiavitù e dal ratto 
delle donne delle tribù indigene nelle varie 
isole asiatiche. È difficile indicare con preci- 
sione di quali razze nell' antichità possano es- 
sere state popolate queste isole; ma forse non 
è fuor di proposito supporre che la razza pa- 
puana e negroide, se così piace chiamarla '), 
in un lontano passato si estendesse sopra tutta 
l'Asia meridionale, non meno che sulle nume- 
rose isole che la circondano. Di questa razza 
ne rimarrebbero ancora i resti quasi inalterati 
nei « Mincopai » delle Andaman, negli « Età » 
o « Negrillos » delle Filippine, e delle traccie, 
più o meno modificate dai contatti con razze 
a capelli lisci, nei « Vedda » del Ceylan, nei 
« Samaug » ed in altre tribù selvaggie della 
Penisola malese 2 ). 
Da tutto quanto ho esposto risulta, che qualunque Malese si prenda 
adesso in esame per uno studio autropologico, apparirà sempre un 
amalgama di varj tipi. Ed è per questo che io considero i Malesi in 
geuere, come componenti una razza multiforme, mista e secondaria. 
Dalle notizie riportate sull'origine dei Malesi di Sarawak, ben si 
può capire come la fisonomia loro debba cambiare assai, e che sia 
difficile di delinearla in pochi tratti. 

I Malesi non hanno barba, ma quando riescono a mettere insieme 




Fig 



10 - Uomo che porta 
i calzoni : figura tolta 
dalle sculture del tempio 
di Boro Budur in Giava. 



') Nome molto conveniente proposto dal prof. E. Giglioli. 

2 ) E colorito scurissimo ed i capelli inanellati di molti degli stessi Industani, stanno 
per me a rappresentare quanto è rimasto in essi di elemento negroide, dopo l' inva- 
sione ariana. 



CAPITOLO III 



61 



pochi peli, che col loro assieme possano rassomigliare alla lontana 
ad un paio di haffi, coltivano questi con la massima cura e se ne 
tengono assai. Si può dire che i Malesi sono sempre di carnagione 
bruna, che hanno il naso molto poco prominente, anzi più spesso 
depresso che dritto, gli occhi orizzontali, spesso arieggiando quelli 
dei Cinesi, gli zigomi sporgenti, il mento piccolo e 
le labbra regolari ed un poco tumide. I capelli sono 
costantemente lisci e nerissimi, ma quasi sempre 
tenuti corti o rasati. Il capo però è sempre coperto 
da un fazzoletto avvolto in vario modo; soltanto 
coloro che pretendono ad una origine araba, ve- 
stendo secondo la foggia di questa nazione, por- 
tano il turbante. Il vero costume malese consiste 
in una corta giacchetta (badgiù), spesso di seta e 
ricamata, 'ed in un paio di calzoni (sloàr). Si po- 
trebbe alla bella prima sospettare in quest'ultima 
parte del costume malese l'influenza della moda 
europea; sembra invece che questa speciale forma 
di abbigliamento maschile, sia di uso antichissimo 
in Asia, come ne fauno fede alcune sculture del 
tempio di Boro Budur in Giava') (tìg. 10). Oltre alle 
due parti di vestiario indicate, i Malesi portano un 
« sarong » , che avvolto intorno alla vita come una 
larga sciarpa ed annodato sul davanti, serve più Fìg. 11 - Donna che 
che altro a mantenere al fianco un «kris», l'arma veste il sarong: 
nazionale malese (specie di pugnale) dal quale non 
si separano mai. Preseutemente però la civiltà occi- 
dentale tende continuamente ad alterare il vestiario 
e le abitudini dei Malesi di Borneo, come quello di 
timi i popoli dell'estremo oriente; precisamente come nel lontano 
passato hi civiltà indiana ha importato nelle popolazioni più sel- 
vaggie degli Arcipelaghi asiatici ed oceanici, non solo alcune delle 
foggie di cestire ed alcuni degli ornamenti dall'India, ma tutte le 
principali idee religiose, le superstizioni, le costumanze, le cono- 
scenze artistiche e le industrie che quelle oggi possiedono. 

Il sarong è un articolo di vestiario per ambo i sessi, diffuso gran- 
demente nell'Asia meridionale, oli re che in lutto l'Arcipelago malese, 
ehe -i adopra in molle maniere, servendo «la calzoni, da gonnella, 
da camicia, da lenzuolo, da costume da bagno, da sciarpa, da cin- 




figura tolta dalle 
sculture del tem- 
pio di Boro Budur 
in Giava. 



i.i i i , -. Boro limili, mi limi, riii ,ii .inni, pag. uni. 



62 NELLE FORESTE DI BOENEO 

tura, ecc. Esso è un indumento a quanto sembra di origine remo- 
tissima, essendo col sarong vestite molte delle ligure che si vedono 
scolpite negli antichi tempj Indù di Giava (fig. 11). Per le donne 
il sarong è una parte essenziale del vestiario, e vien portato per 
lo più a guisa di sottana, tenuta ferma alla vita da una cintura. Al 
di sopra del sarong le donne ricche di Kutcing infilano inoltre una 
lunga camicia di cambric, o di seta a colori, e portano sulla testa 
uno scialle ricamato tutto in giro, che incornicia il viso come in 
certi costumi di monache, e ricade poi sulle spalle. Troppo mi di- 
lungherei se volessi minutamente descrivere tutte le particolarità e 
variazioni della toilette delle donne di Sarawak, le quali possiedono 
per di più quasi sempre molti ornamenti d' oro e di argento, di cui 
fanno volentieri mostra, tutte le volte che se ne offre loro l'occasione. 
Le donne di Kutcing hanno dei bellissimi capelli neri ; la loro 
carnagione è più chiara di quella degli uomini, e più 'di questi 
hanno costantemente il naso schiacciato e le narici rivolte in su. Il 
tipo loro però è alquanto variabile, come può bene immaginarsi da 
quanto ho precedentemente scritto sulle abitudini piratesche dell'an- 
tica popolazione di Kutcing. Tutte le donne malesi di Sarawak sono 
circoncise. 



Capitolo IV 



Frutti di Sara^vat - Del mangustino e sua patria - Origine dei frutti domestici - Il pi- 
nang - Xostro serraglio di bestie - Scimmie - Il nasico e la forma del naso nell' uomo - 
Uccelli - Serpenti - Rane incantate - I drago - Animali volanti - Mammiferi di Bor- 
neo - Grossa caccia in Sarawak. 



Sulla collina, dove sorgeva la casa di Ragià Brooke, come nel 
parco intorno alla sua attuale dimora, crescevano quasi tutti i frutti 
domestici propri della Malesia. Il Eagià vi aveva anche sperimentato 
l'acclimatazione di varie piante, di cui la cultura avrebbe potuto 
esser sorgente di lucro e di benessere al paese. Fra queste rammen- 
terò la noce moscata, la cannella, ed il cacao. 

La maggior parte però delle piante da frutto, e di quelle più ca- 
ratteristiche, non erano adesso nemmeno in fiore. Di questo numero 
erano i « durio », i « rambutan », i « lansat » ed i « mango ». Potemmo 
però assaggiare qualche « mangustino » (Garcinia Mwngostana) (fig. 12), 
uno dei finiti più squisiti dei tropici, ma che non si trova molto fre- 
quentemente coltivato al di fuori della regione malese, ed è poco 
comune anche in Borneo. I Malesi lo chiamano «bua manghis », e 
« sekup ■ i Daiacchi di terra. La vera patria del mangustino uon è 
conosciuta. È vero che in Borneo si trovano varie specie selvatiche 
Hi Ga/ràvnm, molto simili alla Mangostana, che hanno anche dei frutti 
mangerecci, ma sempre troppo acidi. Di positivo è un frutto origi- 
oario «Iella regione malaiana, dove però mai in nessun luogo è stalo 
incontrato con certezza allo stato selvatico. Qualcuno invero ha as- 
serito, Che la Penisola di .Malacca era la sua patria, come quella ilei 

dnrio, l'altro frullo malese pure conosciuto soltanto sotto forma do- 
mestica. Forse il mare ha adesso inghiottito la terra dove una volta, 
nascevano spontanee queste piarne privilegiate? Forse si potranno 



64 NELLE EOKESTE DI BORHEO 

ancora scuoprire in qualche remota ed inesplorata foresta ? Ossiv- 
vero sono esse un prodotto della cultura? Ma qual' è allora la forma 
primitiva da cui sono derivate ? O piuttosto certi frutti, come qual- 
che altra pianta domestica (il grano fra le altre) sono, secondo una 
mia ipotesi, oramai da tanto tempo sotto la protezione dell'uomo, 
che non possono fare a meno di questa, ed allo stato selvatico non 
riescono a riprodursi? Tali piante io le riterrei così unite all'uomo 
da mutualismo, da non poter prosperare altro che dove questi as- 
sicura loro l' esistenza. Allo stato selvatico, adesso, come l' uomo le 




Fig. 12 - Frutto del mangustiuo, Garcinia Mangostana (due terzi del vero) 

ha modificate, non riuscirebbero più a sostenere la lotta contro gli 
agenti distruttivi. 

Il mangustiuo, fra i frutti dei paesi caldi è uno di quelli da met- 
tersi in capo lista per la sua squisitezza. Quando è maturo ha la 
dimensione e la forma di un piccolo arancio, con la buccia paonazza, 
liscia, spessa 8-10 millimetri, molto astringente, e che bisogna ta- 
gliare in giro per mangiarne il contenuto. Se si ha avuto l'avver- 
tenza di fare il taglio della giusta profondità, si stacca facilmente 
la metà superiore della buccia come se fosse una callotta, lasciando 
allo scoperto, nel centro, una massa bianca, composta di 5-6 spicchi, 
o più raramente di 4-8. Ogni spicchio si compone di un seme circon- 
dato da, una polpa acquosa abbondante, di un bianco opaco, quasi 
spumosa, dolce, ma leggermente acidula, profumata, delicatissima, 
che rammenta un poco il sapore di alcune delle migliori qualità di 
pesche burrone, misto a quello dell'uva salamanna, ma con qualche 
cosa di tutto speciale, indescrivibile, che non si ritrova in altro frutto. 



CAPITOLO IV G5 

Maturano tutto l'anno in Kutcing il « sour sop » (Anona muricata), 
grosso frutto in forma di cuore, verde di fuori ed a carne bianca, 
succosa, assai gradevole, ed il « papaia » (Carica Papaya), che cresce 
quasi spontaneo nei giardini ed intorno alle case e produce frutti si- 
mili a poponi, ma assai meno buoni di questi. Tanto il sour sop, quanto 
il papaia sono piante d'origine americana, come il «sweet sop » (Anona 
squamosa) ed il « custard appiè » (Anona reticulata), che parimente ven- 
gono a perfezione in Sarawak. Ananassi, ed un gran numero di varietà 
di banani, si trovano ogni giorno sul mercato, dove si vede spesso an- 
che qualche giaceo o «nangka», l' enorme frutto dell' Artoccvrpns in- 
tegri/olia. 

La palma cocco s'incontra ovunque iu vicinanza dell'abitato a 
Kutcing, ma le larve di certi insetti (Bhyncliopliorus ferrugineus) la 
danneggiano assai, meglio riescendo solle spiaggie arenose delle pic- 
cole isole vicine ; però la maggior parte delle noci, di cui si fa un 
gran consumo, proviene dalle ISTatunas. 

U Areca Cateclmo «pinang» non è veramente una pianta da frutto, 
perchè le noci che produce non si mangiano, ma si masticano, nel 
modo che tutti sanno. Per il Malese il pinang è come il cammello 
per l'Arabo, che lo ha seguito cioè ovunque si è stabilito. Si può 
dire non esista una casa malese, che non abbia in sua prossimità 
almeno una pianta di questa elegantissima fra tutte le palme (fig. 13). 
A uclie il pinang rientra nella categoria di quelle piante domestiche, 
di cui la patria rimane un mistero'). 

In ogni caso però non può mettersi in dubbio che la pratica di 



i II fratto del phiang non e veramente uno ili quelli che abbia molto bisogno della 
protezione dell' uomo, perchè non sembra ricercato dagli animali. Ciò nondimeno V Areca 
Catechu non ~i trova selvatica, e nemmeno inselvatichita. Ma se non sono ricercati i suoi 
frutti, e !"-i" talmente buono, nutrienti', mancante ili osticità od amarezza, e privo di 
difese spinose il suo grumolo, che questo, nella foresta, verrebbe subito divorato dagli 
animali e l'albero morrebbe. Anche il pinang e quindi una delle piante ili cui l'esistenza 
dipende dalla difesa che gli procura l'uomo. Fra tutte le specie selvatiche di Areca che 
-i trovano nell'India orientale, nella Penisola malese, in Sumatra, in Borneo, nelle Filip- 
pine, ecc., quella che, per i caratteri botanici, piti si ravvicina alla specie d< stica e 

r. !,...< concinna del Ceylan. Ciò che | far supporre ohe la patria primitiva del pi g 

debba essere stata una volta nella regione interposta fra il Ceylan e la Ponisol aleso; 

regione <li cui forse le [solo Andar • Bficobar sarebbero adesso le ultime traccio. Lo 

o ragionamento potrebbe valore por il durio e por il mangustino, i quab potrebbero 

avuto origine sopra ten scomparse, ma una volta esistenti nel unire Inter 

fra hi Penisola malese e la costa di Borneo, inquantoehc lo specie selvatiche che 
sono più affini ;il durio ed al mangostino domestico, bì trovano appunto nello duo ram- 
mentate regioni. 

:> — BCCCABJ, fftUé foreste di Uornen 



00 NELLE FORESTE DI BORNEO 

biascicare i suoi frutti, insieme alla calce ed alle foglie di « siri » 
o «betel», non sia passata dall'Asia tropicale negli Arcipelaghi, e 
poi verso oriente nella Polinesia. In Borneo i frutti del pinang 
vengono usati in varie cerimonie degli indigeni, e la palma che li 
produce ha spesso inspirato sentimenti poetici agli autori malesi; 
mentre i fiori sono apprezzati dalle donne per il loro profumo. Presso 
i Daiacchi di Lingga, i « Balou », lo sposalizio è preceduto da una 
cerimonia che si chiama «bla pinang», ossia la spartizione della 
noce d' areca. 

Il pinang, per crescere a perfezione, ha bisogno di terreno pingue, 
di sovrabbondante umidità nel suolo e nell'aria, e di una tempera- 
tura elevata e costante. Il suo fogliame è sempre verde ; quando 
una fronda è vecchia, la sua immensa guaina (che nelle piante 
adulte avvolge sempre imo spadice) si fende per il lungo e cade; 
portando seco tutta la frasca. L'albero non ha quindi mai seccume; 
è sempre bello ed elegante. Il tronco drittissimo e levigato è, per 
lo più, reso cenerino dai licheni che sopra vi crescono 1 ). 

Molte però delle piante e dei frutti sopra indicati, non crescevano 
in Kutcing con quel rigoglio che si sarebbe stati indotti a credere, 
volgendo lo sguardo alla lussureggiante vegetazione della prossima 
foresta. Ed in verità il suolo delle basse colline su cui sorge Kut- 
cing, ed i terreni prossimi, sono costituiti da argille bianche tutt' al- 
tro che fertili; cosa che non si sospetterebbe e non si crederebbe 
possibile dalle dimensioni che vi acquistano gli alberi, prima che 
la- foresta venga distrutta. Ma ciò si spiega facilmente, considerando 
che la foresta primitiva Aiveva, non tanto cogli alimenti sommi- 



] ) In Boruco ho trovato rarissimi i licheni foliacei. La maggior parte eli quelli che 
io vi ho raccolto (circa 1-10) sono specie crostacee ed immedesimate quasi colla scorza 
delle piante a cui aderiscono. Sono principalmente GrapMdeae, Thelotrema, Ascidineae e 
Yerrucaria (vedi Krempelhuber, Liclienes quos legit 0. Beccavi in Insitlis Borneo, etc, 
in Nuovo Giorn. hot. Hai., 1875, pag. 5). Una ragguardevole parte di questi licheni io 
li ho trovati nel parco del palazzo del governo, sui tronchi delle areche, come su quelli 
dei cocchi, degli aranci e dei pompehuouse. Pare che in Sarawak gli alberi a scorza 
liscia, nei luoghi più scoperti e luminosi, siano i preferiti dai licheni, in quanto che al- 
l' ombra, nelle boscaglie, i licheni s' incontrano assai di rado sul tronco degli alberi e sono 
invece più frequenti, insieme a fungilli ed jungermannie, sulle foglie della bassa vege- 
tazione forestale. La ragione di questa predilezione dei licheni per le scorze levigate di 
alberi al di fuori della foresta, io sospetto debba ricercarsi in un fenomeno fisico, dovuto 
alla più facile condensazione del vapore acqueo sopra certe superficj a preferenza di altre. 
La superficie non porosa, ma liscia e compatta della scorza dei tronchi di cocco, di areca 
e degli aranci in luoghi aperti in Borneo, e che viene molto riscaldata durante il giorno, 
irradia poi molto calorico nella notte, e raffreddandosi permette al vapore acqueo, sospeso 




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68 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

Distratigli dalla terra formata dalla decomposizione delle roccie, 
quanto dall'humus accumulato da un numero incalcolabile di anni. 

I primi mesi in Sarawak passarono rapidamente, troppe e sva- 
riate essendo le occupazioni, perchè il tempo non ci sembrasse corto. 
Io non riparavo a disseccare le piante, che giornalmente raccoglievo 
nella prossima foresta, dove il numero delle specie sembrava inesau- 
ribile, e delle quali moltissime, ammontanti a varie centinaia, risul- 
tarono poi nuove per la scienza. Doria per proprio couto riportava 
sempre a casa insetti, uccelli, ed altri animali nuovi, che poi il suo 
domestico persiano Kerim, trasformato in abile tassidermista, pen- 
sava a preparare. Anche i Malesi a noi più vicini avevano co- 
minciato a capire il nostro genere di lavoro, e continuamente ci 
portavano ogni sorta di auimali, bene spesso viventi. Noi potemmo 
così in poco tempo mettere insieme una bella serie di pelli prepa- 
rate, e procurarci inoltre il piacere di allevare una quantità eh in- 
teressanti bestiole. 

Avevamo dei « piandoli » {Tragulus Nwpn), specie graziosissima di 
cervo muschiato, della dimensione di una delle più piccole gazzelle, 
che nutrivamo coi fiori del simpor (Dillenia suffruticosa), di cui vi 
era un'ampia provvista presso casa. Il plandok è una bestia timi- 
dissima, con degli occhi così belli, che « mata ') plandok » è una 
espressione carezzevole, colla quale i Malesi esprimono la loro am- 
mirazione per gli sguardi di una ragazza amata. 

Un altro mammifero che vive facilmente nutrendolo di banani, 
è il « kongkang » (Nycticébus tardigradtis), curiosissimo essere not- 
turno, che passa tutta la giornata raggomitolato su sé stesso, con la 



nell' atmosfera, di condensarsi in copia e dì mantenersi sopra tali scorze, certamente me- 
glio e pih abbondantemente che su quelle suberose e porose, tanto meno buone condut- 
trici del calorico, e più facilmente disperdenti il vapor acqueo. Una scorza liscia, e non 
porosa, corrisponde ad una roccia, sulla quale pure i licheni crostacei allignano bene, 
avendo più bisogno, questi organismi, di periodi di umidità alternati con quelli di siccità 
in luogo molto luminoso, che di una sovrabbondante umidità continuata in luogo om- 
broso. Ritengo che questa sia la ragione per la. quale molte epifite, e fra queste le orchi- 
dee, preferiscono di abbarbicarsi sopra alberi a scorza liscia e nuda, spesso anche nelle 
parti piti elevate ed esposte di questi, dove si direbbe alla prima che i loro semi do- 
vessero trovare una grande difficoltà a germogliare. 

Le foglie liscie e coriacee in egual modo debbono condensare il vapor acqueo del- 
l' aria più facilmente ili quelle pelose ed a tessuto floscio ; ed è per questo medesimo 
motivo, forse, che un numero grande di epatiche, di fungini, di licheni crostacei e fo- 
liacei, si sviluppa spessissimo sulla superficie superiore di tali foglie, nelle parti basse 
delle foreste malesi. 

') « Occhio » in malese. 



CAPITOLO IV 69 

testa tra le gambe, e riguardo al quale i Malesi hanno varie su- 
perstizioni, attribuendogli virtù soprannaturali. 

Avevamo dei pangolini o « tangling » (Mams. Javanica), delle vi- 
verre o « munsang » , dei gatti selvatici e soprattutto delle scimmie, 
di cui in Sarawak non vi è scarsità. Queste le tenevamo legate alla 
ringhiera della veranda od agli stipiti della casa. 

I « kra » (Macacus eynomoìgus) ed i « berok » o « bruk » (Macams 
nemestrinus) che tra le scimmie di Borneo sono quelle che meglio 
si adattano a vivere in schiavitù, spessissimo venivano a branchi 
sagli alberi del fiume, sin presso la nostra casa. Il bruk viene anche 
ammaestrato a cogliere le noci di cocco. 

I «bidgit» (Semnopithecus frontatus), i « lotong » (Semnopithecus fe- 
moralis) ed i « wa-wa » (Sylobates Muellerì), sono pure scimmie molto 
frequenti a Kutcing. Il wa-wa è senza coda, di color bistro, con 
pelo morbido, ed ha una piccola faccia rotonda e delle lunghissime 
braccia. Quasi ogni mattina la prossima foresta era ripercossa dal- 
l' eco della sua voce strana, tanto caratteristica e così originale, che 
per vario tempo ho stentato a credere potesse esser prodotta da una 
scimmia, sembrandomi piuttosto quella di qualche uccello, tanto era 
forte ed armoniosa. Il suono ne è reso dalle sillabe wa-wa, ripetute 
con grande potenza un buon numero di volte, di seguito, ma sempre 
scalando di tono ed accelerando di tempo. Il wa-wa vive assai bene 
in schiavitù, cibandosi di frutti e di riso cotto o « nassì » , che, cosa 
curiosa, piaceva a quasi tutti gli animali che avevamo viventi, fos- 
sero essi frugivori o carnivori. Ciò nonostante si potrebbe sospettare 
nel wa-wa anche qualche istinto carnivoro, per lo sviluppo grande 
dei suoi denti canini, lunghi ed acuminati. Il wa-wa si muove con 
una rapidità sorprendente su per gli alberi, ed a vederlo fuggire 
impaurito nella foresta, quasi si crederebbe un mammifero volante. 

A parte l'orang-utan '), di cui nei primi tempi non riuscimmo ad 
avere nemmeno un individuo, il quadrumane più singolare di Borneo 
e del rutto speciale a quest' isola, è il «nasico» (Nasalis larvatus), un 
;i--;ii grosso sfiinniiojie dal pelame fulvo, estremamente ridicolo per 
hi stranezza del suo viso. Infatti fra tutte le scimmie è la sola che 
abbia un naso così prominente ed allungato da rassomigliare a quello 
dell'uomo, particolarità questa che ha colpito anche la fantasia dei 
.Malesi, i (piali per tal motivo le hanno assegnato il nomignolo di 
- orang blanda -, ossia V "olandese » (fig. 14). Un giovanissimo na- 



• l'irin » in malese significa «bosco», per la qua] cosa «orang-utan ■■ porrebbe dire 
« nomo del bosco 9 od «nomo selvatico». 



70 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

sico che io ottenni vivo era di una comicità senza pari, per il suo 
nasino lungo e roseo come quello di un bambino, ma in. propor- 
zione di già più sviluppato che in un uomo adulto. 

Il nasico è frequente sin presso Kutcing sugli alberi clie fian- 
cheggiano le sponde del fiume, dove si ciba dei frutti del « kayù 
peddada » (Sonneratia lanceolata) dei quali è ghiottissimo, e che sem- 
bra anzi costituiscano il suo principale nutrimento. Durante il giorno 
preferisce l'interno delle boscaglie, ma la sera si avvicina d'ordinario 
all' acqua, dove trova maggiore abbondanza dei suoi frutti prediletti, 
e dove passa volentieri la notte. 

Perchè tutte le scimmie conosciute hanno il naso schiacciato e solo 
il nasico lo ha prominente, molle, carnoso, e quasi uncinato ! Secondo 
la dottrina darwiniana, potrebbe essere l' effetto della selezione ses- 
suale. Vi sarebbe in questo caso da rallegrarsi con questa scimmia, 
per il suo buon gusto. Il naso si prende sempre come una nota 
differenziale importante negli individui della nostra schiatta, come 
nelle differenti razze fra loro ; ma non si è mai cercato, che io 
sappia, di dare una spiegazione delle varie modificazioni che il naso 
ha assunto. 

Essendo poco serio supporre che la selezione sessuale possa avelie 
avuto un'influenza nel dotare gli animali di un naso più o meno 
lungo, bisogna pure ritenere che detto organo debba essere rimasto 
modificato a seconda delle funzioni che ha dovuto esercitare. Quale 
stimolo esterno però abbia causato le modificazioni che si riscon- 
trano nella forma e nello sviluppo del naso, non è facile precisarlo. 
Può in gran parte essere stato- il bisogno di difesa contro l' intro- 
duzione di particelle nocive entro le vie respiratorie '). Ovvero pos- 
sono essere stati degli stimoli nervosi speciali, che abbiano promosso 
l'estensione maggiore o minore della superficie destinata ad avver- 
tire le sensazioni. Per analoghe cause, la direzione nella quale tale 
sensazione più abitualmente avrà dovuto esercitarsi, può aver fatto 
rivolgere le narici in un senso piuttosto che in un altro. Osservo 
infatti che le razze, le quali da tempo immemorabile hanno vissuto 
in terreni aperti, i Semiti per esempio, hanno nasi prominentissimi 
e narici strette e rivolte in basso; mentre i Negri ed i Malesi, abi- 
tatori più forestali, hanno il naso schiacciato e le narici rivolte in 
su od aperte, come la più gran parte delle scimmie. Si direbbe poi 
che lo sviluppo del naso, nella razza umana, abbia progredito dal- 



') Per esempio un' azione fagooitica od in altro modo protettiva contro i germi dei 
microorganismi patogenici esistenti nell' aria. 



CAPITOLO IV 



71 



l'equatore verso l'Asia centrale, dove sembra che questa appendice 
abbia acquistato nell'uomo il suo massimo sviluppo. 

Pochissimi erano gli uccelli che in Sarawak si potevano ottenere 
viventi. Fra questi il « burung ') siili » (Rollulus Roulotti) era uno 
di quelli che ci veniva portato più spesso, e che viveva meglio in 
gabbia. È desso un beli' uccello, grosso come una pernice, di vaghe 
tinte scure, nelle quali predomina il verdone cangiante ed il marrone, 
e di cui il maschio porta un bel ciuffo di penne porporiuo-castagno 





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Fig. 1-1 - Testu del nasico, Sasalis larviitus (tre quarti del Tero) 



sulla testa, lungo la linea mediana. Ma l'uccello malese che forse 
più lungamente e meglio vive in domesticità, è senza dubbio il no- 
tissiino mina - [Gracula Ja/vensis), che impara a ripetere frasi in- 
tiere, imitando la voce umana, meglio assai dei pappagalli. Il nu- 
mero di specie di uccelli clic vivono in Borneo è grandissimo. Doria 
ed io abbiamo riportato da Sarawak 800 pelli rappresentanti -520 spe- 
cie. Questa eolie/ione ha servito per base ad un libro del conte Tom- 
maso Salvador! sulla fauna ornitologica di Borneo, formante il vo- 
lume Il degli Annali del museo civico di Genova». In quest'opera 



< Bnrnng» in malese significa « accollo». 



72 XELLE EOKESTE DI BORNEO 

vengono enumerate 392 specie, ma l'illustre autore mi scrive che 
gli uccelli adesso conosciuti della grande isola sono quasi il doppio 
di . quelli noti nel 1874, epoca nella quale comparve il suo lavoro. 
Ciò non di meno per (pianto possa sembrare poco credibile, ì' avi- 
fauna di Borneo non ha molti tipi che le siano propri ed esclusivi, 
e che le imprimano uno spiccato carattere di individualità, come 
per esempio sono le paradisee per la Nuova Guinea, essendo che 
la massima parte degli uccelli di Borneo, anche di quelli stazionari, 
si trovano nelle isole circonvicine (specialmente in Sumatra) e nella 
Penisola di Malacca ; mentre poi varj di quelli che non vivono al- 
trove, non differiscono che per caratteri di poco valore dalle specie 
affini, abitanti nelle regioni più prossime. 

Non di rado i nostri cacciatori ci portavano dei serpenti tutt'ora 
vivi, legati per un laccio al collo e sospesi ad un bastone. Questi 
tutti andavano a finire dentro un barattolo contenente spirito. Alcuni 
però erano di tali dimensioni, da rendere l'operazione un poco im- 
barazzante. Una volta un Malese mi portò, così impiccato, un « tcin- 
tcin-mas » ') (Dipsas dmdrophila) lungo quasi due metri. È questo un 
bellissimo rettile a fondo nero, circondato da anelli gialli intorno al 
corpo, e che vive sugli alberi lungo i fiumi, o fra i mangrovi; per la 
qua! cosa non è raro il caso, per chi rasenta le rive del Sarawak, dove 
il tcin-tciu-mas è assai comune, di vederne cadere qualcuno nella pro- 
pria barca, urtando i rami ai quali il serpe ama tenersi penzoloni ed 
attortigliato. I nativi ritengono che il tcio-tcin-mas sia velenoso. 

Quando si tratta di maneggiar serpi (di qualunque natura esse 
siano) io tolgo loro ogni possibilità di rivoltarsi, prendendole per il 
collo, fra l'indice ed il pollice della mano destra. Se devono essere 
conservate, tengo pronto un vaso con bocca larga, di dimensioni pro- 
porzionate e di già contenente una certa quantità d'alcool, nel quale 
faccio cader l'animale. Introduco la coda per la prima e poi tutto 
il corpo (ciò che accade più facilmente di quel che possa sembrare) 
fino al collo, che stringo sempre fra le dita. Nel frattempo tengo 
con la sinistra pronto il coperchio, presso la testa del serpe. Con un 
movimento rapido, discosto le mie dita ed abbasso immediatamente 
il tappo. Nel far questa manovra al tcin-tciu-mas ora rammentato 
e tutt'ora pieno di vita, al momento che lasciai libera la testa, vidi, 
molto distintamente, che dalla bocca schizzaron via, con forza, due 
sottili spruzzi di liquido, come avrebbe potuto tare un serpe fornito 
di apparecchio velenifero. Una volta mi sono trovato a mal partito 



') Letteralmente in malese « anello ci' oro ». 



CAPITOLO IV 73 

volendo metter dentro un vaso un « ular sawa » , boa asiatico o pitone, 
piccolo per la sua specie, ma già abbastanza forte per opporre a me 
una energica resistenza. Nel mentre lo tenevo. per il collo, si era at- 
tortigliato intorno al mio braccio, strizzandolo così forte fra le sue 
volute, che senza l'aiuto di uno dei miei servi, mi sarei trovato imba- 
razzato a disbrigarmene. Dei pitoni ne abbiamo tenuti anche vivi, anzi 
nel seguito uno mi sfuggì di mano, e dopo vario tempo lo rividi nelle 
vicinanze della nostra casa, dove era rimasto nascosto alcune setti- 
mane. Quando non straordinariamente grossi i pitoni sono innocui, 
anzi utili nelle case, servendo a distruggere i topi meglio dei gatti. 

Il modo come un giorno catturammo una di queste serpi è assai 
curioso. uSToi avevamo l'abitudine di tener qualche pollo in una 
gabbia o stia in un angolo della cucina, una piccola capanna a due 
passi dal bungalow ed a terreno ; ina una mattina il cuoco andando 
per sgozzare un galletto, che vi doveva esser rimasto, fu sorpreso 
di trovarvi al suo posto aggomitolato un pitone, il quale era entrato 
nella stia attraverso le stecche, e che sazio del suo pasto non si 
curava più di uscirne; cosa che, anche se avesse voluto, non gli 
sarebbe riuscita, per il cresciuto volume del suo corpo. Si racconta 
un fatto simile, ma molto più sorprendente, di uno entrato attra- 
verso le sbarre nello stabbiolo di un porco, che inghiottisce, e ri- 
mane imprigionato al suo posto. 

I Malesi assicurano che i grossi pitoni mangiano anche i cervi, di 
cui il corpo vien trangugiato facilmente dopo averlo bene stritolato 
ed assottigliato fra le loro volute e lubrificato colla bava; le corna 
pciò rimangono per giorni fuori dalla bocca, fino a che anche queste 
riescono a passare. Saranno però cervi con le corna piccole! 

I pitoni «li dimensioni ordinarie sono molto frequenti in Sarawak 
e fanno grande strage di ova e di polli. In questo trovano però dei 
concorrenti nei « biawak » (Monitor h ivi Uà tu >i), specie di enorme lu- 
certola, lunga sino ad un metro ed assai comune in Sarawak. 

Mentre mi trovavo a Singapore ne ho visto uno veramente 
enorme, portato da un Cinese in due larghe ceste, tagliato in ro- 
telle, ili cui alcune grosse come la coscia di un uomo. Il Tuan-muda 
racconta «li un pitone lungo Hi piedi (metri 5 e 80 centimetri) da 
lui preso e cln> aveva una scimmia in corpo. St. .John parla di un 
altro ucciso a Bruni lungo 2f> piedi (metri .s e ili centimetri). A cre- 
dere alle storie 'lei Malesi, se ne sarebbero trovati sino di 7 « depà» '), 



i ii «dopa» -i calcola circa metri 1,70, rappresentante In distanza ohe passa fra 
■ fremita «li mano a l'altra, tenendo li- braccia stese. 



74 NELLE FORESTE DI UOEXEO 

ossia circa 10 metri di lunghezza. A dire il vero io non credo che si 
conosca ,il caso ben constatato, di un pitone ucciso in Sarawak, di 
una lunghezza maggiore di sei metri. 

Fra le serpi che spesso ho tenute vive rammenterò anche 1' « ular 
bunga » o serpe dei fiori (Tragops prasmus), lunga, sottile, di un verde 
smagliante, graziosissima ed innocua, capace a quanto pare di una 
certa domesticità. 

Una delle serpi più comuni nei prati intorno casa nostra era il 
DendropMs prasmus, che non acquista mai una lunghezza molto mag- 
giore di un metro, ed ha d'ordinario la grossezza di un dito. Fre- 
quentava gli acquitrini dando la caccia alle rane, delle quali si im- 
possessava incantandole. Una volta mi sono trovato presente alla 
scena pietosa. Ero in casa sulla veranda, quando mi colpisce un 
gracidare insolito, proveniente da un piccolo rigagnolo a pochi passi 
di faccia a me. Mi avvicino e scorgo una rana, della specie più co- 
mune in Kutcing, che produceva il grido lamentevole e disastroso 
in presenza della serpe, la quale col collo ritto guardava fissa la 
sua preda ad un palmo di distanza. La rana stava posata sulle gambe 
di dietro, dritta quanto glie lo permettevano quelle davanti e con 
un salto avrebbe potuto scampare il pericolo, ma era rimasta così 
ipnotizzata che non riusciva a muoversi, e cadeva preda del suo ne- 
mico. Self istante medesimo io feci la vendetta della rana, vibrando 
alla serpe un colpo secco in mezzo al corpo, con una sottile bac- 
chetta, che staccai da xrn cespuglio vicino. Era questo il mezzo che 
io preferivo per impadronirmi delle piccole serpi. Per quelle più 
grandi ho trovato che un colpo di fucile, a piccola munizione, di- 
retto alla testa, ha sempre l'efficacia di renderle impotenti. 

Alcuni dei rettili di Borneo producono delle voci strane; fra questi 
il più comune è un gecko, il « tcik-tciak » dei Malesi, di cui il nome 
imita assai bene il suono che produce. Esso è comunissimo in tutte 
le case, ed alla residenza del Eagià non mancava mai la sera sul 
soffitto della sala da pranzo, dove dava la caccia alle piccole far- 
falle attratte dal lume, talvolta cadendo in mezzo della tavola, quasi 
sempre con scapito della sua fragile coda. Ma una voce più carat- 
teristica e fortissima è prodotta dal Goniocephalìis horneensis, spe- 
cie di grossa lucertola, portante una larga cresta seghettata sulla 
schiena, e che vive sugli alberi nella foresta. I Malesi la chiamano 
« kog-gò », essendoché con queste sillabe si può riprodurre il suo 
grido, che vieu ripetuto varie volte di seguito. Questo grido, suono, 
o canto che chiamar si voglia, insieme all'altro egualmente strano 
dei wa-wa, è uno di quelli che più si stenta a credere che non sia 



CAPITOLO IV 75 

prodotto da qualche uccello, ed è uno di quelli che insieme agli altri 
assai più frequenti dei buceri e delle cicale, impressionano maggior- 
mente, per la loro originalità, il viaggiatore non ancora abituato a 
sentirli giornalmente. Fra i rettili di JBorneo ve ne sono certamente 
varj di velenosi, fra gli altri il Trigonoceplialus Wagleri, del quale i 
3Ialesi dicono esser tanta la potenza del veleno, che quando uno 
viene morso da questa serpe, non ha il tempo di levarsi la giac- 
chetta che già cade morto. In Kutcing si trova anche il « cobra di 
capello » {Naja tripudians), ma non sembra molto frequente. Per dil- 
la verità a me non è mai accaduto, in tutto il tempo che sono ri- 
masto in Borneo, di aver sentito parlare di un sol caso fatale in 
seguito a morsicature di serpenti 1 ). 

Fra i piccoli rettili che potevamo procurarci intorno casa, i più 
curiosi erano i « draco » o lucertole volanti, « belalaug sumbak » dei 
Malesi. Si potevano vedere queste sorprendenti bestiole ad ogni 
momento, uelle ore calde, passare da un pinang all' altro e librarsi 
nell'aria colle espansioni membranose, delle quali sono provviste ai 
lati del loro corpo. Quando i draco sono posati, per prendere lo 
slancio tengono la testa rivolta in giù; e per questo, sul tronco su 
eoi vanno a posarsi, si ritrovano con la testa all' insù. Ce ne impa- 
dronivamo col « sumpitan », grosso bastone lungo circa quanto un 
uomo e cavo internamente come una canna da fucile di piccolo 
calibro, col quale i Kayan ed i Daiacchi scagliano col flato treccie 
avvelenate. lincee di treccie noi adoperavamo pallottole di argilla, 
che venivano scagliate come si usa con una nostra cerbottana. 

In Borneo non soltanto vi sono lucertole che volano, ma inoltre 
ranocchie, volpi, scoiattoli, ed a sentire i Malesi anche serpi. Io 
però di serpi volanti non ne ho mai viste, e non mi è noto che ne 
m:iii<> stati- descritte nelle opere scientifiche. ISTon è però inammissi- 
bile che possa trovarsi in Borneo una serpe, ancora sconosciuta ai 
naturalisti, <-li<- possieda la facoltà di distendere' la pelle ai lati del 
collo e del corpo, più <li quello che non sia nel comune cobra, di 
guisa «la produrre delle espansioni atte a servire all' animale di aiuto 



| La collezione 'li tettili riunita da Dona e da me in Borneo contava 88 specie, delle 
quali 19 nuovi- pei la icienza, Esse hanno Colmato il soggettò di un lavoro del D. Pe- 
di boria, pubblicato negli Annali del mtueo civico di Genova, voi. Ili, pag. 27, 
t. II-IV. 1«7L'. Unii enumerazione generale dei rettili e dei batrachidi anuri di Borneo, >• 
stata pubblicata dal signor M. I". Mocquard nei Jfouvellea trohives du Musémn d'SUtoire 

IJaiurelle, 1890, 3« sèrie, voi. XII, pag. 11">. dove vengono catalogate 204 *i ie, delle 

quali tare sono coccodrilli, 49 lacertini, io:; serpi e l!i rane. 



76 NELLE FORESTE DI BORNEO 

a sorreggersi per aria, quando voglia prendere uno slancio per pas- 
sare da un albero all' altro. 

Il fatto della serpe volante sembra ben conosciuto dai Daiacchi 
e dai Malesi, che la chiamano « ular teddong-kunibang »'). I Ma- 
lesi del resto hanno una tale conoscenza della foresta, ed una così 
grande attitudine ad osservare i costumi degli animali, che non mi 
è mai accaduto di trovare i loro racconti, sotto tal riguardo, asso- 
lutamente falsi. 

La ranocchia volante di Borneo {Rliacopliorus Bemirardtii) è stata 
descritta e figurata da Wallace, nel suo notissimo libro, ma deve 
essere assai rara, non avendo avuto mai la fortuna d'incontrarla. 

Tutti i giorni però, in Sarawak, si possono vedere dei mammiferi 
che volano, anche senza tener conto dei pipistrelli e delle volpi vo- 
lanti (Pteropus). I più comuni sono gli Pteromys o scoiattoli volanti, 
di cui ho già parlato. Ma frequente è anche il Galeopiflieeus volans, 
che facilmente si può avere vivo. Le espansioni della pelle, in questo 
curiosissimo animale, hanno uno sviluppo anche maggiore che nei 
Pteromys, e gli servono, non solo per librarsi nell'aria, ma anche 
per rimanervi avvolto come in un mantello durante il giorno, quando 
dorme. 

La specie di volo in questi esseri, appartenenti a classi di animali 
in cui la locomozione aerea non è stata la condizione primaria se- 
condo la quale tutto 1' organismo è stato coordinato, può offrire 
ampio soggetto a speculazioni filosofiche. Il bisogno di scampo, e la 
necessità di passare rapidamente da un albero ad un altro, devono 
aver promosso, in un quadrupede, uno stimolo ad aumentare i suoi 
mezzi di locomozione con il ripiego del volo; mentre in altri ani- 
mali della medesima classe, il salto e la corsa vi hanno supplito. 
Io ho sempre accarezzata l'idea che vi debba essere stata un'epoca 
creativa, nella quale ad ogni essere era concesso di modificarsi se- 
condo i propri bisogni, anzi, anche secondo i suoi desideri, la sua va- 
nità, i suoi stessi capricci. In quell'epoca di « plasm azione », quando 
la così detta forza ereditaria — che obbliga adesso gli esseri a ripro- 
dursi in conformità ai genitori ed agli antenati — non aveva che 
debole potenza (essendo il mondo ancora giovane) l'organismo do- 
veva essere più disposto di adesso a cedere agli stimoli degli agenti 
esteriori, e le membra dovevano essere più docili a modificarsi se- 



') Nella Sarawak Omelie del i gennaio 1886, si parla pure di serpi volanti, ed anzi si 
asserisce che due sono le specie che hanno tale prerogativa. 



CAPITOLO IT . 77 

concio 1' esercizio a cui venivano assoggettate. Allora anche il pe- 
lame, le penne o le squame avranno potuto assumere, con faci- 
lità, colori o forme gradite o vantaggiose agli esseri che ricuo- 
privano. 

Considerato il numero stragrande degli animali che volano, e te- 
nuto conto delle svariate natine a cui appartengono, si può ritenere 
che generale debba essere stato negli organismi superiori il deside- 
rio di spingersi in alto, sia per sfuggire a dei pericoli, sia per cer- 
care il cibo, sia per meglio portarsi a godere le irradiazioni calori- 
fere e luminose. Questo desiderio, che in sogno spesso si manifesta 
anche Dell' uomo, e che, pure in sogno, gli sembra di soddisfare, è 
difficile precisare con quali fenomeni fisiologici, nervosi e eli circo- 
lazione sia connesso; ma è presumibile che nell'epoca nella quale 
tutto l'organismo di ogni essere vivente poteva essere facilmente 
adattabile al mondo esteriore, e modificabile nelle sue forme a se- 
conda degli stimoli risentiti, è presumibile dico, che allora certi or- 
gani, in animali che erano spinti dal desiderio o dal bisogno ad 
allontanarsi dal suolo, possano esser rimasti così modificati, da riu- 
scire adatti alla locomozione aerea, in causa di fenomeni, per natura 
analoghi a quelli che Tengono in giuoco, quando noi ci sogniamo 
di volare. Che cosa può essere stato se non il desiderio di sollevarsi 
nell'aria, che può aver permesso al bruco di trasformarsi in farfalla? 
Può aver forse agito in questa metamorfosi la selezione sessuale, 
quando il sesso era ancora nel bruco allo stato rudimentario ? 

Essendo relativamente numerosi gli esseri che in Borneo posseg- 
gono organi di volo, pur non essendo in origine destinati a tale 
Locomozione, bisogna ritenere che qualche particolarità del paese 
nel quale lianno vissuto debba aver contribuito a modificarli. Que- 
sta particolarità ; ■ parrebbe poterla riconoscere nel carattere 

eminentemente forestale della regione malese. Borneo primitivo 
(come !<■ altri- isole dell' Arcipelago) doveva essere coperto da una 
min interrotta foresta, dalla riva del mare sino alla vetta delle mon- 
tagne, e terreno nudi» e scoperto non poteva trovarsi che lungo la 
stretta striscia ili spiaggia battuta dalle, onde. <'iò fa comprendere 
eome in Borneo, ed in tutta la .Malesia, gli animali terrestri non 

possano aver avuto campo a moltiplicarsi che in proporzione mi- 
nore degli arborei. Se si facesse mi confronto fra i mammiferi afri- 
cani <• quelli malesi, riguardo alla stazione terrestre od arborea, si 

vedrebbe la grande differenza. In Africa la più grande quantità dei 

mammiferi e adattata a percorrere traiti estesissimi di terreno in 



78 STELLE FORESTE DI BORNEO 

poco tempo, ed in quel continente predominano per questo gli ani- 
mali corridori* Eella Malesia invece hanno il sopravvento gli ani- 
mali arborei, e per questi, quando la rapidità dei movimenti si è 
imposta, il mezzo di ottenerla è stato il volo. 

A dimostrare quanto dico, passerò in rapidissima rivista i mam- 
miferi di Bomeo. 

Tutti i 15 o 16 primati conosciuti di Borneo vivono su per gli 
alberi nella foresta, e solo accidentalmente alcuni si azzardano a 
toccare la terra. 

Sono più arborei clie terrestri quasi tutti i carnivori. Manca in- 
fatti in Borneo il più grosso carnivoro terrestre, la tigre reale; vi 
è invece la pantera o tigre arborea, « rimau daban » (Felis nebu- 
losa). Vi sono molte forme di viverridi e di gatti selvatici, ebe 
scendono volentieri per terra a predare la notte, ma è sugli alberi 
che amano rifugiarsi e rimaner nascosti durante il giorno. 

Il « binturong » (Arctictìs Binturong) è tanto arboreo, che è prov- 
visto perfino di una coda prensile. Anche l'orso malese, il « bruan » 
(Helartos malayanus) se va per terra a razzolare nei nidi delle for- 
miche, sale poi sugli alberi a predare gli alveari delle api. Qualche 
carnivoro di Borneo non è arboreo, perchè conduce vita semi-acqua- 
tica. Sono di questo numero alcune lontre e la rara Cynogale Ben- 
nettii. Farebbe solo eccezione una specie di sciacallo l'« andgin-utan » 
(Cì/on rutilans), del quale ho sentito solo parlare, ma che non ho mai 
visto. Arborei tutti gli scoiattoli (di cui ve ne è una grande varietà) 
e le insettivore Twpaja, pure numerose di specie. 

Di animali veramente terrestri in Borneo non rimarrebbero ebe 
alcuni ungulati; ma fra questi il rinoceronte (JZMnoceros swmatrensis) 
ed il tapiro (T. indicus), sebbene animali che possono abitare in re- 
gioni scoperte, sono però anche molto adattati a vagare fra la folta 
vegetazione, dove, per il loro peso e volume, si fanno largo con faci- 
lità. Non sono però bestie a movimenti rapidi, non avendo nemici 
di cui debbano temere. 

Capaci di muoversi molto rapidamente nella foresta, dove trovano 
le condizioni più favorevoli alla loro esistenza, sono invece i cin- 
ghiali'). 

Il « banting » (Bos sondmem) è il più grosso ruminante di Borneo, 
dove non è raro, specialmente nel giongle o foresta di seconda ve- 



') Secondo Everctt (Proc. Z. Soc. London, 1889) si troverebbero non meno di sei specie 
di Sm in Borneo. 



CAPITOLO IV 79 

gelazione dell' interno. I piccoli Tragulus (piandoli), cervi in minia- 
tura, sembrano veramente animali boschivi, come pure il « kidgian » 
(Oervulus Muntjac) altro piccolo cervo, grosso al più come una capra, 
e con brevi corna non ramose. 

I veri cervi, « russa » dei Malesi, s' incontrano principalmente nei 
luoghi diboscati, nelle vecchie piantagioni di riso, e sulle colline 
coperte di alang-alang. JSTon avrebbero per questo i costumi che si 
convengono ad animali aborigeni di un paese coperto da foresta 
primitiva del tipo malese, anche tenuto conto della natura del loro 
nutrimento. Si potrebbe quindi sospettare che le specie di cervi vi- 
venti adesso in Borneo, siano state introdotte dall' uomo. 

I Malesi distinguono il « russa balum » a corna con doppio palco, 
ed il « russa lalang», più piccolo del precedente, a corna semplice- 
mente forcate. Qualcuno asserisce di conoscere una terza varietà. 

Tutto sommato non si avrebbe in Borneo che una sola dozzina 
di animali ungulati, più o meno adatti alla corsa ed al tempo stesso 
di costumi veramente forestali; in confronto di oltre 190 di altri 
ordini, dei quali due terzi assolutamente arborei o che conducono 
vita aerea (Chwoptéra). Ciò che dimostrerebbe come realmente la 
foresta sia stata d' impedimento alla « creazione » ed alla propaga- 
zione di mammiferi terrestri e soprattutto corridori. 

I cervi ed i cinghiali « babi utan » sono la caccia più grossa di 
Sarawak; ma i cervi s'incontrano solo a qualche miglio di distanza 
da Kutcing, nei terreni diboscati dei Daiacchi di Singhi o di gerani bo. 
1 cinghiali sono invece frequenti dappertutto, ed arrecano spesso 
gravi danni alle piantagioni. 

Una notte venimmo svegliati dal nostro cacciatore Sennen, per 
avvertirci che un cinghiale si aggirava intorno a casa sua, nella 
vicina piantagione. Accorremmo quindi subito coi nostri fucili, avendo 
l'attenzione di introdurre nella bocca delle canne un cartoccio di carta 
bianca clic sporgesse alquanto, diversamente sarebbe stato molto dif- 
ficile, in causa dell' oscurità, di mirare giusto. Trascorso un quarto 
d'ora circa, da che ci eravamo appostati nella casa stessa di Sen- 
nen, cominciammo a sentire il rumore di un animale clic sgretolava 
fra i denti qualche cosa, <■ subito dopo si vide apparire una macchia 
aera, che si muoveva lentamente, tramezzo agli ananassi, a pochi 

incili discosto, e contro la (piale tirammo (piasi a caso, con miglior 

fortuna di quello clic si potesse aspettare dall'oscurità della notte. 

'ili uomini tutti della casa ciano musulmani; ciò nonostante si 

adattarono, non senza ripugnanza, a legare le gambe dell'animale, 



80 NELLE EORESTE DI BORNEO 

ed a portarlo al nostro bungalow sospeso ad un palo. Questo cin- 
ghiale, di cui conservammo lo scheletro intiero, è caratteristico per 
la straordinaria lunghezza della testa, che si assottiglia in un lungo 
muso. Dall'estremità di questo sino alla origine della coda, l'ani- 
male misurava metri 1,45, ed il diametro trasversale del corpo, nel 
suo massimo spessore, era di 42 centimetri. 




Pig. 15 - Daiacchi di mare del Seribaa 
ansati col ■■ Bumpitan - e col « paxang ilaiig » 



fi — Bl (ori ■■ di Boi nto 



Capitolo V 



Missioni - Il vescovo Mae' Dougall - Escursione sul Batang-Lupar - La « bore > 
Banting - Simanggan - Undiip - Daiacchi di mare 



Le missioni protestanti del Nord di Borneo avevano a capo il 
rev. Francis Thomas Mac' Dougall, col titolo di vescovo di Labuan 
e Sarawak. Era questi un uomo molto distinto; ma se si fosse do- 
vuto giudicare dalle apparenze, non si sarebbe sospettata in lui una 
vocazione per la carriera ecclesiastica. Era un abile chirurgo, ed al 
tempo stesso aveva dato prova di istinti battaglieri nelle spedizioni 
contro i pirati. Essendo nato a Malta parlava abbastanza bene la 
nostra lingua, e questo era anche un motivo della nostra intimità. 
Da sua casa ci era poi sempre aperta, e più d'una volta riparammo 
sotto il sito tetto ospitale. Un saluto di simpatia alla sua memoria 
mi prorompe spontaneo dal cuore nel mentre scrivo. 

La missione di Saiawak, avendo varie sedi, in punti assai discosti 
(bilia capitale, possedeva un buon cutter che il vescovo Mac'Dou- 
gall, «la bravo marinaio, conduceva da se stesso, quando gli occorreva 
di visitare il suo gregeie nelle stazioni lontane. 

10 fai invitato a prender parte ad una delle consuete ispezioni alle 
chiese su] Batang-Lupar'). Mi si offriva così l'occasione di visitare 
i Daiacchi <li mare, <li cui sino ad ora non avevo visto che qualche 
individuo aggirarsi per il bazar <li Kutcing. 

11 1" di settembre, verso mezzogiorno, colla marea calante, sal- 
pammo, e discendendo il Saiawak coll'aiuto dei remi, sboccammo al 



Batang » in malese «igni (leu •• tronco d'albero ■■■ ma si uso anche per designare la 
porzione principale 'li un gran flnmo. 



84 NELLE FORESTE DI BORNEO 

mare per la foce di Maratabas (forse più correttamente Muaratabas), 
dove ancorammo per la notte. 

La mattina veniente, una volta al largo, la brezza di terra gonfia 
leggermente le nostre vele, ed il cutter solca il mare, appena incre- 
spato, con ima velocità maggiore di quello che comporterebbe la 
forza del vento; è ancora la marea in nostro favore cbe ci. abbrevia 
il cammino. Passiamo Pulò Burung ed ancoriamo la notte alla foce 
del Batang-Lupar. Quivi il fiume ha circa tre miglia di larghezza, 
ma una secca o barra di tre metri a bassa marea, non ne permette 
l'ingresso cbe ai piccoli bastimenti. 

In alcune epoche del mese la navigazione del Batang-Lupar è 
molto pericolosa in causa di quel fenomeno speciale, chiamato «bore» 
od « eagre » dai marinai inglesi, che si produce nella parte bassa del 
corso di questo fiume, ed in minor grado in quella del Sadong, come 
in alcuni punti delle coste cinesi, tre giorni prima del plenilunio e 
della luna nuova, e che dura fino a tre giorni dopo. La bora è un'onda, 
causata apparentemente dall'incontro della marea che entra, con la 
massa d'acqua del fiume provvista di corrente propria; ma nella 
produzione del fenomeno deve contribuirvi anche la speciale confi- 
gurazione ed orientazione della costa. L'onda della bora rassomiglia 
ad un gran cavallone, sjmile a quelli che si producono col cattivo 
tempo sulle nostre spiaggie, alto alle volte sino a due metri e che 
si avanza colla cresta spumeggiante, attraverso tutta la larghezza 
del fiume, con la rapidità di varie miglia l' ora. La bora comincia a 
manifestarsi ad una diecina di miglia dalla foce, e penetra anche nel 
Lingga, il primo degli affluenti del Batang-Lupar sulla sinistra sponda, 
continuando nel tronco principale per una trentina di miglia. Il suo 
passaggio è avvertito anche a distanza dal forte rombo che produce ; 
ma la rapidità con la quale sopraggiunge è così grande, che non vi 
è speranza di salvezza per chi si è lasciato sorprendere da lei, ca- 
povolgendo lungo il suo cammino anche grossi battelli, senza scampo 
nemmeno per i più esperti nuotatori, i (piali dopo essere stati lunga- 
mente e ripetutamente travolti, vengono lanciati e sbatacchiati con- 
tro le sponde. 

La straordinaria larghezza del primo tratto del Batang-Lupar, non 
proporzionato alla lunghezza del suo corso, e nemmeno al volume 
delle sue acque, è forse dovuto all'azione della bora, che corrode e 
scalza le rive durante il suo passaggio. 

Per navigare con sicurezza nel Batang-Lupar, bisogna sempre 
essere informati dell'epoca delle forti maree e dell'ora del loro ar- 
rivo. È necessario poi di farsi accompagnare da persone pratiche, le 




sé 




l*'i#. 16 - Donna dei Daiacchi di mare del Seribas 



80 NELLE FORESTE DI BOENEO 

quali conoscano i punti dove l'onda non si produce, e dove quindi 
si possa impunemente aspettarne il passaggio. Ciò nonostante, nu- 
merosi sono gli accidenti fatali che si raccontano. 

La mattina del 3 settembre rimontiamo il Batang-Lupar sino allo 
sbocco del Lingga, che si risale per una diecina di miglia, sino alla 
collina di Banting, che quasi sembra sbarrare il fiume, e dove, sulla 
sua cima, si scorge la casa della missione diretta dal signor Chambers. 
I villaggi dei « Balo'u », che così si qualifica questa tribù dei Daiacchi 
di mare, sono sparsi in parte sulla collina ed in parte ai suoi piedi, 
sulla riva del fiume. La casa della missione è di legno, assai comoda, 
ed in una posizione incantevole. Ombreggiata da grandissimi durio, 
prospetta colla sua veranda sul fiume. Da questo lato la collina è 
quasi a picco e la vista può spaziare sulle lontane pianure, mentre 
sotto ai suoi piedi si svolge il tortuoso corso del fiume. L T n'alta mon- 
tagna isolata, Gunong Lessong, a poca distanza, nella direzione del 
mare, completa il quadro che si ammira da questo punto. 

Il dorso della collina di Banting pianeggia per un assai lungo 
tratto, ed in fondo ad una specie di viale, ombreggiato pure da 
grandissimi durio e da altri alberi da frutto, sorge la chiesa della 
missione. La giornata passò in gran parte in prediche ed in funzioni, 
di cui i missionari non hanno mai una giusta misura. La chiesa era 
assai frequentata da molti neofiti e catecumeni. 

I Daiacchi convertiti saranno forse migliori degli altri ; a me ap- 
parvero soltanto più brutti, nel loro costume « cristiano » con pan- 
taloni e camicia ; mentre sono spesso da ammirarsi per le loro forme 
artistiche, non nascoste dal semplice, economico ed igienico costume 
nazionale, tanto comodo in un paese, dove il clima permette di con- 
siderare il vestito una superfluità. Il pudore esagerato, che induce a 
ricuoprire ogni parte del corpo, è venuto dal Nord, ed è stato pro- 
dotto dal bisogno reale di difendersi dalle intemperie; e per questo 
motivo tal sentimento d' ordinario diminuisce quanto pili dal set- 
tentrione si avanza verso l'equatore. 

4 settembre. — La mattina si ridiscende il Lingga e quindi si ri- 
monta il Batang-Lupar sino a Simanggan. 

II paese che si attraversa non è molto interessante come paesag- 
gio. Il fiume scorre attraverso una grande pianura, dove la foresta 
primitiva è stata distrutta quasi intieramente, ed il terreno è in 
parte coltivato a riso. 

Una volta su questo fiume risiedevano alcmie delle tribù più 
audaci sul mare, le quali, insieme a quella dei Seribas, erano dive- 
nute il terrore delle coste di Borneo. Esse furono messe all'ordine 



CAPITOLO V 87 

da Eagià Brooke e dall' ammiraglio Keppel, che distrusse Pamotus, 
la loro principale piazza forte. 

Simanggan è mio dei centri più popolosi dei Daiacchi di mare ed 
è protetto da un forte, situato sopra una leggiera eminenza della 
sponda sinistra del fiume, che ha qui circa 100 metri di larghezza. 
Il forte, armato di alcuni cannoni e costruito intieramente in legno, 
è di forma quadrata con un torrino ad ognuno degli angoli, ed ha 
per guarnigione un buon drappello di soldati indigeni. 

A Simanggan abbiamo passato la notte; ma la mattina veniente, 
seguendo un buon sentiero, andammo ad Undup, altro villaggio 
assai popoloso di Daiacchi, dove si trovava stabilita la seconda mis- 
sione sul Batang-Lupar. 

Il sentiero attraversa una foresta intatta, forse perchè talmente 
bassa ed inondata, che non sarebbe riducibile a coltura. Sono questi 
dei terreni, che nei nostri climi costituirebbero delle paludi, ma che 
qui invece sono invasi dalla foresta di alto fusto. Sebbene in Bor- 
neo siano realmente scarse le piante propriamente acquatiche e pa- 
lustri, nondimeno devono considerarsi come tali molte specie di 
alberi, di palme, di aroidee, ecc., che non rimangono mai un sol 
giorno all' asciutto. 

Nelle condizioni in cui io facevo questa gita, non potevo trarre 
molto profitto per le mie raccolte; ma per il momento mi conten- 
tavo di aver ottenuto una prima idea di questa parte del principato 
di Sarawak, dove intendevo di fare più tardi una lunga dimora. Tro- 
vai però in questa occasione la Nepemtkes bìcalca/rata, che senza dub- 
bio è una delle più curiose piante urnigere di Borneo. 

L'escursione eoi vescovo Mac'Dougall sul Batang-Lupar, mi porge 
l'occasione di «lire alcune parole sui Daiacchi di mare. 

I Daiacchi od « orang dayak », come vengono chiamati dai Malesi, 
costituiscono la popolazione preponderante di Borneo. 

Quelli dello stalo di Sarawak si distinguono in Daiacchi di terra 
e di mare. Dei primi non ho ancora visitato il paese, ed aspetterò 
quindi a parlarne allorché avrò fatta la loro conoscenza. 

I villaggi dei Daiacchi di unire sono tutti compresi fra le foci 
dei limili Sadoni: e Redgiang. Le tribù più bellicose ed intrapren- 
denti sul mare sono state quelle del Seribas e del Sekarrang, uno 
dei rami del Batang-Lupar. 

Alcune tribù del Redgiang, i Kanowit, e soprattutto i Ketibas, 
non sono ancora completamente soggetti al governo del Ragià; e 

nemmeno adesso possono rinunziare all'inveterato costume di dar 

la Caccia alle te-te dei loro simili. 



88 XELLE FORESTE DI BOKXEO 

Alcuni Daiacclii eli mare, detti « Sibuyo », si trovano anche sul 
nume Lundù, presso 1' estrema punta occidentale di Borneo. Questa 
tribù si dice abbia emigrato ') dalla regione dei laghi, presso i cou- 
nni del Sarawak, fra il Batang-Lnpar ed il Kapuas. 

I Daiacchi di mare sono d'ordinario di statina mediocre o piut- 
tosto piccoli. I più grandi raramente oltrepassano metri 1,65 di al- 
tezza, e metri 1,60 può considerarsi la loro statura media. Sono di 
complessione piuttosto forte, con petti larghi e membra di giuste 
proporzioni, senza di solito mostrare una muscolatura molto accen- 
tuata (fig. lo). Hanno una tìsonoinia calma e risoluta. La pelle è bruna, 
alle volte più chiara che nei Malesi. Per lo più la faccia loro è molto 
larga, con gli zigomi molto sporgenti, ma la mascella inferiore è 
piccola e molto ristretta verso il mento. Gli occhi sono orizzontali 
e non molto incassati. Il naso è sempre assai poco sporgente, ma 
non è costantemente schiacciato ; alle volte è anzi dritto, non molto 
depresso alla radice, ma con le pinne assai larghe, INon hanno af- 
fatto barba. I capelli, neri e lisci, vengono annodati di dietro, op- 
pure sono tenuti lunghi e fluenti sulle spalle, e tagliati in parte sul 
davanti. 

Le donne sono sempre più piccole degli uomini, ed hanno anche 
più di questi il naso schiacciato e la fronte più ristretta. Sempre, 
anche quando sono giovanissime, hanno il personale meno elegante 
degli uomini, e si può riscontrare in loro qualche cosa di goffo nella 
andatura, quantunque non si possano dire mal conformate ed ab- 
biano spesso dei visi piacenti, rivelanti però una non dubbia im- 
missione di sangue mongolico (fig. 16). Di vestiario le donne non 
portano d'ordinario che il « bedang » (fig. 17), specie di gonnellino 
avvolto strettamente alla vita, che arriva appena al ginocchio, e con- 
siste in un pezzo di stoffa di cotone a disegni, di loro manifattura 
(fig. 18), e di colori scuri; alle volte indossano anche una giacchetta 
o « badgiù ». Ma la cosa più curiosa dell'abbigliamento delle donne 
daiacche, sono dei grandi cerchi di grosso filo d'ottone, sostituiti 
nelle meno ricche da sottili rotang, variamente coloriti 2 ), che por- 
tano in grandissimo numero intorno alla vita, e che oltre a reggere 
il bedang, ricuoprono anche la pili grande porzione del ventre (fig. 18). 



') Low, Sarawak, pag. 167. 

5 ) Un costume perfettamente simile e in uso fra le donne Katcin in Birmania (Fea, 
Quattro anni fra i Birmani, pag. 204). Anche i Karin, che hanno tanti punti di contatto 
con i Daiacchi, usano come questi ricuoprire varie parti del corpo con filo d' ottone rav- 
volto a spirale (Fea, 2. e, pagine 465-66, figure 152-153). 




Fig. 17 - Ragazze daiacchc del Seribas, vestite da fesl 



90 NELLE FORESTE DI BOKÌJEO 

Vanno sempre a capo scoperto e solo in certe occasioni fanno mostra 
di ornamenti speciali sulla testa, fra i quali imo dei più caratteristici 
è il « si sir » in argento, portato dalle ragazze del Seribas (fig. 19). 
È poi raro il caso che si veda ima Daiacca senza qualche filo di 
conterie intorno al collo, e che non possegga qualche braccialetto 
di conchiglia, di ottone o di argento alle braccia ed ai polsi. Que- 
sta ultimi sono anzi per di più spesso fasciati sin presso al gomito 
da grosso filo d' ottone avvolto a spirale. 

Il vestito ordinario degli uomini si riduce al solo « tciawat » , con- 
sistente in un pezzo di stoffa, che passando framezzo alle gambe, 
si avvolge intorno alla vita, e ricade quindi sul davanti ed in parte 
anche di dietro. La stoffa è adesso spesso di manifattura europea, 
ma di frequente consiste in un tessuto naturale, ottenuto battendo 
la scorza di certi alberi, od è anche di cotone, della medesima fat- 
tura del bedang delle donne. 

In testa portano un fazzoletto avvolto elegantemente, e non di 
rado riccamente incarnato, od in mancanza di meglio un pezzo 
della stoffa sopra indicata e colorita in giallo; alcune penne bian- 
che e nere di Buceros, o di altro uccello vistoso, vi sono spesso 
infilate, ciò che contribuisce molto all' eleganza dell' acconciatura 
(fig. 20). 

L'ornamento più caratteristico di certe tribù di Daiacchi del Se- 
ribas e del Sekarrang è la serie di grandi anelli d'ottone concen- 
trici, che essi portano agli orecchi, e che, scalando in grandezza, ne 
contornano il padiglione, forato per tale scopo tutto in giro, jftei 
più grandi di tali anelli, che sono quelli più bassi, vi può passare 
comodamente un pugno. Al collo portano quasi sempre qualche or- 
namento, per lo più delle collane formate di granelli di conterie 
o di denti di animali e qualche volta anche d' uomo. Alle braccia 
non manca quasi mai una grossa armilla bianca di conchiglia. 
Intorno ai polsi hanno poi anelli o spirali d'ottone, che arrivano per 
il solito sino al gomito, ed altri simili al di sotto dei ginocchi. L'or- 
namentazione però del capo, degli orecchi, del collo, dei polsi, ecc., 
non che tante altre piccole particolarità dell'abbigliamento, sono 
tutt' altro che uniformi in tutti i Daiacchi di mare, e costituiscono 
anzi i distintivi caratteristici delle varie tribù. 

Non ho adesso la possibilità di fare uno studio degli strumenti, 
degli utensili e delle armi dei Daiacchi di mare, ma da quel che 
io conosco, mi sembra poter rilevare che non vi è molta origina- 
lità in questi articoli, di cui il tipo di costruzione e di ornamenta- 
zione si riscontra, per la massima parte, negli oggetti corrispon- 



92 NELLE FORESTE DI BOENEO 

denti di varj popoli di Sumatra, del Pegù, della Birmania e del 
Siam, gente tutta colla quale i Daiacchi di mare hanno molti punti 
di contatto. 

Per armi usano il sumpitan, e soprattutto il « parang ilang » 
(fig. 15), od anche una. specie di sciabola. Hanno poi per difesa dei 
grandi scudi in legno leggiero, ed anche delle specie di giacchetti 
imbottiti, che riparano bene dai dardi avvelenati, che si usa sca- 
gliare col sumpitan. Di questi dardi, del sumpitan e del parang 
ilang, parlerò più diffusamente in altra occasione. Le piccole treccie 
vengono conservate in un turcasso di bambù, lungo circa 35 centi- 
metri e largo otto, e che vien portato al fianco. In guerra usano 
anche le lancie, ma non posseggono nel maneggiarle, e soprattutto 
nello scagliarle, quella pratica che in tale esercizio dimostrano altri 
popoli primitivi, i Papuani fra gli altri. 

Del parang però sanno servirsi in modo meraviglioso ad ogni 
occasione, non solo guerresca, ma altresì domestica. 

L'uso in guerra di una arme bianca, non efficace che in scontri 
a corpo a corpo, dovrebbe essere un indizio di grande coraggio in 
chi l' adopera. Ma senza voler negare il coraggio personale ai Daiac- 
chi, il loro modo di combattere si riduce quasi sempre ad assalti 
improvvisi, sopra gente che non può difendersi, non essendo le loro 
spedizioni veramente guerre fra gente armata egualmente, ma razzìe 
improvvise ed impreviste dagli assaliti. Molte poi delle imprese dei 
Daiacchi sono del tatto individuali. 

I Daiacchi di mare fanno le spedizioni, non tanto per acquistar 
gloria e fare bottino, quanto per procurarsi delle teste. Se questo 
intento possono raggiungere senza pericolo, trovando gente inerme 
(uomo o donna non monta) od assalendo un villaggio all' improv- 
viso ed immerso nel sonno, se ne ingegnano, e ciò non diminuisce 
per niente la bravura ai proprj occhi o la stima presso i vicini. 

È stato giustamente scritto, che i titoli aristocratici dei Daiacchi 
consistono principalmente nel numero delle teste ottenute dal padre 
o dall'avo. 

!Non di rado i Daiacchi vanno a caccia di teste per semplice distra- 
zione o per dissapori domestici, precisamente come da- noi, per dige- 
rire il cattivo umore, si andrebbe a caccia della lepre. Ottenere una 
testa è per questi selvaggi il colmo della gloria, e le feste che si 
fanno in tale occasione sono, secondo essi, apportatrici di ogni feli- 
cità, ossia di riso e frutti in abbondanza, di stagioni prospere, di 
caccia e pesca a profusione, di fertilità alle donne e di salute. 

Per i Daiacchi è alle volte un dovere di procurarsi una testa, oltre 




Pig. in - Ragazza daiacca del Seribaa 
che porta In capo il «si sir » in argento 



CAPITOLO V 95 

elie per mostrare la propria prodezza, per piacere alle amanti, come 
per togliere il bruno in seguito alla morte di un parente. 

I battelli da guerra dei Daiacchi, chiamati « bangkong » (fìg. 21), 
sono costruiti secondo un tipo speciale, ed in una maniera del tutto 
differente da quella dei sampan malesi. Alcuni sono lunghi oltre 
20 metri, leggerissimi, veloci e da smontarsi, essendo costruiti di 
tavole tenute insieme da legature di rotang. Nel passato, quando 
i Daiacchi di mare si trovavano, durante una spedizione, sorpresi da 
forze superiori alle loro, e non avevano mezzo di scampo, disface- 
vano le loro barche, che portavano a pezzi nella foresta, dove essi 
stessi si dileguavano. 

Durante la mia dimora in Sarawak non sono avvenute spedizioni 
marittime dei Daiacchi; ma nei tempi scorsi, secondo quanto racconta 
St. John, i Daiacchi del Sekarrang e del Seribas andavano al mare an- 
che con 200 barche, e nelle loro spedizioni giungevano sino alle ISTa- 
tunas ed a Pontianak. Lo stesso autore narra che, alle volte, i Daiacchi 
sorpresi in mare dalla burrasca, per alleggerire i battelli si getta- 
vano in mare, e se il luogo era frequentato dai pesci cani, usavano 
legare un fastello di certe radici dette «tuba», per tener lontani 
quei mostri. Si dice anche che i Daiacchi del Sekarrang e del Se- 
ribas, a memoria d'uomo, fossero inoffensivi e tranquilli, e sebbene 
cacciatori di teste, quelle ottenute non fossero molte, e sempre tolte 
a gente dell'interno; ma in seguito i Malesi ed i Lanun, approfìt- 
tando dell'abilità loro, se li associarono volentieri nelle piraterie 
lungo le coste, perchè contentandosi i Daiacchi delle sole teste, ri- 
maneva ad essi tutto il bottino. 

Quando i Daiacchi di mare, in comitive di due o tre, vanno in 
cerca di teste, portano per nutrimento il sale soltanto, vivendo di 
foglie di piante, di frutti selvatici, germogli di bambù e di palme, ecc., 
clic trovano nella foresta. Essi si cibano di ogni cosa, e sanno appro- 
nti are di tutte le risorse della foresta ; non hanno a schifo nessuno 
animale, e la caccia ai cinghiali è una delle occupazioni predilette, 
essendo la carne «li questi animali ritenuta come una grande ghiot- 
toneria. Il principale mezzo di sussistenza dei Daiacchi è però for- 
nito dal riso; ma coltivano pure banani, patate dolci, canna da 

Zucchero, ecc.. ed lincile tabacco e cotone. 

Per ciò (die lia ra]i)iorto alle creden/.e religiose, leggende e super- 
Btizioni dei Daiacchi, esiste una estesissima, letteratura, in inglese ed 
in olandese. Per mia parte non lio nemmeno tentalo di prendere in- 
formazioni in proposito, non avendo vissuto abbastanza Lungamente 

fra i Daiacchi, per rendermi familiare la Loro lingua, di cui è nec.es- 



96 NELLE EORESTE DI BORNEO 

saria la perfetta conoscenza, per siinil genere di indagini. E d' altra 
parte io ho cercato di vivere il meno possibile nei villaggi, intorno 
ai quali la foresta primitiva, mio principale scopo, era quasi sempre 
mancante, o grandemente impoverita. 

Secondo St. John i Daiacchi di mare credono: 

1° In un essere supremo che essi chiamano «Batara». 

2° In « Stampandei » , che soprassiede alla generazione. 

3° In « Pulang Ganà», che dà fertilità alla terra. 

4° In « Singalang Burung», il dio della guerra. 

5° In « JSTattiang » '), che abita la sommità delle montagne ed 
è, a quanto sembra, ritenuto per imo spirito benigno. 

6° In « Apei Sabit Berkait», genio nemico di « Xattiang » e 
probabilmente di natura opposta. 

I Daiacchi di mare sono molto propensi a far feste, alle quali si 
dedicano con grande entusiasmo. In tali circostanze eseguiscono in- 
terminabili cerimonie, accompagnate da suoni e cauti e da banchetti, 
con profusione di vivande, ed innaffiati da frequenti libazioni di vino 
di palma, ovvero di arali ; il primo prodotto dalla fermentazione del 
liquore zuccherino che sgorga dalla infiorescenza mozzata della 
Arengo, saccliarifera; il secondo preparato da loro stessi, col mezzo 
delle trasformazioni che si può far subire alla fecola del riso (pratica 
che devono avere appresa dai Cinesi), od anche facendo fermentare 
i frutti del « tampuè » (Hai y carpus maltìijanm, Jack). 

Le feste principali dei Daiacchi si fanno per la piantagione del 
riso o per la morte di qualcuno, e soprattutto quando è stata otte- 
nuta una testa. In questa circostanza si canta un'antica canzone, 
chiamata « mengap », che fa l'apologia di Singalang Burung, il Marte 
dei Daiacchi, e che è stata tramandata di generazione in genera- 
zione, in un dialetto quasi inintelligibile, anche per chi conosce bene 
il Daiaeco 2 ). 

II costume di cacciare le teste non è una specialità dei Daiacchi 
di Borneo, ma negli Arcipelaghi asiatici si trova diffuso da Sumatra 
sino alla Nuova Guinea, e nel passato probabilmente si praticava 
anche in molti altri. paesi, dove adesso per l'invadente civiltà è ca- 
duto in disuso. 

La costumanza della caccia delle teste non deve considerarsi, uè come 
uno sfogo di selvaggia brutalità, né come una semplice passione di 



') Forse corrispondente ai «Nat» dei Birmani (vedi Fea, ì. e., pagine 158-159 e 385). 
s ) Questa canzone si trova riprodotta e trascritta dal rev. .1. Perham nella Sarawak 
Gazette, n.° 130, aprile 1877. 




Fi", l'o - Daiacco di mare del Seribai 



i. 



CAPITOLO V 99 

collezionista per serbare un ricordo di un atto di prodezza, come un 
cacciatore serberebbe le corna di un cervo cbe ba ucciso. 

Il movente psicologico cbe deve aver più cbe altro influito a con- 
servare una simile pratica, è probabilmente molto analogo a quello 
cbe mantiene in favore presso certe popolazioni i sacriflzj umani. 

La bramosia di un Daiacco per il possesso di una testa umana, 
è sempre accompagnata da un sentimento superstizioso di dovere, 
cbe lo spinge a procurarsela, sia per placare qualche spirito, sia per 
propiziarselo, sia per rendere un servigio all' anima di qualche de- 
funto. 

I Daiacchi di mare non hanno, come i Daiacchi di terra, una casa 
speciale per conservare le teste, ma queste vengono tenute sospese 
sopra il focolare, nella parte mediana della veranda della casa co- 
mune. 

Una casa dei Daiacchi è un assieme di domicili di varie famiglie, 
viventi in altrettanti scompartimenti o camere; ogni scompartimento 
si chiama una « pintù », che letteralmente significa una porta. L'uso 
di costruire case siffatte, dove molte famiglie si trovano riunite, si 
deve certamente 'alla poca sicurezza riscontrata vivendo in case iso- 
late, ed alla maggiore facilità della difesa, nel caso di attacco per 
parte di un nemico. 

I Daiacchi di mare godono di una grande libertà di costumi. Essi 
non hanno bisogno che ogni nuovo nato venga ufficialmente ed 
esattamente registrato e classificato nella famiglia umana, ed hanno 
risoluto il problema della vita coniugale nel modo il più semplice ed 
il più pratico. Si trovano infatti fra i Daiacchi uomini e donne che si 
sono uniti in matrimonio sette od otto volte, prima di aver trovato 
con ehi Unire in pace i loro giorni. Una ragazza a 16 o 17 anni può 
avere avuto di già due o tre mariti e non essere per questo scredi- 
Tntii. Le cause di divorzio possono essere le più futili e le più ca- 
pricciose, senza che perciò accadano serj inconvenienti. La nostra 
civiltà invece, clic Ini ricevuto il dono infelice del cumulo dei pre- 
giudizi ( 'i lauti secoli d'ignoranza, trova delle difficoltà insormon- 
tabili, dovi' non esisterebbero, se invece di una morale convenzio- 
nale, si tenesse pili conto delle semplici leggi naturali e delle buone 
redole igieniche. 

I Daiacchi sono superstiziosissimi, ed il loro pensiero è sempre 
preoccupato dall'idea degli spiriti od «antù », che essi si immaginano 
di Benfare ad ogni momento e di riconoscere in (|iialsiasi rumore 
ehe non sia L'usuale, e che si possono trovare ovunque, sia vaganti 
nella foresta, Bla nascosti nei tronchi cavi dei più vecchi alberi, 



100 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

ovvero posati sulle roceie o siili' estrema vetta delle montagne. Se- 
condo i Daiacclii si direbbe che gli antù non hanno altra occupa- 
zione all' infuori di quella di pensare a loro, ciò che, sino ad un certo 
punto, corrisponde all'idea, che da noi pure, le persone religiose 
hanno della Divinità. 

Nell'intento di scrutare i destini riserbati dagli spiriti all'uman 
genere, nei momenti critici ed importanti, i Daiacchi traggono augurj 
dal cuore di un porco sacrificato, ovvero dal volo e dalla maniera 
di apparire di alcuni uccelli. 

Per ciò che ha rapporto col soprannaturale, specialmente per quel 
che riguarda le malattie (attribuite sempre all'influenza di maligni 
spiriti), vi sono certi individui chiamati « manang » (che corrisponde- 
rebbero a dottori o meglio a maghi), i quali fra le altre costumanze 
strane vanno vestiti da donna, ed hanno l'incarico di scongiurare 
i diavoli che producono tali malattie. Altre volte si crede di rag- 
giungere questo medesimo intento con offerte deposte in certe pic- 
cole capanuuccie, costruite espressamente in prossimità delle case 
o dei luoghi di sbarco (fig. 21). 

I Daiacchi di mare sotterrano i loro morti, ma 'non sembra co- 
stantemente, perchè vi sono delle specie di preti, i « mulanà », i quali 
alla loro morte vengono collocati sopra una piattaforma, costume 
che rammenta quello del Parsi dell'India, i quali, come è noto, espon- 
gono i cadaveri sopra torri espressamente costruite. 

Appena si può mettere in dubbio che certe credenze dei Daiacchi 
non siano derivate da popoli di una civilizzazione più avanzata della 
loro, probabilmente in causa di antichi propagatori delle varie dot- 
trine e sètte religiose del continente asiatico. A questi contatti si 
debbono attribuire certe tradizioni, come quella del diluvio, molto 
analoga alla biblica 1 ), e quella del paradiso od inferno, da essi chia- 
mato «sabayana», e che sarebbe diviso in sette differenti piani 2 ). 



') A Sea-Dyak Tradition of the Deluge, eie, by the R. J. Perham nella Sara/mah a<i- 
zette, n.° 133, luglio 1S77. 

! ) Vedi St. John, l. e, voi. I, pag. 65. 




Kig. 21 - Luogo ili sbarco «N-i Daiacchi di mare con offerte :is'li spiriti 
ed un " bankong • ■• barca smontabile sul davanti 



Capitolo VI 



Sulla collina di Serambo - Villaggio dei Daiacchi di terra, e casa per le teste - Pinin- 
dgiao - Colline porrmene — Vere e false rondini da nidi eduli - Wallace e le sue caccie 
di farfalle notturne - Gunong Skmiyet - Vegetazione della foresta secondaria - Sen- 
tieri daiacchi - Colline calcaree ; caverne che vi si trovano e loro supposta origine 
madreporica - Durio - Cenni sui Daiacchi di terra. 



Eravamo già da oltre quattro mesi stabiliti in Sarawak, e nulla 
conoscevamo ancora dei Daiacchi di terra, sebbene da casa nostra 
si potessero scorgere le colline da essi abitate. 

Ci venne quindi un giorno la voglia di fare una visita a qualcuno 
dei loro villaggi, ed il 1° novembre, nella notte, al momento che la 
marea cominciava a muoversi nella direzione favorevole, partimmo 
col nostro sampan ed i nostri uomini, portaudo provviste sufficienti 
per vivere una settimana sulla collina di Serambo, dove anni ad- 
dietro era stato costruito dal Eagià un piccolo bungalow in legname, 
;nl uso di villeggiatura e di sanitario. La marea ci accompagnò sino 
quasi a Lula-tanà ') a 14 miglia al di sopra di Kutcing, dove il Sa- 
ia\\ak si divide in due bianche. Noi seguimmo il ramo che volgeva 
bruscamente a ponente e rimaneva sulla nostra destra, incontrando 
adesso la corrente contraria. La marea non giunge al di h\ di Lida- 
fcanà che nei momenti delle grandi maree; mentre durante le piog- 
gie, «inalidì» vi è piena, « ayer bawa », come dicono i Malesi, si ar- 
resta ;i Kutcing. 

A giorno l'atto giungemmo a Bilida, luogo situato a circa sette 
miglia al di sopra di Lida-tauà, e dove prendemmo terra, sulla, 



Li ttcralmente « lingua 'li tei j ; » ■■■ 



104 XELLE FORESTE DI BOEISTEO 

riva sinistra dei fiume, precisamente di faccia alla collina di Se- 
rambo. 

Blida, Bellida o Bifida, cfie in questi varj modi si trova scritto, 
era un piccolo forte in legno, situato sopra un leggiero rilievo della 
sponda e costruito quando sulla riva opposta esisteva il grosso vil- 
laggio cinese di Siuyavan, distrutto dm-ante l'insurrezione alla quale 
fio alluso nelle pagine precedenti. 

Bifida era stato, anche prima dell'arrivo di Ragià Brooke in 
Sarawak, un punto strategico dei Malesi durante la guerra civile 
degli anni scorsi. Adesso il forte era completamente deserto, ma 
serviva spesso come luogo di riposo e di caccia agli Europei. In 
giro vi abbondavano cervi e nei terreni acquitrinosi beccaccini e 
pivieri, oltre ad altri uccelli di luoghi palustri. Sugli alberi vicini 
svolazzavano numerosi branchi di «punei», specie di piccoli pic- 
cioni selvatici (Treron verncms), di cui facemmo abbondante caccia 
nel mentre si stavano aspettando i Daiacchi, che avevamo man- 
dato a chiamare sulla collina, perchè venissero a prendere il nostro 
bagaglio. 

I portatori uon si fecero aspettare più del necessario, e molto vo- 
lenterosi caricarono sulle loro spalle i nostri effetti e le provviste. 
Il sentiero attraversava da prima dei terreni paludosi, stati altre 
volte coltivati a riso, ed allora invasi da alte e rozze erbe, quali 
Seteria, lalang e felci. 

II monte si presenta quasi a picco, e si sale di masso in masso, 
in alcuni punti coli' aiuto di scalini di legno. Dopo aver raggiunto 
circa 300 metri di altezza con questo genere di strada, si giunge 
ad uno dei villaggi. Quivi l'Oraug-kaya '), o capo, ci invita a ri- 
posare nel « pangga » (fìg. 22). È questa la casa dei celibi, cfie serve 
anefie da sala di ricevimento e nella quale si conservano le teste 
dei nemici uccisi. Essa consiste di una sola stanza circolare, sollevata 
dal suolo da alte e solide palafitte e coperta da un tetto di foglie 2 ), 
cfie rassomiglia alla cima di un pagliaio per la sua forma conica molto 
acuminata. Tutto in giro vi sono delle aperture, cfie fanno da finestre, 
e vengono chiuse ed aperte a volontà, per mezzo di imposte da alzarsi 
e da abbassarsi. Internamente un banco, un poco sollevato dall'im- 
piantito, gira tutto intorno alla sala e serve per dormirvi o per ripo- 
sarvi; nel mezzo vi è il focolare. La porta consiste in una apertura 



') « Kaya » veramente in malese significa « ricco ». 

2 ) Alle volte il tetto invece che eli foglie è coperto di piccole tavolette embriciate 
di « bilian » o legno ferro. 




c3 
l-l 



CAPITOLO VI 107 

nell'impiantito, alla quale si accede per mezzo di un legno che 
porta delle intaccature funzionanti da scalini. Nel pangga di Serambo 
pendevano, sospesi in giro a travicelli, numerosi cranj umani, che 
avevano per la maggior parte appartenuto ai Cinesi uccisi nel 1857, 
durante la famosa ribellione. 

Le case ordinarie, esse pure con l' impiantito sollevato dì qualche 
metro dal suolo, e costruite con grossi pali e foglie di sagù o di 
nipa, erano sparpagliate, con un disordine quanto mai pittoresco, 
fra mezzo ad enormi massi, ed all' ombra di palme cocco, areche, 
banani e svariati alberi da frutto. 

ISTon ci trattenemmo lungamente nel villaggio, avendo premura 
eh arrivare a destinazione a Pinindgiao, un altro centinaio di metri 
più in alto, e dove, quando noi vi giungemmo, di già i portatori 
avevano depositato il bagaglio. Il piccolo bungalow non si trovava 
precisamente nel punto culminante della collina, ma un poco al di 
sotto, in una posizione incantevole. Vi erano in giro varj alberi da 
frutto, specialmente dei dm-io e dei cocco, ma non talmente fitti da 
impedire la visuale. Pinindgiao significa un luogo da dove lo sguardo 
può spingersi molto lontano. Di lassù infatti si scorge molto paese, 
e si può acquistare una esatta idea di tutto il bacino del Sarawak; 
soltanto i monti dai quali questo scaturisce sono nascosti dalla vetta 
della collina che rimane a ridosso del bungalow; ma del resto l'oriz- 
zonte è per i tre quarti libero tutto all' ingiro. 

Verso il Nord la veduta si estende sino al mare, e la pianura sot- 
toposta apparisce come uno sterminato tappeto di verdura, interrotta 
solo dal fiume, chela solca in curve serpeggianti e si può seguire sino 
alla foce, ben marcata dal Picco di Santubong. Volgendo lo sguardo 
più verso ponente, si vede Singhi ed il gruppo di Mattang, e poi più 
lontano Gunong Poe. A ponente proprio non esistono montagne, ma 
al di là del corso del Sarawak, a non gran distanza, si può rico- 
noscere la collina di Staat, e poi una rupe quasi colonnare, iso- 
lala, alta l'orse una settantina di metri, che mi è stata indicata col 
nome di Gunong Bulù. Fra questa rupe e Gunong Gumbaug il ter- 
reno è pi;ino, e vi passa il sentiero più comodo e più corto per var- 
care i confini ili Sarawak, ed entrare nel territorio di Sambas. In 
questo ponto non solo non esiste alcuna catena di montagne, come 
si vede in quasi tutte le carte di P.orneo, ina nemmeno può notarsi 

un' elevazione che ne possa avere l'apparenza. I Daiacchi hanno la 
tradizione che nei tempi antichi il mare invadesse questi; terre basse, 
e raccontano che le barche potevano passare liberamente «lai terri- 
torio di Sambas in quello di Sarawak, il quale rimaneva così stac- 



108 NELLE FORESTE DI BORNEO 

cato dal rimanente di Borneo e formava un'isola 1 ). La vista poi si 
chiude con Gunong Bungò, dalle vette acute, e di una irregolarità 
veramente pittoresca. 

Oltre ai monti di cni ho fatto parola, e che formano quasi la cor- 
nice del quadro, vi sono varie altre elevazioni di struttura calcare, 
che non possono proprio dirsi monti o colline, ma sono piuttosto 
delle immeuse rupi isolate in mezzo alla pianura. In alcune di 
queste elevazioni si trovano vene di antimonio, mentre nel terreno 
d'alluvione circostante, si trova disseminato dell'oro in pagliette, 
che impiega nella ricerca buon numero di Cinesi. 

Fra mezzo a dette colline o rupi in vicinanza di Bau, uno dei vil- 
laggi cinesi ora rammentati, si scorgeva una macchia bianca. Era una 
casetta fatta costruire anni addietro da un signore di Sarawak, in 
prossimità di una sorgente di acqua calda, nella quale usava ba- 
gnarsi per curare i dolori articolari di cui soffriva. Il luogo si chiama 
Sciaksan. 

A pochi passi dal bungalow, da una specie di grotta, sgorgava 
una sorgente d' acqua, che per la sua freschezza forma va una delle 
delizie principali di quel soggiorno. 

Sulla collina di Serambo vi sono tre villaggi di Daiacchi: Pi- 
nindgiaio, Bombok, e Serambo propriamente detto ; ma tutti riman- 
gono alquanto più in basso del bungalow, dove perciò, oltre ai 
vantaggi dell'aria viva della montagna, di una temperatura deli- 
ziosa e dell' acqua fresca, si gode anche di ima perfetta tranquillità. 
La collina, o meglio l' emiuenza di Serambo, non fa parte di alcuna 
catena, rimane completamente isolata, e s'innalza bruscamente dalla 
pianura come le colline calcaree ora rammentate; ma, a differenza 
di queste, è formata di una roccia cristallina- ijorfirica. Di questa 
medesima struttura è Singhi, e forse qualchedun altro dei monti 
prossimi, di cui io non ho potuto esaminare la roccia da vicino. 

Intorno alla casa di Piniudgiao volava continuamente una pic- 
cola rondine (veramente un rondoue) la Gallocalia Linlrii, della quale 
uccidemmo varj individui per conservarne le spoglie. Questa è una 
specie confusa spesso con l' altra che produce i nidi gelatinosi, tanto 



') Relativamente a questa tradizione il signor U. Denison, in un articolo sui « Land 
Dyaks», nella Sarawak Gazette, n.° 125, novembre 1876, scrive: « Si dice che in antico 
bastimenti e barche venissero direttamente dal punto dove adesso è Sambas a Sarawak a 
traverso la catena di Sibuugo. Una montagnola in forma di colonna, chiamata « Dgimas » 
a mezza strada fra Gumbang e Gading, sporgeva allora appena dall' acqua, e quivi i 
prahu usavano fermarsi a prender zavorra e grosse pietre per le ancore. » 



CAPITOLO TI . 109 

ricercati dai Cinesi. I Daiacchi ci portarono i nidi della menzio- 
nata C'allocai la, i quali erano formati in gran parte di borraccina, 
unita insieme da ima piccola quantità della parte essenziale, vale 
a dire della sostanza gelatinosa ; mentre i nidi di buona qualità si 
compongono quasi esclusivamente di detta materia bianca e tra- 
sparente, mista solo in scarsa misura a qualche penna e ad altre 
impurità. 

La rondine che produce i nidi preziosi, abita nelle caverne delle 
colline calcaree in prossimità di Serambo, ed è la principale sorgente 
di ricchezza per i Daiacchi di questo villaggio. 

Isella medesima casetta di Pinindgiao ha abitato per qualche 
tempo Wallace, e sono rimaste memorabili le grandi caccie di far- 
falle notturne che vi fece. jSToì non avemmo la medesima fortuna, 
quantunque non poche fossero quelle, che, durante il nostro sog- 
giorno, venivano la sera a svolazzare nella veranda, attratte dal lume. 

Io volli un giorno visitare una delle colline calcaree più vicine, e 
mi feci accompagnare da alcuni Daiacchi a Gunong Skunyet, pic- 
cola eminenza isolata, che si solleva ad un tratto dalla pianura nella 
direzione di Xord. I terreni che si attraversarono per giungervi erano 
stati tutti, chi prima e chi dopo, sottoposti a cultura; non vi si tro- 
vava quindi più foresta primitiva, come del resto non ne esisteva in 
tutte le vicinanze di Pinindgiao. Il terreno era molto accidentato da 
piccole vallate e da colline elevate di poche diecine di metri, coperte 
talvolta di lalang, ma per lo più rivestite dalla vegetazione speciale 
clic invade tutti i terreni dopo un diboscamento, composta di piante 
di estesa distribuzione geografica nell'Asia meridionale e nella Ma- 
lesia, e die non rappresentano il vero elemento endemico della fiora 
ile]]" isola. Fra gli arbusti faceva però eccezione la Broolcea dasyantlia, 
tipo nuovo della famiglia delle Scroplvulariaeeae, appartenendo gli altri 
ai generi Eurya, Adinandra, Ficun, Vernonia, Mappia, ecc., tutte es- 
senze Legnose di piccola mole e caratteristiche della foresta secon- 
daria. 

Nei luoghi liassi il sentiero eia, orribile; si all'ondava nell'acqua 
sino a mezza gamba, ed alt rose si sdrucciolava sull'argilla saponosa. 
Quando i sentieri dei Daiacchi sono l'atti da poco, come accade al- 
lorché conducono ad una nuova piantagione, sono ancora praticabili, 

venendo pei- tuie eireost a nza un poco riparati; si usa allora di porre 

nelle situazioni peggiori dei sottili tronchi d'albero, ma questi presto 

putrefacendosi Si rompono sotto il peso ili chi vi passa, sopra, e non 
servono che a procurare qualche tulio di più dentro la, mota. Nelle 

piccole Fallate, fra collina e collina, le erbe vi crescevano alte e vi 



110 NELLE FORESTE DI BOENEO 

capitavano spesso i cervi a pascolare; ma noi non ne incontrammo 
alcuno in quella occasione. 

Ci vollero circa quattro ore per giungere a Gunong Skunyet, 
enorme rupe calcarea, che si solleva bruscamente a picco, isolata 
da ogni parte e di difficilissima ascensione. Io mi portai sino ad una 
specie di caverna o fessura, che penetrava nell'interno, ma ad ar- 
rampicarmi sulla cresta non mi provai nemmeno. Nelle colline cal- 
caree come questa, la roccia è alveolata o bucherellata e corrosa, ed 
a punti perforata o con profondi incavi. I massi erano variamente 
configurati e spesso ridotti a punte taglienti ed acuminate, sulle 
quali era penosissimo muoversi con le mie scarpe di tela a suolo 
sottile, e per di più reso molle dal lungo camminare per gli acqui- 
trini. Non tentai quindi di giungere sulla cima, cosa che solo avrebbe 
potuto farsi, aggrappandosi alle liane ed alle radici, le quali come 
braccia di enormi polpi, si estendevano sulla superficie di quei di- 
rupi, alle volte così a picco, che, caso strano in Borneo, la roccia 
vi rimaneva a nudo e la vegetazione riusciva solo ad attecchire 
sulla cresta, dove formava un gran cimiero di verdura. 

Le erosioni della roccia dovevano essere l'effetto degli agenti 
atmosferici, nei punti dove la massa pietrosa presentava delle ine- 
guaglianze di composizione. Ma le grandi fessure e le caverne, di 
cui la presenza è quasi costante nelle colline calcaree della strut- 
tura ora indicata, devono essere una conseguenza della loro stessa 
origine. Infatti se tali colline sono, come io ritengo, di natura ma- 
dreporica, esse risultano dall'accumulamento di materia inorganica 
depositata da corallarj nel seno del mare. 

Chi ha visto come si presentano gli scogli corallini, nei mari dove 
questi si incontrano, ed ha osservato come si moltiplicano i polipaj, 
può rendersi conto del modo come possono avere avuto origine le 
caverne nelle colline di struttura madreporica. In uno scoglio co- 
rallino in formazione, gli organismi che concorrono a metterlo in- 
sieme, crescono di rado regolarmente, e non formano mai delle masse 
del tutto compatte; rimangono anzi quasi sempre degli interstizi 
vuoti, fra le varie colonie di polipaj. Se tali interruzioni nella massa 
pietrosa depositata sono molto grandi, come quando alcune delle 
colonie, in principio separate ed indipendenti, vengono nell' accre- 
scersi a contatto fra di loro, si formano delle fessure o delle ca- 
verne, che sono poi quelle medesime che si vedono, quando lo sco- 
glio sottomarino è diventato una rupe sul terreno asciutto. 

Le montagne non calcaree di Borneo, anche le più ripide, hanno 
i contorni smussati e tondeggianti per effetto della vegetazione che 



CAPITOLO TI 



111 



trova mezzo di stabilirsi nei più piccoli interstizj. E non sono grami- 
gne, borraccine o piccoli cespugli, ma alti frutici, liane, ed alberi addi- 
rittura, che invadono ogni spàzio dove la vegetazione è possibile. 




Kg. 2'A - Il frutto del « «lurio », Dm-io Zibethnts 
(circii la metà del vero) 



Io non avevo portato meco per la mia gita che del riso già cotto, 
ed Dna scatola di sardine. Da aggiungere al mio desinare trovai solo 
dei cetrioli, che i Daiacchi avevano seminato nelle piantagioni di 
riso, e clic contenevano ona polpa acidula molto rinfrescante. 

La strada <li ritorno non differiva molto da quella dell'andata, con 
questo a svantaggio, che si cai inava nelle ore più calde della gior- 
nata, in terreni dove la bassa foresta secondaria difendeva ben poco 

dalla potenza dei raggi solali. Per ipiesto non mi parve vero, allor- 



112 SELLE FORESTE DI BORNEO 

che, arrivati ai piedi della collina di Seranibo, entrammo in un bel 
bosco di durio, e facemmo alto alla loro ombra. I frutti di durio 
sono un assai grosso bersaglio, e varj ne feci cadere a terra a colpi 
di fucile. Non erano invero ancora maturi, ma la polpa che ne rico- 
priva il seme era di già molto sviluppata, ed in questo stato io la 
trovai assai più gradita di quando è completamente matura. 

Tutta la collina di Seranibo, dal lato Nord, è priva di abitazioni ; 
forse perchè non essendo abbastanza scoscesa, le case sarebbero 
rimaste situate in punti troppo facilmente attaccabili, e con diffi- 
coltà difendibili. È però coperta intieramente da alberi, quasi sem- 
pre da frutto, e soprattutto da durio, di cui l'ombra ci protegge 
sino al bungalow. 

Il durio è il frutto prediletto dei Daiacchi, e l'abbondante polpa 
butiracea che circonda i suoi semi (rinchiusi dentro una grossa buccia 
spinosa) è considerata come una cosa squisita, anche dagli Europei, 
ai quali non ripugna il forte odore alliaceo che tramanda') (fìg. 23). 

Un deliziosissimo bagno alla sorgente eliminò tosto gli effetti del 
caldo e della fatica sofferta e mi predispose anche a ristorare lo 
stomaco, che la magra e scarsa colazione della mattina aveva la- 
sciato tutto il giorno in uno stato molto turbolento. 

7 novembre. — Con dispiacere constatiamo che le nostre prov- 
viste da bocca e le munizioni sono esaurite, che la carta è tutta 
occupata dagli esemplari raccolti, e che il ritorno a Kutcing diventa 
per questo inevitabile. Con gran rammarico quindi siamo costretti 
ad abbandonare l' incantevole soggiorno di Piniudgiao, e due addio 
ai buoni Daiacchi di Serambo. 

I Daiacchi di terra, dei quali credo adesso opportuno dir qualche 
cosa, sono confinati sulle colline di quella porzione occidentale di 
Borneo, che è compresa fra i fiumi Sadong e Pontianak. Una buona 



') Ho scritto a lungo sui dui-io e sulle specie selvatiche, che ili questi frutti s'incon- 
trauo in Borneo, nella mia opera Malesia, voi. Ili, pag. 230 e seguenti. Il durio, come 
ho di già preeedentemeute fatto cenno, non si conosce allo stato selvatico, ma in causa 
delle varie specie molto affini crescenti nella Penisola di Malacca ed in Borneo, di neces- 
sità deve avere appartenuto alla flora di queste regioni. Bisogna per questo supporre, o 
che il durio nelle sue forme attuali vegetasse in passato in una regione esistente fra 
Borneo e la Penisola malese, ed ora scomparsa, o che sia stato dall' uomo distrutto nelle 
attuali foreste; ma si può anche supporre che tal frutto debba ripetere lo straordinario 
sviluppo delle suo parti nutrienti alla cultura, o per meglio dire alla protezione indiret- 
tamente accordatagli dall' uomo primitivo, inquantochè un altiero di durio abbandonato 
a se stesso, difficilmente riesce a riprodursi, venendo i suoi frutti distrutti sulla pianta 
dalle scimmie e da altri animali, e sul terreno dai cinghiali attirati anche da lontano dal 
suo forte odore. 



CAPITOLO VI 



113 



parte quindi di questo popolo si trova sul territorio olandese, da 
dove si ritiene anzi che abbiano emigrato le tribù del Sarawak. 




l'i». 21 - Daiacco di terra 
La collana uh6 porta al colio è l'ormata di denti 'li olngtaiale o »i usa nello grandi occasioni 



I Daiacehi di terni non hanno l'aria petulante di quelli di mare; 
sono <li questi assai più tranquilli, di costumi più miti <■ più cor- 
niti, come Simo pili modesti nei loro abbigliamenti. I Daiacehi di 
terni -duo malesoidi come quelli «li mare, sebbene differiscano da 

8 — Beccasi, IfetU/ortiu U Bornea 



114 NELLE EORESTE DI BOENEO 

questi sotto molti rapporti. Anche tìsicamente si distinguono per 
essere nella generalità più piccoli ed anche più brutti di aspetto. 
Alcuni hanno dei piccoli baffi ed un poco di barba al mento (tìg. 24). 
Spesso la loro pelle è .deturpata da una malattia conosciuta in Borneo 
col nome di « kurap », prodotta da un minutissimo acaro sottocutaneo, 
affine, se non identico, a quello che produce la rogna. Io almeno ho 
riconosciuto ciò fra i Papuani e nelle Mollicene, dove la medesima 
malattia è molto frequente, ed è chiamata con voce portoghese « ca- 
scado » '). 

I Daiacchi di terra sono straordinariamente onesti e di una ecce- 
zionale bontà di carattere; ma al tempo stesso sono famosi per la 
loro grande ingenuità e dabbenaggine; per questo i Malesi ne abu- 
sano spesso, e li qualificano di « bodò » ossia di stupidi, ridendo 
anche dei loro spiriti e delle loro cerimonie. 

Nel passato essi hanno sofferto molto dalle spedizioni dei Daiacchi 
del Sekarraug e del Seribas, dai quali sono rimasti più che decimati. 
Ne meno hanno avuto da lamentarsi delle angherie dei Malesi, i 
quali, prima dell' arrivo di Brooke in Sarawak, li forzavano a lavo- 
rare alle miniere di antimonio, quasi gratuitamente, o per una mer- 
cede derisoria, che si riduceva a poche conterie ed a qualche anello 
d' ottone. 

I Daiacchi di terra godono adesso di una relativa agiatezza. Il 
governo del Ragià non richiede da essi (come da nessuno dei suoi 
sudditi) alcun lavoro obbligatorio, e si contenta di una modesta tassa 
per ogni capo di famiglia. Essi producono riso a sufficienza per i 
loro bisogni, ed anche per vendere; hanno poi abbondanza di frutti 
domestici, e per di più la foresta som ministra loro una quan- 
tità di prodotti utili, sia per il proprio consumo, sia per il com- 
mercio. 

I Daiacchi di terra non si cibano, come quelli di mare, di qual- 
siasi animale. Sono sacri per essi il bove e la vacca, animali che 
molti di loro non hanno mai visto, non che assaggiato. Non man- 
giano bufalo o capra, ed alcune tribù (come quelle di Singhi) 
nemmeno cervo. Vi è chi non mangia neanche polli. Il cinghiale 
è invece l'animale ideale, per i pasti di lusso, e vien cacciato non 
tanto coi cani, quanto con degli ordigni speciali, chiamati «petti», 
dei quali la parte essenziale consiste in una punta di bambù, du- 
rissima ed affilata, chiamata « dgierunkaw » tenuta in posizione 
orizzontale, ma libera, per mezzo di un semplice congegno, all'al- 



') Vedi Malesia, voi. I, pag. 94. 



CAPITOLO VI 



115 



tezza conveniente, e 
pronta a scattare con 
forza, quando l'ani- 
male , camminando , 
urta una cordicella 
che mantiene in ten- 
sione tutto il mecca- 
nismo. 

Le petti sono or- 
digni molto pericolosi 
anche per l' uomo che 
imprudentemente 
passeggi nel giongle 
dove sono stati tesi, 
producendo tremende 
ferite, per lo più nel 
ginocchio, che corri- 
sponde all'altezza alla 
quale vien collocata 
la punta di bambù, 
destinata a traversare 
nel mezzo il corpo del 
cinghiale. 

I Daiacchi di terra 
d'ordinario bruciano 
i loro moiri. A diffe- 
renza della grande 
maggioranza dei po- 
poli primitivi non 
fanno idoli, e nem- 
meno immagini che 
rappresentino ai loro 
occhi le anime dei 
trapassati. Si dice pe- 
lò die qualche tribù, 
in determinate occa- 
sioni, ;il>l>i;i una spe- 
cie di eidto pei- certe 
figure in legno, rap- 
presentanti degù' ile- 
celli. Considerano come sacre talune piante, quali il buia gadi 




Fig. 25 - Ragazza dei Daiacchi ili terra, con le braccia 
coperte da spirali ili filo d' ottone od ornate da armillc 
ili conchiglia. 



116 NELLE EOBESTE DI BOBNEO 

(bambù avorio), il « bunga si-kudip » {JEwrycles a/nibomemsis^, e la 
Drueaena ternmiaUs, pianta quest' ultima che sembra abbia seguito 
le emigrazioni dei popoli dell'India meridionale sino nella Nuova 
Guinea. Sono superstiziosissimi, e, come i Daiacchi di mare, ad ogni 
momento e dappertutto, vedono gli «antù» aggirarsi per l'aria, 
per i boschi e sulle cime dei monti. Secondo Low il principale di 
questi spiriti o divinità sarebbe « Tuppa » per alcuni, « Dgierroang » 
per altri. Dicono di conoscere anche « Dgiewatà » di origine indiana. 

Tuppa e Dgierroang sono divinità benefiche e superiori, che avreb- 
bero come dipendenti altri spiriti secondai;] chiamati «Pertcià». 

Il cattivo genio lo chiamano « Dgim » (forse il « Dgin » degli 
Arabi, se non pure il nostro diavolo) che dicono frequenti le basse 
regioni dell'aria; mentre gli spiriti buoni stanno in alto. 

I « Triu » ed i « Kamang » sono gli spiriti delle montagne e dei 
boschi; i primi benefici, malefici i secondi; ma tanto gli uni quanto 
gli altri d' indole bellicosa. 

I Daiacchi di terra, come quelli di mare, hanno sempre uno spe- 
ciale sentimento di paura per le cime delle montagne, dove dif- 
ficilmente e di mala voglia accompagnano i viaggiatori per timore 
degli spiriti, che, secondo le loro credenze, vi si aggirano. 

I Daiacchi si rappresentano i Kamang col corpo ricoperto di pelo 
rosso, come l' orang-utan. E per questo esser pelosi, non è solo per 
essi una bruttura, ma è anche una cattiva prerogativa. Idea forse 
tramandata di generazione in generazione, in seguito a qualche inva- 
sione di popoli pelosi che hanno recato danno alla loro schiatta. 
L'avversione per il pelame rosso, ed il cattivo significato che vi 
annettono i Daiacchi, era diviso nell'antichità anche dai Romani. 

Come abbiano avuto origine le divinità dei Daiacchi di terra, non 
sarà mai forse possibile di rintracciarlo, sebbene anche l'origine dei 
varj tipi di divinità, debba ritenersi soggetta a speciali regole. È certo 
che se i Daiacchi di terra potessero rimanere estranei all' attuale 
movimento civilizzatore, la memoria di Brooke sarebbe tramandata 
ai loro discendenti sotto l'aspetto di una nuova deità. Low infatti 
asserisce che oltre a Tappa, Dgierroang, il sole, la luna e le stelle, 
essi invocavano anche il Ragià. 

Una cosa che colpisce tutti quelli che hanno studiato i costumi 
dei Daiacchi di terra, sono le traccie molto palesi di induismo che 
essi ancora ritengono, e che devono essere un ultimo avanzo della 
dominazione indo-giavanese sopra Borneo. 



') Questa pianta è citata da Low, ma io non 1' ho incontrata in Borneo. 



CAPITOLO VI 



117 



Io non credo per questo, come qualcuno ha supposto, che gli at- 
tuali Daiacchi di terra derivino da colonie giavanesi dell'epoca cor- 
rispondente al grande impero indo-giavanese, appoggiando l'ipotesi 
su qualche resto di monumento religioso trovato in Sarawak, e che 




Fi. 



2(> - Ragazza dei Daiacchi <U terra in abito da festa 
i<ni amuleti al collo 



senza dubbio rimonta a quel tempo. Non sempre i costumi, lo abi- 
tudini, come 1<- credenze religiose di un popolo, si possono ritenere 
quali indizj siculi della Sua origine. Come vi sono adesso in Ilorneo 

missionari di varie credenze cristiane e ve ne sono di musulmani, 
così vi saranno stati un tempo quelli indù, i quali possono aver 
lasciata poca traccia di se stessi, come discendenza, nelle popola- 



118 XELLE FORESTE DI BOBXEO 

zioni convertite, ma possono aver fatto completamente andare in 
dimenticanza le antiche credenze, sostituendovi le proprie'). 

Le case dei Daiacchi di terra sono costruite presso a poco sul 
medesimo principio di quelle dei Daiacchi di mare, ma con un nu- 
mero assai minore di pinta o scompartimenti. 

Un villaggio dei Daiacchi di terra, invece di essere composto, 
come quelli dei Daiacchi di mare, di una sola e lunghissima casa, 
dove abitano moltissime famiglie; è formato di varie case, sparse 
fra le accidentalità del terreno, per lo più in luoghi di diffìcile ac- 
cesso, e contenenti poche famiglie ognuna. 

Il vestito principale dei Daiacchi di terra consiste nel tciawat 
sopra descritto, che una volta era quasi sempre di scorza battuta; 
ma adesso, che son diventati più ricchi, è per lo più di manifattura 
forestiera, quando non è di fabbrica indigena, della stoffa forte di 
cotone a disegni di vario colore, già rammentata nel capitolo pre- 
cedente, e tessuta dalle donne con primitivi e semplicissimi telai 
(fig. 18). Si coprono il capo con un fazzoletto, che non è però av- 
volto con quella civetteria ed eleganza, che tanto caratterizza i 
Daiacchi di mare (fig. 27). 

Le donne portano, come quelle degli altri Daiacchi, un corto 
gonnellino (fig. 25) ed i medesimi ornamenti di ottone e di conchi- 
glia alle braccia ed alle gambe. In molti villaggi fanno uso anche 
di una specie di larga fascia di scorza chiamata « saladan », che 
racchiude ed avvolge il ventre in modo che parrebbe assai incomodo. 
In altri villaggi il saladan è sostituito da una cintura formata di 
varj cerchi di rotang, giranti intorno alla vita. Vanno sempre col 
capo scoperto, meno che in certe occasioni festive, nelle quali si 
coprono con un berretto, e nel tempo stesso indossano anche un 
lungo camicione. In tali circostanze si mettono al collo tutto quanto 
posseggono di collane, formate di materiali eterogenei, ed alle quali 
sono appesi anche oggetti di superstizione ed amuleti (fig. 26). 

Gli uomini per armi usano il parang e la lancia, ma non il sum- 
pitan. Il parang dei Daiacchi di terra è di una struttura tutta spe- 



! ) Vi sarebbe molto fondamento per ritenere, che se i Daiacchi di terra sono venuti 
in Borneo da oltre mare, essi debbano avere avuto una volta una origine comune con le 
popolazioni selvaggie di Sumatra delle quali rimangono ancora dei resti nelle isole presso 
la sua costa occidentale. Basterebbe a questo proposito accennare solo alla rassomiglianza 
di alcuni dei costumi dei Daiacchi di terra con quelli degli abitanti di Nias, cosi ben de- 
scritti da Elio Modigliani, e primo fra tutti, quello di costruire una casa a parte dove 
dormono i celibi e dove si conservano le teste. 




l'iti. 27 - Grappo 'li Daiacchi di terra 



CAPITOLO VI 121 

ciale, e rassomiglia a quello malése o « parang battoli » per la lama, 
la quale è lunga circa 50 centimetri, larga in punta e gradatamente 
decresceute verso l'impugnatura; in ambedue le armi la lama fa un 
angolo brusco col manico, ma in quella malese questo è di legno, 
mentre in quella dei Baiacela è di ferro in continuazione colla lama 
e porta una piccola spran ghetta a traverso, pure di ferro, in forma 
di croce, ebe impedisce all' arma di sfuggire di mano nell' adoprarla. 
All'estremità l'impugnatura è ornata di capelli. 

Altro articolo indispensabile per i Daiacchi di terra, e ebe essi 
portano sempre al fianco, è un piccolo sacchetto (tessuto con stri- 
sciole di rotang 1 ), il quale supplisce alla mancanza di tasche nel loro 
costume, e che è destinato a ricevere qualche pizzicotto di tabacco 
e specialmente gli ingredienti per masticare il siri, e per accendere 
il fuoco. A questo sacchetto va sempre unito un piccolo coltello a 
corta lama, ma con lungo manico, che serve soprattutto a fendere 
e ripulire i rotang, di cui abbisognano in numerose occasioni. 



Capitolo VII 

Gita a Mattang - L' accetta malese - La Cynogale Bennettii - Si alloggia dai Cinesi - In 
cerca della strada verso la cima del monte - Alcuni mezzi di dispersione dei 6emi e 
dei frutti - Difficoltà di fare esemplari di piante - Come può esplorarsi una foresta - 
Perchè facevo una casa a Mattang - L' umbut - Piccole palme - Si accampa e si dorme 
sulla cima - Sottili rotang - Un lankò - Burrasche improvvise - Impressioni nella fore- 
sta di Mattang - Fosforescenza e lucciole - Insetti, fiori e luce - Quop - Volpi volanti. 



Dopo il tentativo già rammentato per raggiungere Mattang, tra- 
versando la foresta di Kutcing, il Tuan-inuda aveva dato ordine ai 
Daiacchi di Singhi di tracciare un sentiero da Siul fino ai piedi della 
montagna. Xel mese di ottobre il sentiero rimase compiuto, ed io 
per il primo volli approfittarne, sperando questa volta di potere ar- 
rivare sulla cima. Fu convenuto che Tuan-kù Yassim mi avrebbe 
accompagnato nell'escursione. 

La mattina del 13 novembre, alle 8, parto da Kutcing con quattro 
nomini e provviste per una settimana, consistenti soprattutto in riso, 
che costituisce la base del nutrimento quotidiano dei Malesi come 
dei Daiacchi. Al companatico doveva provvedere la foresta ed il fu- 
cile. Ogni .Malese portava il suo inseparabile parang e per di più 
un bilión -, l'istiumento preferito dagli indigeni per abbattere gli 
alberi II bilión è un'accetta <li ferro, costruita sul principio di quelle 
in pietra, tutt'ora in uso presso varie tribù della Papuasia e della 
Polinesia, e nei tempi preistorici adoprate anche da noi. La parte 
essenziale dell'accetta malese, ossia la lama, è mollile ed indipen- 
dente, in forma <li largo cuneo ristretto bruscamente dal mezzo in 
gifi in punta acuminata, eolla quale si unisce al manico; questo porta 
in alto ima ingegnosa legatura in rotano-, (love il l'erro può venire 
applicato in tutti i sensi ed inclinazioni, in modo da poter essere 



124 NELLE EORESTE DI BOKtfEO 

usato a volontà come ascia, ovvero come accetta. Al manico, che si 
chiama «perda», si adatta un'impugnatura di legno dolce (per il 
solito di « kayù piai»), che ne agevola molto l'uso. 

I Malesi si servono meravigliosamente del bilióu, strumento ve- 
ramente efficace, e da essi preferito alle accette di fabbrica europea. 

Per camminare spedito, il mio bagaglio personale era stato ridotto 
proprio all'indispensabile, ed un uomo portava in un « tambuk » '), 
oltre il necessario suo, anche tutto il mio. Non avevo preso carta 
da seccar piante ; ma bensì un barattolo contenente spirito, per con- 
servare qualche animale importante che mi capitasse, gli arnesi tas- 
sidermici più indispensabili, un termometro, un aneroide ed alcune 
medicine, soprattutto chinina, cloridina e laudano, la febbre e la diar- 
rea essendo i principali malanni contro i quali occorre premunirsi 
in questo paese. 

Si cammina assai speditamente sino a Siùl, dove si doveva unire 
a noi il Tuan-kù, il quale non era pronto quando si passò da casa 
sua, ma ci raggiunse, accompagnato da un altro uomo, al piccolo 
fiume che ci aveva arrestati nella prima escursione, e sul quale era 
stato gettato un batàng che serviva da ponte. 

Cammin facendo il piccolo cane, che il Tuan-kù aveva condotto 
seco, scovò due animali simili a lontre per la dimensione e l'aspetto, 
ad uno dei quali mi provai a tirare una fucilata, ma senza effetto, 
non essendo partito il colpo per causa della pioggia, che già da un'ora 
aveva cominciato ad annoiarci; l'altro sembrò rimanesse ferito dal 
Tuan-kù, ma intanto continuò a correre; inseguito però dal cune 
io riescii a raggiungerlo e ad ucciderlo. La foresta nel tratto dove 
incontrammo quest'animale era difficilissima a traversarsi, acquitri- 
nosa, con gran quantità di radici superficiali e quindi piena di buche 
e di rialzi. A momenti si sprofondava fino al ginocchio in una pol- 
tiglia densa, di colore scurissimo, e che rassomigliava alla fondata 
di caffè. L'acqua però che vi si trovava, lasciata riposare, era lim- 
pidissima e bevibile, ma di colore del thè. Gli alberi non vi erano 
grandi, però fitti ed a tronchi relativamente sottili e di specie molto 
variate. Se mi fossi potuto fermare in questo luogo, avrei certamente 
trovato molte cose interessanti ; ma intanto potevo contentarmi di 
avere ucciso un bello individuo della Cynogale Bennettii, raro animale, 
con le apparenze di lontra (come sembra ne abbia i costumi) ma ap- 
partenente al gruppo delle viverre. 



') Specie di gerla o sacco leggiero e resistente, tessuto con strisciole di rotang, e che 
si porta dietro le spalle alla maniera di un sacco militare. 



CAPITOLO VII 125 

Continuammo a percorrere il sentiero tracciato dai Daiacchi, che 
migliora assai dopo oltrepassato il tratto paludoso ora descritto. In 
vicinanza delle falde del monte il terreno diventa asciutto, il suolo 
più libero da vegetazione di sottobosco, e quindi possiamo avanzare 
più spediti. Si giunge verso le 3 pom. ad una piccola piantagione 
di « gambir » '), avviata da poco tempo da alcuni Cinesi, e nel mezzo 
della quale si stava costruendo una casa, dove ci disponemmo a 
passare la notte. Intanto che si cuoceva il riso spellai la Cynogale, 
regalandone il corpo ai padroni di casa. Avevo terminato appena 
di acconciare la pelle die tenevo tutt'ora in mano, quando, in un 
momento di distrazione, un Cinese, in apparenza tutto intento al mio 
lavoro, strappò via, in un batter d'occhio, alcuni dei lunghi baffi, che 
ornavano il muso della bestia. Chi sa da quanto tempo spiava il 
momento per appropriarseli, ed a quale scopo li destinava? Ma io 
fortunatamente riescii a riprenderglieli di mano, non risparmiando 
i rimproveri, come è ben facile immaginare. 

La capanna era assai piccola ed i quattro o cinque Cinesi che 
l'abitavano, finito il loro pasto, più sontuoso del nostro per l'ina- 
spettato mio regalo, dopo una fumatina d'oppio, si addormentarono 
e nulla più si seppe di loro. Noi ci accomodammo alla meglio, e 
più o meno male dormimmo sino alla mattina. 

14 novembre. — Io avrei desiderato di partire prima del levare del 
sole ; ma questa è stata sempre cou i Malesi una grande difficoltà. 
Per essi il sonno mattutino lia un incanto speciale, ed una doppia 
intensità. 

La casa dei Cinesi rimaneva proprio ai piedi della montagna, ma 
in un punto nel quale si apriva un'angusta valle, formata da un 
profondo burrone, che aveva l'apparenza di scendere dalla cima. Non 
sembrandoci cosa facile raggiungere la vetta da questa parte, ci parve 
miglior juirtito girare intorno alla base del monte, per cercare il luogo 
corrispondente ad una costa, fra due depressioni, da dove Pascen- 
done avrebbe dovuto presentare minori difficoltà. Nel fare questo 
circuito traversammo dei punti dove la foresta era al colmo della 
bellezza, e dove la varietà delle piante clic la componevano era (piasi 
infinita. .Ma per il momento bisognava che mi contentassi di guar- 
dine appena alla sfuggita tanti tesori, perchè ad aver voluto rac- 
cogliere anche solo ciò die ini veniva sotto mano, non sarei mai arri- 



'; \.'i „■,!,,„ Gambir <■ un orbitato dal quale m estrae una sostanza scura astringente, 
specie ili «catechh» <> «torre laponica», adesso molto ricercata in commercio, venendo 
adopratfl in tintoria e per tannare le pelli. 



126 NELLE FORESTE DI BORNEO 

vato alla mèta. Erano poi queste le località che io mi proponevo 
di esplorare minutamente in seguito, e la gita attuale aveva preci- 
samente lo scopo di trovare sulla montagna un luogo adatto per co- 
struirvi una capanna, dove passare alcmii mesi coi miei uomini e con 
tutto il necessario per riunir collezioni. 

In una corsa attraverso la foresta pochissimo il naturalista può 
raccogliere. S'incontrano è vero molte piante che si arrivano colla 
mano, quali sarebbero piccole palme, aroidee, scitaminee, ecc., od 
anche alcune di quelle fruticose od arborescenti, che con un colpo 
o due di parang si potrebbero abbattere per raccoglierne saggi; ma 
il grosso della vegetazione in Borneo è arborea, inaccessibile al vian- 
dante, ed è quella precisamente meno conosciuta, e che a me più 
premeva di studiare da vicino. 

La foresta primitiva di Borneo non è composta, come nei nostri 
boschi europei, di una sola o di poche essenze, ma di un numero 
incredibile di specie. Io non ho potuto contare quanti alberi si tro- 
vino in Borneo in uno spazio misurato di terreno, e quante specie 
di alto fusto vi figurino, ma di certo devono essere ben molte. È vero 
che anche questo numero varia colle località. Così sulle pendici 
delle montagne, la quantità d'individui di una data specie è mag- 
giore che nelle pianure e nelle vallate, dove le specie sono più 
numerose, essendoché quivi vanno accumulandosi semi e frutti in 
gran copia, trasportati dalle acque o dispersi durante gli allagamenti. 
È forse questo uno dei mezzi più efficaci di disseminazione delle 
piante di alto fusto nelle pianure, tanto più che la stagione delle 
pioggie corrisponde appunto a quella dei frutti. Vi è però tutta una 
serie di piante che di certo non può servirsi di questo mezzo per pro- 
pagarsi, e che deve il trasporto dei suoi semi al vento, agli uccelli 
o ad altri animali. Sono queste le piante epifite, tanto abbondanti 
fra l' alta ramaglia degli alberi, e che il botanico non può raccogliere 
quando viaggia in fretta. Lo stesso deve dirsi delle piante rampi- 
canti, delle quali, sebbene spessissimo i fiori si trovino lungo il fusto 
od anche rasente terra, le fronde serpeggiano e si estendono in alto 
sulla frappa degli alberi, e riescono inaccessibili al collezionista di 
passaggio. Per tali difficoltà è impossibile acquistare un'esatta cono- 
scenza della flora di una foresta tropicale durante una semplice escur- 
sione. Si potrebbe ovviare al lamentato inconveniente, informandosi 
dei luoghi dove si fanno diboscamenti a scopo industriale od agri- 
colo. Si può sorvegliare allora l'abbattimento delle piante e racco- 
glierne gli esemplari che occorrono, purché si capiti nel momento 
favorevole della fioritura. Altro mezzo è quello che avevo messo in 



capitolo vn 127 

pratica io, e che consisteva nel condurmi dietro quattro o cinque 
nativi abili ad arrampicarsi sugli alberi, od anche meglio ad abbat- 
terli. Ma tutto ciò non poteva farsi in fretta, e per questo io mi 
accingevo all' impresa di costruire una casa sopra Mattang, per pas- 
sarvi il tempo necessario ad esplorarne la flora. 

Lungo il nostro cammino in giro alla base del monte, la foresta 
variava assai. Ideile insenature o valloni la vegetazione era molto 
ricca e folta, ed oltremodo intricata per il gran numero di rotang 
che vi allignavano. !Nei luoghi dove l'acqua non trovava scolo, il 
numero delle specie era maggiore che altrove, l'ombra vi era den- 
sissima e nemmeno il più sottile raggio di sole poteva penetrarvi. 
Quivi erano più frequenti gli arbusti con sottili e lunghi tronchi, 
quasi letteralmente coperti da epifite, da muschi, da epatiche e da 
piccole felci (Jlymmophyllacme principalmente). Una delle partico- 
larità che più colpisce il botanico, nel genere di selva ora descritto, 
è la quantità di produzioni crittogamiche che ricoprono le foglie 
tuttora verdi e viventi degli arbusti e della bassa vegetazione del 
sottobosco senza però alterarne il tessuto. Quivi, quasi ogni foglia, 
anche di piante erbacee, è coperta di minute specie di epatiche, di 
piccoli licheni, di muschi e di fungini. 

Presso un ruscello incontrammo alcuni individui di un'altissima 
palma, una specie di nibong, più specialmente conosciuta in Sarawak 
col nome di « lammakor » (Oncosperma horrida), della qiiale il grumolo 
centrale delle foglie giovani e non ancora svolte, il così detto « ca- 
volo-, chiamato dai Malesi « umbut », è buono a mangiarsi come 
quello di altre palme. 

Xoi avevamo bisogno di un continuo sussidio per la nostra tavola, 
non avendo portato che scarsissime provviste, per non avere impe- 
dimenti nella nostra rapida recognizione; abbattemmo perciò uno 
di questi nibong, che dal terreno sino alla punta dèlie fronde del 
ciurlo centrale misurava •"><> metri (118 piedi) di altezza. Il tronco, 
da solo, -ino all'inserzione delle prime foglie era lungo .">1 metri. 

Progredendo semine senza aver trovato ancora un posto adattato 
per cominciare ;i salire, attraversammo un tratto di foresta, dove 
gli alberi avevano tutti dei tronchi colossali raggiungenti una smi- 
snrata altezza, mentre il suolo era nudo di bassa vegetazione. Erano 
quasi tutte ditterocarpee {Sharea, ll»\>c«, Vipt&rocwjrus) die potei 
riconoscere dal fogliame morto caduto al suolo, dove l'ormava un 
alto strato bruno, sul quale si camminava molto comodamente. 

La caccia era rara, <• meno qualche porgam, di solito troppo alto 
e troppo nascosto per potergli tirare, non incontrammo animali. 



128 NELLE FORESTE DI BOENEO 

Dopo aver camminato assai lungamente, ci accorgemmo di co- 
steggiare uno sprone, che si distaccava dalla massa principale del 
monte, di guisa che ci allontanavamo invece di avvicinarci alla cima; 
per la qualcosa ci decidemmo finalmente a salire. Il luogo che sce- 
gliemmo era ripido molto, ma vi era tanta vegetazione e tante erano 
le radici, che i punti per poggiare i piedi ed aggrapparsi con le mani 
non mancavano. Si sale così per una specie di gradinata sino sul 
crinale di una collina, che si estende poi pianeggiante per lungo 
tratto, dove rifacciamo in alto, in senso inverso, la strada che ave- 
vamo percorso in basso, seguendo adesso un contrafforte della mon- 
tagna. Trovai quivi assai abbondante un pinang in miniatura, una 
vera Areca (A. minuta) con fusti sottili quanto il dito mignolo ed 
alti quasi quanto un uomo. Incontrammo spesso anche un'altra 
piccola palma, una specie di Liouala con foglie indivise e quasi cir- 
colari e proprio della forma di una ventola cinese (L. orbivularis). 
I Daiacchi apprezzano molto queste foglie, che essi chiamano « daon 
nisang», e che adoprano per cnoprire capanne, per confezionarne 
berretti e specialmente per rinvoltarvi il « nassì » (riso cotto), il 
tabacco, ecc. 

Camminando sempre sulla cresta della collina, che continua per- 
fettamente livellata, arrivammo poi ad un biurone, nel quale fummo 
costretti a scendere per risalire dalla parte opposta. Qui riconosciamo 
davvero di trovarci sopra una delle coste che ci avrebbero potuto 
condurre alla cima, essendoché anche dalla parte opposta a quella 
dove ora eravamo, si trovava un altro burrone, egualmente pro- 
fondo. Il posto ci sembrò molto conveniente per accampare e cuo- 
cere il nostro riso, avendovi trovata acqua eccellente e freschissima. 
Si arrostiscono anche due porgam, che strada facendo avevamo 
ucciso. 

Finito il nòstro pasto, che ci occupò assai più a prepararlo che 
a mangiarlo, ci avviammo verso la vetta. Questa volta avevamo 
dato nel segno, ed il crinale da noi seguito ci portava sempre in 
alto per una salita assai ardita, ina senza quel saliscendi, tanto noioso 
nelle ascensioni alpestri. Dopo circa un'ora di continuo affaticarsi 
lungo l'erta pendice, si giunse sopra una delle cime, non avendo 
inai perso un metro di quanto si era guadagnato, in vero assai pe- 
nosamente. Non siamo però giunti sull'estrema vetta, perchè dopo 
una specie di ripiano, anzi di dolce declivio, la salita ricomincia an- 
cora; ma evidentemente ci troviamo sulla cresta della montagna, 
spiovendo le pendici in modo eguale dai due versanti. La veduta 
essendo impedita da ogni parte dalle piante, faccio abbattere alcuni 



CAPITOLO VII 129 

alberi, che qui sulla cresta erano assai bassi e con tronchi sottili, 
ma a legname durissimo, e possiamo così spingere lo sguardo sino 
verso Kutcing. 

Di lassù la pianura appariva come un'immensa distesa di verdura 
confinante coli' orizzonte, formata dalla superficie aerea della fore- 
sta, dove solo in alcuni punti si scorgevano delle macchie discolori, 
per lo più bianche (dovute ad alberi in fiore) od a rari intervalli 
di un rosso vivo, che ho imparato poi a conoscere doversi ad una 
grande liaua (BàuMnia Burbidgei, Stapf), la quale riesce a mettere in 
evidenza le sue corolle, soverchiando con le fi-onde i più grandi alberi. 

Trovato qualche metro quadrato di terreno pianeggiante, ci met- 
temmo tutti al lavoro per costruire un « lankò » o riparo per pas- 
sarvi la notte. jSTel dubbio di trovare acqua sulla cima, ne avevamo 
portata una provvista dentro a pezzi di bambù, riempiti alla sor- 
gente giù in basso. 

Intanto che gli uomini cercavano i materiali per il lankò ed ac- 
cendevano il fuoco per cuocere il riso, io ed il Tuan-kù continuammo 
a percorrere il crinale del monte, per tentare di salire più in alto. 
Sulla cresta vi era una specie di sentiero che doveva essere opera 
di animali selvatici. I Daiacchi di Singhi invero venivano quassù 
di tanto in tanto in cerca di certi rotang sottilissimi, che essi ado- 
prano per svariati lavori e che di tale specie e così fini non si tro- 
vano altrove nelle vicinanze. ISToi pure ne trovammo in abbondanza 
e ne facemmo provvista. I Malesi chiamano questi giunchi d'India 
(prodotti da alcune varietà del Calamus Javensis e da altre specie 
molto affini a questa) «rotang kawat», parola questa che significa 
filo d'ottone, o «rotang tikus » ossia topo: due nomi destinati ad 
esprimere la loro piccola dimensione, i maggiori non raggiungendo 
al j »i fi che 4-5 millimetri di diametro, sebbene se ne trovino di quelli 
«li soli due millimetri e siano sempre lunghissimi e tenacissimi. 

Dopo una mezz'ora di salita si raggiunge una seconda cima; però 
a traverso gli alberi, ben si scorge che non siamo ancora sul punto 
culminante della montagna. Non raccolsi piante in questa occasione, 
ma osservai Che l'albero più frequente ed abbondante sulla cresta 
era una specie di Casua/rina, molto simile a quella che cresceva in 
pianura -ni mattang .nià rammentali. Ma intanto il giorno accen- 
nava a declinare, ed avendo da pensare a prepararci per la notte, 
ritornammo senz'altro al punto dove avevamo lasciato gli uomini 

occupati a costruire il lankò, portando anche noi un buon contri- 
buto di rotang, i quali rappresentavano il materiale migliore per le- 
gare, romito dalla foresta. 

il — Bkocabi, KeUt foretti tU Borneo. 



130 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

I lankò sono ripari occasionali ed improvvisati dai Daiaccki nei 
luoghi disabitati, ma per costruirli si richiede un paese come Borneo, 
che abbonda di ogni sorta di materiali. Sono una cosa necessarissima 
in un clima umido e piovoso, dove sarebbe impossibile di passare 
la notte allo scoperto, e di dormire immediatamente a contatto del 
terreno, non fosse altro per gli innumerevoli e fastidiosi animalucci 
da cui' è popolato. Per costruire un lankò si tagliano due piccoli 
tronchi d'albero, lunghi quanto si crede opportuno, e che si collo- 
cano per terra paralleli l'uno all'altro, discosti tanto quanto si de- 
sidera che sia largo il riparo. Questi tronchi servono a tener sollevato 
dal terreno il piano sul quale si deve stare a dormire, che si forma 
con grossi bastoni accostati l' uno all' altro, e si cuopre con una 
tettoia molto inclinata, adoprando a tale oggetto materiale di varia 
natura, ma preferendo le foglie di svariate specie di palme, tutte le 
volte che se ne trova. 

II nostro lankò fu presto all' ordine ; il tempo essendo bello e non 
minacciando pioggia, lo coprimmo soltanto con frasche, non avendo 
materiale migliore alla mano. Per rendere meno duro il letto, di- 
stendemmo delle scorze d'albero sopra i bastoni trasversali. Si tro- 
vano sempre nella foresta molti alberi a buccia liscia ed unita, che 
si stacca facilmente dal tronco in grandissimi pezzi, i quali poi 
distesi per terra formano un eccellente impiantito. 

La notte non fu così fresca come avrei creduto; ma non ritrovo 
l'appunto della minima temperatura osservata in tale occasione. 
Verso il far del giorno non era però quella alla quale erano abituati 
i miei uomini, e ciò contribuisce a farli essere in piedi anche prima 
del levar del sole. 

Come ho di già detto, in questa mia prima gita a Mattang io 
non mi ero proposto tanto di salire l'estrema cima della montagna, 
quanto di trovare il posto più adatto per costruirvi una casa. Era 
naturale che più in alto del punto ora raggiunto, sarebbe stato troppo 
scomodo di andare a stabilirsi, essendo necessario che la dimora ri- 
manesse in situazione di facile accesso, anche per il trasporto delle 
provviste. Si leva quindi rapidamente il campo, e si ridiscende per 
il sentiero di cui avevamo lasciato la traccia durante la salita. 

Dopo varie ricerche, il posto più conveniente mi sembra quello 
dove avevamo fatto alto la mattina innanzi, situato a chea 300 metri 
sul livello del mare, tramezzo a due burroni, da imo dei quali avrei 
potuto facilmente deviare l'acqua e portarla proprio in casa. 

Intanto, per cominciare, i miei uomini, sotto la direzione del 
Tuan-kù, preparano un ampio e comodo lankò per passarvi il tempo 



CAPITOLO YII 131 

necessario che richiederà 1' allestimento della dimora stabile. Qui 
erano abbondanti le palme, e la copertura, assolutamente impermea- 
bile alla pioggia, vien fatta intieramente con le loro fronde. Per 
prima cosa vengono abbattuti gli alberi in giro, e di questi uno fra 
i più grossi si taglia in maniera, clie il grosso tronco, di circa 30 metri 
di altezza e di quasi un metro di diametro, cada proprio a traverso 
il burrone, formandovi un ponte ad una ventina di metri dal fondo. 

La casa doveva essere costruita sul tipo di quelle malesi, sopra 
palafitte. 

[Nel luogo scelto si trovano per caso tre alberi sottili (di circa 
25 centimetri di diametro), così situati da formare una squadra per- 
fetta, presso a poco a 10 inetri di distanza 1' uno dall' altro. Si pren- 
dono questi per capi stipiti della costruzione, e di tal guisa coli' ag- 
giunta eli un quarto, che si affonda solidamente in terra, le sue 
dimensioni rimangono stabilite. Uno degli alberi era in fiore e ne 
conservai dei saggi. Era un Caii((rium(ì), non ancora descritto dai 
botanici, il quale doveva aver raggiunto le proporzioni medie pro- 
prie alla sua specie, mentre gli altri due erano invece giovani al- 
iteli, di razza da diventar giganteschi, ma che dal fogliame rico- 
nosco come appartenenti a due generi diversi di ditterocarpee, essi 
pure tutt 1 ora indescritti. Questo può di già dare una prima idea 
della varietà della flora di Gunong Mattang, inquantochè tre alberi 
scelti a caso, a 10 metri di distanza l'uno dall'altro, si trovano ap- 
partenere a tre generi differenti, e tutti e tre a specie nuove per 
la scienza, e probabilmente endemiche di Borneo. Dei tre alberi si 
taglia il dritto tronco a circa quattro metri dal suolo, perchè l'im- 
piantito deve essere sollevato dal terreno tanto, da potervi camnii- 
aare liberamente al disotto, senza esser costretti a piegare il capo. 
Ad eccezione di queste tre piante, tutto il rimanente vien raso a 
pari di terra o sbarbato; molti altri alberi vengono abbattuti intorno 
casa, specialmente sul davanti, onde poter godere di un poco di vi- 
suale, permettere al sole di asciugare il terreno, e diminuire l'umi- 
dità, che avrebbe reso difficile il lavoro di disseccamento delle col- 
lezioni botaniche. 

Dagli allieti grandi si staccano le coitecele, che intanto servono 

per il lankò, ed in seguito servirai pei' L'impiantito della casa. Si 

cercano i tronchi occorrenti, sottili e lunghi (di cui non vi è perni- 
ila), neces>arj a mettere insieme l'ossatura, e si conficcano profon- 
damente e solidamente nel terreno alle distanze convenienti. Coi 
rotang di cui abbiamo grande abbondanza e di svariatissime specie, 
si legano i pezzi trasversali ai ritti, e quelli die devono servire a 



132 NELLE FORESTE DI BOlfXEO 

sorreggere la copertura. Iu tutta la costruzione non entrerà un 
chiodo. Altro materiale eccellente per legare ci venne fornito dalle 
Nepentìies, di cui i fusti, di circa sette od otto millimetri di diame- 
tro e lunghi sei o sette metri, sono tenaci e resistenti quasi quanto 
quelli dei rotang. 

La casa avrà una loggia o veranda sul davanti ed una di dietro, 
e sarà divisa in tre stanze, delle quali la centrale servirà da sala, 
una delle laterali per mia stanza da letto e da studio, e l'altra per 
dormitorio degli uomini. La cucina si farà a terreno. In tre giorni 
l'ossatura principale è messa su. Il Tuan-kù dirige i lavori, nello 
stesso tempo che vi prende parte attivissima, senza fermarsi nn 
istante. La notte dormiamo tutti nel lankò, dove a momenti siamo 
costretti a rifugiarci anche durante il giorno, onde porci a riparo 
da qualche rovescio d'acqua improvviso. Il monsone, apportatore 
delle pioggie, aveva già da qualche tempo cominciato a soffiare da 
jST. E. Per il momento erano burrasche passeggiere che ci procurava 
nelle ore pomeridiane. Dallo strappo che abbiamo fatto nella fo- 
resta si vedono rapidi passare sopra il nostro capo bigj nuvoloni, 
dietro i quali il sole trionfante per essere riuscito ad inondare di luce 
un lembo di terra, che la foresta gli contendeva da secoli, a mo- 
menti si nasconde, abbuiando la sottostante pianura. Il tuono ru- 
moreggia, ed il cielo è squarciato da lampi incessanti ; l' acqua cade 
giù a torrenti e produce un rumore strano, battendo con forza sulla 
massa fronzuta degli alberi. 

Sul terreno, nella foresta, l' acqua non cade regolare ed uniforme. 
La pioggia smorza prima la sua forza sullo strato vegetante aereo, 
e giunge al suolo facendosi strada dove può, ora a goccioloni, ora 
a rigagnoli e lungo il tronco degli alberi; ma nella foresta alla lunga 
ci si bagna come allo scoperto. 

Dopo la pioggia una leggiera nebbia si solleva dal terreno. L'umi- 
dità, accompagnata dal calore, trasfonde allora non un soffio, ma un 
uragano di energia vitale nella vegetazione. 

Chi potrà mai rendersi conto del lavorìo organico che in quei mo- 
menti si svolge silenziosamente nella foresta? 

Chi potrà nemmeno pensare ai miliardi di cellule vive, palpitanti, 
che lottano per l'esistenza uelle tranqiiille ombre delle vergini selve 
tropicali ì 

Quaudo si parla di vita, si è abituati a pensare a quella animale, 
e non si tien conto che ogni tronco, ogni foglia, ogni fiore, si com- 
pone di un ammasso innumerevole di microscopiche cellule, di cui 
almeno una parte contiene della materia organizzata (protoplasma)^ 



CAPITOLO VII 133 

molle, estensibile e contrattile, che sente, s' irrita, reagisce agli sti- 
moli, o compie funzioni identiche, neh' essenza, a quelle degli esseri 
superiori. 

Quale immenso campo aperto alle meditazioni del filosofo ed alle 
indagini del naturalista è la foresta, adesso che comincia a squar- 
ciarsi il velo che copriva la storia della vita delle piante! 

Tino a poco tempo addietro, uelle funzioni fisiologiche dei vege- 
tali, si facevano solo agire delle forze chimiche o meccaniche, né 
punto ci si curava d'iudagare, se nulla vi contribuiva «l'anima» 
dell'organismo intiero. E la pianta si considerava non come un essere 
vivente, ma come un congegno, nel quale le cellule funzionassero 
da macchine o da matraccj. 

Le incessanti ricerche dei naturalisti ci hanno però, adesso, fatta 
acquistare la convinzione che le particelle di protoplasma avvolte 
da un involucro eh cellulosa (cellule viventi), di cui le piante si com- 
pongono, sono dotate, almeno in certi momenti, di una vitalità per- 
fettameute conrparabile a quella delle cellule degli animali. 

Per chi non ha tenuto dietro agli studj recenti, l'idea di un'atti- 
vità vitale nelle piante di natura identica a quella degli animali, 
sembrerà un assurdo, per la mancanza nelle prime di manifestazioni 
esterne appariscenti, e sopra tutto per la loro immobilità. Però anche 
l'idea della fissità od immobilità assoluta dei vegetali, è falsissima. 
Xelle parti viventi, e dirò così animate delle piante, il protoplasma 
si muove e può mutare di posto; anzi in alcune, se non in tutte, 
in certe parti ed in certi momenti, il protoplasma circola continua- 
mente, è sensibile agli stimoli della luce, del calore, ed anche del 
tatto, di guisa che si può a rigor di termine ritenere che anche le 
piante vedano e sentano. 

Cellule viventi che reagiscono agli stimoli, possono chiamarsi cel- 
lule nervose. Tu questo senso i vegetali sono provvisti di tali cel- 
lule, in quasi tutti i punti del loro assieme. 

Darwin ha paragonato l'estremità della radice delle piante al cer- 
vello animale; ma io credo clic il confronto debba estendersi anche 
maggiormente, perchè mi sembra che molte delle cellule viventi dei 
vegetali abbiano la più grande analogia con le cellule nervose. Po- 
chi sospettano l'attività e la sensibilità di talune cellule, nell'interno 
di una pianta. Eppure tutte le radici, la parte interna della scorza, 
le nervature delle foglie ed i fiori ne sono piene. Il cosiddetto filtro 
molle o « phloema ■ (torse la parte più importante <li tutto l'orga- 
nismo vegetale) è formato «li cellule eccitabilissime e viventi, (piante 
altre mai. Anzi tutto fa credere che queste cellule siano in diretta 



134 NELLE FORESTE DI BOBKEO 

comunicazione fra loro in tutto l' essere vegetale per mezzo di sot- 
tilissimi filamenti, analoghi ai filamenti delle cellule nervose. 

Nel protoplasma delle piante, come in quello, degli animali, si 
compendiano tutte le arcane proprietà che rappresentano il patri- 
monio vitale del passato, e che deve trasmettersi all' avvenire. Fatto 
reso palese, sino all' evidenza, nei fenomeni che accompagnano la 
riproduzione sessuale negli esseri dei due regni. Ciò basterebbe da 
solo a dimostrare, come uniformi siano le leggi che animano la ma- 
teria dell'intiero mondo organico. 

Quanti fenomeni vitali ancora occulti si svolgono senza rumore, 
e senza moto apparente, all'ombra delle piante secolari! Quali e 
quanti saranno mai gli esseri microscopici, ai quali nella foresta dà 
vita la morte dei grandi ? E come raffigurarsi tutto lo stuolo dei 
vermi e delle larve degli insetti, che vivono nel terreno, fra le ra- 
dici, su per i tronchi, nei fiori, nei frutti, non meno che le meta- 
morfosi, come i costumi loro ed i rapporti che hanno con le piante ì 
In una parola come arrivare a conoscere la biologia di tutto questo 
mondo vivente, che non mai, nemmeno il più profondo pensatore 
potrà abbracciare nel suo assieme? 

Le prime notti passate nella foresta vergine, furono di un incanto 
indimenticabile. Non ero ancora abbastanza abituato alla vita del 
giongle, per poter fare tutto un sonno sulle scorze dure, e sul piano 
ineguale del lankò. E nei momenti di veglia vedevo la foresta sotto 
un nuovo aspetto, ma non meno bello che di giorno. In quelle dense 
e tenebrose boscaglie le notti erano calmissime. Non il più leggiero 
abto muoveva una foglia. La temperatura aveva quella giusta mi- 
sura, che non rende avvertibile la sensazione dell'aria sul nostro 
corpo. Il silenzio profondo e solenne era solo interrotto, a lunghi 
intervalli, dal grido aspro e penetrante dell' argo. Fra le radure la- 
sciate dagli alberi abbattuti, appariva a lembi il cielo sereno, ma 
non del blu intenso di quello d'Italia; nò lo scintillìo delle stelle 
eguagliava quello che si vede nelle nostre notti. L' aria oscurissima 
riluceva ad istanti di sottili e fantastiche fiammelle; erano i palpiti 
d'amore di enormi lucciole 3 ). 



') La lucciola che era così abbondante a Mattang, e di cui raccolsi varj esemplavi, ha 
ricevuto solo recentemente (1895) il nome di Pyrocaelia opaca (E. Olivier). Sino a qui 
era rimasta indescritta fra le grandi collezioni d' inserti del Museo civico di Genova. 
Essa è lunga 21 millimetri e larga 9 millimetri. In Sarawak abbiamo trovato altre cinque 
specie di lucciole (Lampi/ridi) e fra queste una anche più grande della già rammentata, 
il Lampropliorns ititene (E. Oliv.), elio misura 22 millimetri di lunghezza (vedi Annuii del 
Museo civico di Genova, serie 2 a , voi. II, pag. 345). 



CAPITOLO VII 135 

Per terra l'oscurità profonda della notte disvelava tutto un mondo, 
che la luce del sole nascondeva durante il giorno. Ogni foglia morta, 
ogni ramo, ogni stecco putrescente era luminoso, e tramandava un 
fioco bagliore attraverso la sottile nebbia che sorgeva dall'alto strato 
di humus della selva. La pioggia del giorno aveva quasi acceso un 
fuoco in tutta quella rete di filamenti fungosi (micelj), che invadendo 
le spoglie abbandonate dalla grande vegetazione, lentamente le di- 
sorganizzava e le bruciava. 

Un grosso tronco in decomposizione, a qualche passo di distanza, 
emanava una luce fosforica vivissima, proveniente da certi funghi 
bianchi, appartenenti ad una specie di agarico. Un solo individuo di 
questo fungo posato sopra un giornale, permetteva di leggerne i ca- 
ratteri, tanto era intensa la luce bellissima e bianchissima che tra- 
mandava 1 ). La temperatura dell'aria in quel momento era di + 27° 0. 

La fosforescenza del suolo della foresta, e gli insetti luminosi che 
aì volano, mi trascinerebbero a lunghe digressioni in proposito. L' ar- 
gomento è quanto mai suggestivo di idee. 

In rapporto alla vita di relazione con gli altri esseri, i funghi 
luminosi non risentono probabilmente alcun vantaggio da questa 
loro- proprietà. È dessa semplicemente la manifestazione di un fe- 
nomeno chimico-vitale, che in cotesti organismi accidentalmente si 
produce in modo, da rendersi a noi avvertibile colla vista. 

Per le lucciole invece, divenire luminose e visibili, è una prero- 
gativa importante. È cotesto il mezzo che assicura l'incontro dei 
uniscili colle femmine. Quando le lucciole accendono le loro viventi 
fiammelle, è lo stimolo delle cellule riproduttive, smaniose d'indi- 
pendenza e di vita propria, che ve le spinge; non è altro che l'amore. 
Questo medesimo sentimento può aver rese desiose le archetipe, 
oscure ed invisibili lucciole, di rendersi appariscenti come le stelle 
e la luna, unici oggetti brillanti, di cui possono avere avuto idea 
nelle loro veglie amorose. È noto come gli insetti notturni siano 
affascinati, inizi si potrebbe «lire ipnotizzati, dalle sorgenti luminose. 
E così >;n;'i stalo anche, se non forse in grado maggiore, nella remo- 
tissima epoca plasmativa; quando cioè gli esseri andavano assu- 
mendo, per un processo ancora misterioso, le forme clic conservano 
oggigiorno. In questo ordine d'idee, secondo una mia ipotesi, ma- 
nifestata già da Lungo tempo sotto altro aspetto, io m'immagino 

che l'organo luminoso delle lucciole, situato negli estremi anelli ad- 



'; Oh. !.. Igarieu era tatto bianco, a cappello dimidiato e lobato con carne essucca, 
stipite brevissimo .. -ultimili, e laterale, lamelle decurrenti, essuecke. 



130 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

dominali del loro corpo, sia dovuto ad una specie di riproduzione 
delle impressioni luminose ricevute cogli occhi. Sarebbe quindi una 
forma tutta. particolare di mimismo. Nel medesimo modo non mi 
sembrerebbe inammissibile die l'attrattiva per le sorgenti luminose 
e per gli oggetti splendenti, possa essere stata la causa prima 
della produzione di punti luccicanti, e di supertìcj metalliche o 
madreperlacee sul manto di molti insetti, principalmente coleotteri 
e farfalle. Così il verde dorato dei Buprcstis riproduce forse le superficj 
lucenti delle foglie fortemente illuminate sulle quali amano posarsi; 
come le macchie madreperlacee sulle ali di varie farfalle, potrebbero 
trovare una spiegazione nel fascino dalle medesime risentito per il 
riflesso del sole sopra uno specchio d'acqua. La fosforescenza e la 
mimesi luminosa avrebbero quindi avuto negli insetti una identica 
causa; solo negli insetti notturni, per i quali la tinta esterna del 
loro corpo, più o meno fulgida, non può aver dato luogo ad alcun 
sentimento ambizioso, il processo fisiologico, che ha reso possibile 
il fenomeno, si è manifestato internamente; negli altri, al contrario, 
è sulla superficie del corpo che ha funzionato. 

Nel mentre che i miei uomini lavoravano alla casa, io vagavo in 
giro a riconoscere la foresta; oppure cercavo insetti sugli alberi 
abbattuti, i quali in causa della grande umidità dell'aria, si man- 
tenevano con le fronde fresche per varj giorni. Dove un raggio di 
sole si rifletteva sulla superficie lucente del loro fogliame, ero sicuro 
di trovare sempre qualche bel coleottero dalle elitre splendenti. Ma 
al livello del suolo, meno che sui tronchi morti e sotto le loro scorze, 
non facevo abbondanti caccie. E come avrebbe potuto essere altri- 
menti? Nelle foreste lo stadio ultimo della vita di una grandissima 
parte degli insetti, e soprattutto di quelli a colori fulgidi, si passa 
nello strato di vegetazione che riceve direttamente la luce dal cielo. 
Ma è questo un terreno di difficile accesso per il naturalista. Bi- 
sognerebbe potere abbassare tutta la frappa degli alberi al livello 
della nostra persona, o bisognerebbe potervi sorvolare, rasentandone 
la cima. 

Quasi ogni insetto che vola è attirato verso la luce e verso i fiori, 
e questi in Borneo sono in confronto rari e pochi per terra, mentre 
ne è infinito il numero su per aria. Lassù si espandono non solo i 
fiori proprj degli alberi, ma anche quelli delle epifite, delle parassite 
e delle liane. Queste, che la struttura gracile obbligherebbe ad intri- 
stire all'ombra delle forme più prepotenti, riescono a forzarsi un 
passaggio fra i più grandi alberi, ed a contendere alle chiome di 
questi il contatto vivificante dei raggi solari. 



CAPITOLO VII 137 

Iu tale corsa delle piante Terso l'alto, la vittoria rimane spesso 
ai più deboli, perchè molte delle piante di Borneo a fiori più co- 
loriti, splendenti ed odorosi, e che più attirano gli insetti, sono 
liane. È anche sii per aria, fra le parassite e le epifite, che si tro- 
vano i fiori più vistosi, quali quelli dei Lorantluis, delle Fagraea, 
dei Rhododettdron, delle orchidee, ecc. Più in alto sono i fiori, e più 
riescono a farsi scorgere. La vivacità dei colori, 1' ampiezza delle 
corolle, la strana conformazione, i profumi, sono tutti mezzi che la 
civetteria delle piante mette iu opra per attirare gli insetti, pronubi 
inconsci dei loro amori. 

Vi è una morale auche nei fiori; ma se dovesse esser presa da noi 
per esempio, uon sarebbe edificante. Pur di riuscire a procreare, la 
natura si è appigliata ad ogni artifizio, ad ogni inganno, ad ogni 
crudeltà ; ed i fiori offrono un numero sterminato di prove di questa 
sua viziosa inclinazione. 

Di uccelli, da questa prima gita sulla montagna riportai solo un 
piccolo tordo (Ioddia squamata), che uccisi sulla più alta cima rag- 
giunta, e due individui di un bel bucero, il Rliytidoc&nis óbscwrus. 
Ambedue queste specie era la prima volta che venivano incontrate 
in Borneo. 

19 novembre. — La nostra provvista di riso essendo esaurita siamo 
costretti a ritornare al piano. 

Sul finire del novembre ('28-29) faccio insieme col vescovo Mac' 
Dougall una visita alla missione di Quop, a poche miglia di distanza 
da Kutcing, ma con poco frutto per le mie collezioni. 

Non posso pensare per il momento di ritornare a Mattang a finire 
la mia casa. Il monsone di E". E. in decembre è ben stabilito, e la 
stagione piovosa è nel suo colmo. 

È venuta però anche la stagione dei frutti, ed il bazar rigurgita 
di quelli dei durio, die formano la delizia degli indigeni, ma che 
co] loro fetore di cipolla marcia, non lusingano affatto i nostri sensi. 

Di questo tempo ogni seni si vedono immensi branchi di volpi 
volanti ( l'hro/tiis), passare a grande altezza, fuori affatto del tiro del 
fucile. Si sparpagliano però a buio sugli alberi in cerca di cibo, ed 
allora ne uccidiamo diversi lungo il limne, sul «peddada», di cui 
con avidità ricercano i frutti. 



Capitolo Vili 

H primo dell' anno in Kutcing - Per la casa di Mattang - Gli « atap » - Le piante sul 
fiume di Sara-svak - I « nibong » - La « nipa » - I « mangrove » - Radici respiranti - 
Semi che germogliano per aria - Salak e la sua struttura geologica - Il « mengkabang 
pinang » - Tallombrosa - La cima di Mattang - Un mese a Singapore - Woodlands - Le 
tigri - Partenza di Doria - Ritorno a Mattang - I capelli di una Cinese - Strana cerimo- 
nia - Sistemazione della mia casa - Metodo per seccare le piante - Il « biliari » - Fiori- 
tura degli alberi -Albero della guttaperca - Le ditterocarpee di Mattang - Flora primitiva. 

Il primo giorno dell'anno si passa allegramente in Kutcing ed 
il Tuan-muda, in nome del Ragià, riceve al palazzo del governo 
tutti gli Europei e le notabilità indigene. Si fanno giochi e spet- 
tacoli, fra i quali le regate sul fiume riescono assai interessanti, e 
divertono anche noi per la loro originalità (fìg. 28). 

Io avevo da pensare adesso a finire la casa di Mattang, rimasta 
in tronco in causa delle pioggie incessanti del mese scorso. L'ossa- 
tura era di già quasi compiuta, ma occorreva coprirla. Volendo fare 
una cosa stabile, per potervi abitare varj mesi, bisognava che vi 
portassi degli « atap ». È questo il genere di copertura di uso ge- 
nerale in Bomeo, come in altre parti della Malesia; e la nipa od il 
sagù somministrano il materiale, a seconda che nel paese abbonda 
più l'ima o L'altra palma. In Kutcing si usano più che altro gli 
ata]> ili nipa, clic bastano per due o tre anni; ma di sagù sono più 
durevoli. Nell'ira caso e nell'altro, pei' materiale degli atap si ado- 
prano le divisioni o segmenti, che, come foglie parziali in forma di 
striscic di circa un metro in Lunghezza e quattro o cinque centimetri 
in Largo, rimangono ai lati della grossa costola della fronda'). Un 
atap >i compone di un certo ninnerò di tali foglie ripiegate sopra 
se stesse, nel senso della Lunghezza, a cavalcioni di una bacchetta 



') 1 botanici assegnano il nome Hi •• fronda ■■ alle foglie delle palmo, e ili « segmenti » 
alle strucie in cui esse sono per lo più divise. Quando questi segmenti sono disposti ai 
lati della costola ai i di Ile barbe 'li lina penna, come in una connine, palma a datteri, 



140 NELLE FORESTE DI BORNEO 

lunga presso a poco un metro e mezzo, sovrapponendo il margine 
di una foglia a quella che le sta accanto, e cucendole poi tutte in- 
sieme con filamenti di rotang. Si hanno così dei leggerissimi ed im- 
mensi embrici, che sovrapposti l'uno all'altro, alla distanza di 10 cen- 
timetri, formano un tetto che ripara ammirabilmente dall' acqua e 
dal sole. Inoltre, e questo non è un piccolo vantaggio, gli atap di 
foglie sono molto cattivi conduttori del calorico, per la qual cosa le 
case in tal modo coperte sono assai più fresche di quelle col tetto 
formato di tegoli di terra cotta o di tavolette di legno. 

Siccome in Sarawak non era seinjne facile di trovare ciò che si 
voleva, e soprattutto al momento che faceva comodo, così pensai di 
far preparare gli atap dai miei uomini. 

Dopo la mia prima gita a Mattang avevo imparato dai Cinesi, 
che vi era mezzo di giungere proprio ai piedi della montagna anche 
per acqua ; difatti, dal lato nord di Mattang scendono alcuni ruscelli, 
i quali poi si allargano subito in grandi ed intricatissimi canali, for- 
mando un estuario, dove la marea entra e si ritira. Venni poi a cono- 
scere che seguendo un piccolo passaggio o « trusan » praticabile ad 
alta marea, si poteva dal Sarawak arrivare ai piedi del monte, senza 
essere obbligati di fare il giro per mare. In conseguenza di ciò, ai 
primi di gennaio mi recai colla mia gente, per questa via, nei canali 
di Mattang a fabbricare atap, in un luogo detto Salak, dove vi era 
grande abbondanza di nipa, trattenendomi quivi una diecina di giorni. 

In queste escursioni verso le parti pili prossime al mare, ebbi il 
destro di studiare la singolare vegetazione che si stabilisce lungo i 
fiumi e negli estuarj influenzati dalla marea '). 



sono essi allora piti specialmente conosciuti col nome di « pinne ». Nel sagù e nella nipa 
i segmenti sono precisamente di quest' ultima sorta. 

Da una figura inserita a pagina 466 nel libro altra volta rammentato del signor Fea, 
chiaro apparisce che anche in Birmania si usano atap costruiti in modo identico a q nello 
malese. 

') Scendendo il Sarawak, subito dopo Kutcing, si trova sempre in abbondanza il « knyù 
p'dada » o « peddada », la Sonneratia lanceolata, Bl. (da considerarsi però, mi sembra, come 
una semplice varietà della Sonneratia acida) la quale non è soltanto un albero d' estuario, 
potendo vivere anche dove l' acqua è occasionalmente dolce. Le foglie di questa pianta 
hanno la proprietà di eambiar posizione durante le forti pioggie, disponendo in senso 
verticale il loro lembo, che abitualmente è orizzontale. Io ho osservato questo fatto per 
la prima volta, non in Borneo, ma nel seguito dei miei viaggi a Kandari in Selebes, 
sulle sponde del fiume di Lepo-Lepo, dove ho pure notato che i fiori della Sonneratia, 
essendo notturni e chiusi durante il giorno, sono visitati dalle « nectarinie » la sera e 
nelle prime ore del mattino. 

Insieme alla Sonneratia, ma d' ordinario meno vicini all' acqua, gii alberi predominanti 




bjD 



142 NELLE FORESTE DI BORNEO 

Due delle piante più caratteristiche delle sponde del Saravrak in 
vicinanza del mare, sono il nibong già rammentato e la nipa. Il ni- 
bong è una pabna assai utile per gii abitanti delle coste, che ado- 
prano molto i suoi tronchi diritti e duri nella costruzione delle case, 
specialmente per le palafitte. Fendendo il tronco del nibong nel 
senso della lunghezza, se ne ottengono delle lunghe stecche, che 
accostate una accanto all' altra e legate con rotang, formano il 
« laute » specie d' impiantito, eccellente non solo per le case, ma 
anche per i battelli. 

La nipa (Nipa fruticans) forma d'ordinario una densa siepe di 
fronte alla vegetazione arborea, sin dove l'acqua si mantiene sa- 
lata, ina ha bisogno di un fondo limaccioso dove distendere i suoi 
grossi tronchi, i quali sembrano (anche per le dimensioni) quelli di 
un cocco coricato per terra, portando come questi larghe cicatrici, nei 
punti dove una volta stavano attaccate le foghe. Soltanto il tronco 
della nipa è schiacciato, ed essendo strisciante, emette gran numero 
di radici dalla parte a contatto del terreno, uè mai sporge il capo 
o si solleva dal suolo. Anche le foglie o fronde rammentano quelle 
del cocco, e variano dai cinque ai dieci metri di lunghezza (fig. 29). 

Gli usi della nipa sono innumerevoli. Con essa si può produrre 
zucchero, vino, aceto e sale. I frutti sono addensati l'uno accosto 
all'altro, e nell'insieme formano un immenso globo di 30 centimetri 
di diametro ; ma ogui singolo frutto, quand' è giovane, contiene, 
come il cocco, dell'acqua ed un albume molle e mangiabile. Con 
le foglie giovani e bianche, perchè tutt'ora inespanse, si fanno dei 
sacchi e certe specie di stole chiamate « kadgian », ottime per co- 



sili basso Saiawak sono VHeritiera litoralis e tre specie (li Browrilowia; vale a dire la 
Brownlowia SaratvaJcensis, Pierre, la Br. Beccarli, Pierre, ed una terza specie indetermi- 
nata. Tutte e tre queste piante hanno le foglie di sotto argentate e di quella natura 
che i botanici chiamano « lepidote », ossia coperte di minutissime squame. Anche VHeH- 
tiera litoralis le ha in siruil modo, e VAciceiniia, se non le ha proprio argentate, le ha 
però coperte di ima fitta lanugine bianca. Considerando lo scarsissimo numero di specie 
arboree che crescouo lungo il Sarawak in vicinanza del mare, trovare in questo luogo 
cinque specie con le foglie lepidote, fa supporre che qualche condizione speciale d' esi- 
stenza renda ivi vantaggiosa una simile struttura. Sui banchi del fiume, l'Acanthw ilì- 
cifolius con foglie lucenti e spinose, è quasi la sola pianta erbacea, che vi alligni. 

Le piante legnose, viventi nell'acqua salata sul Sarawak si riducono ad una diecina; 
fra queste la Sóhyphiphora hydropTiyllacea, la Lumnitzera coccinea, la Excaecaria Agallocha, 
la Aegireras major e la Sonneratia alba, rimangono sempre arbusti, e si trovauo al primo 
rango ; i mangrovi, propriamente detti o rizofore, sono rappresentati da tre specie ; vale a 
dire dalle Brughiera gymnorhiza e cylindrica, e dalla Kandclia Rheedei; frammiste a queste 
s'incontrano sempre altri due alberi, la Carapa Molnccenais e V Aviceimia officinali.?. 



CAPITOLO Vili 143 

prire battelli e fare le divisioni o le pareti alle case. Parimente con 
le medesime foglie giovani, togliendo la parte più resistente e lar 
sciando quasi la sola epidermide, si ottiene un sostituto alla carta 
per avvolgervi il tabacco trinciato. Si formano così dèi « rokò » o si- 
garette, che i Malesi fumano continuamente con molta compiacenza. 
A molti altri usi serve ancora la nipa, ed i nativi, pratici della vita 
del giongle, ne sanno trar profitto in numerose occasioni. 

Percorrendo in barca il fiume di Sarawak, al di sotto di Kutcing, 
quando le acque sono basse, si può ad ogni momento osservare, sui 
banchi limacciosi, un' infinità di esseri in movimento ; frequentissimi 
fra gli altri sono certi granchi bluastri, che si muovono in tutte le dire- 
zioni, nonché dei piccoli e curiosi pesci saltellanti sulla belletta (Perio- 
phthalmus), ai quali gli occhi enormi sembra schizzino via dalle orbite. 

In questi medesimi posti, si vedono sorgere dal terreno, in gran 
numero, certi corpi in forma di corni, drittissimi, lunghi da 30-50 cen- 
timetri, che da una base alquanto dilatata, vanno gradatamente 
assottigliandosi in punta. Si potrebbero da prima credere giovani 
piante germoglianti, ma non mostrano traccia alcuna di foglie. Essi 
sono organi prodotti più che altro dalle radici della Sonneratia, e si 
trovano sempre e normalmente dove quest' albero alligna. Anzi sem- 
bra che tutte le piante di estuario, influenzate dalla marea, abbiano 
delle radici analoghe. Anche VAvicennia e la Campa producono corni 
radicali, ma più brevi, più larghi e meno a punta di quelli della Son- 
neratia, del resto però perfettamente simili '). 

Penetrando nel trusan di Mattang si trova la vegetazione ar- 
borea formata esclusivamente da mangrovi. A chi risiede a lungo 
nei tropici, le scene di paesaggio dove dominano questi alberi non 
hanno una grande attrattiva, ma tali siti offrono nondimeno un 
esteso campo di studio al naturalista. 

I mangrovi o rizofore ( « manghi-manghi » dei Malesi e « paletuviers » 
dei Francesi) sono per la massima parte alberi della famiglia delle Ehir- 
zophoraceae, e sono stati le cento volte descritti; ma di essi difficilmente 
riesce a formarsene un concetto chi non li ha visti coi proprj occhi. 
Soltanto «lille linone fotografie possono dare un'idea del modo di 
ere-eere di tali al Ix-ri e dell'intricato sistema di radici che essi pro- 



') Becentemente questi organi sono stati e<>n diligenza studiati da Km-sten e da Goebel, 

che li considerano come radici normali, con attitudine :i rivolgersi in alto in cerca d'aria, 

■ li sprofondarsi nel terreno. La loro (unzione sarebbe quella ili procurare ossigeno 

alla pianto, pei supplire alla piccola quantità che 'li questo gas le radici ordinarie tro- 

iba Ila mota. Sarebbero per questo motivo delle radici respiranti. 



144: NELLE FORESTE DI BOENEO 

ducono. Da ogni tronco, come dai grossi rami, si partono innume- 
revoli radici grosse come bastoni, che descrivendo un arco, vanno 
a tuffarsi nell'acqua e ad impiantarsi nel terreno. Dalle radici più 
grosse altre simili ne nascono, e da ogni parte ne comparisce in 
tal quantità, che il piano del bosco, sin' oltre due volte l'altezza di 
un uomo, è tutto occupato da loro; di guisa che, fra l'ostacolo che 
offrono le radici ed il terreno sempre melmoso, il camminarvi tra- 
mezzo è la cosa più faticosa che si possa immaginare, come il do- 
vervi abitare è la più abominevole delle esistenze, non fosse altro 
per gli innumerevoli stuoli di zanzare che vi pullulano. 

La foresta di mangrovi è la sola in Borneo che sia composta di 
poche essenze di alberi, e la sua uniformità e monotonìa è qualche 
cosa di desolante, essendo sempre del medesimo tipo nei tropici di 
tutto il mondo. Bisogna però convenire che spesso la vegetazione 
epifita che vi si riscontra è variata ed interessante. Anzi, alcune 
delle più belle orchidee e delle più singolari felci della regione, si 
trovano abbarbicate al tronco ed ai rami dei mangrovi, sui quali, 
in Sarawak, io ho trovato anche il Iiltododendron Broolceanwm, bel- 
lissimo arbusto con grandi fiori gialli. 

Sulle rizofore la vegetazione epifita è agevolata dalla grande e 
costante umidità diffusa nell'aria, dovuta alla forte evaporazione, 
sotto la sferza di un sole tropicale. È questa la circostanza che deve 
aver dato origine anche ad un' altra singolare particolarità di detti 
alberi. Intendo parlare dei loro frutti, nei quali il seme prima di 
staccarsi e cadere al suolo, germoglia sulla pianta, non esistendo 
una interruzione fra la fioritura, la maturazione del seme ed il ger- 
mogliamento di questo. Dal mezzo delle foglie lucenti delle ri- 
zofore, all' estremità dei ramoscelli, pendono certi candelotti verdi, 
fatti leggermente a fuso, e che variano in lunghezza da 10 a 30 e 
sino a 45 centimetri, secondo la specie. Questa parte allungata e 
pendente non è che la radice del seme, il quale ha germogliato es- 
sendo tuttora aderente agli invogli del fiore, dai quali prima sporge 
fuori, poi si allunga, cresce ed ingrossa per aria, sino a che, giunto 
un dato momento, si stacca, e per il suo peso e per la sua posizione 
verticale, cadendo, si conficca nella mota. Quivi il seme, appena im- 
piantato, essendo di già vegetante, svolge subito dal suo apice le 
foglie, di guisa che in poco tempo la pianticella si trasforma in un 
nuovo albero. Le rizofore sarebbero quindi piante vivipare. 

Nel mentre che i miei uomini lavoravano agli atap, io visitai Sa- 
lak, montagnola che sorge nel mezzo dell'estuario di Mattang, ed 
ha in parte i suoi fianchi bagnati dal mare. 







c3 



60 



in — Bei ■ SI felle (orette il r, 



146 NELLE EOEESTE DI BOEXEO 

È un luogo che ini ha interessato assai, perchè quivi, in piccolo 
spazio, ho trovato una struttura geologica così svariata, come non 
avevo visto altrove in Borneo. Il nucleo principale e centrale di 
Salak è eh granito, e sopra questo, da un lato riposa una roccia 
metamorfica silicea, e dall'altro dell'arenaria. Presso lo sbarco, alla 
base del picco, trovai due altre qualità di roccia di apparenza fer- 
ruginosa, una a strati e l'altra bucherellata od alveolata nella sua 
massa, eguale, mi sembra, a quella così abbondante in Singapore e 
chiamata « laterite ». Ma essendo andati perduti i saggi che io avevo 
raccolto non posso asserire tutto ciò con certezza. 

Sulla sommità della montagnola abbondavano grandissimi alberi 
di « mengkabang » o « engkabang pinang », una ditterocarpea (Shorea 
falcifera, Dyer) molto utile per l'eccellenza del suo legname e per i 
semi, dai quali si estrae, in egual modo che da altri alberi conge- 
neri, un olio: il « mignak mengkabang », solido alla temperatura del 
paese, molto ricercato anche per uso di cucina. Non potrei accer- 
tare se detti alberi debbano considerarsi come avanzi della foresta 
o se piuttosto non siano piante rallevate, come in questo stato ho 
visto qualche volta altre specie del medesimo genere presso le case 
malesi, anche nel kampong a Kutciug. 

A Salak vidi egualmente un altro grandissimo albero, che sorgeva 
isolato in una piantagione, al piede della collina. Era un « minuang » 
enorme (Octoméles Sumatrana, Miq.), con grandi espansioni radicali, 
ed un fusto drittissimo e senza un ramo sino a grande altezza. Il 
tronco gigantesco aveva la scorza bianca e liscia e sopportava ima 
chioma veramente colossale. Il minuang è un albero che si adatta 
a vivere anche isolato, anzi, a dir vero, non l' ho mai incontrato nella 
foresta primitiva. Il legno è leggiero molto, e la pianta deve crescere 
molto rapidamente. Non ho misurato quest'albero, ma la sua altezza 
doveva oltrepassare i 60 metri. 

Quando ebbi terminato di fare gli atap, andai nuovamente aMattang 
e di là a Singhi, per avvertire iDaiacchi che venissero a prenderli e por- 
tarli dallo scalo sulla montagna. I Daiacchi però, con una scusa o con 
l'altra, indugiavano sempre a muoversi. Ricorsi finalmente al Tuan- 
muda, e. dietro un suo ordine, ai primi di febbraio, tutto il mate- 
riale necessario venne portato a destinazione, e la mia capanna, alla 
quale avevo dato il nome di « Vallombrosa », rimase terminata. 

Mentre i miei uomini lavoravano alla casa, mi proposi un giorno 
(22 gennaio) di salire l'estrema cima della montagna, ed in quella 
direzione m' incamminai una mattina verso le 10 ant. In un' ora 
raggiunsi il punto dove avevo pernottato durante la prima ascen- 



CAPITOLO Vili 147 

sione (altezza 560 metri, baroni, auer. retili. 716,27; terni, e. -f 23). 
Continuai senza fermarmi verso la seconda cima, che pure cono- 
scevo (altezza 640 metri, bar. 709,92; terni, e. + 23) e seguendo sempre 
la cresta arrivai ad una terza punta, dove era abbondantissima una 
nuova palma alta cinque o sei metri, dell'aspetto di un sagù, e che 
io ho battezzata col nome di JEugcissonìa insignis. In questa terza 
cima il barometro segnava retili. 704,50; il termometro e. -f 22 e l'al- 
tezza su questi dati l'ho stimata metri 723. Circa un'ora dopo mez- 
zogiorno raggiunsi finalmente l' estrema vetta che è formata da due 
punte di eguale altezza, molto prossime fra di loro (altezza me- 
tri 936') eguali a 3071 piedi; bar. 692,14; terni, e. + 22). Lassù non 
vi erano alberi grandi, ma solo arbusti alti al più due o tre metri 
e con foglie molto piccole, ma tutti allora senza fiori. Fra le piante 
più interessanti raccolsi una nuova specie di Blwdodendron (R. sali- 
cifolium, Becc.) con foglie della forma di quelle del salcio e con grandi 
corolle gialle. Vidi auche molto sfagno, che sempre in Borneo si 
trova sulla cima degli alti monti. 

Finita la casa di Mattang, io speravo di potervi andare presto ad 
abitare con Doria ; ma in questo frattempo la salute del mio amico 
era andata talmente deperendo, che il sollecito ritorno in patria di- 
venne necessario. Per questo motivo ai primi di marzo andammo 
insieme a Singapore, ad aspettarvi il postale per l'Europa. 

Del soggiorno in Singapore non rammenterò che la dimora di una 
settimana a < Woodlands » in una villetta o bungalow, che il no- 
stro agente consolare, il signor Levison, aveva fatto costruire sopra 
una sponda elevata dello stretto di Dgiohore, in una delle posizioni 
più pittoresche dell'isola, e da dove si godeva la vista dell'estremo 
lembo della Penisola di Malacca, mentre dal lato di terra, a pochi 
passi, si estendeva tutt'ora intatta la foresta vergine. Nel mare sot- 
tostante, sempre tranquillo, era stato fatto un rinchiuso con uno 
Steccato, dove si poteva prendere un bagno delizioso, al sicuro dai 
pesci cani e dai coccodrilli. 

I bassi t'ondi dello stretto erano coperti di una pianta marina 
(JùìhalnsAroroifh.'.s), la (piale lia P apparenza della nostra Vallisìwria, e 
produce fiori analoghi, ma è di più grandi dimensioni. I fiori femminei 
deWJEnhttkis non sono portati, come quelli della ValMswria, sopra pe- 
duncoli avvolti a spirale; ma rimangono nondimeno al livello del- 
l'aerina a bassa marea, ed in tale momento possono incontrarsi coi 



, Nella Sarawa) da etu del 1° gennaio 1889 l'altezza della più alta cima di Mattang 
indicata in 3130 piedi e nella carta 'li Cracker: 3168 piedi 966 metri. 



148 STELLE FORESTE DI BORXEO 

fiori maschi. Questi stanno dapprima chiusi ed addensati in piccoli 
sacchi, soft' acqua, giù nel fondo, presso le radici della pianta, ma 
ad una certa epoca, aprendosi gli invogli che li racchiudono, si stac- 
cano, e vengono liberi a galla, dove, come polvere bianca, ricuoprono 
estesi tratti della superfìcie del mare. 

Meco erano alcuni Malesi, che mi seguivano ovunque, avendo essi 
una gran paura a rimaner soli anche per poco tempo, conoscendo 
che il posto era molto frequentato dalle tigri. Quando poi seppero 
che pochi giorni addietro, una di queste belve era stata vista en- 
ti-are nella cucina della villa, un casotto situato subito dietro casa, 
non vollero più rimanere la notte soli nella loro camera e vennero 
tutti a dormire nella mia. La sera io facevo spesso la posta alla 
tigre, fino a che non mi prendeva il sonno, ma nessuna avventura 
venne ad interrompere il mio tranquillissimo e romantico soggiorno 
di Woodlands, dove volentieri mi sarei trattenuto più lungamente, 
che la foresta mi offriva sempre un piacevolissimo lavoro. Ma si 
avvicinava il giorno dell'arrivo del postale per l'Europa, ed io 
dovevo naturalmente ritrovarmi con Doria prima della sua par- 
tenza. 

Fn ben dolorosa per me la partenza dell'amico, che mi lasciava 
solo a svolgere il programma che avevamo ideato insieme, e che 
pur insieme avrei desiderato che venisse compiuto. 

Di ritorno in Saravrak ai primi di aprile, l' unico mio pensiero fu 
quello di andare a stabilirmi nella casa di Mattang. Io detti questa 
volta la preferenza al cammino per acqua, che mi permetteva di 
portare comodamente ai piedi della montagna abbondanti provviste. 

Proprio in vicinanza dello scalo, i Cinesi possedevano una delle 
case sociali dette « kunsi » o « kongsi », che, come tutte le case ci- 
nesi, riposava sul terreno asciutto e spianato, e non sopra pala- 
fitte. Essa era divisa in tre parti, di cui la mediana aperta sul da- 
vanti. In questa, sul fondo, eh faccia all'ingresso, si faceva subito 
rimarcare l'altare e l'immagine del « Tay-Pekong » (il Dio della 
ricchezza), ai lati della quale pendevano alcune tabelle coperte di 
grandi caratteri dorati. Delle stanze laterali, una serviva di abita- 
zione, l' altra di magazzino. La moglie del capo era veramente una 
Cinese, piccola di statura, assai giovane, uè bella uè brutta, ma fa- 
vorita dalla natura di una capigliatura nerissima così abbondante, 
come mai più non mi è capitato di vedere 1' eguale. La donna ci- 
nese evidentemente si compiaceva molto di questa sua bellezza, e 
non perdeva le occasioni per metterla in evidenza, mostrandosi spesso 
nella sala centrale, che poi era la sala comune, coi capelli di sciolti, i 



CAPITOLO Vili 149 

quali, cuoprendole intieramente le spalle, scendevano ondeggianti 
sino a toccarle le calcagna. 

I Cinesi sono superstiziosissimi, e nulla intraprendono se prima non 
hanno scongiurato con esorcismi gli spiriti, dai quali credono di poter 
ricevere del male. Io sono giunto ima volta alla casa del kunsì preci- 
samente nel momento che si celebravano le funzioni reputate ne- 
cessarie all' esito fortunato di una nuova piantagione di ganibir. 

La piccola colonia cinese, composta di otto o dieci individui, era 
tutta radunata nella sala centrale. Sull'altare erano state accese 
molte candelette di cera rossa, e, quali offerte agii spiriti, erano 
state collocate numerose tazze di porcellana, piene di vivande ed 
intingoli. Si abbruciavano inoltre, senza risparmio, bacchettine di 
legno aloe, spandenti un grato profumo nella sala, quando all'im- 
provviso si spalancò la porta di una delle stanze laterali, e ne esci 
fuori, precipitosamente, un individuo barcollante, vestito di una spe- 
cie di pianeta (di ricca stoffa e molto simile a quella usata dai nostri 
preti per dir la messa) e che, invaso da un tremito convulso rapidis- 
simo, venne a porsi di faccia e nel mezzo dell' altare, voltando a noi 
spettatori le spalle. Lo strano celebrante continuò a tremare con- 
vulsamente come ttn indemoniato per vario tempo, ma sempre ral- 
lentando i movimenti, tino a che divenuto perfettamente calmo, 
voltatosi verso il pubblico, e presi due grandi aghi, lunghi circa un 
palmo e dilatati a spatola ad una estremità, fece penetrar questi, 
uno per parte, nel suo labbro superiore all' angolo della bocca. Gli 
aiiln, che erano stati infìssi dall' alto in basso, vennero poi rovesciati, 
contorcendo oscenamente il labbro, e pendendo ai lati della bocca, 
la quale veniva per questo ad assumere una apparenza stranissima, 
e comunicava a tutta la fisonomia un aspetto orribile. Ma ciò non 
eia che il preludio di uno spettacolo ancora più ributtante. Spa- 
lancata bene la bocca, tenendo nella mano destra uno dei piccoli 
rasoi triangolari in uso fra i Cinesi, fece da se stesso con questo ar- 
nese un profondo taglio longitudinale nel mezzo della lingua, nello 
stesso tempo che un assistente gli porgeva una tazza di porcel- 
lana, dove veniva raccolto il sangue sgorgante in abbondanza dalla 
ferita. 

Del sangue raccolto il prete se ne servì per tracciare con le dita 
certi segni cabalistici sopra una quantità di foglietti rossi, che ve- 
nivano minio mano bruciati dall'attendente, dopo di che quella spe- 
cie di fachiro si ritirò nella stanza da dove era uscito, lo non credo 
die in tutto quanto QO descritto vi fosse cinrnieria, essendo io vi- 
cinissimo all'altare, tanto clic avrei potuto toccare con le mani gli 



150 STELLE FORESTE DI BOKNEO 

abiti del celebrante, di guisa che se qualche cosa di simile vi fosse 
stato, me uè sarei accorto. È possibile nondimeno che egli si fosse 
procurato con dei mezzi segreti, una speciale anestesia, accompa- 
gnata da una anormale sovraeccitazione nervosa. 

Arrivando a Mattang trovai la casa come l' avevo lasciata.. Mi 
occupai subito di finirla, facendovi al tempo stesso vari piccoli co- 
modi, che ne rendessero meno disagevole il soggiorno. Costruii una 
grande tavola nella sala centrale ed una più piccola da lavoro nella 
mia camera da letto, di faccia ad una finestra, che sfondai nella 
parete dal lato di levante. Il tutto di una grande solidità e benis- 
simo corrispondente allo scopo. I piedi di questi mobili « inamovi- 
bili » consistevano in pali, che andavano ad infiggersi nel terreno, 
collegati da traverse tenute insieme da rotang. Il piano era formato 
da laute di nibong, sul quale avevo steso ampie scorze di alberi, 
voltate dalla parte liscia e tagliate regolarmente a misura. 

La tavola da pranzo non mi era tanto utile per i miei frugali 
pasti, quanto per prepararvi sopra le piante e cambiare loro la carta, 
e sul mio tavolino da lavoro, durante i varj mesi che ho abitato la casa 
di Yallombrosa, numerose sono state le ore che vi ho passato a pren- 
dere note, e a disegnare le piante più interessanti che andavo mano 
mano scuopreudo. 

Il letto, dopo che vi ebbi steso un piccolo materasso ed una bella 
stoia di pandano delle Natunas, non, lasciò nulla a desiderare. 

_ Con alcuni grandi bambù, che avevo trovato nel vicino torrente, feci 
un condotto che mi portava l' acqua limpida e fresca fino a casa. Ebbi 
l'avvertenza di deviarla così in alto, che nel punto dove andava a 
cadere io vi potessi star sotto in piedi. Quivi io prendevo tre volte al 
giorno un bagno a doccia, con indicibile mio sollievo, e ritengo 
anche con molto vantaggio della salute. Era soprattutto quando 
ritornavo stanco dalla foresta, che l' acqua più fresca di alcuni gradi 
dell'aria ambiente, riattivava tutta la macchina e mi disponeva a 
mangiare con un forte appetito. 

La cucina era a terreno, ed al di sopra del focolare corrispondeva 
una piccola stanza, destinata a seccatoio per le piante. Ebbi l' ispi- 
razione di questo sistema, rammentandomi del modo come i nostri 
montanari toscani seccano le castagne. In causa della grande umi- 
dità dell'aria, e del poco sole che arrivava alla mia casa, dinicil- 
mente avrei potuto conservare la numerosa quantità di esemplavi, 
che ogni giorno raccoglievo. ISTella piccola stanza, die un semplice 
laute a guisa di graticcio separava dal focolare, ad una altezza suf- 
ficiente perchè il calore arrivasse moderato, la mia carta asciugava 



CAPITOLO Vili 151 

presto e bene. Con carta così asciutta, cambiata due volte al giorno, 
le piante seccavano prestissimo in quello stanzino. 

La temperatura di Mattang era -untissima e quasi eguale giorno 
e notte. La massima raramente oltrepassava + 27-28 centigradi nelle 
ore pomeridiane, e la minima (al levar del sole) si aggirava sempre 
su + 23 centigradi. In tali condizioni di clima, non vi era bisogno 
di coprirsi molto. Il mio vestito consisteva di un paio di pantaloni e 
di una corta giacchetta di rigatino; in testa portavo un cappello 
cinese di bambù. Andavo per lo più scalzo, avendo preso questa 
altitudine, quando, nei primi tempi, mentre ero a Kutcing, i miei 
piedi si impiagarono talmente in causa delle ferite prodotte dalle 
mignatte, da rendermi impossibile l' uso di qualsiasi calzatura. Se 
però avevo da far gite lunghe, portavo scarpe di tela, ma d' ordi- 
nario senza calze. Al mio servizio avevo un cuoco cinese e quattro 
giovanotti malesi. Di questi uno era di Giava e di un' abilità straor- 
dinaria per salire sugli alberi. Gli altri mi servivano per abbatterli, 
quando era impossibile di montarvi. 

Gli alberi della foresta di Borneo hanno di solito delle grandi 
espansioni laminari alla base (dette «banner» in Sarawak 1 ), specie 
di contrafforti, i quali servono ad aumentare la stabilità della pianta. 
Se tali alberi si dovessero tagliare vicino a terra, lungo sarebbe il 
lavoro ; si usa quindi di fare, in giro alla base un' impalcatura chia- 
mata paià-parà », alta da uno a tre metri secondo il Insogno, per 
arrivare a fare il taglio nella parte cilindrica del tronco. 

Un ((inselvato l'esatta misura di alcuni alberi ordinari e di me_ 
diocre grandezza, abbattuti presso la mia casa di Vallombrosa. Una 
specie di Hopea era alta metri 37,50 (121 piedi e mezzo). Un albero 
di specie die mi è rimasta sconosciuta, misurava, nella parte cilin- 
drica e nuda di rami, metri 24 (quasi 79 piedi) ed in totalità ine- 
tri 41 (piedi 144 e mezzo). Di una Shorea il fusto nudo era 20 metri 
(65 piedi <• mezzo), mentre l'intiera pianta raggiungeva l'altezza di 
metri 42,50 (138 piedi). 

Queste misure non rappresentano c\\e l'altezza media della foresta 
a mezza costa di Mattang. Nella pianura sottostante molti sono stati 
gli alberi da me abbattuti die arrivavano ai 50 metri e che anche 
oltrepassavano questa cifra. In condizioni poi favorevoli, dove il ter- 
reno è» molto pingue, e nelle gole delle montagne, certi alberi in 
Borneo acquistano dimensioni molto superiori alle menzionate. 



') Gbtudichaud Bcrive che nelle colonie francesi queste espansioni laminari su hia- 

1 1 1 : ■ I « ■ " accabi 



152 NELLE FORESTE DI BOHNEO 

Per la grossezza del tronco, imo degli alberi maggiori (molto 
frequente a Vallombrosa) era il « bilian » (Eusyderoxylon Zwageri) 
della famiglia delle laurinee. Uno di tali tronchi, a metri 1,20 di al- 
tezza dal suolo, misurava 10 metri (33 piedi) di circonferenza. Il legno 
di bilian è forse il più prezioso di Borneo, inquantocbè non è roso 
da alcuno insetto, nemmeno dalle formiche bianche, ed ha poi 
l' inestimabile vantaggio di essere incorruttibile nell' acqua ed alle 
intemperie. Si assicura che anche nelle peggiori condizioni possa 
bastare oltre 200 anni. È per questo largamente impiegato nella 
costruzione delle case. 

Nelle varie gite che io avevo fatto a Mattang, avevo potuto ri- 
conoscere quanto mai ricca e variata fosse la vegetazione di questa 
montagna. Ma la mia aspettativa è stata superata dalla realtà. 

Nella mattina andavo sempre coi miei Malesi nella foresta, e verso 
mezzogiorno ritornavo a casa carico di campioni di piante. 

Io cercavo specialmente per terra gii indizj degli alberi fioriti dei 
quali mi conveniva fare esemplari; essendoché la maggior parte di essi 
produceva fiori poco vistosi od, in ogni caso, difficilmente visibili dal 
basso. Non sempre però era facile riconoscere alla prima l' albero 
dal quale provenivano i fiori che trovavo sparsi sul terreno, e più 
di una volta mi è accaduto di dover fare abbattere due, tre ed anche 
quattro alberi, prima di dare nel segno, sebbene avessi acquistato 
una certa pratica a distinguere le principali famiglie degli alberi 
anche dalla scorza, e specialmente dalla natura del succhio; se cioè 
lattiginoso, acquoso, resinoso, ecc. 

In Sarawak la fioritura delle piante è si può dire quasi continua; 
ossia si trovano piante in fiore in tutte l'epoche dell'anno. Se ac- 
cadono però delle anormalità nelle stagioni (fatto non raro), anche 
la fioritura degli alberi varia alquanto, ed alle volte può ripetersi 
più di una volta in un medesimo anno. Molte però sono le piante 
di Borneo che fioriscono in determinate epoche. Anzi spesso tutte 
le specie di un dato genere aprono le loro corolle contemporanea- 
mente. Così vi fu un'epoca per i Diospyros; venne poi il turno delle 
Sapotaceae, indi quello delle Dipterocarpcae. 

Le sapotacee mostrarono i loro fiori principalmente in luglio. Fra 
le numerose specie di questa famiglia che ebbi agio di raccogliere 
iu detto mese, un giorno finalmente mi capitò anche un alloro di 
« nyattò » o « gniattò durian » un Palaquium che cercavo da lungo 
tempo, essendo questo in Sarawak il produttore più stimato e più 
ricercato di « ghetta pertcià », o come in italiano si dice di « gutta- 
perca», storpiando il nome malese. Io avevo incontrato spesso alle 



CAPITOLO Vili 



153 




Pig. 30 - Foglie e fiori del Palaquium optimum, Becc. 
i gra adozza uni aralo) 



falde <l«-l monte, e Del bratto <li foresta fra Kutcing e IMattang, i 
tronchi ili quest'albero, abbattati dagli indigeni per estrarne il pre- 
ziosi prodotto; ma sino ;i qni non ne avevo ancora trovato un solo 



154 



NELLE FORESTE DI BORNEO 



grosso individuo ili piedi, che portasse i fiori od i frutti, sebbene 
spesso dai miei uomini me ne fossero stati indicati di quelli ancora 
giovani e sterili. In causa della grande richiesta e dell'attivissima 
ricerca di guttaperca, i buoni produttori di quest'articolo di com- 
mercio erano divenuti rarissimi nelle vicinanze di Kutcing, e gli 
indigeni che ne andavano in cerca, erano costretti di portarsi sempre 
più lontani ed internarsi maggiormente nelle foreste per trovarne. 





Fig. 31 - Fiori del Palaquium optimum, Becc. 
(ingranditi) 



Il produttore di guttaperca che avevo trovato in questa occasione, 
mi sembra che appartenga ad una specie non ancora descritta, alla 
quale può assegnarsi, in vista dell'eccellenza del suo prodotto, il 
nome di Palaquium optimum (figure 30 e .31). 

Le IHpterocarpcac erano in fiore quasi tutte in settembre ed in 
dicembre i loro frutti erano di già maturi. Durante questi due mesi 
la mia occupazione principale consisteva nel percorrere la foresta in 
tutti i sensi in cerca di tali piante, di cui riconoscevo la presenza 
dalla grande quantità di fiori o di frutti caduti al suolo, intorno al 
tronco dell'albero che li produceva. Ed alberi grandi, spesso asso- 
lutamente giganteschi erano questi, che bisognava abbattere o sa- 
lire per staccarne dall' eccelsa chioma i rami destinati a passare nel 
mio erbario. Grandissimo è stato il lavoro che mi ha costato questo 
genere di « arborizzare ». Più di una volta per ottenere i saggi di 
una sola specie di Dipterocarpus o di Shorea, ho dovuto far lavorare 
una giornata intiera tre o quattro uomini per atterrarne lo smisu- 



CAPITOLO Vili 155 

rato tronco. ISTon meno di 50 sono le specie di Dipterocarpeae che 
nei dne rammentati mesi ho trovato in fiore od in frutto nel raggio 
di chea nn chilometro dalla mia capanna di Mattang. Fra queste 
50 specie figurano : 7 Dipterocarpm, 13 Hopea, 15 Slwrea, 4 Balano- 
carpus, 2 Cotylelóbiivm, 2 Dryohalanops, 2 Yatica, forme tutte che per 
la massima parte erano allora nuove per la scienza, o solo qualcuna 
di già incontrata nelle isole di Bangka e di Billiton, colle quali 
isole la flora di questa parte di Borneo ha le più strette analogie. 

Alcune invero di queste Dipterocarpeae si rassomigliano molto a 
specie che crescono in Sumatra e nella penisola di Malacca, ma ciò 
nonostante non sono conosciute, almeno per ora, di altre località, 
sebbene di certo debbano ritrovarsi in nn raggio più esteso di quello 
della sola montagna di Mattang. Mi sembra ciò nondimeno degno 
di considerazione il fatto che quivi le Dipterocarpeae si trovino rap- 
presentate da vari generi fra di loro affini, includenti un consider 
revole numero di specie, le quali bene spesso presentando dei carat- 
teri interruedj fra di loro, si possono supporre come derivanti l' una 
dall'altra. È questa, ritengo, una delle note essenziali di una fiora 
veramente endemica, in contrapposto di una flora avventizia o di 
immigrazione, dove i generi e le specie sono una accozzaglia di 
forme di estesa distribuzione geografica, provenienti da disparate 
regioni e senza strette affinità fra loro. 

I frutti di quasi tutte le ditterocarpee hanno delle ali, le quali, 
a prima vista, si potrebbero ritenere come di un efficace aiuto per 
esser trasportati lontano dalla pianta che li produsse; ma ciò non è 
il caso, essendo in generale il seme troppo grosso e pesante, perchè 
l'apparecchio possa riuscire molto efficace 1 ). Trovandosi quindi, in 
uno spazio molto limitato, un così grande agglomeramento di specie 
affini di un medesimo genere, ed al tempo stesso varj generi della 
medesima fa miglia, io mi trovo indotto a supporre che la parte di 
Borneo dove butte queste ditterocarpee crescevano consociate, sia 
stata un centro creativo di forme vegetali, le quali per di più si 
troverebbero tutt'ora presso a- poco sul posto medesimo dove sin 
da principio rimasero plasmate. 

.\ un- parrebbe presumibile che ima Mora debba essere ad elementi 
endemici tanto più abbondanti, quanto più Lungamente il snolo della 



■ alcune ditterocarpee di Borneo hanm , distribuzione geografica relativamente 

'.!,.. specie che vivono in vicinanza dell'acqua {Isoptera Borneeneie, Schei?., Dlptc- 
. obltmgifottu . li).; nei quali >;i^i I'- "li 'lei Mini servono i>iii da organi ili navi- 
gazione che 'li volo. 



156 NELLE FORESTE DI BORNEO 

regione che attualmente lo alimenta, è rimasto in istato di tranquil- 
lità geologica, lo m'immagino quindi che una flora molto ricca debba 
trovarsi sopra terre che sono rimaste emerse ed inalterate almeno dal 
mezzo dell'epoca terziaria in poi, vale a dire a cominciare da un pe- 
riodo nel quale non era cessata ancora la formazione e la comparsa 
di nuove forme specifiche. 

Ma è possibile immaginare un luogo dove la foresta sia rimasta 
intatta ed inalterata sin da una remota epoca geologica, e dove la 
medesima vegetazione si sia succeduta senza interruzione per centi- 
naia e centinaia, forse migliaia di secoli, vale a dire, sino da quando 
il suolo che adesso la sopporta emerse dal mare? Se di tali punti 
ne esistono sulla superficie della Terra, uno di questi dovrebbe es- 
sere la foresta di Mattang e quella delle vicinanze di Ivutciug. 

Eimarrebbe ad indagarsi se tutte le forme di ditterocarpee ap- 
partenenti ai generi sopra rammentati, e trovate in uno spazio così 
ristretto, sono realmente forme dovute alla graduale evoluzione di 
alcuni archetipi ; o non piuttosto sono la risultante di ibridi fra 
questi. Io non ho una cieca fede nella progressiva, lenta e graduale 
evoluzione degli organismi, e nella formazione delle specie in seguito 
a continuate, ma insensibili, variazioni da forme preesistenti. Io sono 
più propenso ad ammettere la comparsa improvvisa di alcune forme 
principali di adattamento, e ritengo che in origine gli ibridi fra tali 
prototipi siano stati la causa della concatenazione di tutti gli or- 
ganismi, e dell'apparente filiazione o discendenza di uno dall'altro. 
Io credo che gli ibridisrni abbiano avuto una gran parte nella for- 
mazione delle specie attuali, e mi sembra possibile che nell'epoca 
creativa o di plasm azione, anche tipi disparat issimi fra loro po- 
tessero ottenere discendenti, sempre per effetto di quella circo- 
stanza, alla quale ho altra volta alluso, vale a dire : « della poca 
potenza esercitata dalla forza dell'eredità, quando il mondo era an- 



Capitolo IX 



Spiaggia del mare - Flora littoianea - Il Picco di Santubong - Piante curiose - Satang 
- Le tartarughe - Escursione a Poe - Carattere australe della vegetazione - Piante più 
notevoli - Una Eafflesia - Gunong Gadiug - Alghe d' acqua dolce. 



Durante il periodo delle pioggie, quando soffia il monsone di N". E., 
la costa Xord di Borneo è talmente battuta dalle onde, che diventa 
difficile, od almeno assai pericoloso, percorrerla con le barche da 
fiume, i sainpau, i quali invece, per la loro poco pescagione, sono 
molto adatti per costeggiare, durante il buon tempo. Io non mi ero 
per questo ancora dato pensiero di studiare la flora littoranea di 
Sarawàk. Allora il tempo essendo bello, e sentendo il bisogno di 
scendcii- da Mattarig, affine di rifornirmi di pesce secco per i miei 
uomini e di polli per me, invece di recarmi a Kutcing, pensai di 
fare un giro lungo la costa, dove sapevo che si trovavano varie case 
di pescatori, dai quali avrei potuto ottenere quanto mi occorreva. 
Xel tempo stesso si presentava l'occasione di acquistare una prima 
idea della vegetazione di quei paraggi. Per gli accennati motivi, ai 
primi di giugno mi recai a Sibu 1 ), nucleo di case situato al di là di 
Salak, nella direzione di ponente. La spiaggia a Sibu è arenosa, e 
sin dove il mare lo permette, rivestita da alte casuarine della specie 
comune. Al di dietro della selva che queste formano, la foresta è 
d'ordinario molto intricata, quasi impenetrabile, e, più clic altro, com- 
posta di essenze arboree di assai estesa distribuzione sul littorale 
■ lei tropici, imi non priva anche di alcune particolari a Borneo. Vi 
notai grandi pandani, con immensi bracci, puntellati da grosse radici 
aeree, e numerose liane, fra le quali frequenti gli Gnettvm.Di rotang 

vidi pure una grande varielà di specie, che rendevano mollo i litri - 



Da non confondere con Sibu sul Bedgian 



158 NELLE FORESTE DI BORNEO 

cata la selva, ina che somministrando un materiale prezioso per le- 
gare e per varj altri usi, venivano quivi molto cercati dai Malesi. 
Dove la spiaggia arenosa era libera d' alberi, si era stabilita una 
flora, non tanto scarsa, di piante erbacee quasi cosmopolite '). Fra 
queste, le belle e larghe corolle violette di due convolvuli, striscianti 
sull'arena, mi richiamavano alla mente quelle del Convolvulm Sol- 
danella delle spiaggie del Mediterraneo. 

Nel luglio scesi nuovamente da Mattang per una escursione al 
Picco di Santuboug, di cui il giorno 20 salii la cima, stimata 905 me- 
tri (2970 piedi 2 ) sul livello del mare. 

L'accesso alla montagna non è facile, e senza l'aiuto della guida, 
che ebbi la buona ispirazione di andare a cercare in alcune capanne 
situate ai piedi del monte, non so se sarei riuscito a trovare il pas- 
saggio attraverso un' alta scogliera, che quasi a perpendicolo, per 
prima cosa, sbarra il cammino, ed alla quale bisogna dare la sca- 
lata, aggrappandosi alle radici che serpeggiano sulla sua superficie. 
Oltrepassato però questo primo tratto scabroso, si trova un ripiano, 
dal quale si attacca subito la salita del picco, seguendo uno dei suoi 
fianchi meno scoscesi, quello prospiciente il mare. Potemmo così, 
. senza molta difficoltà giungere sulla cima, che trovai formata da un 
angusto spazio pianeggiante. Posare il piede sulla vetta di una mon- 
tagna è sempre una piacevole emozione, che svariati sentimenti pos- 
sono concorrere a suscitare. Per l'alpinista, il quale non ha altro 
scopo all' infuori di quello di salire in alto, a parte il bisogno di 
riposo, tanto più gradito quanto più faticosa è stata l' ascensione, il 
giungere alla mèta agognata è forse un'inconscia manifestazione di 
gioia, per essere arrivato a dominare nelle alte regioni dell'aria, a 
dispetto della natura, che ha legato l'uomo alla terra; come potrebbe 
essere un sentimento di ambizione, per quella tendenza che spinge 
ognuno ad estollersi al disopra del suo cimile ; ma per il naturalista, 
toccare la cima di ima montagna ancora inesplorata, è una vera 
sorgente di piacere, per la speranza, che sempre l' accompagna, di 
trovare ivi esseri ancora sconosciuti, i quali offriranno utili mate- 
riali per ricerche importanti di geografia biologica. Quasi sempre 
sulla vetta delle montagne e dei picchi isolati di Borneo, come su 
quelli di altre parti della Malesia e della Papuasia, si trova qualche 



') Oltre alcune ciperacee e qualche graminacea, su questa spiaggia crescevano rap- 
presentanti dei generi Crotalaria, Indigofcra, Phascolus, Vigna, Tcphroxìa, ili estesa distri- 
buzione geografica. 

-) È questa 1' altezza indicata nella Sarawak Gazeile del 1° gennaio 1889. 



CAPITOLO IX 159 

rappresentante di generi di piante di regioni remotissime, quasi che 
ivi avessero trovato rifugio gii ultimi avanzi di una flora estinta. 
Tali cime sono forse, per questo motivo, resti di un mondo antico, 
e frammenti di qualche vecchio continente, adesso sconnessso ed in 
gran parte scomparso? 

Sull' estrema punta di Santubong, come di già avevo osservato 
su quella di Mattang, predominavano arbusti a foglie piccole e co- 
riacee. Quelli che trovai sul Picco di Santubong mancavano tutti 
di fiori; giudicai nondimeno che varj di essi dovessero appartenere 
a mirtacee di tipo australiano, che di solito s'incontrano sui monti 
della Malesia, ma ad altezze molto maggiori di quella raggiunta 
dalla cima di Santubong; ciò facendomi supporre che non sia tanto 
all' elevazione, e ad una più bassa temperatura, che si debba la loro 
presenza in tali situazioni, quanto ad altre circostanze ancora poco 
note, e forse, in primissimo luogo, alla possibilità di poter contendere 
ivi il terreno alle specie più invadenti delle regioni più basse. 

Nella parte più elevata delle montagne malesi i venti trasportano, 
non vi ha dubbio, i sena leggieri (non che le spore) di molte piante, 
quali per esempio Nepenihes, Rhododmdron, orchidee, ecc., che se fos- 
sero caduti nelle selve del piano, sarebbero periti; mentre in situa- 
zioni più aperte e luminose, trovando qualche spazio libero da densa 
vegetazione, possono germogliare e svilupparsi. In questo caso deb- 
bono parimente trovarsi varie delle piante che si riproducono col 
mezzo di spore; ed infatti sulle cime di Santubong raccolsi due bel- 
lissime e grandi felci, la Matonia pedinata ed il Polypodium Dipteris, 
che si direbbero piante inseparabili, e che pure, insieme consociate, 
abitano altre montagne, fuori di Borneo: il monte Ophir nella Peni- 
sola malese a modo d'esempio. 

Fra le altre molte piante interessanti della vetta del picco, ram- 
menterò solo due nuove specie di JJidj/momipus'), due Rliododcndron 



' ) Questi «lui- fjiiliiiin/rorpiiH senio umili pianticelle erbacee, formato (la, una sola rosetta 
di piccole foglie, (hi] mezzo ilolle (|uali si sollevano dei sottili peduncoli, che sorreggono 
dei graziosi Bori violacei. Uno, il I). rafeacens, C. ìi. Clarke, e una fra le pochissimo 
piante di Borneo, che possessi toglie rivestite sopra ambedue le faccio da, uno spesso 
feltro di peli argentati; mentre un tal tipo di fogliti ò molto frequente in piante di paesi 
nridi ed asciutti, specialmente sugli scogli marittimi e nelle legioni alpine. L'altra, il 
//. ballata, C. B. Clarke, e pure una pianticella elegante e singolare, per le foglie di un 
perde cupo porporescente e vellutato sulla parte che guarda il cielo, e per di piii pieghet- 
tate con una eerta regolarità pei traverso. Questi due IHiljimiwtirpu», che non lui incontrato 
e, hanno il tipo di numerose gesneriacee proprie della ('ina; e la presenza loro sul 
picco di Santubong, e forse dovuta alla posizione scoperta, ohe hanno potuto conqui- 
stare fra le fessure delle roccie, dove non ha potuto stabilirsi la vegetazione legnosa. 



160 



NELLE EORESTE DI 1SORNEO 




Urne foliari 
(un 



Fig. 

(lolla 
terzo 



32 
Nepenthes T'eitchii 
del vero) 



e la bellissima Nepentlies Veitclm (fig. 32); una 
delle più rare specie di questo singolare gruppo 
di piante, crescente epifita sui grossi rami degli 
alberi, fra la borraccina ed i 
detriti di ogni genere ivi ac- 
cumulati. Le ampolle od urne 
foliari, scientificamente chia- 
mate «ascidj » della Nepenthes 
Veitcliii, sono in forma di sac- 
co, lunghi sino a 25 centimetri, 
relativamente assai larghi, e 
macchiati di sanguigno. La 
parte più singolare e vistosa 
di queste urne, è la bocca, la 
la sua posizione quasi verticale, 
non che per il suo vivace colorito arancione, 
oltre a funzionare da trappola per far cadere 
incauti animalucci uella cavità interna, serve 
come un segnale appariscente e visibile da 
lontano, per richiamare l'attenzione degli in- 
setti ed attirarli nell'agguato. Sir J. Hooker 
paragona la bocca delle ampolle della N. Vei- 
tcliu alle branchie respiratorie dei pesci, delle 
quali, tutte quelle anguste e fitte lamelle con- 
vergenti al centro, hanno veramente l'appa- 
renza. 

In tutte le specie di Nepentlies che ho os- 
servato, i giovani ascidj, anche prima che il 
loro coperchio si apra, contengono una certa 
quantità di liquido, elaborato dalla pianta 
stessa ; l' acqua però che si trova in quelli 
adulti, è dovuta in gran parte alla pioggia. 
In una ampolla della N. Veitchii della cima 
di Santubong, oltre i soliti insetti affogati ed 
in via di putrefazione, trovai una colonia di 
uova di rana, che lì nell'acqua aspettavano 
il momento di schiudersi; sarebbe quindi a 
tale riguardo interessante poter conoscere, se, 
per puro caso, una rana, avendo trovato un 
recipiente pieno di acqua, ha depositato ivi 
delle uova ; o se realmente esiste una par- 



CAPITOLO IX 161 

ticolare rana, la quale, per abitudine costante, prolifica e passa i 
primi stadj della sua esistenza in una tale situazione. 

Dòpo Santubong volli visitare la prossima isola di Satang (23- 
24 luglio), e mi azzardai ad andarvi col mio sanrpan; ma non ten- 
terei la prova una seconda volta con un battello così poco marino, 
avendo corso al ritorno grave pericolo di andare a picco, per il mare 
grosso che ad un tratto si era sollevato. 

Si sbarca a Satang di faccia ad una piantagione di palme cocco, 
sopra una spiaggia arenosa, assai estesa dalla parte di levante, dove 
nella buona stagione le tartarughe marine vengono in numero con- 
siderévole a deporre le uova, e dove si trova pure la casa del guar- 
diano che deve sorvegliare -la raccolta di queste, e custodire al 
tempo stesso la piantagione. Nella notte che noi passammo a Sa- 
tang una dozzina di tali animali salì la spiaggia per prolificare. La 
tartaruga in parola è la Tlialassochelys Caretta, specie che s' incontra 
anche nel Mediterraneo, e che è abbondantissima presso le spiaggie 
arenose dell' Oceano indiano e dei mari della Malesia. Le uova ven- 
gono deposte in numero di 100-180, a 70-75 centimetri di profondità, 
dentro uà foro di circa 20 centimetri di diametro, e poi vengono 
ricoperte in modo, da non lasciar traccia del posto dove si trovano. 

L' isola è costituita quasi intieramente da una piccola collina, che 
dal lato Sud, ossia da quello che guarda la terra ferma, è in gran 
parte granitica ed in minor proporzione di pietra arenaria. Dal lato 
Nord invece si sollevano dei dirupi calcarei a picco sul mare, sui 
quali potei scorgere qualche nido di rondine, della qualità ricercata 
in commercio, ma in situazioni inaccessibili. 

Pochi giorni dopo la gita a Satang, in agosto, io accompagnai il 
Tuan-muda in una escursione sul Gonong Poe in cerca di mi ter- 
reno adatto per stabilirvi una piantagione di caffè. Faceva parte 
della comitiva anche uno sperimentato piantatore di Giava. Io sono 
partito eoi mio sampan ed il solito equipaggio, insieme al Tuan- 
uiuda, e sempre di conserva abbiamo costeggiato la spiaggia are- 
nosa (che dalla foce del Sarawak si estende sino a quella del Lundù) 
favoliti da un tempo bellissimo, e da un mare calmo come una ta- 
vola, cosa del resto quasi costante durante il monsone di S. O. In 
alenili piinii preferimmo camminare sulla spiaggia, tirando qualche 
colpo alle tringhe ed ai totani, che in cerca di crostacei od altri 
animaletti, [ambivano le onde. 

Giunti alla foce del Lundù, rimontammo questo fiume per alcune 
ore prendendo terra in un posto dove sboccava una buona strada, 
tracciata attraverso una bella foresta e che faceva capo a Sodomak, 

11 - \:y i - U fori < di Borrito. 



162 NELLE FORESTE DI BORNEO 

villaggio daiacco assai importante, con stazione di missionari, dove 
passammo la notte. 

La mattina del 14 agosto ci avviammo verso la montagna di Poe. 
Un buon numero di Daiacchi portava il bagaglio, non tanto piccolo, 
proponendoci di accampare per qualche giorno nella foresta. Il ter- 
reno che si attraversa da principio è pianeggiante, e tale si con- 
serva sino proprio ai piedi della montagna, ma in gran parte è privo 
di foresta primitiva ed è paludoso. Nei luoghi più selvatici abbonda 
Vifageissonia minor, palma del medesimo genere di quella che avevo 
trovato sulla cima di Mattang, ma assai più piccola ed a corto fu- 
sto, sollevato dal terreno alla maniera di un pandano da uumerose 
radici sottili, grosse quanto un dito e lunghe più di un metro, le 
quali formano un articolo di esportazione, essendo ricercate in Eu- 
ropa, specialmente per mazze e manichi da ombrello. 

Dopo una assai lunga e faticosa marcia, giungemmo ad una casa 
temporanea dei Daiacchi di Sodomak, sulle sponde del torrente Bu- 
rungan, dove trovammo conveniente di passare la notte, sebbene 
rimanessero ancora varie ore di giorno. Ma eravamo giunti ài piedi 
della montagna, della quale la mattina veniente, 15 agosto, comin- 
ciammo 1' ascensione, che a dir la verità non avrebbe potuto essere 
più agevole. I fianchi di Gunong Poe sono infatti larghi, con de- 
clivio dolce, sui quali si cammina comodamente in causa dello spesso 
letto di foglie morte che ricopre ogni accidentalità del terreno, e 
per la mancanza quasi assoluta di bassa vegetazione all' ombra dei 
grandi alberi. Quasi nessuna pianta era allora in fiore, ma dalle 
foglie cadute riconobbi varie ditterocarpee ed almeno cinque o sei 
specie di querci. 

Molti sarebbero stati i punti, con poca inclinazione, e con uno 
strato di terra di un notevole spessore, che sarebbero riusciti adat- 
tatissimi per stabilirvi delle piantagioni; ma, cosa strana, non si 
trovano sorgenti sui fianchi della montagna, ed appena è piovuto, 
l'acqua scomparisce fra i massi di granito di cui è formata l'ossa- 
tura, e non si riunisce in ruscelli. 

Dopo alcune ore di salita, arrivammo ad una specie di grotta, 
formata da due immensi blocchi di granito accostati 1' uno all' altro, 
dove si poteva rimanere abbastanza bene riparati dalla pioggia, e 
dove quindi accampammo. In questo punto la foresta era bellissima, 
ma gli alberi non mi parve che appartenessero a specie molto va- 
riate. Per estesi tratti il terreno era quasi livellato e formava delle 
piccole valli, cosperse di massi di granito nascosti sotto una mor- 
bida e verde veste di borraccina. La foresta aveva quivi un aspetto 



CAPITOLO IX 163 

assai differente da quello ordinario della pianura, per la prevalenza 
di alcune conifere, essenze tanto rare in Borneo. La specie più im- 
portante era il Phyìlocladus hypopJiylla, piccolo albero, scoperto an- 
tecedentemente da Low sul Kina balu, e che rappresenta un ele- 
mento esotico nella flora di Borneo, in quanto che due altre sole 
specie si conoscono di questo genere, di cui una abita la Tasmania 
e l' altra la Nuova Zelanda. Per di più, la frequenza di due o tre 
Podocarpus e di una Dammara o Agatliis (A. Beccarti, Warb.) nella 
parte alta di Poe, procura al botanico l' illusione di essere stato 
trasportato ad un tratto in una foresta delle terre australi '). Dal 
tronco e dai rami della rammentata Dammara stillava una resina, 
che colava gin sul terreno, dove si raccoglieva formando dei grossi 
ammassi della apparenza di pietre. Uno di tali pezzi, allora rac- 
colti e che si conserva nel Museo di Firenze, ha le dimensioni della 
testa di un uomo e pesa cinque chilogrammi. La resina riceve il 
nome di « dauimar daghin » (ossia resina carne, in causa del suo 
colore), ed è una delle qualità commerciabili più ricercate 2 ). 

Si vedeva nella foresta di Poe poca vita animale, e non mi venne 
fatto di uccidere ivi né un uccello, né un mammifero. Anche le far- 
falle ed altri tipi di insetti erano scarsissimi. 

Passammo la notte assai comodamente nella caverna. 

16 agosto. — Appena giorno il termometro segnava +18 centigradi, 
ed il barometro millimetri 666,74. Su questi dati ho valutato 1' al- 
tezza della grotta a 1292 metri sul livello del mare (4238 piedi). 
Io, senza perder tempo, con alcuni Daiacchi per guida ed i miei 
Malesi, mi incamminai verso la vetta, che senza difficoltà raggiun- 
gemmo seguendo la costa su cui ci trovavamo. La foresta continuò 
bella e facile a traversarsi e con dolce pendenza, ma gli alberi an- 



') Nelle foreste della pianura presso Kutcing ho trovato un'altra Dammara (Agathis 
Borneiiixi», Warb.), che però non produce resina. Ambedue poi mi sembrano varietà della 
Dammara «"»' 

2 Pia gb' oggetti «li un allo interesse botanico, ma che un profano non apprezzerebbe 
altiittn. trovai, nelle parti elevate della montagna, un nuovo tipo di una minuscola pian- 
ticella parassita, o forse saprofita, che io ho poi descritto col mimo di Petrosaoia niel- 
larti, dedicando il nuovo genere al mio illustre maestro, prof. Pietro Savi dell' Univer- 
sità di Pisa. 

K difficile, nella gran massa di intricate radici che si contendono il terreno in una 
i, di isolare con tutta la volata «ina tali pianticelle, per assiemarsi se esse sono 
realmente saprofite, ossia aventi vita indipendente e sussistenti con gli elementi che 
traggono dall'humus; o se invece sono parassite ed aderenti a ipialehe radico di altra 
pianta, l'in difficile ancora poi e di stabilire se tali organismi abbiano avuto dn prima 
un periodo parassitario, e siano divenute in seguito indipendenti e saprofite. 



164 JEELE FORESTE DI BORNEO 

davono diminuendo sempre di altezza, divenendo maggiormente co- 
perti di borraccina. Quasi senza accorgercene si arrivò sulla cima, 
dove uno degli oggetti che più fermò la mia attenzione, fu una 
nuova conifera (Dacrydutm Beccaria, Pari.), piccolo, ma elegantissimo 
albero dell'aspetto di una Araucaria, coi rami rivolti verso l'alto, e 
formanti un ampio ombrello. Era questa la sesta conifera che tro- 
vavo nelle alte regioni di Gunong Poe; fatto questo che mi sembra 
assai straordinario, e che non riterrei dovesse solo attribuirsi alla 
facilità di dispersione dei semi di tali piante. Forse piuttosto si 
hanno sulla montagna di Poe i resti di una flora antichissima, la 
quale possedendo una volta tipi grandemente diffusi, ne ha traman- 
dati alcuni sino ai nostri giorni in quelle località, che meno di altre 
hanno risentito gli sconvolgimenti tellurici, i quali in una remota 
epoca, debbono aver certamente cambiata la configurazione degli 
arcipelaghi asiatici e polinesiani. 

La cima di Poe è quasi continuamente avvolta da grandi nebbie. 
L' umidità che per questa causa si mantiene colà nell' aria e nel 
suolo, si manifesta in estesi tappeti di sfagno coprenti il terreno, 
ed in pellicce di altri muschi, ma più che altro di epatiche, avvol- 
genti come manicotti i tronchi ed i rami delle piante maggiori. Di 
epatiche soprattutto ne raccolsi alla rinfusa una gran quantità, come 
avevo fatto sulla cima del Petrotallagalla in Ceylan. Eitornato in 
Italia, questi ammassi di borraccine, accuratamente preparati e di- 
visi, hanno rivelato una quantità di belle ed interessanti forme, non 
poche delle quali nuove per la scienza e fra le pili ragguardevoli 
della intiera famiglia '). 

Un Rliododendron, tre Nepenthes e due orchidee, vale a dire una 
Rmcmihera con grandi fiori colore arancione, ed uno Spathoglottis a 
fiori pure molto grandi e gialli, furono le piante più appariscenti 
che trovai sulla cima, dove verso l'ora di mezzogiorno, il termo- 
metro centigrado, nei posti più ombrosi e freschi, segnava +21 graffi 
ed il barometro aneroide millimetri 6.39,31. Secondo questa osserva- 
zione, Poe misurerebbe 1713 metri (5520 piedi inglesi 2 ), sul livello 
del mare; sarebbe quindi il punto più alto di Sarawak, anzi di tutto 
Borneo occidentale. 

La cresta di Poe delimita il confine con la provincia di Sambas, di 



') Si veda a proposito la memoria del prof. De Notakis, Epatiche di Borneo, raccolte 
dal doti. 0. Beccavi, negli Atti della B. Accademia di Torino, serie II, voi. XXVIII. 

2 ) Nella valutazione delle altezze col mezzo del barometro aneroide, io mi sono atte- 
nuto alle formule ed alle indicazioni del comm. Felice Giordano. 



CAPITOLO IX 165 

cui dalla vetta si scorge una gran parte del territorio, che di lassù 
apparisce ondulato ed uniforme; ma dal lato di Sarawak gli alberi, 
sebbene bassi, impedivano di spingere lontano lo sguardo. 

17 agosto. — Sopra la montagna di Poe avevo sentito dire che 
era stata trovata una Rafflesia ; una di quelle piante parassite straor- 
dinarie, con fiori spettacolosi e grandissimi, i quali spuntano dal 
terreno come giganteschi funghi. Non mancai quindi di scrutare 
continuamente il suolo della foresta per scoprire questo tesoro ve^ 
getale, ma sino a qui le mie ricerche erano rimaste infruttuose. Es- 
sendo riuscito però a spiegare ai Daiacchi della comitiva l' oggetto 
che tanto mi stava a cuore, uno mi assicurò di conoscerlo, e si prof- 
ferse di condurmi dove certamente l' avrei trovato. Mi separai quindi 
dai compagni, seguito da varj fra i più giovani e più svelti Daiacchi. 
Potei in questa circostanza notare, con mia soddisfazione, il vantag- 
gio che io avevo sopra di loro nella discesa, che facemmo quasi di 
corsa, essendo io provvisto di scarpe; mentre essi coi piedi nudi, 
avevano sempre bisogno di fare attenzione dove li posavano per 
non ferirsi. 

Arrivati proprio in basso al monte, deviammo per circa una mez- 
z' ora dal sentiero seguito nella salita, e ci internammo in una ma- 
gnifica boscaglia, umidissima per la densa ombra, e per le acque 
che scaturivano da ogni parte fra i massi di granito, ruzzolati dal 
monte. 

In prossimità della Rafflesia doveva sorgere un grandissimo albero, 
sul quale la mia guida era salita alcuni giorni addietro a togliervi 
un alveare di api. Ritrovammo l' albero preciso, che dalle foglie ca- 
dute al suolo riconobbi per una Shorea. Esso era di una dimensione 
così smisurata, come mai non avevo visto sino allora l'eguale, es- 
sendo il suo tronco, nella parte cilindrica, quasi due metri di dia- 
metro, nel mentre che la sommità dei suoi rami raggiungeva un'al- 
tezza così grande, che credo di non esagerare dicendo che doveva 
superare i 70 metri. Ilo visto di poi in vicinanza di quest'albero varj 
altri individui della medesima specie di Shorea, presso a poco di si- 
mili colossali dimensioni. 

Cercando la Rafflesia mi accadde di osservare in questo punto della 
foresta anche varj funghi, specialmente agarici, e fra gli altri mi 
dette oell' occhio uno che mi sembrò identico al nostro velenoso 

-ovolo bastardo « (Amanita Phalloides); vidi anche il comune e 

mangereccio galletto» (Cwntka/réllm cfòa/rms). Dalle foglie morie. 
che formavano era alto strato, ed anche dai frulli caduti al suolo, 
riconobbi che la foresta si componeva piti che altro di Bombaceae, 



160 



NELLE FORESTE DI BORXEO 



Artoearpeae,Myristica, Sterciilia, Diospyros, Quercus, Dipterocarpus, ecc. 
Era forse questo uno dei punti di Borneo, dove mi era capitato di 
incontrare foresta primitiva più vecchia e più libera da vegetazione 
fruticosa ed erbacea; il suolo però era molto ingombro da intricati 
e tortuosi fusti di liane, striscianti lungamente per terra, prima di 
sollevarsi in alto, attortigliati ed intrecciati fra di loro lungo il 




Fig. 33 - La Bafflesia Tuan-mudae, Becc. (diametro del fiore 56 centimetri) 



tronco degli alberi. Noi eravamo adesso sul posto della Bafflesia, che 
non tardai molto a scoprire, inserita al pari del terreno sopra una 
di tali liane, una specie di Cissus. Fortuna volle che mi imbattessi 
per l' appunto in un fiore freschissimo, aperto proprio allora, e che 
misurava ben 56 centimetri di diametro (fig. 33). 

In realtà tutto quanto si vede della pianta è costituito dal solo 
fiore, perchè la Bafflesia è una pianta parassita con la parte ve- 
getativa invisibile e tanto immedesimata con la pianta da cui na- 
sce, che i respettivi tessuti non si possono distinguere altro che 
in seguito ad un accurato esame microscopico. Il fiore è di consi- 
stenza carnosa, di colore rosso vinato molto scuro, ed emana un 
fetore che rammenta quello della carne putrefatta, o più esattamente 
quello degli spadici aperti di Aram Dracuneulus e di certi Amorpho- 



CAPITOLO IX 167 

phallus. Il fiore comincia a mostrarsi sul fusto della liana sotto la 
forma eli un bernoccolo, ed ingrossa tanto, fino ad acquistare, quando è 
prossimo ad aprirsi, la dimensione della testa di un bambino. Uno ne 
trovai appunto in questo grado di sviluppo, coperto di larghe squame 
brune, nel qua! momento rammentava (a parte il colore) la palla 
centrale di alcune varietà di cavolo a foglie serrate. Il globo non 
è che il fiore chiuso, che poi si apre in cinque pezzi b petali cir- 
colari, inseriti intorno ad una grande coppa centrale, dentro la quale 
stanuo rannicchiati gli organi riproduttivi. 

I Daiacchi di Lundù e di Sodomak chiamano la Rafflesia « bua 
(frutto) pakma», evidente corruzione di « patma » o «padma», la 
pianta sacra, il « loto » {Nelivrribium speciosum) degli Indù, ma non 
indigena di Borneo. È questa di certo una delle tante traccie del- 
l' antica fede professata dai Daiacchi, i quali hanno conservato la 
memoria del fiore emblematico, traslandone il nome in quello di 
un' altra pianta, che per la sua originalità e grandezza, rammentava 
il vero patma. In Sumatra, come in Giava, la Rafflesia porta pure 
il nome di «patma », ma colà non può recar meraviglia se si con- 
serva ancora, sebbene male a proposito, il nome del fiore sacro, 
sapendosi, con certezza, quanto nei tempi antichi vi fosse tenuta in 
onore la religione degli Indù. 

Non essendo stata ancora descritta la Rafflesia di Poe, le assegnai 
il nome di R. Tuan-mudae y ), con l'intendimento di fare un atto di 
omaggio all' attuale Eagià, Sir Charles Brooke. 

Prima che i compagni mi raggiungessero, io avevo di già ripor- 
tato alla casa dei Daiacchi la preziosa scoperta, prese le note rela- 
tive, e fatto uno schizzo dell'assieme e delle parti più importanti. 
Non potendo conservare il fiore aperto nella sua integrità, mi con- 
tentai di qualche frammento, che posi in un barattolo contenente 
spìrito. 

Tornati poi a Sodomak, facemmo nei giorni seguenti una escursione 
sul Gunong Gading, montagna essa pure granitica, sulla quale pas- 
sammo una notte (22 agosto) in un lankò a circa 500 metri di ele- 
vazione per salilo la mattina veniente la cima, quella più prossima 
al mare, die risultò di nielli 978 di altezza (Barometro aneroide 
millimetri 685, termometro centigrado -f- 21), ma clic non mi offrì 
nulla di straordinario. 



Maggiori milizie; intorno ;i questa pianta, si trovano nel lavoro sulle Rafflesia del 
conti- II. ili Solnv-Laabach, inserito negli dnnales <iu -lardili boianique ili Buiienzorg, 
voi. IX. pag. ix.".. 



168 NELLE FORESTE DI BORNEO 

Da Gunong Gacliug scende un torrente, che forma ad un certo 
punto una bella cascata, versando le sue abbondanti, fresche e lim- 
pidissime acque in un grande e profondo bacino. 

Fra le piante più notevoli scoperte su questa montagna, meritano 
speciale menzione una singolare aroidea con spate lucide e di color 
rosso ciliegia (RliyncJiopile elongata, Eugl.), che cresceva sulle rupi, 
sempre irrorate dalla prossima cascata, ed una nuova anonacea 
(Goniothalamus suaveolens, Becc. P. B. n.° 2327'), un arbusto con fiori 
verdastri, carnosi, assai grandi, inseriti sopra un sottile tronco ed 
esalanti un profumo delizioso, molto simile a quello del pompadour 
(Calycantli uh floridus). 

ISTelle acque poi del torrente, scoprii due nuove e molto singolari 
alghe, delle quali una, la TJioreaflagelliformis, Zan., formava dei ciuffi 
di filamenti piumosi, lunghi circa 10 centimetri, colorati vagamente 
in violaceo; e 1' altra, la Délesseria Beccarii, Zan. ricopriva di uno 
strato roseo la superficie degli scogli. Questa seconda è una delle 
pochissime alghe d'acqua dolce a colori vivaci, appartenenti ad un 
genere, del quale quasi tutte le altre specie sono marine. 



') Ad ogni pianta da me raccolta in Borneo affiggevo mi numero corrispondente ad 
un catalogo, tenuto . regolarmente, dove aggiungevo occorrendo le note relative. Questo 
medesimo numero si trova sopra tutti i saggi delle piante di Borneo che si conservano 
nel mio erbario o che sono stati distribuiti a varj stabilimenti botanici, quali quelli di 
Kew, di Parigi, di Pietroburgo, di Vienna, ecc. È per questo che io cito il numero, quando 
mi occorre di parlare di una delle piante da me raccolte in Borneo. 



Capitolo X 



Di nuovo a Mattang - Le api - Il « tapang » - La montagna disabitata - Età della fo- 
resta - Sul nome di Mattang - Un sito ricco di belle piante - L' età degli alberi - Rare 
saprofite e funghi nei tropici - Piante avventizie intorno le case dei Cinesi - La val- 
lata dei rotang - Le piante spinose - Il Mormolyce - La Pytiriasis - I buceri -L'argo e 
le farfalle notturne - Solo a Vallonibrosa - Una burrasca nella foresta - Caccia a Buntal. 



Di ritorno dall' escursione di Poe, mi recai di nuovo a Mattang, 
dove passai tutto il settembre e parte dell'ottobre. Le collezioni riu- 
nite in quest' epoca furono fra le più importanti, essendo grandis- 
simo il numero degli alberi, che in quei mesi si coprirono ad un 
tratto di fiori. 

Le api avevano tirato partito di questa circostanza, ed in numero 
infinito ronzavamo attivissime, volando di corolla in corolla, fra le 
alte Gronde, in cerca di nettare. I fiori delle ditterocarpee sembra- 
vano i preferiti. 

in Bornco vi sono due specie di api da miele, una assai grande 
ed una piccola; la prima, chiamata « lagnié » o «lanyé», è VApis 
dorsale, specie che si trova anche nell'India media e meridionale 
ed in tulio l'Arcipelago malese'). La più piccola, conosciuta in Sa- 
rawak col nome di « nuang», è VAjpis mgrocmcta, che, oltre Borneo, 
abita Selebes ed anche la Cina. 

Il nuang produce poca cera, ma mollo miele, non eccellente, pure 
assai apprezzato dai Daiacclii, clic per tale oggctlo spesso rallevano 



'; Nella Sminuii. Gaiette (2 maggio 1881), bì racconta che ano sciame d'api ;i Singa- 
pore andò :i stabilirsi sopra L'albero ili un vapore «li partenza per Kutcing, da dove poi 
sullo stesso bastimento fece ritorno :■ Singapore, andando alla fine a stabilirsi sopr 

albero i rriiin :ii docks. 



170 NELLE FORESTE DI BORNEO 

quest'ape intorno casa, in modo analogo a quello che si usa da noi 
con la specie comune. 

La grande ape invece produce poco, ma eccellente miele, e degli 
immensi alveari di cera, che non di rado si possono vedere pendenti 
dai rami maggiori di certi grandissimi alberi, distinti col nome di 
«tapang», i quali sollevandosi al di sopra di tutti gli altri nella 
foresta, offrono agli industriosi insetti una posizione isolata al riparo 
dai nemici. Fra questi il più temibile è il piccolo orso malese (Helarctos 
malayamis) che, ghiotto come è del miele, non cura le punture 
delle api. 

I Daiacchi sono abilissimi a salire sui tapang, praticando lungo 
il tronco una specie di scala, con pioli conficcati in esso e collegati 
longitudinalmente da pertiche. La grossa ape non parrebbe però 
tanto esclusiva riguardo al posto dove nidificare, scegliendo alle 
volte anche delle roccie elevate o degli alberi che in nulla si distin- 
guono da quelli ordinarj, come può farne fede un fatto, di cui io 
rimasi vittima dolorosa, e che adesso voglio raccontare. 

Nel fare abbattere un albero, tramezzo a tanti altri simili, non 
mi ero accorto di un alveare nascosto fra i suoi rami e che ri- 
mase infranto nella caduta. In seguito a ciò le api spaventate 
ed irritate, si avventarono in massa sopra uno dei miei uomini, un 
certo Laksa, che per tutto vestito portava un paio eh pantaloni. 
Trovandomi io ad una certa distanza, quando l' albero cadde, ero 
rimasto immune, ma incontratomi con Laksa, gridante aiuto, e che 
vidi col torso ed il capo coperto da uno sciame dei pungenti insetti, 
senza troppo riflettere a quel che facevo, mi tolsi la giacchetta (ri- 
manendo io pure col corpo nudo dalla vita in su) e con quella co- 
minciai a menar colpi addosso al mio uomo. È noto come le api 
schiacciate emanino un odore sui generis, che sembra irriti più che 
mai le compagne : per questo motivo forse, quelle che io avevo scac- 
ciato d' addosso a Laksa, ed anche altre che sopraggiunsero in questo 
frattempo, si riversarono tutte sopra di me. Io cercai di fuggire e 
di ritornare a casa al più presto, ma mi toccava a traversare per 
l'appunto un diboscamento, dove in causa dei tronchi giacenti 
per terra e della loro ramaglia, era impossibile che corressi spe- 
dito. Per di più ero scalzo, ed i rotang spinosi rendevano penosis- 
sima la mia fuga. Per via incontrai un ruscello con un profondo 
bacino, nel quale mi gettai sperando che le api mi avrebbero lasciato. 
Ciò ini arrecò un momentaneo sollievo, ma non appena rimisi fuori 
il capo, venni assalito da un altro nuvolo degli inviperiti insetti, i 
quali si erano addensati sopra di me mentre ero sott'acqua. Rag- 



CAPITOLO X 171 

giunsi finalmente la foresta intatta, dove incontrai i miei uomini 
che venivano in mio soccórso con torcie di frasche verdi, le quali 
facendo molto fumo nel bruciare allontanarono le api. È questo il 
mezzo adoprato dai Daiacchi, quando si accingono ad impadronirsi 
degli alveari. 

10 ero di già gonfiato in faccia, specialmente intorno agli occhi, 
e non ci vedevo quasi più; ma avendo meco dell'ammoniaca, aspersi 
con questa liberamente tutte le parti ferite; ciò fece calmare ben 
presto il dolore delle punture e scomparire l'enfiagione. Laksa, che 
non volle servirsi del mio rimedio, rimase per due giorni in molto 
cattivo stato. Innumerevoli erano i pungiglioni delle api infissi nella 
mia pelle, più che altro nella schiena, e per un'ora buona i miei 
servi mi furono attorno ad estrarli con un paio di pinzette. 

L'ape pungendo non può ritirare il suo aculeo dalla ferita che 
ha inflitto, e paga con la morte la sua audacia. La natura che ra- 
ramente (se pur mai) è perfetta nelle sue opere, fa scontare acaro 
prezzo il dono fatto a queste bestiole. Che nella mente dell' ape 
stizzosa possa aver avuto origine l'idea di un'arme per difendere 
la casa e la famiglia, potrebbe anche comprendersi; ma come la 
natura sia riuscita ad appagare un simile desiderio, fornendole il 
pungiglione ed il veleno, è inesplicabile, od almeno è meraviglioso. 

11 diboscamento di cui ho fatto menzione, era stato principiato 
in seguito alla scelta di Mattang come luogo per stabilirvi una pian- 
tagione di caffè, dopo le ricerche infruttuose, delle quali ho parlato 
nel capitolo precedente, sulle montagne di Poe e di Gading. A tale 
scopo, nel settembre era venuto ad abitare da me per alcuni giorni 
il Tuan-muda, onde sorvegliare un centinaio di Daiacchi, che dove- 
vano abbattere la foresta. Fu pensato allora di lasciare in piedi di 
tanto in tanto alcuni fra i più grandi alberi, che avrebbero servito 
ad ombreggiare le giovani piante. Ma credo che questa pratica por- 
tasse seco varj inconvenienti. Per mia parte trassi profitto del dibo- 
scamento per fare esemplari di un gran numero di specie di alberi, 
che non figuravano ancora nel mio erbario; ma che disgraziatamente 
però ciano allora per la massima parte senza fiori. 

Ilo rammentato poco fa i tapang, dei (piali uno grossissimo sorgeva 
a iioclii passi da casa nel vicino burrone, e s'innalzava maestoso ad 
incredibile altezza. ^ 

Per quanto grande l'osse la voglia di avere in mano i fiori ed i 
frutti «li quest'albero, che tutto mi taceva ritenere ancora ignoto ;ii 
botanici, io non ero ancora riuscito ad appagare il mio desiderio. 
Finalmente una mattina, stroncati da una bufera di vento durante 



172 



NELLE FORESTE DI BORNEO 



la notte, potei raccoglierne per terra alcuni ramoscelli, che porta- 
vano dei piccolissimi fiori verdastri. Io ho assegnato a questa pianta 
straordinaria, della famiglia delle leguminose, il nome di Aia uria 
excelsa, dedicando il nuovo genere al mio compagno di viaggio 1 ). 




12 3 4 

Fig. 34 - 1. Un ramoscello fiorito, di grandezza naturale, del « tapang » (Abauria excelsa, 
Beco.), il più grande albero di Borneo. - 2. Un fiore. - 3. Un ovario sezionato per 
il lungo. - 4. Un ovario con uno stame, un petalo ed un sepalo in posto. (Le 
figure 2-4 ingrandite quattro volte). 

Avrò, in altro luogo della mia narrazione, l'opportunità di riparlare 
di quest' albero, che è forse il più grande e maestoso di Borneo, come 
è di certo uno dei più giganteschi del mondo intiero (fig. 3i). 



! ) Vedi Malesia, voi. I, pag. 169. « Abauria » è l'antica mauiera di scrivere il nome 
della famiglia Loria. Recentemente V Abauria è stata riportata da Taubert al gen. Koomr 
passia, dal quale però è ben distinta; fra le altre cose il frutto Aeìl' Abauria non sem- 
bra alato. 



CAPITOLO X 173 

Mi occorre avvertire come spesso col nome di tapang si indichi 
ogni altro albero eccezionalmente grande che attiri le api a nidifi- 
carvi ; ma il tapang per eccellenza, prezioso anche per il. suo le- 
gname, è YAbauria. 

Da Vallombrosa facevo esplorazioni in varj sensi, e da qualunque 
parte mi volgessi, per molte miglia in giro, avevo sempre intorno 
a me foresta vergine, colla sola eccezione degli insignificanti dibo- 
scamenti dei Cinesi alla base del monte. Il luogo abitato più pros- 
simo era Singhi, distante nondimeno dalla mia casa, quasi quanto 
Kutcing. I Daiacchi di quel villaggio venivano talvolta verso Mat- 
tang lungo ima specie di viottolo, che io pure percorrevo assai spesso, 
e che era opera dei cinghiali, frequenti ai piedi del monte, dove ap- 
punto per tale circostanza i Daiacchi di Singhi usavano tendere molte 
petti, ma che essendo molto pericolose per me, furono tolte per or- 
dine del Tuan-muda. 

Perchè i fianchi di Mattang siano rimasti del tutto inabitati, non 
so bene rendermene ragione. A mio tempo di certo non vi era una 
sola casa in tutta la montagna. Porse i tentativi fatti di cultura 
non hanno corrisposto, e non si è più cercato di sfruttare il suo 
terreno ? 

Tutto il monte sembra costituito da una massa di arenaria ad 
elementi molto grossolani. Di terra ve ne è un buono strato, e se 
anche di natura sua non molto fertile, il terriccio accumulato nella 
foresta avrebbe dovuto invitare qualcuno a sfruttarlo. Ma i Daiacchi 
di Singhi non mi è parso che abbattano volentieri la foresta primi- 
tiva, che offre ad essi tanti preziosi prodotti. Porse anche par loro 
fatica tagliare i grossi tronchi, e preferiscono la foresta secondaria, 
dove anche gli alberi sono assai più piccoli e sempre con legname 
piti dolce. 

Mattang significa un luogo sacro, o frequentato dagli spiriti, e 
forse nello stesso nome della montagna si può rintracciare la vera 
ragione del suo attuale stato primitivo. Se è vero che i Daiacchi 
di tiiia sono icsti di antiche colonie sumatrane, o se si vuole gia- 
vanesi, la paura per la montagna può trovare una spiegazione plau- 
sibile nella sua rassomiglianza con un cono vulcanico, od in una 
gagà e tradizionale memoria delle tremende catastrofi, di cui sono 
cagione i monti ignivomi nelle Isole dei Snuda. 

Il fuoco, il l'inno, i sapori, l'acqua, la mota, le ceneri, le pietre, 
che dalla cima ilei vulcani di tanto in tanto tengono eruttate, non 

che i rumori che dalle loro viscere scaturiscono, sono tutti fenomeni 
che non possono aver mancato di impressionare permanentemente 



174 NELLE FOBESTE DI BOBNEO 

delle primitive popolazioni ignoranti e superstiziose. Per tale motivo 
non può recar meraviglia se i Daiacchi, i quali non hanno adesso nes- 
suna idea di un vulcano, s'immaginano sempre le cime dei monti sot- 
toposte al dominio di esseri soprannaturali da essi chiamati « Ka- 
mang » , che non è prudente, né rispettoso andare a disturbare. 

Quantunque di certo la foresta di Mattaug possedesse tutti i requi- 
siti di una foresta primitiva, nondimeno non posso assolutamente 
escludere il dubbio, che il punto preciso dove io avevo costruito la 
casa, non fosse stato abitato una volta o l'altra. Un indizio io 
l' avrei nei grandi bambù che vi trovai. I bambù domestici non sono 
piante che spontaneamente si moltiplicano nella foresta primitiva 
di Borneo. Essi si riproducono col mezzo di porzioni di radici (ri- 
zomi), e forse di talee, fiorendo molto raramente e più raramente 
ancora portando semi. Per questo ritengo che il ciuffo isolato di 
bambù, che servì per il mio acquedotto, non potesse esser nato spon- 
taneamente, e credo probabile che abbia avuto origine da qualche 
pezzo di canna abbandonato dai Daiacchi, là venuti in cerca di 
alveari sul tapang, di cui ho parlato. 

Altro indizio di antica coltura poteva offrirlo VAlocasia macror- 
rliiza, uno dei « kaladi » domestici con radice feculacea, che si ri- 
produceva naturalmente e di proporzioni colossali (con foglie di 
sino un metro e mezzo di lunghezza) giù nel piano, dove l'angusta 
gola del vicino torrente si allarga verso la pianura. Quivi erano 
pure accumulate, senza numero, piante di ogni sorta e straordinarie, 
forse perchè da ogni parte della montagna le acque vi avevano por- 
tato frutti e semi. Eammenterò fra le altre Y A-venga brevipes, Becc, 
nuova e splendida palma, ed alcune belle anonacee, come lo Spltae- 
rothalamns insignis, Hook., la Marcacela grandiflora, Becc. '). In quei 
medesimi luoghi, attratto dall'odore soavissimo che esalavano i frutti 
caduti per terra, scuoprii (dicembre 1866) uno dei più squisiti durio 
selvatici di Borneo, il Dario dnlcis, Becc. 5 ). 

Un problema che spesso mi passava per la mente, nelle mie gior- 
naliere e solitarie passeggiate attraverso la selva di Mattaug, era 
l'età degli alberi di cui questa si componeva. A tale riguardo io 
avevo finito per persuadermi che la grande maggioranza degli alberi 
in Borneo non dovesse avere una lunga vita, crescendo essi molto 
rapidamente e di continuo tutto l'anno, in causa della mitezza e 
della uniformità del clima dominante nella regione. 

') Nuovo Giorn. hot. ital., voi. Ili, pag. 181. 
5 ) Malesia, voi. Ili, pag. 243. 



CAPITOLO X 175 

Xon esistendo in Borneo interruzione periodica nella vegetazione, 
gli alberi quivi non presentano in sezione trasversale zone concen- 
triche regolari, che permettano di giudicare della loro età con una 
certa approssimazione. Si può però sospettare che questa non debba 
d'ordinario computarsi a molte centinaia di anni, dalla facilità con 
la quale anche la vegetazione arborea sembra rinnovarsi, di che fa- 
rebbero fede i numerosi tronchi morti e putridi, ora giacenti sul ter- 
reno, ora sempre in piedi, che s' incontrano tanto di frequente nella 
foresta. A questo proposito mi è accaduto di osservare un grosso 
tronco, di circa un metro di diametro, quasi intieramente putrefatto, 
ma ancora in piedi, ritto nella posizione che aveva avuto durante 
la vita, con le sue radici impiantate a cavalcioni di un altro tronco, 
esso pure marcescente, presso a poco della medesima dimensione del 
primo, ma steso per terra. Il tempo che l'albero ancor ritto aveva 
impiegato a crescere ed a putrefarsi, non era ancora stato sufficiente 
a decomporre intieramente quello caduto. Considerando quanto ce- 
lermente i legnami, anche i più duri, imputridiscono nei tropici, non 
credo che il tronco morto e steso a suolo, dovesse essere molto 
vecchio, come certamente avrei ritenuto, se, per esempio, avessi 
trovato da noi un tronco di quercie di quella grandezza ed in simile 
condizione. 

L'abbondanza dei tronchi morti dimostra la vita relativamente 
breve degli alberi nella foresta tropicale, e mostra il continuo rin- 
novamento che ivi accade della vegetazione arborea. 

L'accumulamento degli avanzi della vegetazione produce il terric- 
cio od humus, che si trova in tutte le boscaglie dense dove le acque 
non lo possono trasportar via, ma che si accumula in modo straordi- 
nario in quelle tropicali. Anzi si può dire che dall'abbondanza del 
terrìccio dipende, in proporzione ragguardevole, la natura delle piante 
che rivestono il suolo di Borneo e dei paesi a clima analogo. 

Fra le piante producenti fiori, la vita delle quali è collegata colla 
presenza dell' humus, ve ne sono di saprofite, umili pianticelle che 
assorbono gli elementi loro occorrenti per la nutrizione diretta- 
mente «la questa sostanza, senza il bisogno di foglie e di clorofilla. 
Di questa nanna di vegetali, dotati di una esistenza molto simile a 
quella dei funghi, ai quali talvolta anche rassomigliano per L'aspetto, 
vi era a Mattang una non indifferente varietà; e diverse forme nuove 
• li gracili e trasparenti TJiismia, <li Slamentose Triurideae, e di Bur- 
iiKiiniid') interessantissime per il botanico, sono state la ricompensa 



w.i, Maiala, eoi. I. pag. 210 <■ voi. III. pag. 318. 



176 



NELLE FORESTE DI BORNEO 



delle mie pazienti ricerche, dove la selva era più densa, l' ombra più 
tìtta, il terriccio più ricco (fìg. 35). In analoghe condizioni ero sicuro 
di incontrar anche qualcuna di quelle piccole orchidee terrestri, ora 
a fogliame variegato o screziato, ora a filettature d'oro e di argento, 
ora a riflessi metallici, che formano la delizia degli orchidofili, e che 




12 3 

Fig. 35 - Burmarmiacee (di grandezza naturale) crescenti nel 
terriccio della foresta di Mattang. - 1. Geomitra episcopalis, 
Becc. - 2. Thismia Neptunis, Beco. - 3. Thismia Oxiliiuris, Becc. 



di certo sono fra le più graziose e mirabili produzioni del regno 
vegetale. Le esili e ceree saprofite or ora rammentate, hanno dei 
minutissimi semi, i quali dal suolo umido delle dense foreste sul 
quale cadono, è impossibile che possano sollevarsi tanto in alto da 
venir coinvolti nelle grandi correnti aeree; per la qual cosa non si 
capisce bene come simili piante riescano ad estendere la loro area 
di distribuzione geografica; mentre di fatto talune di esse s'incon- 
trano in quasi tutte le isole della Malesia, dalla Penisola di Malacca 
alla Nuova Guinea. 

Io ho cercato di spiegare {Malesia, voi. Ili, pag. 325) la cosa col 
mezzo dei lombrici, i quali vivendo nel terriccio, ingeriscono insieme 



CAPITOLO X 177 

alle particelle inorganiche, anche quel che può trovarsi ivi fram- 
misto di semi eh piante. I lombrici poi, venendo mangiati dagli uc- 
celli, portano negli intestini di questi anche i semi, che possono così 
venir in seguito depositati intatti, colle evacuazioni, in luoghi ana- 
loghi a quelli da dove provennero. Parimente col mezzo dei lom- 
brici può rendersi intelligibile la misteriosa disseminazione di alcuni 
funghi sotterranei, dei tartufi per esempio, potendo le spore di que- 
sti, in egnal modo dei semi, passare insieme alla terra nel tubo 
digerente dei lombrici e quindi in quello degli uccelli. 

Anche miceti e funghi carnosi non erano infrequenti nei pressi 
della mia capanna, e non di rado m' imbattevo in Mytremyces, Hyme- 
nophallus, Mutinus, Clathrus, ecc., che il solo micologo può apprezzare 
qnal gioia producano ad incontrarli. Un giorno fu il nostro eccel- 
lente fungo mangiereccio, il moreccio o porcino (Boletus edulis), che 
mi arrecò una piacevole emozione, facendomi risowenire i nostri 
boschi d' Italia. Anche altre specie europee di Boletus e di Agaricus, 
che mi erano familiari, ho incontrato a Mattang. 

D'ordinario si ha la credenza che i funghi non siano abbondanti 
nei tropici, ma questa opinione deve essere assai modificata. Io ho 
voluto un giorno (settembre 1866) tener nota di quante specie di 
funghi avrei potuto raccogliere durante il tempo di un' ora nelle 
vicinanze immediate della mia casa di Mattang, ed ecco il risultato: 
Myxogastri, specie 3; Agaricus, specie 14; Polyporei, specie 10; Au- 
rieularinei, specie 6; Peziseae, specie 3; Phacidieae, specie 3; Sphae- 
fiacei, specie li). Totale specie 49. Un'altra volta, il 14 giugno, ho 
trovato nella foresta prossima alla casa dei Cinesi 14 specie di aga- 
rici e cinque o sei di boleti. Di più dal mio arrivo in Borneo al 
settembre 1866 ho tenuto nota di avere osservato oltre 90 differenti 
specie di agarici. 

Dal mio eremitaggio di Vallombrosa scendevo spesso alla casa dei 
Cinesi, presso lo scalo, anche per rifornirmi di provviste, special- 
mente di riso, clic tenevo chiuso in grandi cassoni di latta, desti- 
nati nello stesso 1 cui p<> per magazzino delle mie collezioni, mano 
mano che erano preparate;. In una di queste visite mi occorse eh 
notare '-he varie piante forestiere avevano preso possesso del ter- 
reno intorno la casa del kiinsi; fra queste ve ne erano due conni- 
Dissime e di tipo Diente affatto tropicale: VAma/rawthus Mangostamis 
e hi Fla/ntago major (il comune nostro tirafilo), ambedue adoprate dai 
Cinesi conie ortaggio. 

[nteraandomi nella foresta, seguendo il corso del torrente sul 

• piale si trovava lo senio, mi ritrovai in una piccola vallala perfet- 
ti — Bicorni, * Borneo 



178 NELLE FORESTE DI BORXEO 

taui ente piana, che si estendeva per circa un chilometro, e dove la 
natura era quanto mai si può dire selvaggia. In quell' alto strato 
di ricco terriccio, sul quale le acque avevano accumulato ad ogni 
piena nuovi elementi fertilizzanti, la vegetazione aveva acquistato 
un rigoglio straordinario e gli alberi vi erano grandissimi. Io rimasi 
per di più gratamente sorpreso della grande varietà di palme che 
incontrai in questo punto. Qui, iu quel pingue suòlo, vi era copia 
di spinose Zalacca, qui pure collezionai i più grandi Calamus esistenti, 
e nello stesso temilo la piccolissima Iguanura Palmuncula, che se non 
è proprio la più piccola, è di certo ima delle più umili e minuscole 
palme conosciute, essendo le quattro o cinque fronde, di cui tutta 
la pianta si compone, grandi quanto una mano, portate su di un 
tronco alto solo qualche centimetro e non più grosso di una penna 
d' oca. 

Di rotang (Calamus) raccolsi colà almeno una ventina di specie ; 
tanto che io avevo poi preso 1' uso di chiamare quel pezzo di fo- 
resta, la vallata dei rotang. Io mi sono varie volte lacerato non solo 
i vestiti ma anche la pelle per fare gli esemplari da erbario di que- 
ste piante, che non è raro incontrare con dei fusti della grossezza 
del polso e lunghi 50 o 60 metri (197 piedi 1 ) difesi nel modo più 
orrendo da una potente armatura di spine. In generale i botanici, 
per la difficoltà di raccogliere e conservare queste piante, si con- 
tentano di saggi molto imperfetti e trascurano i lunghi filamenti 
armati di aculei, che servono alla pianta a sollevarsi sugli altieri, e 
le guaine delle fronde falcianti il fusto, e che sono le parti più for- 
temente difese da spine. Sono per 1' appunto queste parti che oc- 
corre anzi conservare e studiare più delle altre, essendo che son 
quelle che presentano i caratteri più apprezzabili, per i quali le 
specie del genere Calamus si possono distinguere fra di loro. 

Si può quasi ritenere come regola sicura, che se una pianta ha 
delle parti spinose, tali parti hanno delle proprietà nutritive e sono 
appetite dagli animali. I Calamus e le altre palme armate di spine, 
hanno infatti un boccone molto ghiotto per le scimmie, nel ger- 
moglio centrale o grumolo, che sarebbe facilmente danneggiato, se 
non fosse validamente difeso. 

In Borneo, ad eccezione di varie palme, delle pandanacee e di qual- 
che ciperacea forestale (Vapania e Sci/rpodend/rón), piante che hanno 



') Alcuni autori hanno asserito che i rotang raggiungono sino la lunghezza di 200 metri 
(656 piedi), ma ciò mi sembra molto poco probabile. Anche Loureiro nella Flora Sella 
Cocincina descrive il suo Calamus rudentum col caule « 500 et ultra pedes longus »! 



CAPITOLO X 179 

pure da difendere i loro grumoli, poche sono le piante spinose, 
mentre tanto frequenti sono nei paesi dove abbondano i ruminanti. 
Ti sono però in Borneo varj frutti spinosi, ed a questo proposito 
basterà solo che io ricordi quelli dei durio e di altre bombacee, di 
cui la grande isola è così ricca di specie, e che contengono semi 
nutrienti o rivestiti di polpa di sapore grato, e quindi ricercati dagli 
animali. 

Forse non è cosa facile di spiegare il rapporto che esiste fra le 
proprietà nutrienti di un tessuto o di un organo di una pianta, e le 
spine che per difesa vi appariscono sopra. Per mia parte ritengo 
che le spine ripetano la loro primissima origine da stimoli prodotti 
sulle piante dagli animali, soprattutto da morsicature, punture od 
altre lesioni. 

Xelle remote epoche di plasmazione degli organismi, un animale 
brucando una pianta ne avrà accorciti i rami, i quali, se anche il 
clima si sarà prestato, avranno rivegetato corti od a punta. Pari- 
mente dei frutti, delle foglie od altri organi, se saranno stati mor- 
sicati, punzecchiati o lacerati, il tessuto cicatrizzandosi avrà potuto 
dare origine ad escrescenze, a spine, ad aculei o ad altre iperplasie, 
che col ripetersi saranno divenute ereditarie. Non è certamente al 
giorno d' oggi che le lesioni o gli stimoli possono produrre negli 
organi dei vegetali gli effetti accennati. Ciò che si osserva adesso 
in natura, o ad arte si esperimenta sotto tale riguardo, non può 
• he in minima misura riprodurre quanto ha dovuto accadere nei 
primordi della vita; perchè presentemente non si può togliere di 
mezzo l' influenza che esercita sugli esseri attuali il numero stermi- 
nato degli individui che hanno appartenuto alle generazioni passate. 
È questa influenza ereditaria che impedisce agii attuali organismi 
di adattarsi all'ambiente, e li costringe a riprodursi coi caratteri 
che già possiedono, anche se a loro questi, per mutate condizioni di 
esistenza, sono diventati adesso inutili, od anche nocivi. 

Oltre clic per le piante, io mi recavo spesso nella vallata dei ro- 
tang in cerca «li animali. I tronchi morti, stesi per terra o tutt' ora 
in piedi, erano un campo inesauribile per l'entomologo; e sui fun- 
ghi (specialmente Potyjporus) che in gran ninnerò vi crescevano ade- 
renti, trovavo sempre da riunire un vistoso bottino di coleotteri, per 
lo pih di colori semi e con macchie gialle, delle famiglie degli Ero- 
tylidi e degli Endomychidi. 

Sotto un vecchio e grosso tronco caduto attraverso al torrente, 
dove formava quasi un ponte. el>l>i timi volta la cara fortuna di cat- 
turare con le mie proprie mani un Mormolyee; una delle maraviglie 



180 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

dell'intiero mondo degli insetti. È desso uri carabico di grandi di- 
mensioni (misurando circa sette centimetri di lunghezza e tre centi- 
metri e mezzo di larghezza) e di una conformazione straordinaria, 
essendo il suo corpo estremamente schiacciato, anzi del tutto la- 
minare, con le elitre grandemente espanse ai lati e la testa straor- 
dinariamente allungata. Non si capisce a quale scopo corrisponda 
1' anormale struttura di questo insetto, che per il corpo a colori tetri 
e schiacciato, si direbbe adatto a vivere sotto le scorze; mentre però 
non sembra sia mai stato incontrato in simile condizione. Io ho ritro- 
vato in seguito un Mormolyce anche in Sumatra e questa volta pure 
alla superficie nella parte inferiore di un grosso tronco d'albero 
morto, ma sollevato dal suolo, nel più folto della foresta. 

Un giorno (12 settembre) scorsi sopra un albero, sempre nella val- 
lata dei rotang, una brigata di cinque o sei bellissimi uccelli, di una 
specie che non avevo mai visto per l' innanzi. Ucciso il primo, i com- 
pagni non si spaventarono, e così potei averne quattro, uno dopo 
1' altro. Io riconobbi subito nella mia preda la bella Pityriasis gymno- 
cephala, una delle poche forme veramente caratteristiche e speciali 
dell'avifauna di Borneo, e che per questo cercavo da vario tempo, 
e m' interessava moltissimo di ottenere. 

L'uccello ha le dimensioni di un merlo o poco più, ma con il 
becco molto grosso. Ad eccezione di un ampio collare rosso scar- 
latto, il resto del corpo è nero lucente; la testa in tutta la parte 
superiore è di un bellissimo giallo, color torlo d' uovo, e, cosa curiosa 
ed eccezionale, non è vestita di penne, ma coperta di piccole e nu- 
merose papille carnose. Anche in giro agli occhi rimane un ampio 
spazio, dove la pelle è nuda e di un bel color rosso 1 ). 

La Pityriasis può vantarsi di una rara prerogativa fra tutti gli uc- 
celli ; inquantochè le sue femmine vestono una livrea più ricca e j)iù 
ornata di quella dei maschi, sebbene le differenze fra i due sessi non 
siano molto grandi; difatti nei maschi, le penne dei fianchi sono 
uniformemente nere, mentre nelle femmine le medesime penne sono 
macchiate di rosso. 

La Pityriasis si nutre d' insetti, e nello stomaco degli individui 
da me uccisi, quando vennero preparati, si trovarono dei coleotteri, 
specialmente della famiglia delle Brentliidae, ciò che spiegherebbe la 



') Questa parte, nella figura del Pityriasis pubblicata negli Annali elei Museo civico di 
Genova, voi. V, è di color rosa. Probabilmente di tal colore si è presentata negli esem- 
plari, allorché furono estratti dallo spirito, dove io li posi per conservarli. La mia nota 
però, presa sull'animale appena ucciso, ò ben precisa a tal riguardo. 



CAPITOLO X 181 

presenza eli questo uccello in vicinanza di un diboscamento recente, 
dove sui tronchi abbattuti, tali insetti sono sempre molto abbondanti. 
Del resto è stata questa la sola volta che io bo incontrato la Pity- 
riasis, in quasi tre anni ebe sono rimasto in Borneo. 

A Mattang tutto ben considerato, vi era una grande scarsità di 
uccelli, non solo di specie, ma anche di individui. Il grosso bucero 
(Buccros Bliinoceros) era uno dei più comuni lassù; e si può dire 
che quasi ogni giorno ne vedevo o almeno ne sentivo qualche cop- 
pia scendere dall' alto del monte, venendo avvertito del loro pas- 
saggio dal volo rumoroso, rassomigliante a quello prodotto da un 
treno lontano che si avvicina, e dal grido fortissimo di « n' gam-gok, 
n' gam-gók » ripetuto più volte di seguito e che gli ha valso dai 
Malesi il nome di « burung n' gain » . Quest' uccello è estremamente 
singolare, soprattutto in causa del suo immenso becco sormontato da 
un cimiero rosso, molto ricercato per ornamento dai Daiacchi, ed an- 
che dai Cinesi, che ne fanno incetta, pagandolo un dollaro per capo. 

Il bucero è probabilmente così fiero del suo enorme casco rosso, 
che non si sa proprio quale vantaggio gli arrechi, quanto il Daiacco 
quando si adorna gli orecchi colle vistosissime buccole nelle quali 
è stata trasformata la singolare appendice. Sarà incomodo ai buceri 
quel voluminoso ornamento, ma si vede che anch'essi, come le si- 
gnore, subiscono, o meglio hanno subito, volentieri, la tirannia della 
moda, più- di raggiungere l' ideale della bellezza, durante un deter- 
minato momento psicologico '). 

Un becco così smisurato sembrerebbe che oltre ad essere molto 
incomodo, dovesse anche mal corrispondere al genere di cibo pre- 
ferito da tali uccelli, consistente per lo più in frutti di varie specie 
di fichi, che essi prima staccano dalla pianta, poi buttano in aria, e 



') Questo identico ideale sembra che lo abbia raggiunto la forma domestica d'oca 
detta figlio i.tiixtr rì/riiriiflrn), nella onalc la parte posteriore del lieeeo è rigonfia ed ac- 
cresciuta molto di volume, in modo analogo a quella dei fìnreros. In questa oca, a me 
1 movente principale clic potreldie aver tallo sviluppare l'appendice del becco 
dorrebbe essere -tato il desiderio di distinguersi, e la credenza di endeisi bella con quel- 
l'ornamento ani capo. Forse però in nessun altro animale domestico, come nei piccioni, 

la vanita, il desiderio ili piacere ed i sentimenti dell' animo, liaiino dalo 1' impulso alla 

comparsa di torme nuove, singolari ed eeeezioiialissime, che qnasi potrebbero avere il 
valor.- di specie ili formazione recente. Fra le tante varietà conosciute di piccioni, ram- 
menterò solo la pavoncella (il «fantail » degli inglesi) nella quale l'espansione delle 
penne della coda a ventaglio, originata, io mi immagino, in seguilo ad un sentimento 
«li vanità, potrebbe stari forai a rappre entari anche un Mao caso di mimiamo della coda 
dei tacchini ,. dei pavoni, dovuto al desiderio dei piccioni di eguagliarsi a questi suoi 

Compagni di allevamento. 



182 XELLE EOBE.STE DI BOENEO 

riparano quindi a gola aperta. Riproducendo ad arte la manovra 
accennata, si riesce a nutrire i giovani buceri in schiavitù ed a man- 
tenerli in vita per assai lungo tempo. 

Di quadrupedi insoliti, a Mattang, non mi capitò che un istrice, 
il quale fu scoperto dai miei uomini dentro un grosso tronco d' al- 
bero, steso per terra, ed intieramente bugio nell' interno. Ci impa- 
dronimmo dell'animale scacciandolo da una parte con una lunga 
pertica, ed accoppandolo a colpi di bastone, quando fu costretto ad 
uscir fuori dall'altra. 

Meno qualche tupaia o qualche scoiattolo, era un caso se incon- 
travo dei mammiferi nelle mie corse nella foresta a Mattang. Anche 
scimmie ne vedevo raramente. 

Quasi tutte le notti sentivo il grido del « burung ruèi » , 1' argo, 
che è molto difficile di uccidere col fucile, ma assai agevole ad im- 
padronirsene tendendogli dei lacci; ma io non avevo a Mattang 
alcuno pratico di simil genere di caccia. Una sola volta ho incon- 
trato un argo, ed ho potuto vederlo alla sfuggita. Assai di frequente 
però ho trovato nella foresta qualcuna delle sue belle remiganti, 
così sorprendenti per la lunga serie di macchie in forma di occhi, 
che le adornano. 

L' argo di Borneo (Argusianus Grayi) si considera come una forma 
distinta dall' argo di Sumatra e di Malacca (Argusianus Argus). E un 
uccello di abitudini notturne, come ne fa fede l'ora nella quale 
emette le sue aspre note amorose. Però, anche se tali abitudini non 
fossero note, se ne potrebbe avere il sospetto da tutto il sistema 
di colorazione delle sue penne, essendo queste di solito in stretto 
rapporto col genere di vita che gli uccelli conducono. 

A questo riguardo colgo 1' opportunità di avvertire una curiosa 
analogia fra il sistema di colorazione degli uccelli, e quello delle 
farfalle. In ambedue i casi, moltissime volte, il loro colorito generale 
si uniforma talmente a quello dell' ambiente nel quale d' ordinario 
passano la vita, da confondersi con questo, e da rendersi eh tal guisa 
invisibili ai nemici; mentre altre volte, tanto gli uccelli quanto le 
farfalle, sembra che dall' ambiente abbiano invece tolto l' idea di 
quanto vi è di più brillante, e di più vivacemente colorito, per 
adornarsene. Un esempio di questa analogia di colorazione nelle due 
classi di animali alati, me lo suggerisce appunto l'argo, con le sue 
penne ocellate, le quali mi sembra rammentino moltissimo, nella 
distribuzione dei colori e nell' intonazione generale, le ali del più 
grosso dei nostri farfalloni notturni (Saturnia Pyri). Gli occhi delle 
ali della Saturnia, come quelli delle penne dell' argo, sono una tale 



CAPITOLO X 183 

imitazione dei veri occhi di qualche animale, che perfino il riflesso 
chiaro della luce vi è stato riprodotto. 

Per me detti occhi stanno a rappresentare dei falsi occhi, prodotti 
originariamente da impressioni ricevute col mezzo dei veri. Si direbbe 
quasi che il pigmento delle squame della farfalla, come quello delle 
penne dell'uccello, si è aggruppato, addensato e disposto in determinati 
punti, rispecchiando l'impressione luminosa ricevuta. Sarebbe quindi 
stata una correlazione fra il sistema nervoso e i vasi sanguigni, che 
avrebbe prodotto l' immagine degli occhi, tanto nella farfalla quanto 
nell'uccello; per lo che si potrebbero quasi paragonare le penne 
degli uccelli, come le scaglie delle ali delle farfalle, col pigmento che 
contengono, a delle lastre fotografiche sensibili ai colori, che fossero 
rimaste impressionate dall' immagine formatasi nell' occhio funzio- 
nante da obiettivo. 

Ottobre 186G. — Se il genere di vita che io conducevo nel romi- 
torio di Yallombrosa si confaceva perfettamente alla mia indole, ed 
occupava ogni momento della giornata in modo così piacevole, da 
non desiderare altra distrazione, lo stesso non poteva dirsi per i miei 
Malesi, i quali un giorno, verso la fine di settembre, vennero a dirmi, 
tutti insieme, che essi sul monte avevano freddo e che volevano tor- 
narsene a Kutcing. Ed io naturalmente non potei oppormi al loro 
desiderio. Mi rimaneva il giovane Cinese, che funzionava da cuoco; 
ma che cosa facevo con questo solo, nel momento che un' infinità di 
nuovi alberi andavano mano mano coprendosi di fiori, e che la gente 
m'era necessaria per raccoglierli? Io pensai quindi di mandare an- 
che il Cinese a Kutcing a cercare altri uomini. Ma passano tre, quat- 
tro, cinque e più giorni e nessuno si vede di ritorno. 

A me non dispiaceva affatto la vita da eremita che conducevo. 
Provavo anzi una certa sodisfazione di non aver bisogno di alcuno; 
godevo perfetta salute; pericoli per parte degli animali non ve ne 
erano; per parte degli uomini nemmeno; avevo riso a sufficienza ed 
il mio pollaio era ancora assai ben provvisto; però sembra che la 
maggiore solitudine e tranquillità del luogo, attirasse alcuni animali 
selvatici, forse delle viverre, scomparendo tutte le notti qualche gal- 
letto, ciò che mi decise a mangiarli tutti al più presto, invece di 
[asciarli in pasto agli animali selvatici, dei quali mai in vero non 
riuscii ;i cederne uno. Spesso la notte sono stato svegliato dal grido 
• I' allarme <• lamentevole 'li un gallo, che pei- «lue o tre volle rimase 

anzi t'eiito dai loro artigli, imi che riuscì sempre, non dico a, mante- 
nere intatta là pelle, ma a scampare la morte. 

Era ima delle mie occupazioni della giornata, preparare il mio 



184 NELLE FORESTE DI BOE-XEO 

desinare, tirare il collo ai polli, pelarli, metterli nella pentola e cuo- 
cere il riso; che a tanto si riduceva il mio pranzo. Se non quando 
uccidendo un porgam o un bucero, mi si offriva il destro di cuo- 
cerli « al diavolo » sulle graticole da seccare le piante. 

Uno dei miei pensieri maggiori era quello di mantenere il fuoco 
acceso da un giorno all' altro. Non avendo fiammiferi provavo una 
difficoltà grande a doverlo riaccendere coli' acciarino e la miccia ; 
non per fare incendiar questa, ma per far levare la fiamma, tanto 
più che il tempo si era buttato al piovoso, ed ogni oggetto era saturo 
d'umidità. Una mattina però non trovai più tizzoni accesi sotto la 
cenere; volendo quindi cuocermi qualche cosa da mangiare, bisognò 
che mi mettessi all'opra per riaccendere il fuoco; ma i miei tenta- 
tivi coli' acciarino riuscirono vani per un' ora buona. Alla fine mi 
ricordai che avevo della polvere da caccia e che una volta incen- 
diata la miccia, con tal mezzo far levare la fiamma era facile cosa. 

Ma la stagione andava sempre peggiorando. Il monsone di N. E. 
cominciava a farsi sentire, ed improvvise burrasche di vento mette- 
vano a soqquadro il mio romitorio. In quest'unico strappo della fo- 
resta, il vento aveva molta presa, e varj degli alberi minacciavano 
da un momento all'altro di cadere. Ed uno davvero, divelto dal 
suolo per l' imperversare della bufera, venne ad abbattersi, fortuna- 
tamente di giorno, sulla mia casa, fracassandone una cantonata. 
Durante un'altra burrasca, in una notte scurissima, lassù in quei 
boschi sembrava il finimondo. Il vento fischiava fra le fronde degli 
alberi altissimi, schiantando rami da ogni parte, ed ogni tanto si 
sentiva il fragore del rovinìo di una grossa pianta o di qualche 
vecchio tronco. L'acqua cadeva a scrosci improvvisi, e giù con essa 
una pioggia di bronconi e stecchi dagli alberi sovrastanti. Io stavo 
in apprensione che qualche ramo più grosso degli altri non mi ca- 
desse sulla testa, o che un albero intiero rovinando, non mi sep- 
pellisse sotto la sua ramaglia. Quando al cielo piacque la burrasca 
si calmò, e potei prender sonno ; ma già da dodici giorni ero lassù 
solo, e pensai che il miglior partito era di ritornare a Kutcing; e 
così feci il giorno dopo il temporale. Gli uomini mi erano poi indi- 
spensabili, anche per riparare la casa, resa quasi inabitabile. 

Trovai che a Kutcing il mio Cinese non aveva nemmeno pensato 
a cercarmi nuova gente, e che anzi era andato via dal paese. Ma la 
facilità con la quale i servi in Sarawak vi abbandonano, è compen- 
sata dalla facilità con la quale si rimpiazzano. Xon durai quindi 
fatica a ritrovarne subito dei nuovi. 

Eimessa insieme la gente che mi occorreva, il giorno 10 ottobre 



CAPITOLO X 185 

per prima cosa feci ima escursione a scopo di caccia a Buntal, alla 
foce di mio dei canali minori del delta del Sarawak, dove avevo 
sentito dire che in questa stagione si riunivano moltissimi animali 
di padule. 

Il fatto era vero, ed in certi punti trovai l'intiera linea del mare 
letteralmente coperta da interminabili file di uccelli. Xon ricordo 
quanti ne uccidessi ; esaurii però le mie munizioni e conservai esem- 
plari di ben otto specie, che non figuravano ancora nella mia col- 
lezione '). 

Xella seconda metà di ottobre ed ai primi di novembre mi occu- 
pai dell' imballaggio delle collezioni già preparate, e soprattutto 
cercai di procurarmi dagli indigeni quei prodotti vegetali, di cui 
potei venire a conoscenza. 

Alla metà di novembre intrapresi una escursione alle sorgenti del 
Sarawak, e questa formerà soggetto del capitolo seguente. (Fig. 36). 



') Le specie raccolte furono le seguenti: Aegialilis Peronii, Aeg. mongolicus, Aeg. Geof- 
froyi, Slrepsilas interpre», Pelidna subarcuata, Actodromas aìbenceus, Terekia cinerea, Nu- 
meniu* phaeopim (Vedi Salvadori, Uccelli di Borneo). 




'■ ■' ' ' ir — i — 



Capitolo XI 



- Piante delle sponde del nume - Pankalan ampat - In cerca di carbon fossile - Gu- 
nong Wà - Grandi bambù - Un banchetto daiacco - Nuove specie di fratti - Strade oltre 
i confini - Senna - Altri frutti e piante domestiche - Sorgente termale - Escursione sul 
ramo occidentale del Sarawak - La caverna del vento (Lobang angin). 



La notte del 15 novembre, al momento che la marea accennò a vol- 
tarsi favorevole, mi mossi dal mio quartier generale di Kutcing per 
rimontare il Sarawak, seguendone il ramo meridionale, nel quale si 
raccolgono le acque che scendono giù dai fianchi del monte Penner- 
rissen. Oltrepassata Lida-tanà, e venuta meno l' influenza della ma- 
rea, si voga colle pagaie sino quasi a mezzogiorno. Cotto e mangiato 
il riso si continua a risalire; ma la corrente facendosi sempre più forte, 
siamo costretti a ricorrere al « swar ». È questa una pertica od un 
bambù molto resistente, che serve a spingere la barca, facendo punto 
d'appoggio il letto del fiume, col qual mezzo, quando l'acqua non è 
molto profonda, si riesce a progredire assai speditamente. Oltrepas- 
siamo il piccolo affluente di Sunta, dove troviamo varj Malesi occu- 
pati a cercare diamanti. Alle tre pomeridiane si giimge al villaggio 
• li Isoom ; quivi oltre a molti cercatori indigeni, incontriamo un In- 
glese, il quale, per conto della Borneo Company, tentava esso pure 
La speculazione dei diamanti, adoprando un barcone fornito di una 
specie ili draga in t'orma di gran cucchiaio, che serviva a tirar su dal 
fondo del fiume la ghiaia, fra mezzo alla quale si trova la- preziosa. 
gemma. 

lt;ii Malesi il lavaggio dei diamanti si eseguisce nel solilo modo 
libilo per l'oro; servendosi cioè di certi dischi vassoj circolari di 
legno, chiamati • dulang», di 50-70 centimetri di diametro, e sca- 



190 XELLE FORESTE DI BOEJfEO 

vati in forma di cono apertissimo. Una certa quantità di ghiaia o di 
terra vien posta nel vassoio, al quale s' imprime un movimento rota- 
torio, abbassandolo nel tempo stesso di tanto in tanto nell'acqua 
corrente. Nel far questa manovra l'acqua porta via tutta l'arena 
più leggiera, mentre la ghiaia più pesa, insieme a quel che vi può 
essere di particelle metalliche o di pietre preziose, rimane al fondo, 
nel centro del vaso. I diamanti che si trovano a Koom, come al- 
trove sul Sarawak, di rado sono di acqua molto pura, ed hanno di 
ordinario una tinta giallastra. Qualcuno ne ho visto tendente al 
rosso, colorazione molto apprezzata in paese, quando la gemma 
non è troppo piccola. I diamanti che mi sono stati mostrati erano 
di forme variabilissime ; ne ho visti di ottaedri perfetti, ed altri con 
tre e sei faccie sopra ognuna di quelle dell' ottaedro, non facendo 
difetto nemmeno qualche forma emiedrica o dimezzata. Insieme alla 
ghiaia diamantifera si trova spesso dell'oro, ma in piccola quantità. 
Un malese mi mostrò il suo frutto di tre mesi di lavoro, consistente 
in quattro piccoli diamanti, che fra tutti non saranno pesati mezzo 
carato. Un altro, che in un mese era riuscito solo a mettere insieme 
qualche paglietta d'oro, per un valore forse di un paio di franchi, 
mi raccontò di avere speso quattro dollari in provvisioni per venir 
sul posto, e di aver pagato un altro dollaro al Governo per il per- 
messo di lavorare. I più assidui hanno però la speranza di potere 
alla fine trovare una pietra del valore di 100-150 dollari, che li 
ricompensi delle fatiche e delle spese incorse durante qualche mese 
infruttuoso. 

Per pesare i diamanti i Malesi si servono di certi semi chiamati 
« bua saga » , grossi come un pisello od un poco più, ma alquanto 
depressi, e quasi irregolarmente lenticolari, durissimi, con superficie 
levigata e di un bel rosso. Tali semi, ognuno dei quali corrisponde 
ad un carato, sono prodotti da un albero della famiglia delle legu- 
minose, YAdenantJiera pa/vonina, originaria dell'India e che s'incontra 
talvolta piantata in vicinanza delle abitazioni anche a Sarawak. Io 
ho voluto riscontrare quale poteva essere l' approssimazione nel peso 
del carato servendosi dei semi di Adena/ntìiera per unità di misura, e, 
con mia sorpresa, ho trovato che essi, sotto questo riguardo, variano 
pochissimo fra di loro, corrispondendo ognuno con molta precisione 
al carato inglese, valutato a 205 centigrammi. Difatti di cinque semi 
presi a caso, tre avevano esattamente questo peso, e due un cen- 
tigrammo meno. 

Il mestiere di cercare diamanti è molto adattato allo spirito dei 
Malesi, i quali, giocatori per eccellenza, amano tentare la fortuna, e 



CAPITOLO XI 191 

la speranza di potere una volta o l' altra fare nn bel guadagno, non 
fa loro riflettere che un lavoro assiduo e costante sarebbe ben più 
vantaggioso. I Cinesi invece preferiscono i lavaggi d'oro, dove il 
profitto giornaliero è piccolo, ma sicuro. 

Durante il mio soggiorno in Borneo non ho avuto notizia che 
siano stati trovati grossi diamanti nel Sarawak; ma non è nell'in- 
dole del Malese eh far molto rumore intorno ai colpi di fortuna, 
ed il pili delle volte se qualche grossa pietra viene scoperta, esce 
di nascosto dal paese. Forse anche si teme di far conoscere che il 
mestiere è lucroso, per l' idea che possa venir tassato più fortemente 
dal governo. In seguito però, nel medesimo punto che io ho visitato, 
si dice che vi siano stati trovati diamanti di 16 e 18 carati, ed uno 
sino di 72. 

La sera, insieme all' Inglese, servendoci di una piccola barca, ri- 
salimmo per circa un'ora e mezzo il fiume, che diventa sempre più 
ingombro di rapide e meno profondo, ma anche più pittoresco (fig. 37), 
facendosi strada framezzo a roccie calcaree dalle forme più bizzarre. 
Queste roccie; che sono a superficie molto ineguale, talvolta in ri- 
lievo e t alai tra incavata e corrosa dalle acque o dalle intemperie, 
contengono diversi fossili, fra i quali si riconoscono facilmente delle 
conchiglie bivalvi e degli echinodermi '). In qualche punto il calcare 
apparisce disseminato di tubercoli della grossezza di un pugno, con- 
sistenti in concrezioni silicee, dette « battù tikus » (pietre topi) dai 
31 alesi, per la forma loro ed il colore bigio, più scuro del rimanente 
della pietra. 

Gli alberi che s' incontrano sulle sponde, sono tutti differenti da 
quelli della parte più bassa del fiume. 

Ritorniamo a Koom che è di già buio, accompagnati da una 
Ione pioggia. Il giorno veniente (16) ci proponiamo di fare una pic- 
cola ricognizione verso le sorgenti del Sarawak in cerca di minerali. 
La nostra comitiva si componeva di circa 25 persone, repartite in 
quattro barche, due più grandi e due più piccole. Partiti la mattina 
alle 8, non ci fermiamo clic a mezzogiorno il solo tempo necessario 
per cucinare sopra una isoletta del fiume. In queste vicinanze, nelle 
piantagioni abbandonate, trovai frequente un banano selvatico (31 usa 
campestri*, Beco., P. B. u.° 2722). Si arriva alle 3 pom. a S'bungò, vil- 
laggio daiacco, e qui <-i disponiamo a passare la notte. Esaminando i 
ciottoli del letto del fiume, troviamo dei frammenti di una sostanza 



dalle mie noto, ma 'li questi fossili non esistono più i saggi olio avevo ripor- 
tato pei lo studio. 



192 NELLE EORESTE DI BORNEO 

carboniosa rassomigliante a grafite, che ci proponiamo nel giorno 
seguente di rintracciare da dove provenga. 

17 novembre. — Partiamo la mattina verso le 8 e mezzo. La roc- 
cia, nel paese che si attraversa, ora è calcarea, ora è schistacea, ora 
arenacea, e spesso s' incontra anche ima specie di conglomerato. 
Qualcuna delle masse calcaree si eleva qnasi verticalmente sino 
all'altezza di 100-150 metri ed è rivestita di piante che sino a qui 
non conoscevo; ma raccoglierle non è cosa facile, su quei dirupi 
inaccessibili. A un certo puuto biforcandosi il fiume, noi pren- 
diamo il ramo che rimane alla nostra sinistra, che è anche quello 
che più si inoltra nell' interno del paese. Si superano facilmente 
varie rapide o « Eiam ». Il mio sampan è piuttosto grave per 
questo fiume, ma riesciamo a trasportarlo anche oltre Eiam Li- 
dong, 1' ultima e più pericolosa, trascinandolo col mezzo di rotang 
al di sopra di grandi massi, framezzo ai quali l' acqua spumeggiante, 
ripercossa da ogni lato, si fa strada con grande impeto e velocità. In 
quest'ultimo tratto del fiume le sponde sono quanto mai si può 
desiderare di più pittoresco, specialmente per gli alberi abbarbicati 
fra gli scogli, e che stendono radici serpeggianti da ogni parte, 
mentre i loro rami sporgenti spandono sull' acqua un' ombra fresca 
da noi molto apprezzata. 

Uno degli alberi più comuni in tali punti, è una nuova specie di 
fico che si carica, sui grossi rami, di grappoli di bei frutti rossi, si- 
mili ai nostri fichi, ma di un sapore acidulo non spiacente '). 

Fra gli alberi più notevoli nelle vicinanze di Eiam Lidong, non 
posso tralasciare di rammentare la bella Dillenia Indica ed una dit- 
terocarpea, chiamata dai Malesi « niengkabang tciankiè » (Isoptera 
Bomeemis, Scheff.), che produce ima quantità immensa di piccoli 
frutti simili a nocciole, circondati da un calice di cinque lobi tondi ; 
i quali frutti, maturando nella stagione delle pioggie e cadendo in 
grandissima quantità nell' acqua, vengono dalla corrente trasportati 
sino a Kutcing, dove le donne ed i ragazzi li ripescano, essendo 
molto ricercati per la buona qualità d' olio di niengkabang che som- 
ministra il loro seme. 

Oltrepassata Eiam Lidong, dopo poco si arriva ad un punto dove 
il fiume si biforca di nuovo. Il ramo sinistro (per noi che si rimonta) 
conduce a Senna, mentre sul destro s' incontrano subito alcune case 



l ) Descritto poi da Sii- George King sui miei esemplari col nome di Ficus acidula. I succhi 
acidi sono una cosa anormale nei Ficus; anzi, che io conosca, è questa l'unica specie di 
questo genere che offra una tale particolarità. 




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13 — Beccasi, .%>«« A>r«<e </. /; 



194 NELLE FORESTE DI I50KXEO 

di ortolani cinesi e di piccoli commerciali ti malesi, i quali al tempo 
stesso lavorano ai lavaggi di diamanti. Avevamo impiegato cinque 
ore per giungere da S'bungo sino a qui. Il luogo si chiama Pankalan 
ampat; ciò che significherebbe lo scalo (pankalan) per quattro (am- 
pat) villaggi, forse perchè varie tribù di Daiacchi vengono ad approv- 
vigionarsi in questo punto. 

Domandando ai Malesi se conoscevano nessun posto nelle vici- 
nanze dove si trovasse del carbon fossile, o com' essi dicono del 
« battìi aran » (pietra carbone), ci venne indicato a questo riguardo 
un piccolo ruscello che sbocca al di sotto della prossima rapida. 
Eimanendoci ancora alcune ore di giorno, decidiamo di andare su- 
bito a vedere di che cosa si tratta. Prendiamo una piccola barca 
con due uomini ben pratici per scendere Biain Lidong, cosa assai 
più pericolosa che a rimontarla, ed in un quarto d' ora giungiamo 
ad un luogo detto « Battìi udgion » dove, sul lato sinistro del fiume 
(per chi scende) sbocca un piccolo ruscello, risalendo il quale per 
qualche centinaio di passi, si trova il presunto carbon fossile. Si 
tratta invece di uno schisto carbonioso, formante un filone di circa 
un metro di spessore, ed interposto fra l' arenaria ed il calcare. 
I nostri informatori ci assicurano che in questo ruscello sono stati 
trovati anche dei diamanti; io vi ho raccolto invece dei pezzi di 
legno fossile silicizzato, riferibile, a quanto sembra, ad una specie 
di Oìjcadoxylon. 

18 novembre. — L'Inglese è costretto a ritornare indietro, ma io 
mi trattengo per aspettare i Daiacchi, che avevo mandato a chia- 
mare a Senna, e dei quali avevo bisogno per trasportare il mio ba- 
gaglio, non che per servirmi di guida per il monte Pennerrissen, di 
cui volevo tentare l' ascensione ; ma sono di già le 9 e nessuno com- 
parisce da quel villaggio; giungono invece da Tappò Kakas, due in- 
dividui, qui venuti per comprar del sale, e che di buona voglia si of- 
frirono di condurmi al loro villaggio sulla montagna; mi metto quindi 
in marcia con loro insieme ai miei Malesi verso le 11, prendendo il 
meno bagaglio possibile. Attraversiamo da prima alcuni giardini 
cinesi e presto ci troviamo ai piedi di una collina, chiamata Gunong 
kaki. Di qui volendo giungere al villaggio delle guide, si possono 
seguire due strade; delle quali una scavalca il rammentato monte, 
mentre l' altra vi gira intorno, seguendo il corso del fiume, nel quale 
bisogna camminare per lunghi tratti, e che qui prende il nome di 
« Sungei T'bià ». Temendo che la mia provvista di carta per la via 
del torrente si possa bagnare, preferisco scavalcare la collina; ma 
non è una collina sola che si sale e si scende; sono diverse, e per 



CAPITOLO XI 195 

di più bisogna anche attraversare più volte il torrente, in certi punti 
assai fondo e rapido. A momenti io mi sentivo così sollevato dalla 
forza dell'acqua, che certamente sarei stato da questa travolto, se 
le guide non mi avessero preso per le braccia, framezzo a loro. Esse 
coi loro piedi nudi riescivano ad aggrapparsi ai sassi del fondo, ed 
avevano per questo un vantaggio sopra di me, che portavo scarpe. 

A volte si attraversano profondi burroni sopra semplici bambù, 
collegati agli alberi in modo ingegnoso, formando dei ponti sospesi 
(fig. 38), molto più piacevoli a vederli da lontano che a starvi 
sopra. 

Arriviamo al villaggio di « Tappò Kakàs » quasi a buio. Strada 
facendo incontrai in fiore una grossa pianta di Vanda (Benanthera) 
Lowii, la più bella delle orchidee eh Borneo, molto apprezzata nelle 
serre di Europa, dove produce fiori a profusione quanto in natura, 
se non forse più; però nelle serre, coltivata, per il solito, diritta so- 
pra un vaso, acquista un portamento ben differente da quello che 
le è proprio nelle selve native, dove abbarbicata a qualche tronco 
d'albero, o nella biforcazione di un grosso ramo, sporge all' infuori i 
fusti e le foglie, mentre le spighe cariche di grandi fiori, ed alle 
A'olte lunghe sino tre metri, rimangono giù penzoloni. 

Il terreno che traversammo era molto accidentato, di qualità mi- 
gliore di quello che soglia incontrarsi nelle vicinanze di Kutcing, e 
grandemente imbevuto d'acqua, che scaturiva da tutte le parti, rac- 
cogliendosi chiara e limpida nei torrenti. 

A Tappò Kakàs fui condotto ad alloggiare in una casa situata alla 
estremità del villaggio, che in quel momento trovai deserto, essendo 
tutti allora occupati nei campi a ripulire il riso dalle male erbe. 
Eia mia intenzione da questo luogo, che rimane a chea 350 metri 
di altezza, di raggiungere (lunong Pennerrissen (o, come ho sentito 
anche dire, « Mengrissen >) considerato come uno dei punti più elevati 
di tutto Sacawak, sebbene di certo più basso di Gunoug Poe. Visto 
da lontano, Pennerrissen, non sembra nemmeno die abbia proprio 
una «-ima, e che s'innalzi molto al di sopra dei monti circonvicini. 

[ Daiacchi di Tappò Kakàs, per qualche motivo che non riuscii ad 
indovinare, non tollero servirmi di guida verso la montagna, e cer- 
carono di distogliermi dalla mia idea, raccontandomi indicibili diffi- 
coltà per ani\ arsi. 

l)i certo, dal villaggio dove io mi trovavo, la via di Pennerrissen 
non eia breve; tenendo quindi conio della scarsità delle provviste 
Che avevo porlato meco, feci di uecessilà virtù, e mi accoiitenl ai di 
-alice il inolio pili prossimo GlTOOng \\ à. 



196 NELLE FORESTE DI BOENEO 

19 novembre. — Quattro o cinque Daiacchi ini accompagnarono 
nella gita servendo da guide. Invero la parte più difficile della ascen- 
sione di Gunong Wà è di raggiungere il villaggio dal quale io partii, 
essendo che da questo punto in su il terreno si solleva molto gra- 
datamente. Dopo poco più di due ore di continuo cammino per un 
facile ed agevole sentiero, ci trovammo sulla cresta della mon- 
tagna, o piuttosto su di un altipiano, non avendo Gunong Wà un 
punto veramente culminante. Per sì fatto motivo non rimasi molto 
soddisfatto della mia ascensione, non avendo potuto ottenere di lassù 
una veduta generale del paese sottoposto, che l'alta foresta primi- 
tiva impediva la vista da qualunque parte mi voltassi. 

I monti che avevo traversato erano formati (come dall' apparenza 
ritenni fossero quelli di tutto il gruppo) di una pietra arenaria, molto 
facilmente disgregabile, ad elementi spesso grossolani e contenente 
gran quantità di ciottoli quarzosi ed altre pietre silicee. Si può dire 
che spesso la roccia, piuttosto che d'arenaria, consista di un con- 
glomerato quarzoso. Avendo esaminato i terreni dove si trovano i 
diamanti, i così detti « karangan » (letti di ghiaia) a Sunta, e lungo 
tutto il corso del Saravrak, mi sembra molto probabile che essi trag- 
gano origine dall' accumulamento di materiali distaccati dalla massa 
rocciosa del gruppo del Pennerrissen. Secondo questo modo di ve- 
dere, anche i diamanti, in origine, dovrebbero trovarsi incastrati nella 
roccia, di cui detto gruppo si compone. 

Sino ad un' altezza di oltre 600 metri, tutte le pendici della mon- 
tagna erano in quel momento, od erano state una volta, utilizzate 
per la coltura del riso, e non vi esisteva più foresta primitiva. 

In molte delle antiche piantagioni abbandonate cresceva a pro- 
fusione e con gran rigoglio un enorme bambù, forse un Dendroca- 
lamms, che mi rammentava quello che avevo visto nel giardino di 
Paradenya in Ceylau. Il bambù di Gunong Wà per altro aveva la 
particolarità di contenere molta acqua freschissima e limpidissima 
nelle canne giovani, dalle quali si faceva zampillare come da una 
fonte, facendovi un buco. Io non ho osservato altrove questo fatto, 
ed ignoro se sia una prerogativa propria di tale specie, o se si ri- 
scontri anche in altri bambù, quando, come nel caso attuale, questi 
crescono in luoghi eccessivamente ricchi di acqua 1 ). 



') Anche da noi a Firenze, un anno (giugno 1894) che vennero delle forti pioggie 
quando le canne di una specie di Sambusa (B. viridi-glauceacem) spuntavano dal terreno, 
molte di esse le trovai con gli intcruodi pieni d'acqua. Questi perii, in causa di tale anor- 
male assorbimento, presto ingiallirono e perirono, staccandosi gli internodi uno dall' altro. 




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198 NELLE FORESTE DI BORXEO 

I grandi bambù in • Borneo non s' incontrano mai nella foresta 
primitiva, ma sempre in luoghi stati una volta sottoposti a cultura 
o nelle vicinanze delle abitazioni. È quindi possibile che anche la 
specie ora rammentata sia ci' origine forestiera e che sia stata im- 
portata da Giava, insieme ad altre piante domestiche, quando l'in- 
fluenza benefica della corrente civilizzatrice indo-giavanese si estese 
anche sulle popolazioni di Borneo. 

Su questi monti ho visto una iugegnosa maniera di utilizzare le 
canne dei grandi bambù per costruire capanne o ripari temporanei 
nel giongle. A questo scopo le canne, spaccate nel mezzo, oltreché 
servire per chiudere le pareti, vengono adoperate per formare il 
tetto, posandole, alternativamente, una colla parte convessa ed una 
colla parte concava rivolta in alto, sovrapponendone i rispettivi mar- 
gini '), precisamente come nella copertina dei tetti con tegoli, i quali 
forse sono la riproduzione in terra cotta del primitivo sistema in 
bambù. 

Sulla sommità di Gunong Wà non ho potuto raccogliere molte 
piante, le più essendo arboree e senza fiori; osservai nondimeno 
varie specie di Quercus, alcuni grandissimi individui di Podocarpits 
cupressma, E. Br., e YJBhigmsonia, di già trovata a Mattang, e che 
sembra prediliga i monti di arenaria. Ma il risultato maggiore, ot- 
tenuto da questa escursione, lo rappresenta senza dubbio una nuova 
Jotnvillea (J. Borneensis, Becc.) : pianta che si direbbe partecipi del- 
l' aspetto delle graminacee e delle palme, con un fusto della dimen- 
sione di una sottile cannuccia, alto due o tre metri, e con delle 
foglie allungate e pieghettate. Di Joinvttlea, oltre la presente, se ne 
conoscono altre due sole: delle quali una vivente nelle Sandwich, 
e l'altra nelle Fidgi. Tutte e tre sono però similissime fra loro, ma 
quella di Borneo è più affine alla specie delle Fidgi che all'altra, 
e solo ne differisce per dei caratteri minuti del fiore. Il ritrovamento 
di questa pianta sopra Gunong Wà è un fatto estremamente singo- 
lare, avuto riguardo all'immensa distanza che la separa dalle spe- 
cie affini. Forse, le Joinvillea erano in passato piante più diffuse di 
adesso, e qualche causa speciale le ha distrutte nelle stazioni inter- 
medie? 

Fra gli oggetti curiosi riportati da questa gita, merita pure di esser 
ricordata una nuova specie di pianta parassita dall' aspetto di un 
fungo {Balanopliora refiexa, Becc). 



') I tetti delle capanne dei Katein nel Tenasseriin sono coperti con questo medesimo 
sistema (Fba, l. e, pag, 382). 



CAPITOLO XI 199 

20 novembre. — Stamattina avrei avuto intenzione di ritornare a 
Pankalan ampat, ma l'Orang-kaya mi ha invitato a rimanere, do- 
vendo aver luogo oggi nel suo villaggio una delle grandi teste an- 
nuali dei Daiacchi. 

Assai di buon' ora si è posto mano ai preparativi di un gran ban- 
chetto sulla terrazza o piattaforma, che sporgeva al di fuori della 
parte coperta di una delle case più grandi. Quivi, lungo un lato, 
pendevano da un palo orizzontale una diecina di gong di bronzo, 
che formavano l'orchestra destinata a rallegrare il convito. Sopra 
grandi foghe di banani, che tenevan luogo di tovaglia, erano po- 
sate le vivande, consistenti principalmente in riso, in pezzetti di 
porco e di pollo bollito, ed in pesci secchi o salati; ma il condi- 
mento più prelibato era una specie di conserva, composta di carne 
di porco tagliuzzata e da qualche mese posta a marcire in un bambù, 
insieme alla polpa dei frutti di durio. Con tal genere di preparazione 
lascio considerare quali esalazioni pestifere emanasse quella poltiglia 
esecranda, che nondimeno costituisce una lussuriosa ghiottoneria per 
quei Daiacchi. Dal mezzogiorno in poi sino a sera, 1' orchestra dei 
gong e dei tamburi non ha cessato un momento di flagellare le 
orecchie, ed è stata tavola imbandita per tutti quelli che si sono 
presentati. 

Intanto, per utilizzare il tempo, io mi sono fatto portare dei saggi 
di tutti gli alberi da frutto, coltivati in questo luogo. Oltre ai so- 
liti, che conoscevo di già, perchè universalmente piantati intorno a 
tutti i villaggi daiacchi, trovai il « bua ruppi » (Materiospermum 
TapoSj Bl.) bellissimo albero della famiglia delle euforbiacee, con 
frutti che si fendono in tre spicchi, ognuno contenente un grosso 
seme feculaceo, lungo sino tre centimetri e mezzo. 

Il ruppi era coltivato, ma venni assicurato che talvolta s'incontra 
anche selvatico nella prossima foresta; i suoi semi divengono man- 
giabili solo dopo essere stati tenuti per qualche tempo a macerare 
nell'acqua. Ma i frutti più speciali di Tappò Kakàs, erano cinque 
Nepkelium, simili al comune rambutan (Nephéliurn la/ppaceivm), bensì 
da onesto distinti, ed all'epoca della mia visita tuttora scientifi- 
camente sconosciuti. Essi sono stati in seguito descritti dal professor 
Badlkofei di .Monaco, dietro gli esemplari raccolti in questa occa- 
sione. Eccone i nomi: << Una snonok » (N&phelium daedaleum), « Bua 
stagòs ■ (.V. reticulatum), ■■ Bua paròt » (.V. mnltinerrhnu), « Bua si- 
i>;"i<> ■ (X. Xa/nthioides), « Bua pergàm » (.V. cliryseum). 

Questi frutti differiscono fra loro alquanto uell' apparenza esterna, 
ma si rassomigliano per il sapore della polpa che avvolge- il seme. 



200 NELLE FORESTE DI BORNEO 

Sono essi specie della foresta trasportate intorno casa? O sono piut- 
tosto forme ibride fra qualche specie selvatica ed il Nepheìium lap- 
paceumf A questa domanda nou saprei cosa rispondere. È certa- 
mente un fatto insolito di trovare quattro o cinque specie congeneri 
di buoni, frutti domestici, coltivati in un medesimo villaggio e tut- 
tora sconosciuti dai botanici. 

Da Tappò Kakàs si diramano varie strade (strade per modo di 
dire) che conducono nel territorio olandese. Siccome io mi propo- 
nevo una volta o l'altra di fare questa traversata, mi detti premura 
di prendere informazioni precise a tale riguardo. 

Scendendo il versante opposto della montagna che avevo salito, 
si incontra la parte superiore del corso del Sambas, ed è da questa 
parte che passa un sentiero, forse il più corto, per transitare dal- 
l' alto Sarawak nel territorio olandese. Tenendosi un poco più ad 
oriente, vi è una strada tra Gunong Wà e Gunong Sikkom che porta 
alle sorgenti del fiume di Landak. Una terza strada, ancora più ad 
oriente delle precedenti, passa fra Gunong Badgi e Gunong Penner- 
rissen e fa capo al paese di Sangò, da dove scorre il Sikayan o Iva- 
rangan, affluente del Kapùas. 

Anche da Senna si può passare nel bacino del Kapùas. In questo 
caso la strada lascia il monte Pennerrissen a ponente, attraversa di 
poi la collina chiamata Sodòs, da cui scaturisce il Sadong, e fa capo 
a Seuankan, presso le sorgenti del fiume omonimo. Questo primo 
tratto (da Senna) si percorre in uu giorno e mezzo; poi da Senankan 
con cinque o sei ore di cammino, senza che si abbiano a traversare 
rilevanti elevazioni di suolo, si giunge a Sempiò, indi a Mrao ed 
a Sintas, villaggi tutti situati sul Karangan. 

Il gruppo del Pennerrissen è una esazione isolata, che non fa 
parte di alcuna estesa catena, ed è interposta fra il territorio di 
Sarawak e quello di Sambas e Pontianak. Dal gruppo del Penner- 
rissen scendono dal lato nord le acque tutte del ramo orientale del 
Sarawak, ed in parte quelle del Sadong, e da quello di mezzogiorno 
i fiumi di Sambas, di Landak ed il Sikayan, affluente, come ho detto, 
del Kapùas. 

Ritornai il 21 a Pankalan ainpat, trattenendomi quivi anche il 
giorno seguente, per raccogliere le molte piante interessanti che 
avevo osservato passando. Fra le più notevoli rammenterò un 
mangustino selvatico chiamato « bua kandon » {Garcinia Beccarli, 
Pierre), che avevo visto anche in altri punti delle rive di questo 
ramo del Sarawak. È desso un albero piccolo che produce dei frutti 
della forma e grossezza di piccole mele selvatiche con la buccia di 



CAPITOLO XI 201 

fuori rosea, tendente al giallastro, contenente pochi semi circondati 
da una polpa acidula, molto piacevole e che rammenta alquanto 
quella del inangustino. Il frutto di questa Garcinia è forse il migliore 
fra quelli prodotti dalle specie selvatiche di detto genere, conosciuti 
iu varie parti della Malesia col nome di « bua kandìs », i quali sono 
spesso assai gradevoli al gusto, ma sempre troppo acidi. Oltre alla 
bontà del suo frutto la Garcinia Beccarli è anche notevole per una 
specie di « gambogie » o «gomma gutta», di assai bella apparenza, 
che stilla dal suo tronco. 

23 novembre. — Sono andato a Senna, dove si arriva facilmente 
seguendo il fiume che scorre limpido e poco profondo sopra un 
letto di ghiaia unita. L' acqua essendo bassa, occorreva adoprare il 
swar, che i Daiacchi di queste parti, uomini e donne, maneggiano 
con ammirabile maestria. 

Senna è uno dei più grossi villaggi dei Daiacchi di terra; e nu- 
merose case sorgono da una parte e dall' altra del fiume, in un bel 
ripiano, ombreggiato da magnifiche piante di durio, di rambutan, 
di cocchi, di areche e di altri alberi fruttiferi. 

Sopra uno dei più grandi rambutau, fra i grossi rami, osservai uua 
capauua, dove abitavano alcuni poveri diavoli, segregati dal rimanente 
della popolazione, essendo affetti da una schifosa malattia (credo 
lebbra) riconosciuta attaccaticcia anche dai Daiacchi. Oltre 20 anni 
prima, Low aveva osservato il medesimo sistema d' isolamento a 
Senna, e chi sa che la capanna non fosse sul medesimo albero sul 
quale l'ho vista io stesso. 

A Senna gli alberi fruttiferi sono tenuti molto in onore, e sembra 
che il suolo sia straordinariamente adattato al loro sviluppo. Alcuni 
li vedevo per la prima volta; di questo numero era il « bua payà » 
(FhicDiirtiii acida), il « bua sintòl » (Sandorimm Maii/ngayi, Hieru), ed 
il - bua lagnièr ■>, conosciuto dai Daiacchi più specialmente col nome 
di ' Ima augnarli) ». Di quest'albero, che non acquista grandi di- 
mensioni, non In» trovato i Mori, e non saprei con sicurezza a qual 
genere, e nemmeno a qual famiglia- riferirlo. Produce dei frutti 
giallo-verdicci perfettamente sferici e lisci, grossi come una piccola 
arancia, non di gran merito per cibo, essendo la polpa bianca- che 
ne avvolge i semi dolcissima, ma piuttosto nauseante. I Malesi però 

Canno caso del bua lagnièr, essendo usato come sapone nelle lavande 

della testa. 

I Daiacchi <li Senna coltivano anche alcune piante tuberose; fra 
queste una Tacca ed nini Vio8corea; almeno a questo ultimo genere 
io lio riportato una pianta chiamata ■■ gadong », di cui mi sono state 



202 NELLE EORESTE DI BORXEO 

mostrate solo le foglie, e che produrrebbe tuberi tanto colossali, da 
richiedere due uomini per portarli. 

Le piantagioni di riso in quest' epoca erano invase dalle mal' erbe, 
e le donne erano occupatissime ad estirparle (tìg. 39). Inutile dire 
che tali erbe appartenevano tutte a specie di grande diffusione 1 ). 

23 novembre. — Ho visitato oggi una sorgente termale che sca- 
turiva dalla sponda di un ruscello, a circa un' ora di distanza dal 
villaggio di Senna. L' acqua aveva tui odore solfureo, ma era lim- 
pida e non lasciava deposito apprezzabile, anche se tenuta per qual- 
che tempo a riposare in un bicchiere. Un termometro, immerso nella 
sorgente, ha raggiunto l' alta temperatura di + 67 gradi centigradi. 

Ritornato il 24 a Pankalan ampat, ripresi a discendere la mat- 
tina seguente il Sarawak, fermandomi a S'bungo per salire Gunong 
Braam, la collina calcarea che vi si trova vicina, e che mi ha pro- 
curato qualche interessante novità botanica. 

In Borneo sembra non siano molte le specie di piante che predi- 
ligono il calcare; anzi la più gran parte sono calcifughe, senza con- 
tare che di questo numero sono le epifite. Vivono poi nell'humus 
tutte le piante forestali erbacee, ed anche quelle legnose stendono 
nella foresta le loro barbe nello strato superficiale formato da de- 
triti vegetali. E questa senza dubbio la ragione per la quale, nelle 
serre, è necessario di coltivare la quasi totalità delle piante tropi- 
cali in composti ricchi di humus, ed occorre annaffiarle con acqua 
che non contenga calce. 

Passai la notte del 26 al 27 a Kooni, e la seguente nella mia 
casa di Kutcing. 

Sei dicembre ritornai a Mattang, dove non mi mancò il da fare 
per raccogliere in frutto gli alberi che avevo trovato in fiore nei 
mesi precedenti. Soprattutto le ditterocarpee formarono soggetto spe- 
ciale delle mie ricerche. 

Il gennaio del 1867 lo passai in continue escursioni nelle vici- 
nanze di Kutcing, dove rimasi anche tutto il febbraio, occupato 
più che altro nell' imballaggio delle collezioni. 

Nel marzo feci una escursione a « Lobang angui », una delle ca- 
verne che s'incontrano nelle colline calcaree del ramo occidentale 
del Sarawak. Partii la mattina del 2 da Kutcing. .Rasentando questa 
volta di giorno le sponde del Sarawak, poco al di sopra della città 
fui colpito dal colorito non comune di una pianta erbacea, che 
molto si faceva rimarcare fra il rimanente della vegetazione, e che 



! ) Fra le più frequenti notai il Cyperus compressus, L. ed il Mariscus umhellatus, Vahl. 



CAPITOLO XI 



203 



i^ miei uomini mi indicarono col nome (li « daon balik angin » ossia 
foglia che cambia al vento; nome forse dovuto alla diversa colora- 
zione delle sue foglie, le quali verdi nella parte bassa della pianta, 




Fig. 39 - Ragazze dei Daiacchi di terra 



Bono di un rosso salmone vivissimo nella parte alta, che si copre 
•li fiori. Non sembrandomi ancora descritta questa pianta, apparte- 
nente al genere Clero&en&ron, può venirle assegnato il nome di C. dis- 
colar, Beco. (P. B. n." 3584 é 35). 

Passai la notte a Busso, ed il giorno seguente feci rimettere i 
miei nomini alla voga molto per tempo, per continuare a risalire il 
fiume. Strada tacendo osservai sopra un albero della sponda due 
scoiattoli, probabilmente maschio e femmina, uno dei quali bruno 
e l'altro quasi intieramente bianco; unico caso questo di albinismo, 



204 ' SELLE FORESTE DI BORNEO 

fra i mammiferi, che mi sia capitato in Borueo. Incontrai anche nn 
coccodrillo della varietà chiamata « boayà katak » che dormiva sulle 
sponde del fiume; ma ebbi appena il tempo di prendere il fucile, 
che si tuffò nell' acqua. 

Si passa sotto « Gunong Tundong», piccolo monte calcareo, sco- 
sceso come tutti quelli che s' incontrano tanto su questo, quanto ' 
siili' altro ramo del Sarawak. 

Dopo aver vogato alcune ore, si giunge alla grotta, di cui una 
delle aperture principali si apre proprio a pochi metri dal fiume. 
I Malesi le danno il nome di buca (lobang) del vento (angin), per- 
chè in certe circostanze dalla sua apertura esce una forte corrente 
d'aria (fig. 40). 

Appena entrati si presenta un ripiano, formato da deposito ter- 
roso, adesso assai più elevato del fiume. Al di sotto del ripiano si 
trova una depressione che suppongo scavata dall' acqua, la quale, 
durante le grandi piene entrando da una parte, deve andare ad 
urtare contro le pareti della grotta, e, formando un vortice, corro- 
dere in un punto, depositando terra in un altro. 

La terra che si trovava dentro la grotta era gialla ed argillosa, 
in qualche punto ricoperta da stallagmiti, in altri nuda. L'altezza 
alla quale giunge il deposito, evidentemente superiore a quello a 
cui possono attualmente arrivare le più grandi piene, mi farebbe 
supporre che siano avvenuti dei cambiamenti di livello, tanto nel 
piano della grotta, quanto nel paese all' ingiro. 

Xon avendo meco arnesi adatti per rimuovere la terra, mi valsi 
di un pezzo di legno aguzzo, col quale nondimeno riuscii ad estrarre 
varie ossa umane frantumate, e fra le altre una mandibola intiera, 
varj pezzi di vasi di terra cotta, ed una piccola rotellina traforata, 
che doveva far parte di una collana. Misti alla terra trovai inóltre 
dei pezzetti di carbone, in alcuni punti in grande abbondanza, ed 
anche gusci di conchiglie d'acqua dolce e di mare, avanzi di pasti 
d' indigeni, ina probabilmente di non antica data. 

Vidi che la caverna si estendeva per lunghissimo tratto neh' in- 
terno del monte, ina io non volli avventurarmi molto lontano senza 
una guida. 

Varj pipistrelli si tenevano aggrappati alla volta, e dalla grande 
apertura della caverna, uscivano ed entravano molte rondini, simili 
a quelle che avevo già incontrato con Doria a Pinindgiao ed ap- 
partenenti alla specie che produce nidi di cattiva qualità. 

Lungo il fiume avevo ottenuto varj uccelli, fra gli altri un falco, 
un alcedo ed uno di quei bellissimi eurilamidi a grosso becco ed a 




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CAPITOLO XI 207 

colori smaglianti, il Gymborliynch us macrorhynchus; il quale, per giunta, 
ha 1' occhio con l' iride ticchiettata da punti cangianti (da rammen- 
tare l' avventurina di Venezia) e che forse nessun altro uccello pos- 
siede così bello. 

Ho continuato a risalire il fiume, colla speranza sempre di trovare 
qualcuno che mi potesse servire di guida nell'interno della caverna, e. 
così sono giunto la sera a Bidi. Lungo questo tratto delle rive del 
Sarawak non si trova foresta primitiva e si estende ai lati una 
pianura coperta intieramente di lalang, dalla quale sorgono alcune 
colline calcaree isolate, del solito genere dirupato. A Bidi trovai la 
guida che mi occorreva nella persona di un Daiacco, a cui fece gola 
per cena una scimmia (un bidgit) che avevo ucciso strada facendo, 
e che egli accettò volentieri in cambio del servigio di cui abbiso- 
gnavo. 

Accompagnato dal Daiacco entrai di nuovo nella grotta, ma questa 
volta dal lato di terra, dove si trova pure un'apertura assai grande; 
però non di così facile accesso come quella che corrisponde sul fiume, 
essendo necessario, per giungervi, di arrampicarsi sulla roccia sca- 
brosissima e tutta irta di punte taglienti. 

Anche da questa parte la caverna presenta un' ampia sala, che si 
estende molto nell' interno sinuosamente, e fa capo a corridoj con 
varie uscite. Presso a poco nel centro del vano principale, in una 
gran fessura della volta, le rondini usano attaccare i nidi, che in 
questo caso sono proprio della qualità ricercata in commercio; ma 
dei quali allora non ne rimaneva più nemmeno uno, essendovi stata 
precisamente il giorno avanti la mia guida a levarli. Da essa seppi 
che mila caverna vive un piccolo animale simile ad un topo, il quale 
aiuta in lincili nel terreno. Io vidi invero molti buchi, però nem- 
meno un topo. 

Cercai attentamente per trovare coleotteri ciechi ed altri animali 
speciali delle caverne, ma nulla d'interessante, sotto tale riguardo, 
compensò il tempo che vi persi. Anche nella parte alta della ca- 
vern;i vi era molta terra, quasi senza dubbio trasportata ivi dalle 
acque, e che starebbe sempre più a (limosi rare un sollevamento ge- 
nerale della collina, in epoca non molto remota. 

BidisceudeDdo il fiume (rosai aderente al tronco di un albero, il 
bellissimo Dendroibium tuberbum, con grandi fiori violacei, una delle 
più belle orchidee che vegetino in Borneo, ma che si trova anche 
alle (filippine. 

Giunto a Bau mi fermai il tempo necessario per visitare i lavaggi 

(Toro nei depositi allunali, dove lavoravano un buon ninnerò di 



208 NELLE FORESTE DI BOKNTEO 

Chiesi. In questa località (e non nella caverna come è stato asse- 
rito) sono stati trovati alcuni denti fossili di rinoceronte. La sera 
andai a dormire a Busso, proseguendo il giorno dopo (5 dicembre) 
per Bellida, dove, mentre attraversava il fiume, uccisi un piccolo 
coccodrillo, 1' unico fra i moltissimi a cui ho tirato col fucile, e che 
mi sia riuscito anche d' impadronirmene. 

Nel Sarawak i coccodrilli della specie comune (CrocrocUlus hi/por- 
catus) sono frequentissimi anche nelle vicinanze della capitale, tanto 
che si è dato il caso di persone portate via da cotesti mostri sulle 
stesse rive del bazar. Il Governo pagava un premio di una rupia 
(36 centesimi di dollaro) per ogni piede di lunghezza di ciascun 
coccodrillo catturato '). 

A Bellida ebbi varj individui di un bellissimo merope rosso e 
verde (Nyctiorriis amictus) e potei anche tirare varj colpi ai pivieri, 
che mi procurarono una molto opportuna aggiunta al mio desinare 
di riso e kerry. 

Trovandomi così prossimo a Pinindgiao volli risalire sulla collina 
per godere di lassù ancora una volta dello splendido panorama, ed 
anche per ottenere qualche altro individuo della piccola rondine, 
che vi è così abbondante, e che Doria mi aveva raccomandato di 
procurargli, inquantochè la conoscenza delle rondini producenti nidi 
eduli lasciava allora ancora molto a desiderare. La temperatura sulla 
collina era deliziosa. Alle 11 antimeridiane, quando arrivai al bun- 
galow del Ragià, il termometro centigrado segnava -j-25 centigradi. 
Alle due pomeridiane solo +26 e mezzo. Pernottai nuovamente- a 
Bellida, dove mi fermavo sempre volentieri, per l'abbondante caccia 
che vi si trovava, e ritornai la mattina veniente a Kutcing. 



! ) Nel 1878 il Governo ha pagato 738 dollari (li premi per coccodrilli. Soltanto nel 
Sarawak e nei suoi rami ne furono presi 153 e nel Samaratian 113. Il più lungo misu- 
rava 13 piedi e 10 pollici (4 metri e 217 millimetri). 



Capitolo XII 

Diario dell' escursione sul Batang-Lupar a caccia di « orang-utan » - Da Kutcing a Lingga 
stili' « Heartsease » - Pulò Buruug e le sue palme - Si rimonta il Batang-Lupar sino 
allo scalo per Marop - B « bunmg bubùt » -L' « ikan sumpìt » - Un Loranthus sin- 
golare - Marop - Mia installazione dai Cinesi - Ricognizioni nel paese circostante - 
Una albina - I primi orang-utan e differenti razze che se ne conosce - Un grosso 
« mavas teiapping » e sua preparazione - Malumore dei Cinesi - Una cura originale - 
Breve, ma fruttuosa caccia. 



In quasi due anni che percorrevo in tutti i sensi le foreste del 
Sarawak, non avevo ancora avuto la fortuna d'incontrare un solo 
orang-utan; ina sino a qui le collezioni botaniche ini avevano tal- 
mente occupato, ed il terreno sul quale avevo fatto le mie ricerche 
era stato così produttivo, che non mi ero nemmeno curato di allon- 
tanarmi molto da Kutcing, dove il grande antropomorfo è rarissimo, 
per andare a cercarlo sul Sadong e sul Batang-Lupar dove abbonda. 

Sul Sadong vi aveva cacciato Wallace; preferii quindi il Batang- 
Lupar, ila dove avrei potato poi passare nel territorio olandese, e 
visitare i laghi clic si trovano nella parte alta del corso del Kapuas. 

Ne] mar/o L867, essendosi presentata l'occasione d'inviare a Lingga 
la cannoniera del governo, 1' - Heartsease », il Tuan-muda gentil- 
mente mi concesse di approfittarne per recarmi colà col grosso delle 
mie provviste, al tempo stesso che i miei uomini vi avrebbero con- 
dotto il sanipan, che doveva servirmi per il seguito del viaggio. 

1-a mattina del 17 marzo, I' Heartsease, leva l' àncora, discende il 
Sarawak, e dalla foce di Maratabas volge la prua diritto a levante, 
sull'imboccatura del Batang-Lupar, con tempo splendido e mare cal- 
missimo, lasciando dietro a se il picco di Tandgiong l'o, di cui il 
inolilo duro ed ardito sa lentamente dileguandosi fra, i tenni vapori 
li — Bkccabi, Ntlte foretti di Borrito. 



210 NELLE FORESTE DI BOEKEO 

mattutini, mentre sulla nostra destra comparisce la costa bassa e 
monotona, coperta di mangrovi nei bassi fondi limacciosi, e di ca- 
suarine dove la spiaggia è arenosa e più battuta dal mare. Di 
dietro sorge, al di sopra della foresta, Gunong Lingga, detto anche 
Gunong Lessong, dalla vetta troncata, ma con mi imbasamento tale 
che sembrerebbe dovesse sfidare le nuvole. I Malesi ed i Daiacchi 
chiamano « lessong » un largo mortaio di legno che serve per spo- 
gliare il riso, battendovelo dentro con un grosso e lungo pestello di 
legno, che rassomiglia ad un nostro ammostatoio da uva. Gunong 
Lessong deve appunto il suo nome alla rassomiglianza con questo 
mobile domestico, allorché è capovolto. Passando a" poca distanza 
da Palò Burnng, riconosco che questo isolotto roccioso è rivestito 
quasi intieramente, in specie sulla cresta, da una bella palma, di cui 
gli immensi regimi, carichi di fiori e di frutti, rassomigliano a pic- 
coli cipressi che escano dal mezzo di un ciuffo di fronde di sagù. 
È certamente una specie di Eugvissonia, che, anche senza averla avuta 
sott' occhio, ritengo identica a quella da me trovata in seguito sulle 
rive del Eedgiang ed a Bruni. Siccome è una pianta utile, dalla 
quale se ne estrae buona fecola, non sarei meravigliato se in origine 
i suoi semi fossero stati portati dai Daiacchi nell' isola, la quale 
trovandosi proprio nel centro del campo delle loro piraterie, è facile 
A r enisse utilizzata quale stazione di rifornimento. 

Un poco avanti il tramonto oltrepassiamo la piccola isola che sorge 
nel bel mezzo della foce del Batang-Lupar. Calato il sole, prestis- 
simo si fa buio, ma la notte chiara e la pratica del comandante 
permettono di continuare ancora a risalire il fiume. Alle 9 giun- 
giamo a destinazione, di faccia all'antico forte di Lingga, una volta 
residenza del Tuan-muda, adesso disabitato. Il forte rimaneva sopra 
la sponda destra e presso lo sbocco del fiume omonimo, il priuio 
degli affluenti che s'incontrano sulla sinistra del Batang-Lupar. La 
mia barca non essendo ancora giunta, faccio trasportare tutto il ba- 
gaglio nel forte, un basso fabbricato in legno, nascosto fra palme 
cocco ed alberi da frutto. Quivi quanto vi era di terreno in giro 
era limaccioso ed intieramente rimosso da innumerevoli crostacei, i 
quali nel fare i bachi dove vivono, gettano la terra di fuori, for- 
mando altrettanti monticeli i. 

18 marzo. — Tanto per passare il tempo, nel mentre che aspetto 
l'arrivo dei miei uomini, vado in giro col fucile, e riesco a procu- 
rarmi alcune specie di uccelli, non ancora incontrati sul Sarawak 
e fra gli altri la Lalage Terat, che, per le dimensioni e la maniera 
di volare, rammenta le rondini ed ha l'abitudine, dopo aver fatto 



CAPITOLO XII 211 

varj giri rapidi nell' aria, di andare a posarsi sui rami più nudi degli 
alberi in riva al fiume. 

I terreni della sponda sinistra del Lingga sono pure bassi, e sono 
stati altra volta piantati a riso; ma in quel momento erano invasi 
da una grande graminacea (un Iscliaemum) che vi formava immensi 
prati, belli a vedersi da lontano, ma nei quali non si camminava 
per lo straordinario sviluppo dell'erba, cbe raggiungeva l'altezza 
persino di due o tre metri. Non un palmo poi di questo terreno era 
asciutto e vi si affondava sino a mezza gamba. Le zanzare erano 
innumerevoli e non si poteva dire quanto tormentose. Nelle ore po- 
meridiane arriva la mia gente col sampan. 

19 marzo. — Ho lasciato il forte di Lingga un poco prima del 
sopraggiungere della marea, ma a Sungei battù, un altro degli af- 
fluenti del Bataug-Lupar, ho dovuto aspettare l'arrivo dell'onda; 
quivi in luogo sicuro ho potuto osservare l'effetto strano che qxiella 
produce sui bassi fondi, dove invece del consueto cavallone, l'acqua 
agitata in varj sensi da movimenti disordinati, sembra che tumul- 
tuosamente bolla. 

Alle 4 pomeridiane si arriva al forte di Simanggan senza inci- 
denti e senza aver incontrato cose notevoli. 

20 marzo. — Quando ci accorgiamo che la corrente ascendente 
della marea ha raggiunto il forte, verso le 4 pomeridiane, conti- 
nuiamo ad avanzare oltrepassando da prima l'Undup, affluente della 
riva destra per chi risale, indi il Sekarrang sul lato opposto. Da 
questo punto in là, il ramo principale del fiume, che realmente con- 
serva il nome di Batang-Lupar, si ristringe assai. Sino a qui il paese 
cbe abbiamo attraversato, con le sue sponde basse, monotone, nude 
o con rari alberi è tutt' altro che pittoresco; ma ciò è appunto l'in- 
dizio d'un paese densamente popolato, e di un suolo molto idoneo 
alla coltura del riso. Passiamo la notte a Balassan, villaggio daiacco 
di nove famiglie. 

21 marzo. — Abbiamo ripreso a vogare di buon mattino per non 
perdere l'aiuto di un resto di marea, presto però vinta dalla cor- 
rente propria del fiume. Si attraversano adesso dei campi abban- 
donati, dove l'unico oggetto che attiri l'attenzione, è un grosso 
emulo (Centrococcyx ewrycercus), svolazzante da un cespuglio all'al- 
tro. I .Malesi hanno trovato il nome imitativo di « Imrung bubùt » 
per quest'uccello, il quale per ore ed ore, nelle località aperte e fuori 
della grande foresta, fa sentile il suo grido sonoro e monotono di 
bnbù-bubò, ripetuto ad intervalli isocroni. 

fili arbusti che si scorgono per la campagna, sono resti di qualche 



212 XELLE FORESTE DI BOKXEO ■ 

pianta non interamente consumata dal fuoco durante il diboscamento, 
e che riscoppia, segnando una nota eterogenea nella vegetazione di 
questi piani. 

Osservo oggi per la prima volta 1' «ikan sumpìt » (Tozodes jacu- 
lator), tradotto letteralmente il « pesce cerbottana » , ma meglio gli 
si adatterebbe il nome di pesce schizzetto. L'animale non si distingue 
per elegauza di forme o per colori splendenti, ma è dotato della 
singolare facoltà di potere espellere dalla bocca, venendo a galla, 
un getto d'acqua addosso agli iusetti (quali cavallette, mosche, ragni) 
che stanno posati sugli steli o sulle foglie delle erbe vegetanti sulle 
sponde. Con questo artifizio l'ikan sumpìt riesce ad impadronirsi di 
un cibo difficilmente concesso agli altri pesci '). 

La qui unita vignetta (flg. 41) rappreseuta una scena sopra uno dei 
fiumi di Borneo, ed un ikan sumpìt che scaglia uno spruzzo d'acqua 
contro la larv r a di un ortottero; ma l'artista, per una perdonabile li- 
cenza, ha rappresentato il Toxodes di tali proporzioni, che sembre- 
rebbe dovesse essere colossale, mentre non è che un pesciolino, da 
raggiungere al più la grossezza dei comuni pesci rossi domestici. 

La speciale attitudine dell' ikan sumpìt si presterebbe molto a 
considerazioni d'indole filosofica, di cui però la natura di questo 
libro non mi concede che appena un cenno. 

L'uomo primitivo sarà riescito ad impadronirsi di oggetti viventi 
in moto, in virtù della felice conformazione della sua mano, che gli 
avrà permesso, in origine, di afferrare una pietra od altro proiettile, 
e scagliarlo contro l'oggetto di cui avrà ambito il possesso. Ciò avrà 
suggerito la prima idea degli strumenti adatti alla caccia. Il senti- 
mento però che avrà spinto l' uomo a tale azione sarà stato di certo 
quello di un desiderio, di un atto volitivo. Ora è singolare che un 
pesce, essere tanto intellettualmente inferiore, sia stato capace di 
un ragionamento identico a quello che l' uomo ha dovuto fare in 
una occasione simile. Giacché anche il remoto antenato dell' ikan 
sumpìt avrà visto oggetti dei quali avrà agognato il possesso, lon- 
tani dalla portata dei suoi mezzi di cattura;, ma un pesce mancando 
di un organo prensile e non avendo certamente il mezzo di fabbri- 
carsi un istrumento, avrà tentato di sputare, se così è permesso di 



') Alcuni altri pesci riescono a catturare degli insetti posati sugli oggetti a fior d'acqua 
o che vi sorvolano sopra a poca distanza. Il fatto è benissimo conosciuto ai nostri pe- 
scatori d'Arno, i quali dicono che « cade la manna » quando nuvoli di moscerini o di 
altri insetti rasentano l'acqua, e le lasche (specie di Squalius e di Leuchcus) guizzano fuori 
per Impadronirsene. 




Pig. Il - L'«ikan sumplt» (Toxodee jaculator) 
nell'atto ili gettare ano sprazzo d'acqua BÓpra un insetto per impadronirsene 



214 NELLE FORESTE DI BOENEO 

esprimermi, addosso alla mosca, la quale posata su di un filo d' erba 
sporgente dall' acqua, ha eccitato la sua avidità. Il pesce ha fatto uso 
in tal modo dell'unico mezzo di cui poteva disporre, per estrinse- 
care un tentativo di lanciar qualche cosa contro un ambita preda. 
Sono stati per ciò degli atti di volontà, che hanno spiuto il progenitore 
dell' ikan sumpìt a cercar di produrre dei movimenti nell'apparato 
buccale per raggiungere uno scopo, per il quale da principio il suo 
organismo non era conformato. Per questo motivo, le modificazioni 
che in seguito hanno avuto luogo nell'apparato espellente l'acqua, 
non possono avere avuto, in origine, altro stimolo che quello indi- 
cato, vale a dire un atto di volontà dell' animale ed il desiderio del 
possesso di un oggetto che gli poteva essere utile. 

Il modo col quale l'ikan sumpìt s'impadronisce degli insetti, ha 
molto analogia con quello adoprato dai camaleonti. In ambedue i 
casi si hanno degli adattamenti speciali in alcuni organi, che di ne- 
cessità devono essere andati modificandosi in seguito ad impulsi di 
volontà. Bisogna proprio che sia stato il desiderio d'impadronirsi 
della preda, che ha reso possibile in essi quegli adattamenti, col 
mezzo dei quali l' intento poteva essere raggiunto l ). 

È però curioso che solo questo piccolo pesce, nell' immensa serie 
dei suoi stupidi colleghi, abbia avuto un dì, molto remoto, agli albori 
della sua esistenza specifica, un lampo di genio, e si sia accorto che 
« sputando » addosso ad una mosca posata ad una certa distanza 
da lui, fuori d'acqua, poteva a forza di tentativi impadronirsene, 
facendola cadere nel suo elemento. Sembrerebbe per ciò che anche 
negli organismi meno dotati adesso d' intelligenza, questa, una volta, 
abbia esistito, precedendo l'istinto, il quale in ultima analisi non 
è che una forma ereditaria dell' intelligenza stessa. 

Si oltrepassa Bansi, casa contenente diciannove famiglie, conti- 
nuando sempre le sponde diboscate e monotone ; ma già si scorgono 
i monti di Marop. L' unica pianta interessante che incontro è un Lo- 
ranih/us (Becca/rina xipkóstàolvya, V. Tieghem), specie magnifica, paras- 
sita sopra un piccolo albero sporgente sul fiume e coperta da bellissimi 
fiori color rosa, lunghi sino 12 centimetri, molto simili a quelli di al- 
cune specie congeneri delle Ande, nelle quali però i fiori sono ancora 
più vistosi, raggiungendo la straordinaria lunghezza di un palmo. 



') L'ipotesi, invero azzardata, che la volontà abbia potuto avere mia forte influenza 
sul fare assumere certi caratteri agli animali, io 1' ho di già accennata in un piccolo 
scritto intitolato: Le Capanne ed i Giardini dell' Amhli/ornis inornala, inserito negli Annali 
del Museo civico di Genora, voi. IX, 1876-77. 



CAPITOLO XII 215 

Dopo una breve fermata ad Unggan per cucinare il riso, si con- 
tinua a rimontare il fiume, oltrepassando in seguito varj altri vil- 
laggi daiacchi. È questo uno dei distretti di Sarawat dove la popola- 
zione è più densa, e dove il terreno è più coltivato, e, per tal motivo, 
di ben poco interesse per il botanico. 

Le poche volte che sono riuscito a vedere delle pietre, ho trovato 
queste sempre di natura arenacea. Verso le 3 pomeridiane sono 
giunto allo scalo di Marop ed ho sbarcato subito tutto il mio bagaglio 
in una casa di Cinesi, che avevano quivi un piccolo villaggio. 

22 marzo. — Senza difficoltà ho trovato dei Cinesi e dei Daiacchi 
volenterosi eh trasportare i miei effetti a Marop: i primi portandoli 
a basculla sospesi ad un' asta che vien fatta riposare fra le spalle ed 
il collo: i secondi addossandoli alla schiena, per mezzo di striscie di 
scorza passanti sotto il carico ed al di sopra della testa. 

La strada dallo scalo al villaggio di Marop è uua delle migliori 
che abbia incontrato in Sarawak e si percorre in un' ora. Potrebbe 
anche trottarsi tutta in un piccolo legno; ma qui, di tal genere di 
veicoli non esiste nemmeno l' idea. Mi ha fatto consolazione di vedere, 
nel passare, che non tutto il terreno era stato diboscato, e che vi 
erano anzi dei punti dove la foresta era quasi intatta, e, sebbene 
di aspetto non molto rigoglioso, di un carattere però differente assai 
dall'usuale, da darmi buone speranze per le mie future collezioni. 
Incontro intanto un Dipodium (P. B. n.° 3256) orchidea terrestre, a 
tipo di quelle epifite, con fiori assai grandi, leggermente odorosi, di 
un bianco latteo e con macchie vinose. 

Marop è un villaggio cinese situato in una piccola valle circondata 
(l;i non alte colline, attraversata dal torrente omonimo abbondante- 
mente provvisto di acqua fresca e limpida e da un altro piccolo 
ruscello che scorre tramezzo alle case. Il villaggio è assai pulito; 
le illutazioni sono per la più gran parte costruite con stoie o con 
foglie <li palma, mentre quella principale, la sede del Kunsi o capo 
dei Cinesi, Della quale stabilisco il mio quartier generale, è (piasi 
intieramente in Legno. L'appartamento che riesco ad ottenere con- 
giste in un palco assai spazioso, corrispondente ad una specie di 
primo piano, dove sistemo discretamente le mie casse, assai volu- 
minose ed ingombranti. 

Ero impaziente di riconoscere il paese, per la qua! cosa, non appena 

il bagaglio è tutto depositato al sicuro, l'accio una piccola, escur- 
sione sulla collina pili prossima, dove incontro un branco di Setìl- 

nopitheous riibwundus, una bella scimmia a pelo rosso, che non avevo 

Visto prima d'ora, mancando, come l' orang-utan, nelle vicinanze 



216 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

(li Kutcing. Dopo mezzogiorno salgo a Battù-lankò, il punto più alto 
delle vicinanze, ma che forse raggiùnge appena i 100 metri sul livello 
del mare. Il luogo deve il nome ad un grosso blocco di granito, so- 
stenuto da altri massi di simile pietra, i quali tutti insieme t'ormano 
una specie di grotta od abituro (« battù »: pietra; « lankò »: capanna). 
Alle falde della collina granitica è appoggiato un terreno argilloso 
di trasporto, contenente pagliuzze d' oro, die appariva essere stato 
rimosso per una assai grande estensione in tempi non lontani. Pre- 
sentemente il luogo era deserto, ma si poteva ben riconoscere che 
il metodo di estrazione del prezioso metallo era stato quello dei la- 
vaggi, consistente nel far cadere la terra aurifera in un condotto 
d'acqua corrente, che ne disgrega le particelle, con ducendole poi in 
varj piani successivi, dove le pagliuzze metalliche, per il loro peso 
specifico, si depositano sul fondo di piccoli bacini espressamente co- 
struiti, mentre le parti terrose e più leggiere vengono trasportate 
via dall'acqua. 

In questa medesima occasione ho visitato anche Ruma Adgiet, un 
villaggio daiacco situato sul crinale di una ripida collina. Adgiet, 
che tale appunto era il nome dell'Orang-kaya che l'abitava, quando 
fui a lui vicino, presa con la sua destra la mia, mi regalò un gal- 
letto che teneva nella sinistra, ma facendolo prima passare due volte 
sopra il mio capo. Fui invitato quindi, molto civilmente, a sedermi 
presso di lui, al posto d'onore intorno al focolare, al di sopra del 
quale erano appese varie teste umane affumicate, preziosi trofei 
delle sue passate prodezze. Venne quindi posato sulla stoia, dove ci 
accoccolammo, l'occorrente per biascicare il siri, costume questo ge- 
nerale fra i Daiacchi come fra i Malesi, e che è sempre il primo 
atto di cortesia verso un ospite bene accetto. Dopo aver raccoman- 
dato ai Daiacchi del villaggio di cercarmi degli animali per la mia 
collezione, od almeno di portarmi dei polli per la tavola, mi con- 
gedai dall'ospitale Adgiet. 

A Ruma Adgiet ho visto una albina; una ragazza assai ben for- 
mata, che se fosse stata in Europa si sai'ebbe potuta sbagliare per 
una servotta tedesca o svizzera, con i capelli biondi, gli occhi ce- 
lesti, la faccia piena e più rossa che bianca, ma alquanto deturpata 
da numerose macchiette di crusca o lentiggine. 

23 marzo. — Guidato da varj Daiacchi sono risalito oggi a Battù- 
lankò, dove avevo sentito dire che erano stati visti degli orang-utan, 
o « inayas » (come qui vengono chiamati) ; ma ho trovato solo qual- 
cuno dei loro nidi, che ho imparato intanto a conoscere. 

Bisogna proprio chiamar nidi, perchè ne hanno tutta l' apparenza, i 



CAPITOLO XII 217 

giacigli che i mayas costruiscono ovunque riposano per qualche tempo, 
e che sono formati di frasche staccate dall' albero stesso sul quale si 
trovano, ed accumulate, per lo più, in qualche grossa biforcazione, 
senza ordine e senza la minima apparenza di capanna, ma solo 
formanti un piano da potervi star sopra a riposare. I nidi probabil- 
mente serviranno anche da talamo, ma dei momenti intimi di questi 
signori non son riuscito a scoprir nulla. È certo che le costruzioni 
domestiche dei mayas si riducono ai semplici giacigli ora descritti, che 
non hanno mai la forma di capanne ; ma, essendo una cosa stata av- 
vertita da varj osservatori, che i mayas in schiavitù si buttano volen- 
tieri addosso dei panni o delle coperte, è possibile che nelle nottate 
fresche, o durante la pioggia, adoprino anche delle frasche fronzute 
per riparare il loro corpo. Nella mia prima caccia agli orang-utan ho 
dovuto contentarmi di vedere dove essi stavano di casa e nulla più. 

2-L marzo. — La foresta in vicinanza dell'abitato essendo priva 
delle sue maggiori attrattive, mi diressi verso la pianura, in cerca 
di piante ; ed il bottino non riuscì tanto scarso. La sera si dettero 
ritrovo da me tutti gli ammalati del villaggio, essendosi la fama 
della mia abilità come medico di già sparsa in tutto il paese all' in- 
giro. Il mio sistema curativo era dei più semplici, e, per mia for- 
tuna, ha sempre avuto degli splendidi risultati. Soltanto ai malati 
di febbri davo della chinina, a quelli di dissenteria della clorodina; 
agli altri acqua fresca colorita con una nera salsa inglese. Alle volte 
vi aggiungevo un poco di arale, ma ho dovuto accorgermi che con 
questa medicina, il numero delle visite cresceva invece di dimi- 
nuire. Licenziati gli ammalati, al levar della luna, andai alla posta 
del cervo in un lankò, da dove si dominava una piccola pianura, 
una specie di vallatimi rinchiusa da cespugli e dove l'erba era molto 
alta. I cervi dovevano venirvi a pascolare; ma non vennero che dei 
nuvoli di zanzare. Anche ad aver avuto voglia di dormire ciò sa- 
rebbe stato impossibile. Quando le zanzare non fossero state suffi- 
cienti n tenermi sveglio, vi era l'impiantito, formato da grossi pali 
accostati l'uno all'altro, die bastavano da soli a togliermi ogni vel- 
leità di sdraiarmi, per cedere al sonno. 

i'> marzo. — Andai in cerca di piante nella direzione della pia- 
nura, dove dalla collina avevo spiato le aree boschive, che a poco 

alla volta mi proponevo ili visitare. Verso sera un cacciatore cinese, 

un certo At/.on, mi portò il primo orang-utan. Lo avrei conservato 
volentieri se non fosse stato troppo massacralo; pensai del resto 

che. essendomi capitato dopo soli Ire giorni dal mio arrivo a M:i- 

io|>. qui i mayas non dovevano esser rari, e che avrei avuto quindi 



218 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

occasione di averne altri in migliore stato. Era una femmina di 
«mayas kassà», almeno così fu qualificato dai Daiacchi, che distin- 
guono diverse varietà o razze di orang-utan. Aveva il pelo rosso 
ed il colore della pelle del corpo rosso-ramato cupo; la faccia era 
nero oliva e quindi assai più scura della pelle del corpo. 

26 marzo. — Sono andato nel giongie in cerca di mayas accom- 
pagnato dal Cinese che mi aveva portato quello di ieri; ma non ho 
avuto fortuna. Ho girato quattro ore senza incontrare animali. Tor- 
nato al Kunsi, mi aspettava un altro cacciatore cinese con un altro 
mayas, simile a quello di ieri, ma un poco più piccolo. Era pure 
una femmina del mayas kassà, ed aggrappato a lei si teneva tut- 
tora un figliolino, che cadde con la madre, quando questa rimase 
ferita. Preparai la pelle 1 ) della madre, che aveva ricevuto una sola 
palla nella testa, ma che nel cadere si era rotte le ossa di ambedue 
le braccia. 

Nessuno dei miei Uomini era pratico di tassidermia; ero quindi co- 
stretto di fare quasi tutto il lavoro da me stesso, a dire il vero non 
troppo volentieri, ma essendomi proposto di dedicare tutto un mese 
agli orang-utan e di fare di questi una completa serie di spoglie, sia 
della pelle, sia degli scheletri, dovetti pure mettermi subito all'opera. 

Mentre desinavo, alle 7, la sera, ritorna il « tukan-mas », ossial' ore- 
fice del villaggio, che mi annunzia di avere ucciso esso pure un 
mayas, ma in causa dell'ora tarda di averlo lasciato nel giongie, 
mentre alcuni suoi compagni erano rimasti a guardia dell'animale, 
con la speranza anche di ucciderne qualche altro. 

I Cinesi di questo villaggio sono gente forte e robusta, venuti a 
Marop da Sambas; sono eccellenti camminatori, resistenti al clima 
quanto i Daiacchi; molti di loro la sera si riuniscono intorno a me 
e fanno un' ora o due di conversazione, rispondendo io ad una quan- 
tità di domande sull'Europa e sugli Europei, a dir il vero un poco 
meno ingenue di quelle dei Daiacchi. 

27 marzo. — Nella mattinata ho finito di preparare la pelle del 
mayas di ieri. A mezzogiorno mi hanno portato quello che mi era 
stato annunziato la sera precedente. Sarebbe stato un beli' esem- 



') Misure dell' individuo a cui appartiene questa pelle: 

Dal vertice della testa all'estremità del coccige metri 0,70 

Dal vertice alla pianta dei piedi (sulle perpendicolari) 1,08 

Colle braccia stese 1,86 

Circonferenza maggiore del tronco all' estremità dello sterno . . . . 0,71 



CAPITOLO XII 219 

piare, se il Cinese che 1' uccise non l' avesse mezzo rovinato nel 
levare gii interiori. 

Era un maschio, sempre di mayas kassà. Non potei riconoscere dif- 
ferenze apprezzabili fra questo e le femmine che avevo già avuto. 
Eccone le sue misure: 

Altezza totale (dal vertice alla pianta dei piedi) . . . metri 1,17 

Larghezza con le braccia stese 2,10 

Lunghezza del tronco dal vertice del capo all'estremità del coccige 0,73 
Circonferenza del torace alla base dello sterno (tutti i visceri 

erano stati estratti) ■ 0,81 

Per regola generale le misure dell' altezza totale le prendevo sem- 
pre fra le perpendicolari, mettendo l' animale steso in terra e misu- 
rando lo spazio interposto fra il vertice del capo e la pianta del cal- 
cagno. Le dimensioni esagerate dell'altezza dei mayas, assegnate 
da persone degne nondimeno di fede, dipendono dall'avere incluso 
nella misura anche tutta la lunghezza del piede, per cui non vien 
data T altezza dell'animale, quale risulterebbe se stesse ritto, ma 
bensì quella che passa dal vertice alla punta delle dita delle estre- 
mità inferiori. Qualcuno, altre volte, nel prendere le misure ha se- 
guito le sinuosità del corpo e soprattutto delle gambe, e ciò, natu- 
ralmente, ha aumentato le dimensioni generali. 

Anche dell'ora rammentato individuo ho preparato la pelle. Il 
mayas kassà, che è la varietà più comune, mi rimane quindi adesso 
ben conosciuta, possedendone di già tre individui adulti, uno ma- 
schio e due femmine e per di più uno giovane. 

Fra il maschio mayas kassà e la sua femmina, non avrei osser- 
vato altro distintivo che una piccola differenza nei denti, la quale 
potrebbe poi esser solo accidentale. Il maschio aveva l'interstizio 
p lo spazio fra i canini e gli incisivi ((basterna) molto piccolo; men- 
tri- questo interstizio era assai notevole nelle femmine. 

Io avevo sentito parlale di altre due varietà di mayas, una chiamata 

mayas rambei », l'altra « mayas tciapping ». Il mayas rambei sem- 
bra poco (linciente dal mayas kassà, del (piale però sarebbe assai 
pili piccolo, ma col pelame più lungo. 11 mayas tciapping invece è 
molto rimarchevole per la strana figura «Iella sua faccia e perle 
grandi dimensioni che può acquistare. Quest'ultimo sembrava anche 
più raro del mayas kassà, e per questo motivo avevo promesso un 

premio di sei dollari per ogni individuo adulto che di tale specie 
mi venisse portato in buone condizioni, lo avevo de) resto date Le 

mie istruzioni ai cacciatori, ed avevo insegnato come dovevano aprire 



220 NELLE FORESTE DI BOEHEO 

gli animali per sventrarli, ed all' occorrenza anche per alleggerirli 
delle parti muscolari e così facilitarne il trasporto. 

Questa mattina uno dei miei servi è scappato a Simanggan, senza 
che ne potessi sospettare la ragione ; ma sono così i Malesi, sono 
estrosi; direi che anche le loro idee sono nomadi, come il genere 
di vita che prediligono. L'ho sostituito subito con un Daiacco di 
nome Pagnì, che mi faceva anche comodo per compilare un piccolo 
dizionario della lingua dei Daiacchi di mare, differente dalla malese 
assai più di quella dei Daiacchi di terra. 

I Daiacchi di .qui sono adesso perfettamente tranquilli, e la loro 
devozione al Tuan-muda è si può due senza limiti. Vanno anche 
assai d'accordo coi Cinesi, ma non di certo per naturale simpatia, 
e se non fosse per il timore del Ragià, bene spesso la testa di qual- 
cuno di essi andrebbe ad aumentare la collezione al di sopra del 
focolare nelle, loro case. Più d' una Tolta, per scherzo in vero, quando 
venivano a visitarmi nella casa del Kunsi, mi hanno domandato il 
permesso di tagliare la testa a tutti i Cinesi. Son certo che nello 
scherzo covava nascosta un poco di speranza che io prendessi la 
cosa sul serio. Io non avevo motivo di lamentarmi dei miei ospiti, 
ma questi cominciavano a brontolare, ed avrebbero preteso che io 
smettessi di lavorare le pelli di mayas in casa loro. In fondo in 
fondo non avevano tutti i torti ; di certo le emanazioni provenienti 
dagli scheletri e dalle pelli non erano delle più piacevoli, sebbene io 
cercassi di coprirle con abbondanti aspersioni di acido fenico. I Ci- 
nesi avevano da me imparato ad apprezzare le benefiche proprietà 
antisettiche di questa sostanza, per la qua! cosa tutte le mattine 
vi era sempre qualcuno che veniva a farsi medicare delle ferite, o 
qualche vecchia piaga. 

Marop era una buona stazione per un zoologo, ma molto medio- 
cre per un botanico. Dove i Daiacchi non avevano piantato il riso, 
la foresta era stata lungamente rovistata per rotang, scorze d' alberi 
e legnami per le case, ed impoverita dei prodotti naturali più utili. 
Capisco facilmente come possano scomparire i frutti mangerecci sel- 
vatici, o le piante economiche dalle quali 1' uomo può trar profitto, 
col sistema dei nativi di abbattere ogni albero che loro accomoda. 
Quasi tutto il paese vicino a Marop, e che io potevo scorgere dalle 
colline, era in questo stato, od era giongle rivegetato (dopo che la 
primitiva foresta era stata distrutta) del quale aveva preso pos- 
sesso la Pteris aracJmoidea, una grande felce, chiamata « rassarn » dai 
Malesi. Dove abbonda il rassarn bisogna farsi strada col parang, 
producendo essa steli lunghi e tenacissimi, i quali per giunta, es- 



CAPITOLO XII 221 

sendo mezzo rampicanti, intrecciano e collegano fra loro ogni altra 
pianta, da rendere il bosco impenetrabile. Altre grandi estensioni 
di terreno erano coperte di lalang e di spessi cespugli di « onkodok » 
(la connine Melastoma), dove il naturalista, ma soprattutto il bota- 
nico, è ben difficile che possa trovare qualche cosa che lo interessi. 

Il suolo sul quale cresceva quel poco di foresta primitiva che mi 
aveva dato nell'occhio sin dal primo giungere- a Marop, non doveva 
mai essere stato coltivato a riso, in causa della sua sterilità, composto 
com' era quasi di sola arena silicea bianca e cristallina. Gli alberi vi 
erano relativamente molto piccoli e stentati, ma molte delle specie le 
riconobbi per particolari e non crescenti in altri punti del vicinato. 
Sebbene composta di specie differenti, le aree occupate da un tal 
genere di foresta, mi parvero corrispondenti a quelle dei mattang, 
ed io propenderei a considerare dette aree come antiche isole, quasi 
si direbbe rimaste a secco, dove la vegetazione non avrebbe cam- 
biato sin da quando le circondava il mare. Questa ipotesi spieghe- 
rebbe il tipo speciale di foresta in tali località, tanto differente da 
quello circostante l ). 

29 marzo. — Di ritorno dalla foresta, dove come sempre mi re- 
cavo la mattina per portare il giornaliero contributo alle collezioni 
botaniche, mi ero accinto a preparare la pelle del piccolo mayas 
che avevo ricevuto con la prima femmina; ma mentre ero intento 
a questo lavoro, Atzon, il migliore dei miei cacciatori cinesi, arrivò 
con un magnifico individuo del mayas tciapping legato ad un palo 
e portato a spalla da due uomini, i quali, peraltro, strada facendo, 
erano stati costretti di farsi aiutare dai Daiacchi, trovando il suo 
peso sempre superiore alle loro forze. Intiero non credo che avrebbe 
potuto pesar meno di 100 chilogrammi. Seguendo le mie istruzioni 
era -tato alleggerito dei visceri ed anche di una parte dei muscoli 
maggiori, senza danneggiare alcun osso; era quindi in ottime con- 
dizioni, ed anche fresco, essendo stato ucciso sull'imbrunire la sera 
avanti, mentre accostato ad un grosso ramo di un albero, dormiva 
colla tota appoggiata sopra una mano. Non aveva infatti che una 
ferita in prossimità del coccige, da dove la palla aveva attraversato 

tutti i visceri, senza intaccale ale >sso. Era un maschio adulto 

perfetto; ma i |iiii piatici fra L cacciatori, ritennero die non avesse. 
ancora dei tutto raggiunto le dimensioni di cui è suscettibile la sua 



') I mattane mi a mora - he abbiam a esorta analogia '<>ii i « campos » do] Brn lile, 

i quali pmc potrebbero osinole considerati come antiche isole, cimaste i ■ » • i circondate da 
terreni alluvionali 'li piti recente formazione. 



222 NELLE FORESTE DI BOENEO 

razza. Anche Atzon, mi assicurò di averne nna volta ucciso uno assai 
più grande, vecchissimo, col pelo quasi bianco e coi denti canini ca- 
duti per la tarda età. Prima di accingermi a spellar la grossa bestia, 
presi le seguenti misure, con le precauzioni di già sopra indicate: 

Altezza totale dal vertice del capo alla pianta dei piedi metri 1,26 

Larghezza con le braccia stese 2,43 

Lunghezza del tronco dal vertice del capo all' estremità del coc- 
cige 0,915 

• Circonferenza del tronco alla punta dello sterno 1,09 

» del collo 0,70 

» dell' avambraccio 0,35 

» del braccio 0,33 

» della coscia 0.47 

» della gamba 0,30 

Larghezza della faccia 0,323 

Lunghezza » 0,31 

Debbo notare che forse deve computarsi qualche centimetro van- 
taggio nell'altezza, perchè il corpo era tuttora irrigidito e le gambe 
rimanevano assai piegate'). 



') Kecenteniente due mayas tciapping sono giunti in Europa ed hanno fatto la loro 
figura nel giardino d' acclimatazione di Parigi (vedi L'Illitsiration, 13 gennaio 1894). 
Erano ambedue maschi ed avevano le adiposità faciali molto sviluppate uno anzi, che 
doveva aver raggiunto il massimo sviluppo che può acquistare la sua razza, in modo 
straordinario. Questo individuo, confermando il racconto del mio cacciatore, aveva dei 
peli bianchi intorno ai labbri, e ciò era forse un altro indizio della sua inoltrata età. L'al- 
tezza sua dal vertice del capo alle calcagna, era di metri 1,40, vale a dire di 14 centi- 
metri superiore a quella dell'individuo ucciso da Atzon; ma occorre tenere a calcolo 
che il mayas morto a Parigi, oltre alle espansioni ai lati della faccia, possedeva una 
grossa protuberanza adiposa anche sul vertice del capo, ciò che deve aver contribuito 
ad accrescerne la statura. L' espansione delle sue braccia era 19 centimetri più che nel 
mio esemplare (metri 2,62), ma anche a tale riguardo si deve avvertile che i mayas non 
possono mai estendere le dita, e ciò è cagione di ima qualche incertezza in tale misura. 
Mettendo a confronto la figura della testa del più vecchio degli orang-utan vissuti a Parigi 
(pubblicata in una bella memoria nelle Xoitvelles Arehives dn Muséuni, 3 e serie, voi. VII, 1895) 
con la preparazione del mio più grande esemplare, adesso esistente nel Museo civico 
di Genova (preparato secondo le mie note ed i disegni presi siili' animale in carne), io 
trovo da notare che l' individuo di Parigi presenta nella fisonomia un' accentuazione mag- 
giore di tratti, dovuta probabilmente all' età, come si verifica spesso nei vecchi della 
nostra razza; per questo motivo forse le arcate sopracciliari sono in questo molto più 
sporgenti, gli occhi più infossati e le escrescenze adipose più laminari e meno spesse,- 
che nell' esemplare di Genova, il quale deve essere stato ucciso in un momento flori- 
dissimo della media età. 




l'i:,'. 12 - Testa <li urang-utau maschio adulto della lazza « tciappiiig : 
daiffliezza della faccia 112 centimetri) 



224 SELLE FORESTE DI BORNEO 

La parte più singolare di quest'animale è la faccia circolare e 
piatta, molto meno umana di quella del mayas kassà, e che ram- 
menta la luna piena, come si raffigura negli almanacchi (fig. 42). Gli 
occhi sono a fior di pelle, un poco come quelli dei Cinesi, piccoli, 
con l'iride di color castagno, ed il poco di sclerotica che si vede 
agli angoli, di colore assai scuro; in realtà l'occhio dell' orang-utan 
è grande quanto quello dell' uomo, ma apparisce assai più piccolo 
in causa della minore apertura esterna. 

La strana configurazione della faccia del mayas tciapping è do- 
vuta a delle espansioni chiamate appunto « tciapping » dai Malesi ') 
e risultanti da escrescenze adipose situate nel posto delle gote, sul 
davanti degli orecchi, i quali per questo rimangono nascosti ed invi- 
sibili nell'animale visto di fronte. Tali protuberanze od espansioni fa- 
ciali (corrispondenti alle prominenze che si osservano sulla faccia del 
Sus vermcosus; od alla ben conosciuta gobba dei bovi dell'India) sono 
schiacciate o laminari, con la pelle tesa e tirata sopra, spesse circa 
quattro centimetri e non tondeggianti, come accade di vederle nelle 
pelli mal preparate dei musei. Il colore della faccia nelle parti nude 
era quasi nero o meglio nero oliva; il corpo era coperto di pelo 
fulvesceute lunghissimo. La pelle che io dovevo conservare era ec- 
cessivamente grassa, e fu per me un lavoro veramente ingrato ed 
improbo di prepararla, mancando di tutte le comodità ed essendo 
costretto a lavorare per terra, tormentato dalle formiche, dalle mo- 
sche, dai tafani, dalle zanzare, per non parlare del caldo. 

La pelle del piccolo mayas, col braccio rotto, venne posta nello 
spirito. Potei così dedicarmi a quella del grosso mayas tciapping, 
che mi occupò tutto intiero il giorno seguente ed una metà di quello 
dopo, essendo stato costretto di incidere longitudinalmente tutti i 
diti delle mani e dei piedi per scarnirli; lavoro che mi portò via 
molto tempo, avendo voluto estrarne anche tutte le ultime falangi, 
in maniera da poter conservare scheletro e pelle al completo' 2 ). 

Passai dipoi un buono. strato di sapone arsenicale sopra tutte le 
ossa (che cosi non avrebbero tramandato cattivo odore, e sarebbero 



') « Tciapping » in malese vieu designata una lastra- d' argento di forma presso a poco 
triangolare o di cuore, che si usa appendere alle piccole bambine come vela pudore, e 
che forma 1' unico articolo di vestiario nei primi anni della loro vita. Si chiamano «intang 
tciapping » i diamanti schiacciati e triangolari (forme emiedriche) appunto perchè hanno 
la configurazione dei tciapping d'argento, e per analogo motivo anche il Mayas con la 
faccia larga porta il medesimo epiteto. 

2 ) Quest' esemplare, che è forse uno dei più belli che esistano, figura adesso nel Museo 
civico della città di Genova. 



CAPITOLO XII 225 

state più al sicuro dagli animali) e le sospesi al soffitto di ima ca- 
panna, che serviva occasionalmente da bottega di fabbro-ferraio, 
dove potevano prosciugare, senza che io avessi più ad occuparmene. 
3Ia per la pelle era un altro paio di maniche. Il tempo essendo 
piovoso ed umidissimo, onde preservarla sempre meglio, ne spen- 
nellai di sapoue arsenicale tutte le parti nude, anche all'esterno, e 
^la collocai poi sopra una specie di telaio o barella (fatta di bambù) 
che sospesi con quattro corde al soffitto. In tal modo la pelle rima- 
neva in piano, per aria, nel mezzo della capanna, a circa tre metri 
al di sopra del terreno, al riparo dalle intemperie, e nello stesso teinpo, 
cosa indispensabile, ventilata per accelerarne la disseccazione. Al- 
l'occorrenza potevo fare anche il fuoco nella capanna, per mante- 
nervi l' aria asciutta, non per cercare di seccare la pelle al calore 
artificiale, che sarebbe stato un grosso sbaglio. Le pelli seccate nei 
tropici al fuoco, come quelle esposte al sole, soprattutto quando 
l'aria è umida, si cuociono quasi, e, o diventano fragilissime, o ri- 
mangono sempre igroscopiche. Quando poi pelli così preparate si 
vogliono montare definitivamente, e vengono perciò fatte rinvenire 
nei bagni speciali, cadono a pezzi, la cuticola si distacca, e perdono 
il pelo. 

1° aprile. — Oggi finalmente abbiamo una buona giornata col sole 
scoperto e molta ventilazione, della quale le mie pelli, che non pos- 
sono ancora dirsi assicurate, si avvantaggiano assai; ma ho da lot- 
tare, oltre che col clima, con le formiche, coi topi e soprattutto coi 
caui. Di questi nella casa del Kunsi ve ne sono sette, che vengono 
allevati ed ingrassati per mangiarli nelle grandi occasioni. Per quanto 
-tosi attento e tenessi le pelli in posizioni che credevo sicure dai 
loro attacchi, ne ho trovata una con un calcagno rosicchiato. Un 
cane si era arrampicato di notte tempo lungo un palo, come avrebbe 
fatto un gatto, lo davvero sino a qui non avevo idea di queste abi- 
tudini rampichine dei caui cinesi. 

(iià «la varj giorni mi sono accorto che il Kunsi non mi vede vo- 
lentieri nella sua casa, e sarebbe ben contento che me ne andassi 
alti ove. Dice che i miei mayas puzzano e che gli rendono disgustoso 
il riso. E sarà anche vero; ma io credo piuttosto che si attribuisca 
una malefica influenza al mio genere di lavoro, io sospetto che in- 
vece delio schifo, sentimento <li cui non credo suscettibile un Cinese, 
il mio ospite debba provare un vago sentimento superstizioso di 
pania per gli spiriti di tutti i miei scimmioni, vaganti intorno alle 
loro spoglie, adirali e minacciosi, e forse gridatiti vendetta. Per 

spellare il grosso mayas dovetti quindi usare un poca di violenza, 

15 — Biocabi, WeUe/orettt ti Bonito. 



& 



226 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

i Cinesi non volendolo in casa a nessun costo. I Daiacchi che avevo 
a spettatori, sarebbero andati per le spiccie e mi sussurravano agli 
orecchi : non date retta « tuan » (signore) ai loro discorsi, si taglia 
noi la testa a tutti quei « babi » ') di Cinesi. Da quanto io riuscii 
a capire, la diabolica influenza del mio genere di lavoro si era, 
secondo essi, di già cominciata a manifestare, faceudo. ammalare 
gravemente uno dei loro vecchi. 

Io credo che il povero diavolo t'osse di già stato còlto dal tifo 
quando io arrivai a Marop, ma forse a questo i Cinesi non ci pen- 
savano; e dovevano essere stati i miei orang-utan che l'avevano 
adesso ridotto in fin di vita. Io ho tenuto dietro alla cura a cui 
hanno sottoposto l'ammalato; non so però di che cosa fossero com- 
poste due pillole, grosse come ciliege, che con l'aiuto delle dita son 
riusciti a mandargli giù per la gola. Gli hanno fatto fumare del- 
l' oppio a più riprese, costringendolo a camminare nello stanzino 
destinato a tale uso; quando poi al povero vecchio son venute meno 
le forze e non gli fu più possibile di muoversi, portarono la piccola 
pipa ed il lumicino occorrente per fumare presso il suo letto. L'am- 
malato è stato poi trasportato iu un'altra casa, credo di certo per sot- 
trarlo al mal' occhio, di cui io era la causa. Ma la febbre essendo 
alta, lo hanno poco dopo condotto al nume e ve l' hanno tenuto 
immerso per un quarto d'ora; sembra quindi che il sistema di ab- 
bassare la febbre col bagno sia stato in uso nella Cina prima anche 
che da noi. Dopo il bagno ha dovuto mangiare due banani, e poi 
di nuovo ripetutamente fumare oppio. La mattina dopo il povero 
uomo era morto. E dire che sono stati i miei mayas che .lo hanno 
ammazzato ! 

3 aprile. — Il tempo continua ad essere molto umido e piovoso, 
ciò che mi fa stare assai in pena per le mie pelli, e mi costringe 
di tenere acceso il fuoco nella fucina, tanto per scacciare l' umidità 
dalla capanna. 

Dopo la mia colazione vengo avvertito da alcuni Daiacchi che 
nelle viciuanze immediate del villaggio, è stato veduto un mayas ; 
prendo il fucile e seguo le mie guide, che iu meno di una ventina 
di minuti mi conducono sul posto e realmente mi mostrano, su di 
un albero, alto forse 50 metri, l'animale ancora immobile nel posto 
dove era stato scoperto. Era mezzo nascosto fra le frasche, e neanche 
facendo rumore si voleva muovere. La posizione da cui io ero co- 
stretto a tirare, dal basso quasi verticalmente in su, era molto in- 



') «Babi» iu malese, significa: porco. 



CAPITOLO XII 227 

comoda. Lascio andare nondimeno un colpo e poi un altro, ma non 
riesco a distinguere con quale effetto. Dopo qualche istante il be- 
stione si muove lentamente, senza abbandonare l'albero sul quale 
gli avevo fatto fuoco, e che sorgeva dal fondo di un borrone. Salgo 
allora sopra una delle pendici prossime, e così mi riesce di vedere 
l'animale allo scoperto, sotto un angolo maggiore. Presa quindi da 
una comoda posizione una ferma mira, non appena sparato, il mayas 
cade, fortunatamente trattenuto dai rami degli alberi più bassi, 
altrimenti non avrei raccolto, per la grande altezza da cui precipi- 
tava, che un sacco d'ossa frantumate. Appena caduto tramandava 
un odore speciale di selvaggina. La palla che lo finì, attraversando 
il cuore era uscita dal collo, strisciando e spaccando l' occipitale. Era 
un maschio giovane di mezzana statura. La circonferenza del petto, 
nel punto corrispondente all'estremità dello sterno, misurava 62 cen- 
timetri. La pelle di quest'individuo, che conservai nello spirito, si 
trova adesso preparata nel museo di Pisa, avendola regalata al mio 
illustre maestro di zoologia, il prof. Paolo Savi. La caccia aveva 
durato appena un'ora. 



Capitolo XIII 



Continua il diario del Batang-Lupar - Belle farfalle - Uu pranzo cinese - Il bene ed il 
male dell' oppio — Un giovane mayas — Escursione a Tiang-ladgiù - Un serpente vele- 
. noso - Cinghiale di monte - Vegetazione della cima di Tiang-ladgiù - Fosforescenza 
della foresta - Pregiudizi daiacchi - L' orso e le formiche - Stoffe di « upas » - Nidi di 
uccelli - Nuovi acquisti zoologici e botanici — Banani selvatici — Un fiore sudicio — Un 
pesce che ha cura della famiglia - Singolari mezzi di difesa di alcune formiche - II 
« clulut » ed il suo nido - La supposta femmina del mayas teiapping - Una fortunata. 
caccia agli oraug-utan. 



."> aprile. — Finalmente abbiamo un poco di bel tempo e col sole 
compariscono bellissime farfalle. Fra le altre, la superba OrnWioptera 
BrooJcecma dalle grandi ali vellutate, uno degli insetti che la natura 
si è sbizzarrita ad adornare con poche tinte, ma di uno splendore 
indescrivibile, attraversa il villaggio di Marop con un volo così ra- 
pido, che non riesco ad impadronirsene ; nondimeno, in compenso, 
varie altre belle specie rimangono mia preda. Vedendo la stagione 
propizia, continuo a cercare insetti, soprattutto coleotteri, che ora 
in <|iiantità più dell'ordinario sono usciti fuori dai loro nascondigli, 
attratti dalla fùlgida luce del sole, dopo varj giorni nuvolosi e bigi. 

Eicorrendo oyo-i una lesta cinese, ha avuto luogo nella casa del 
Kuiim un gran desinare, al quale sono stato invitato anch'io. 

La tavola era stata imbandita per terra sopra una grande e bella 

Moia, molto pulita, distesa nell'ai Ho, che, come al solito, nelle case dei 

K un ^T. serve al tempo stesso da sala di ricevimento, Luogo di riunione e 
da chiesa. Nel mezzo della stoia, oltre ad alcuni grandi piatti di riso 

eolio nell'acqua ed asciutto, erano posale parecchie scodelli' (li por- 
cellana contenenti Le pietanze, consistenti più che altro in pezzettini 



230 NELLE FORESTE DI BORNEO 

di pollo o di porco lessi, ina alcune accomodate con salse e gelatine 
di un' apparenza sospetta ed all' occhio niente affatto appetitose. 
Oltre a ciò varj altri recipienti rigurgitavano di legumi cotti, e chi 
sa che anche qualcuno dei grassi canini del Ivunsi, sacrificato espres- 
samente per l'occasione, non figurasse fra le gustose vivande del 
banchetto. 

I commensali erano tutti accoccolati in giro e formavano un gran 
cerchio intorno alla stoia imbandita. Ognuno aveva dinanzi a sé 
una profonda scodella, specie di grande tazza da thè senza manico, 
che si riempiva prima di riso, formando questo per i Cinesi, come 
per i Malesi, la base del vitto giornaliero. I Malesi, che anche loro 
usano di mettere le pietanze nel mezzo dei convitati, intingono 
dentro con le dita nei varj recipienti, ma i Cinesi invece, molto 
più raffinati, adoperano per tale scopo le due famose bacchettine, 
di cui tutti hanno sentito parlare, ponendo un dito fra l' una e l'al- 
tra, e servendosene a guisa di mollette per portare i pezzetti di 
carne alla bocca, oppure per depositarli nella ciotola insieme al 
riso. Il riso però vien mangiato accostando la scodella alle labbra, 
e spingendolo con le bacchettine dentro la bocca, facendo allora 
queste l' ufficio di mestolino. Tutta la manovra per mangiare alla ci- 
nese mi era nota da un pezzo, ma non ne avevo mai fatta la prova, 
e preferii, anche questa volta, di farmi portare i miei piatti e le 
mie posate, pur facendo abbastanza onore agli ospiti, ma con l'av- 
vertenza di servirmi delle cose più semplici. 

In questa occasione ebbi agio di osservare come siano democra- 
tiche queste società cinesi, dove anche il capo viene eletto a mag- 
giorità di voti, e può essere uno dei lavoranti ; è sempre però quello 
che ha dato prova di aver più pratica negli affari, ma nel caso del 
Kunsi di Marop non ho visto che fosse il più laborioso: era però 
senza dubbio quello che fumava più oppio. Ciò nonostante non mi 
sono accorto che in nulla mancasse alle qualità richieste dalla sua 
posizione. Aveva l' aria intelligente e lo vedevo molto rispettato dai 
suoi amministrati, ma sul piede della più perfetta eguaglianza. 

A parte tutto quel che vi è di vero sull'uso, o meglio sull'abuso 
dell'oppio, io ho potuto rimarcare, anche nel seguito dei miei viaggi, 
che i principali mercanti cinesi, i più ricchi, i più avveduti ed i più 
abili nel commercio, erano grandi fumatori di oppio. 

II vizio dell'oppio sembra riveli i suoi effetti perniciosi più sul 
fisico che sull'intelligenza; ed io paragonerei lo stato di torpore 
che produce, ad una specie di sonnambulismo predisponente alla vi- 
sione, durante il quale le idee vengono a manifestarsi sotto aspetti 



CAPITOLO XIII 231 

multiformi, e come isolate dal mondo materiale. Quasi si potrebbe 
dire col sommo Poeta che nell'assopimento prodotto dall'oppio 

la mente nostra pellegrina, 

Men dalla carne, e più dai pensier presa, 
Xelle sue vision quasi è divina. 

Io però non ho mai fatto l' esperimento di fumar 1' oppio, ma un 
ricco Bughis di Matassar mi diceva, che egli apprezzava molto que- 
sta abitudine, perchè gli rialzava l' intelligenza : « naik kirà-kirà » , 
coni' egli si esprimeva. 

A me non sembrerebbe una cosa assolutamente impossibile che 
i nutrimenti, o meglio gii stimolanti nervosi, di cui l'uomo può aver 
fatto uso in uu remoto passato, possano aver avuto una parte im- 
portante nello sviluppo della sua intelligenza. x~on vedrei quindi 
punto impossibile che anche l'oppio (come il vino) possa aver con- 
tribuito a risvegliar idee nuove ed originali agli antichi abitatori 
dell'Asia centrale, per cui taluna delle tante invenzioni utili, che 
di là ci sono venute, possano essere state intravedute, durante le 
ore d' ozio dei sonnacchiosi e viziati fumatori d' oppio. 

11 aprile. — Da varj giorni non ho più avuto mayas ed io so- 
spetto che il Kunsi abbia proibito ai cacciatori cinesi di portar- 
meli. Così spera che me ne anderò ; ma a farlo apposta oggi arri- 
vano dei Daiacchi con un mayas appena slattato e quasi morto. Il 
colore del corpo era bruno carneo o leggermente roseo, come le 
labbra e le palpebre. È questo il colorito della parte nuda della 
pelle nei giovani; ma, col crescere dell'età, tali parti diventano sem- 
pre più scure, (ino a che prendono il colore nerastro oliva proprio 
degli adulti. Di questo mayas non conservai che la testa in forte 
salamoia alcoolica. Dei Cinesi di Macao si son presi il corpo, e ne 
hanno cucinata la carne, che mi hanno detto di aver trovata gu- 
stosissima. 

12 aprile. — Mi muovo oggi con varj Daiacchi per una escursione 
sul Tiang-ladgiù, un picco isolalo poche miglia discosto da Maro]), 
e da dove, quando il tempo è favorevole, si scopre tutto il paese 
del Bataiig-Lupar sino ai laghi del Kapiias, dei quali volevo rico- 
OOSCere la situazione, avendo l'atto il progetto di andare quanto prima 
a<l esplorarli. 

In un'ora e mezzo di spedii;) marcia siamo giunti a Ruma Prang- 
ghJ, villaggio «li Daiacchi ai piedi proprio del a te; ma per oggi 

siamo Mali impediti di andar oltre, a causa della pioggia incessante 

che è sopraggiunta. 



232 NELLE FORESTE DI BOENEO 

13 aprile. — La mattinata è bellissima. Non è appena levato il 
sole che si comincia a salire. Lungo il sentiero che si percorre, e che 
tracciamo coi parang, un Daiacco, col suo occhio esperto ed acuto, 
scopre, posato sopra xui arbusto che ci attraversa il cammino, uno 
dei serpenti più velenosi di Borneo: l'« ular unkudì » {Trigonocephalus 
WagleriV), del quale ho già fatta menzione al capitolo IV, e che 
per il suo colore verde non si distingue dal fogliame framezzo al 
quale sta rannicchiato. È però un animale torpido ed apatico, che 
non tenta di mordere l'uomo, ma che nondimeno i Daiacchi temono 
moltissimo. 

Giunti a circa 500 metri di altezza, faccio depositare gli impedi- 
menti, lasciando una parte degli uomini a preparare il lankò per pas- 
sarvi la notte, e senza perder tempo continuo con il rimanente del 
mio seguito l'ascensione. Attraversiamo adesso una bella foresta, 
dove sul suolo coperto dalle foglie cadute, e poco ingombro da ar- 
busti, si camminerebbe molto bene, se le mignatte non fossero in- 
numerevoli ed insopportabili per le continue ferite che infliggono 
ai nostri piedi, sanguinanti per questo da ogni parte. In alto la 
montagna si riduce ad una strettissima cresta, e ciò spiega la forma 
acutissima che il picco presenta allorché si guarda da Marop, mentre 
poi la salita non è affatto difficile. Arrivati però sulla cima si cammina 
per un sentiero che farebbe venir le vertigini, se la vegetazione non 
formasse un riparo dai due lati. Questo angusto viottolo, come altri 
osservati lungo la salita, è opera, da quanto mi assicura la guida, 
del « babi bellidà » o cinghiale di monte, che io non ho mai incon- 
trato, ma che mi vien descritto come molto più alto sulle gambe 
del cinghiale comune. 

Ci troviamo adesso precisamente al livello delle nuvole, anzi un 
poco al di 'sopra, potendo a tratti vedere il cielo sereno ed il sole 
splendere std nostro capo, nel mentre che le nuvole, mosse dal vento, 
passano sotto di noi, e non ci concedono la vista del circostante 
paese che a strappi e per brevi intervalli. 

Tutta la massa del monte la riscontrai di pietra arenaria. Gli alberi 
erano andati rimpiccolendo mano mano che ci avvicinavamo alla som- 
mità, dove erano ridotti a semplici cespugli per l' azione dei venti, ed 
in causa dello scarso suolo dove barbicare. Muschi ed jungermannie 
coprivano di una molle ed umida veste la terra, le pietre, i tronchi; 
mancava però lo sfagno che avevo trovato sulle altre montagne. 
Molte e belle farfalle vidi passare sopra la mia testa e librarsi nel- 



] ) Questa serpe, secondo Low, riceverebbe anche il nome di « ular ledonc 



CAPITOLO XIII 233 

l'aria sull'abisso, reso più pauroso dalla nebbia, cbe uè uascoudeva 
il foudo. Piante iu fiore uou ve ne erauo molte, nondimeno trovai 
tre specie di Ehododendron ed una Conjsantltes, v.era gemma della 
montagna, piccola orchidea," di pochi centimetri di altezza, assai 
abbondante, di cui i fiori solitari e relativamente grandi, di un bel 
colore violetto, spuntavano al di sopra della borraccina e si potevano 
paragonare ad ametiste disseminate sopra un letto di smeraldi. 

La flora di Tiang-ladgiù mi è sembrata meno ricca di quella delle 
altre montagne più prossime al mare; ho però riconosciuto dal fo- 
gliame molte specie che non avevo ancora trovate altrove; ma per 
sistema mi ero proposto di raccogliere solamente esemplari in stato 
da potere essere identificati, e, meno casi molto eccezionali, le piànte 
che non erano in fiore od in frutto, le trascuravo. Notai la man- 
canza di moltissime specie, che sempre avevo incontrato nella fo- 
resta presso la costa; così non vidi che due sole ditterocarpee ed 
una sola Quercus, piante facilmente riconoscibili anche dalle sole 
foglie. 

Sulla cima il termometro centigrado all'ombra dei cespugli, se- 
gnava + 25; il barometro (aneroide) 68G millimetri. Ho valutato su 
questi dati l'altezza di Tiang-ladgiù a 996 metri. Avendo aspettato 
lungamente invano che le nebbie si diradassero, dovetti alla fine 
decidermi a discendere, e, raccogliendo piante, ritornai piano piano 
dove avevo lasciato una parte della mia gente a costruire il lankò. 
Eia prossimo il tramonto, e le cicale, che dovevano essere nume- 
rosissime e di più specie, straziavano le orecchie con i loro striduli, 
acutissimi e discordanti suoni, essendo questa, a quanto pare, l'ora 
destinata al loro canto d'amore. 

Si cuoce il riso all' uso daiacco, dentro internodi verdi di bambù, 
e dopo cena ci disponiamo per dormire. Piove tutta la notte. In 
molte cose In» preso le abitudini dei Daiacchi, ma sul letto di 
scorze è diflicilc che io faccia, coinè loro, tutto un sonno; indolen- 
zito ila una parte, mi «irò dall'altra, e così una mezza dozzina di 
volte, prima che sia giorno. Fra un sonno e l'altro mi apparisce la 
foresta tutta Laminosa. Ogni oggetto per terra è fosforescente: le 
foglie cadute, i ramoscelli putridi, i vecchi tronchi tramandano luce. 
La notte però mi sembra lunga ed il giorno molto lento a venire. 
[/ombra è sempre densa, eppure il sole dovrebbe essere di già Le- 
vato; ma continua la pioggia line line, e- poi si solleva, la Debbia. 
Il termometro non segna che | 20 centigradi. Volevo risalire lacinia 
per ottenere una veduta generale ilei paese sottostante, ed aspetto pei 
questo sino a mezzogiorno, sperando che il cielo si rischiari. Intanto 



234 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

i Daiacchi passano il tempo raccontandosi i sogni avuti nella notte 
e provocati dall' ascensione di ieri; giacché ritenendo essi che le 
alte sommità siano la dimora di particolari spiriti, e rappresentando 
per questo qualche cosa di arcano e di pani-oso al loro pensiero, la 
comparsa in sogno di un genio benigno, durante una notte passata 
sopra ima montagna, è una tal fortuna, che essi vanno talvolta espres- 
samente a procacciarsela dormendo anche sull'orlo di precipizi; ma è 
questo un atto di così grande bravura, e per il quale si richiede un 
tal sangue freddo, che ben pochi sono quelli che osano tentarlo. La 
mia guida mi narrò che egli una volta passò tre notti consecutive 
sulla vetta di Tiang-ladgiù, ma nessun sogno benefico ricompensò 
la sua costanza ed il suo coraggio. 

Persa la speranza del bel tempo, ritornai a Eiunà Prangghì, e 
senza fermate proseguii per Marop, dove giunsi in sole due ore e 
mezzo di spedito cammino. 

Per tutta la seconda metà d' aprile il tempo continuò a Marop 
molto piovoso. Non interruppi per questo le mie gite giornaliere 
nella foresta, trovando sempre, oltre a nuove piante, anche molte 
altre cose di notevole interesse per il naturalista. Così 'un bel giorno, 
sopra una collina, vidi il terreno razzolato assai profondamente in 
varj punti; e Pagnì, il servo daiacco che mi accompagnava, mi as- 
sicurò essere il lavoro di un « bruan » l' orso di Borneo, in cerca di 
nidi eh formiche, delle quali volentieri si ciba. 

Un'altra volta trovai un albero di upas (Antiaris toxicaria) non 
selvatico, ma piantato dai Daiacchi, come nella stessa condizione ne 
avevo visti a Banting tramezzo agli alberi da frutto. Ecco una pianta 
della foresta, di uso domestico, che con l'andar del tempo scompa- 
rirà sotto la forma selvatica, essendo divenuta di già assai rara a 
motivo della ricerca che se ne fa, oltre che per il veleno che som- 
ministra, anche per la scorza, dalla quale si ottiene ima specie di rozzo 
panno, usato per i più comuni indumenti. Anche le coperte sotto 
le quali i Daiacchi dormono sono spesso fatte di scorza di upas, 
battuta in maniera che tutta la parte legnosa e suberosa venga ri- 
mossa, e vi rimanga solo il feltro, formato dalle sottili, molli e fitte 
fibre del libro. 

Molto di rado mi era riuscito di scoprire dei nidi e delle uova 
di uccelli nella foresta. Ho potuto nondimeno trovare ima volta io 
stesso il nido della bellissima Pitta granatina, dentro un cespuglio di 
una Maranta nel più folto del bosco a pari del terreno. Era formato 
di foglie secche, molli, e conteneva due sole uova, che la femmina 
covava, fuggendo solo quando le fui molto vicino. 



CAPITOLO XIII 235 

I Daiacchi uri portavano di tanto in tanto qualche animale raro, 
non però così spesso come mi sarei aspettato e come avrei deside- 
rato. Un giorno è una civetta che gradisco molto. Sou così rari gli 
uccelli notturni in Borneo ! Per qual motivo ? Un' altra volta è un 
fagiano (Euplocomus nolilis) che mi capita. Era però una femmina 
e non aveva le belle penne del maschio, ma l' occhio era uno splen- 
dore, con la pelle nuda all' ingiro di color ametista chiaro e l' iride- 
rosso carminio. Faccio acquisto parimente di un piccolo orso vivo, 
che mangia molto volentieri il riso cotto. Ha delle abitudini assai 
curiose ed è molto domestico; sua principale occupazione è quella 
di rimanere di tanto in tanto per delle mezz' ore buone, con una 
zampa in bocca a succiarsela ed a brontolare, non cercando mai 
di allontanarsi da noi, quantunque perfettamente libero. I Daiacchi 
dicono di conoscere due specie di orsi. Uno è quello ora rammentato, 
il più comune, tutto nero, con una macchia gialla a semicerchio sul 
petto ed il pelo corto. L'altro è più raro, ha il pelo più lungo, ed è 
per tal motivo chiamato « bruan rambei »'); questo mi vien descritto 
per di più con i lati della faccia rivestiti da pelo rossastro, e senza 
macchia sul petto. In Sarawak poi ho sentito parlare di una terza 
specie chiamata « bruan bulàn » (luna) tutto nero, con macchia se- 
milunare chiara sulla testa, invece che sul petto. Di fatto però i 
naturalisti, sino a qui, non conoscono di Borneo che una sola specie 
di orso, il di già rammentato Helarctos malajanus. 

Una sera andai in cerca di banani selvatici, dei quali raccolsi tre 
specie distinte e molto caratteristiche sopra una collina prossima 
alla casa del Kunsi, lungo i borri, in luoghi diboscati e dove il ter- 
reno era stato recentemente sottoposto a cultura. A questo propo- 
sito trovo molto straordinario il fatto di tre specie di Musa, a quanto 
pare endemiche in Borneo, crescenti tutte insieme, promiscuamente, 
in uno spazio assai ristretto, e che mai s'incontrano nella foresta 
primitiva; anzi per di più che hanno bisogno per vivere che questa 
sia stala distrutta' 2 ). Non posso adesso spiegare per quali serie di con- 
siderazioni io sia venuto nell'ipotesi che tali specie di Musa siano il 
prodotto della retrocessione allo stato selvatico di l'orine ibride col- 
tivate, ritenendo che sia stato V uomo, il quale abbia preparato ad esse 



nini .. forse derivato da « rambtil ■> < - : 1 1 n - 1 1 i , <• l' aggettivo col quale i Malesi 
distinguono alcuni animali ■■< pelo lungo. 

; Nella Suiinmi Qazette, n; luglio i « 7 ."> , si dice che dei banani selvatici crescono in 
gran quantità ralle sponde del Balòi, • I < > i •• > che vi 6 stato mietuto il riso, echi' vi du- 
rano cinque <» u i anni, (ino ;> che scompariscono) quando comincio ;i ricrescere il bosco. 



236 NELLE FOEESTE DI BOENEO 

la stazione conveniente per vegetare e che abbia quindi contribuito 
in gran parte alla loro formazione specifica. 

Fra le piante singolari trovate a Marop merita che io ricordi una 
nuova ziuziberacea 1 ) chiamata dai Malesi «goppak», che produce 
delle compatte, grosse e lunghe spighe radicali, nelle quali i fiori 
rimangono nascosti da mia specie di marciume. È il fiore più su- 
dicio che abbia mai visto, appartenente ad un genere di piante, che 
pure racchiude moltissime specie con splendide corolle, avvolte ancor 
esse da invogli vivacemente colorati. Nella menzionata specie invece 
gli invogli, o brattee florali, si risolvevano in una mucillaggine lurida, 
dentro la quale aveva trovato rifugio un numero grandissimo di 
coleotteri che potei facilmente catturare, immergendo le infiorazioni 
nell'acqua, ed obbligando così le piccole bestiole ad uscire dal loro 
nascondiglio. L'interno dei germogli di questa pianta si possono 
mangiare cotti, ed io stesso li ho trovati aggradevoli, ma legger- 
mente acidi; per di più i Daiacchi fanno delle buone stoie con certe 
sottili striscie che sanno trarre dal gambo delle sue foglie. 

Una mattina Kisoi, il mio cuoco cinese, essendo andato a pescare 
in un torrente, fra gli altri pesci ne riportò a casa uno chiamato 
dai Malesi « ikan tion », credo un siluroide del genere Arius. Quando 
mi capitò di osservarlo, era di già stato preparato per friggere; ma 
della medesima specie ne vidi molti altri assai piccoli, che il cuoco 
mi assicurò di aver egli stesso levato ancor vivi dalla bocca del 
grande. I Malesi, che conoscono tanto bene i costumi degli animali 
del loro paese, mi hanno raccontato che i piccoli dell' ikan tion se- 
guono sempre la madre da vicino, la quale, ad ogni pericolo e du- 
rante la notte li raccoglie in bocca. 

Nell'insieme non sono stato a Marop molto fortunato nelle mie 
caccie agli insetti. I coleotteri erano piuttosto scarsi, forse perchè non 
vi erano diboscamenti recenti nelle vicinanze e vi era per questo 
scarsità di legname morto. Avevo però messo insieme una piccola 
collezione di splendide farfalle; ma un giorno, precisamente quando 
tornai dalla gita di Tian-ladgiù, trovai la scatola che le conteneva 
invasa da una minutissima formica, che me le aveva quasi intiera- 
mente distrutte. 

Fra le formiche a Marop ve ne sono alcune che hanno dei mezzi 
protettivi insoliti. Le formiche saranno degli animali alle volte utili, 
ma sembra che debbano anche avere avuto dei grandi nemici, i 



') Recentemente descritta da K. Sohumann, sugli esemplari raccolti in questa occa- 
sione, col nome di Alpìiiia crooydocalyx. 



CAPITOLO XI11 237 

quali le hanno costrette a cercare tutti i mezzi possibili di scampo 
e di difesa '). Una ne trovai per terra, assai grossa, la quale ap- 
pena toccata la vidi ricuoprirsi di una schiuma bianca, che in quan- 
tità le usciva dall' acuto addome. Un' altra abitava sulle foglie di 
una quercie, e tramandava un fortissimo odore di pepe. Di assai 
efficaci mezzi di chiesa è provvista pure la « sumut samadà » spe- 
cie terrestre, che vive in società ed è comunissima a Marop. È 
una formica tutta nera, di forma più lunga dell'ordinario, armata 
come lina vespa di un pungiglione col quale infligge punture do- 
lorosissime. Guai se accade di aver fatto in sua vicinanza un lankò 
per passare la notte; non vi è altro scampo che sloggiare al più 
presto. Ma la più feroce di tutte à la « sumut tinggal-palà » (che 
lascia la testa), così chiamata per la tenacità con la quale morde, 
tanto che, piuttosto di staccarsi, abbandona la testa sull'oggetto da lei 
atterrato. Io ho trovato questa specie una volta sopra una mirtacea 
in fiore, dove aveva preso talmente possesso dell' albero, che nessuno 
dei miei uomini osò salirvi, di guisa che non avendo le accette con 
me per abbatterlo, dovetti rinunziare a far esemplari di detta specie, 
clie per causa di questa formica non figura nel mio erbario. Vi è poi 
la comunissima « sumut kassà » la formica rossa (Oecopliylla smarag- 
dina), che non manca mai nella foresta secondaria, dove forma dei 
grandi nidi fra gli arbusti o nei cespugli, riunendo insieme varie 
foglie e collegandole per mezzo di filamenti simili a ragnateli. È 
dessa uno dei più grandi flagelli, quando si traversano luoghi dei 
•piali si è impadronita, trovandosi i suoi nidi spessissimo ad altezza 
d' uomo. Il suo morso è cocentissimo per l'acido formico che versa 
nella ferita; ma per buona sorte il dolore che cagiona è fugace. Mi 
è accaduto più di una volta di disturbare inavvertitamente qualcuno 
ili-i Mioi nidi, ed in un attimo tutti gli abitanti si sono sparpagliati 
addosso a ine, insinuandosi giù per il collo e per le maniche al di 
sdito degli abiti, ed attaccandosi rabbiosamente alla mia pelle nuda, 
lami) clic per Liberarmene sono stato talvolta costretto di spogliarmi 
completamente. I Daiacchi mangiano questo insetto mescolandolo 
al riso, trovando a quanto pare gustoso il suo penetrante odore di 
aceto. Il Tiiaii-niiida ini Ini raccontato che anche un mavas, da esso 
tonato rivo per lungo tempo, era ghiottissimo di questa formica. 



Le formiche raccolte da Dona e eia me in Sarawali senni state descritte dal 
■ lori. <;. Mayr Degli Annui; del Museo civico di Genova, voi. II. 1*7:.', pag. L83, ma alle 
singole specie non sono state riportato le mie note, per la qual cosa non posso indicare 
col nome scientifico le specie ora menzionate. 



238 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

Il modo col quale V Oecophylla smaragdma si procura i filamenti 
clie servono ad unire insieme le foglie delle quali si compone il 
suo nido, è così sorprendente che non si crederebbe possibile, se non 
fosse perfettamente constatato da testimoni oculari degni di ogni 
fede'). Le formiche adulte di questa specie, diffusa molto nell'Asia 
meridionale e nella Malesia, non disponendo di alcun materiale 
agglutinante, che possa servire a collegare insieme le foglie di cui 
abbisognano, hanno saputo utilizzare per tale scopo una specie di 
seta, che le loro proprie larve secretono quando hanno bisogno di 
costruire il piccolo bozzolo, nel quale si rinchiudono durante l' ultima 
metamorfosi. Per tale oggetto alcune Oecophylla adulte tengono fra 
le mandibole una delle larve, la quale viene così obbligata a ver- 
sare dalla bocca il materiale agglutinante' sub" orlo di una foglia, 
che è tenuta nella posizione voluta da altre formiche della mede- 
sima famiglia. Di tal maniera i filamenti che dovrebbero servire alle 
larve per fare il loro bozzolo, vengono utilizzati dalle adulte della 
società per unire insieme il materiale dell' abitazione comune. Pre- 
cisamente come si potrebbe far noi ad un baco da seta maturo, o 
ad un ragno, prendendolo fra le dita ed obbligandolo ad emettere 
il serico filo dove più ci accomoderebbe. 

Pochi fatti come questo rivelano la grande intelligenza della for- 
mica, la quale invero ha trovato il modo di estrinsecarsi, non tanto 
in causa del grande sviluppo cerebrale, quanto perchè di pari passo 
a questo vi sono stati degli organi, le mandibole, che hanno potuto 
eseguire gli ordini dal cervello ricevuti, precisamente come nella 
nostra specie sono state le mani, senza delle quali il cervello non 
sarebbe stato per l'uomo che una divinità impotente. 

A Marop trovai assai frequenti certi imenotteri melliti ci (Trigona) 
simili a piccolissime api, ma senza pungiglione, chiamati in malese 
« clulut » di cui varie specie costruiscono sotto terra degli alveari 
o nidi impastati di resina 5 ). 



') D. Sharp, Insects, parte II, pag. 147. 

2 ) Sono riuscito una volta a scavare il nido costruito dalla Trigona apicalìs. Il suo 
ingresso era indicato da mi piccolo condotto o canale cilindrico (nel quale avrebbe po- 
tuto entrare un dito mignolo) e che penetrava nel terreno tramezzo alle vecchie radici di un 
tronco morto. Il condotto, o canale di accesso, era formato intieramente di resina e spor- 
geva fuori del terreno di circa 10 centimetri, ma in alcuni altri nidi questa parte esterna 
era lunga anche il doppio. Da questo ingresso si faceva capo ad una cavità sotterranea 
di forse 15 centimetri di diametro, comunicante con varie altre eoncamerazioni irrego- 
lari, tutte del medesimo materiale del canale. Dalla camera principale si staccavano alcune 
ramificazióni, che sopportavano un gran numero di cellule sferoidali o piriformi a pareti 



CAPITOLO XIII 239 

19 aprile. — È stata oggi una giornata caldissima. Il termometro 
al sole ha segnato + 54 centigradi (130 Fahr.) ; il giorno seguente in- 
vece è piovuto quasi di continuo dalla mattina alla sera. 

28 aprile. — Atzon, il Cinese che mi aveva portato il grosso mayas, 
rimasto più persuaso dai miei dollari, che intimorito dagli ordini del 
Ktinsi, essendo ritornato a caccia, oggi mi ha portato una bella testa 
perfetta di un grosso mayas, assicurandomi esser quella di una fem- 
mina di mayas tciapping. Questa testa non portava che un accenno 
delle caratteristiche espansioni adipose ai lati della faccia, proprie 
della grossa varietà, ma nell'assieme appariva differente anche da 
quella del mayas kassà, oltre che per le grandi dimensioni, anche 
per lo sviluppo dei muscoli temporali, e per l'attacco loro presso 
la metà del cranio, dove però non sembrava esistesse una cresta 
ossea. Io posi l' interessante pezzo in una forte salamoia alcoolica, 
ed adesso si trova conservato nel museo civico di Genova, tuttora 
intatto (rigare 43 e 44 1 ). Se non fosse stato assai lontano il posto dove 
venne uccisa questa bestia, di cui il corpo venne lasciato nel giongle, 
sarei andato volentieri a verificarne il sesso; ma oramai era già quasi 
buio ed andarvi il giorno dopo era probabilmente inutile, essendo 
quasi certo che nella notte i cinghiali l'avrebbero divorato. Io non 
ero del tutto persuaso delle assicurazioni di Atzon, al quale avevo 
molto i-accomandato di portarmi ima femmina di mayas tciapping, 
e clic poteva aver quindi interesse ad ingannarmi. Lo stesso giorno 
nel (piale venne uccisa la femmina in parola, Atzon aveva incon- 
trino un altro mayas maschio della medesima razza, molto grosso, 



ceree e un. Ili. contenenti delle larve. Le cellule, che riempivano tutta la cavità, erano 
lassamente unite tra di loro, ed attaccate alle ramificazioni di cui ho parlato, come i 
chicchi di un grappolo d'uva. Le cellule mi è sembrato che .fossero di due sole qualità; 

ali-uni- più score delle altn- min i tenevano che del eattivo miele acido, lo altre erano 

late da larve. Il miele migliore era < j 1 1 : i -. i esausto e mi sembrò elle dovesse essere 

contenuto in grosse cellule o -aerbi speciali nelle concamerazioni secondarie. Di tali cel- 
lule ne restavano ancora alcnne del dii >tro di circa 15 millimetri, irregolarmente rag- 
gnippate fra Imo. i-il attaccate alle pareti per un peduncolo che le riuniva tutte. Il 
miele di queste sacche ora liquido, assai limpido, leggermente acido. Per quanta atten- 
zione vi ponessi, il nido si ruppe nello scavarlo; ciò che in' impedì di riconoscerlo con 
precisione in tutte le varie parli. 

) Debbo ringraziare l'ing. s. Traverso di Genova per avere gentilmente eseguite le 
fotografie riprodotte nelle figure 13, II: ma senio in particolar modo il dovere di espri- 
mere tutta la mia gratitudine al carissimo amico prof. R. Gestro, per la cortesia con la 
quale b-i soddisfatto ogni mio desiderio, tutto le volte che ho avuto bisogno di inibì- 
ma/ioni siigli animali conservati nel Museo civico di Genova, del quale egli e il bene 
^direttore. 



240 



NELLE FORESTE DI BOKNEO 



al quale aveva sparato addosso vari colpi, senza riuscire ad impa- 
dronirsene. L'animale essendo rimasto ferito si rifugiò sopra un 
grande albero, dove al solito modo riunendo con le mani alcune 




Fig. 43 - Testa della supposta femmina ilei mayas toiapping, rimpiccolita di oltre la metà 
(Lunghezza della faccia 242 mill.; larghezza 173 niill.) 



fronde nella biforcazione di un ramo, si costruì un nido, dal quale 
non fu più possibile sloggiarlo. I grossi mayas cadono difficilmente 
se non sono feriti nel cuore o nella testa. La testa è invero un assai 
grosso bersaglio, ma io mi ero sempre raccomandato di non pren- 
derla di mira per non sciuparne il cranio. 



CAPITOLO XIII 



241 



29 aprile. — Avendomi Atzon fatto la proposta di accompagnarmi 
in luògo dove avrei certamente incontrato molti orang-utan, avevo 
destinato la giornata d'oggi per la progettata caccia. Eiman combinato 
che io darò ad Atzon per compenso un dollaro al giorno, da dividersi 
con un suo compagno, se si troveranno mayas, e solo due rupie se sa- 




Fig. 44 - La medesima testa rappresentata nella lisina 43, veduta di profilo 



remo meno fortunati. Prendo meco una provvista di riso per quattro 
giorni, alcune scatole di conserve alimentari, un libretto di note, un 
metro, gli scalpelli da dissezione, della chinina, e pochi altri oggetti, 
oltre il lucile e le munizioni occorrenti. Un Daiacco porta tutto il 
mio bagaglio personale, oltre il proprio. Conduco meco anche qual- 
cuno dei miei servi malesi. Partiamo alle : sette antimeridiane ed in 
meno di nn'ora e mezzo giungiamo a Ruma N"'gon '), dove ho do- 



nai l'ini, ..i « .:i-;i ., in malese; ■■ N'gon » era il nome del capo che l'abi- 

li — Beccasi, a Borneo. 



242 ■ > T ELLE FOKESTE DI BOKNEO 

vuto fermarmi qualche minuto per non parere di sdegnare i ripetuti 
« dudòk-dndòk », od inviti ad entrare nella casa, essendo questa abi- 
tata da Daiacchi che io conoscevo di già e miei buoni amici. Ab- 
biamo poi cominciato a salire la collina, un poco più a destra del 
punto da dove giorni addietro passai per ascendere il Tiang-ladgiù. 
Volevo camminare spedito, e mi dispiaceva perder tempo dietro alle 
piante ;. non potei però l'are a meno di fermarmi per raccogliere due 
oggetti, troppo interessanti e curiosi per esser trascurati da un bo- 
tanico; uno era un Cordycejps, piccolo fungillo straordinario in forma 
di clava, di un rosso vivissimo, che sorgeva dalla testa di una grossa 
formica nera, morta. L'altro era la specie di pianta parassita, del- 
l' apparenza di fungo (Balcmoplwra reflexa), che avevo di già trovata 
sul Gunong Wà nell' alto Sarawak, ma che qui si presentava sotto 
un aspetto nuovo, non crescendo solo parassita sulle radici dell'ar- 
busto da essa invaso, ma spuntando dal di sotto della scorza di 
questo, tutto in giro alla base del suo tronco, per circa 10 centi- 
metri al di sopra del terreno. La specie è dioica ossia produce i 
fiori dei due sessi sopra individui distinti, ma tutti quelli che io 
trovai in questo punto erano di un sesso solo. Fu appunto questa 
circostanza, che mi fece sospettare in tali piante parassite l' esistenza 
di una connessione organica interna fra i singoli individui ; di ma- 
niera che uno di questi, nato e cresciuto sulla pianta dalla quale 
trae il nutrimento, avrebbe potuto produrne varj altri simili intorno 
a sé, non col mezzo di semi, ma emettendo dei propagoli o dei ger- 
mogli invisibili all' esterno, e serpeggianti dentro il tessuto della 
pianta annientatrice '). 

Lasciato sulla nostra sinistra Tiang-ladgiù, si raggiunse il crinale 
di una serie di colline, dalle quali scendono le acque che si riuni- 
scono nell' Undup. Già da alcune ore si camminava, ed eravamo 
oramai giunti nei luoghi, dove, secondo la guida, si dovevano tro- 
vare gli orang-utan; ma per quanto si tenessero gli occhi rivolti in 
alto, e si scrutasse fra la densa fronda delle piante, nulla ancora ci 
era riuscito di scoprire. Alla fine, saranno state forse le 11, Atzon 
mi indicò qualche cosa che si muoveva sopra un grand' albero, lo 
non riusciva a distinguere fra il fogliame che un poco di pelame 
rosso; pur non ostante non vi poteva esser dubbio, era un mayas 
seduto sopra il suo nido. Vidi bene che l' animale si accorse subito 
di essere stato scoperto, ma non per questo si mostrò impaurito per 
la nostra presenza, né cercò di fuggire ; si affacciò anzi fra i rami 



') Nuovo Giornale botanico italiano, voi. I (1863), pag. 65, tavole II, IV. 



capitolo xrn 243 

e poi scese un poco, quasi volesse osservarci più da vicino, aggrap- 
pandosi ai insti di una liana pendente dal ramo sul quale era prima- 
posato. Al movimento che io feci di tirargli, rimontò in alto, si as- 
sise nuovamente sul suo nido, sporgendo la testa infuori e guardando 
in basso verso me, mentre teneva le mani sollevate ed aggrappate ai 
rana sovrastanti. Era in questa posizione quando feci fuoco. Dopo 
essere rimasto per qualche secondo sospeso ad un ramo, precipitò 
al suolo. L'albero sul quale questo mayas aveva costruito il nido 
era una specie di mango selvatico 1 ) di cui mangiava i frutti non 
ancora perfettamente maturi. L' incontro non mi aveva trattenuto 
che circa un'ora, non avendo creduto conveniente di perder tempo 
a preparare la pelle di quest' animale, che era rimasto troppo scon- 
ciamente ferito, avendogli il proiettile attraversato dal mento in su 
tutta la faccia. Con un' altra inezz' ora di cammino arrivammo a 
Lankò Labòk, luogo di ritrovo per i Daiacchi a caccia, od in cerca 
di prodotti della foresta, ma in quel momento disabitato e con la 
piccola capanna che vi era stata costruita quasi in rovina. La sua 
posizione però era bellissima; esattamente sul punto dove aveva 
termine la serie di colline, che avevamo percorso durante tutta la 
mattinata. 

Dopo aver mangiato un poco di riso, con scarso condimento, ed 
aver riposato per un paio d'ore, riprendo il fucile in spalla ed in 
compagnia di Atzon mi metto in giro nella foresta che era quivi 
grandiosa, essendo formata da alberi colossali, fra i quali sarebbe 
stato un piacere a passeggiare, se fra le foglie cadute ed umidiccie 
unii avesse formicolato un esercitodelle solite mignatte, sempre pronte 
ad attaccarsi alle nostre gambe. Quando la sera, di ritorno al lankò, 
mi sono spogliato, ho trovato attaccati ai miei piedi quasi due doz- 
zine di cotesti malanni, gonfi da scoppiare, per il sangue che mi 
avevano succinto. Avevo sperato che legando strettamente i panta- 
loni alla calzatura sarei rimasto immune; ma invano, perchè le 
astute bestie si assottigliano tanto, che riescono a farsi strada e ad 
insinuarsi anche attraverso ad una maglia molto compatta. Le ghette 
>ono anch'esse un pessimo riparo. 

Dopo aver cominciato cosi bene avevo sperato in una buona cac- 
cia; ma non ostante che si girasse sino «piasi a buio, fumino co- 
Stretti Hi tornare a casa con le mani vuote. Desinammo mollo sem- 
plicemente al solito modo, e dormimmo alla peggio sulle scorze del 



i na Mangi/era che i Malesi chiamano « bua kalamantàn », L'albero ohe avrebbe 
dato, secondo aldini autori, il nome nativo all' isola 'li Borneo. 



244 . NELLE FORESTE DI BOEXEO 

laukò. La mattina seguente, prima dell'alba, cuocevamo di già il 
riso anche per il pasto di mezzogiorno, per non avere impedimenti 
da portare con noi. 

All'alba sentimmo dei muggiti lontani, che Atzon mi assicurò es- 
sere quelli dei mayas, e noi per questo non aspettammo nemmeno che 
il sole fosse sull'orizzonte per metterci in cammino. Scendemmo dalla 
collina di Laukò Labòk nel versante di Undnp, inciampando spesso, 
non potendo ad mi tempo guardare per aria e vedere dove si met- 
tevano i piedi. Giunti ad un torrente chiamato Simgei Payang, la 
foresta, che per il non pratico avrebbe avuto l' apparenza di essere 
primitiva, era in gran parte formata da bellissimi durio e da altri 
alberi fruttiferi. Uno che non avesse saputo che qui una volta era 
stato un villaggio dei Daiacchi di Undùp, avrebbe potuto credere 
di aver trovato il Durio Zibetinus nel suo stato selvatico. Vidi an- 
che in questa località alcuni alti tapang, carichi di alveari. 

Continuando ancora a percorrere varie collinette, s' incontra poi 
un altro torrente (Sungei Pakit), di cui seguiamo per qualche tempo 
il corso. Nemmeno qui la foresta è primitiva, ma per la sua appa- 
renza selvaggia, devono essere sempre varj anni che questo luogo è 
stato abbandonato. Il suolo pantanoso portava ovunque le impronte 
dei piedi dei cervi e dei cinghiali. Si poteva anche constatare la pre- 
senza del bove selvatico di Borneo o « banting » , nella mota, che 
quasi sino all' altezza di un uomo si trovava aderente alla scorza 
di alcuni alberi, intorno ai quali il grosso ruminante usa strofinarsi. 
Atzon però mi dice, che sebbene da dieci anni pratichi queste 
parti, due sole volte è riuscito ad incontrare il banting. Ha qui però 
ucciso il caue selvatico, l'« andgin-utan » (Cyon rutilcms), che a me 
non era ancora stato possibile di vedere, né vivo, né morto. Sono 
di già cinque ore che si cammina, senza incontrare alcun animale. 
Pensando di ritornare a Lankò Labòk per una strada differente da 
quella già fatta, giriamo intorno alla collina dalla quale eravamo 
scesi, per risalirla dal lato opposto. Entriamo intanto in un vecchio 
bosco, nel quale i nidi di mayas sono abbondantissimi; alcuni anzi 
si direbbe che sono proprio costruiti d'allora, tanto appaiono ancor 
freschi. I mayas di certo non potevano esser lontani; pure uessun ru- 
more, nessun movimento ne indicava la presenza. Ma ecco che alla 
fine, sulla cima di un grande albero, intravedo qualche cosa che si 
muove e subito tiro, quasi a caso, ma ciò non ostante, con mia sor- 
presa, un giovane mayas precipita giù dalla pianta quasi al miei piedi. 
In questo mentre scorgo un secondo mayas molto più grosso dell' al- 
tro, che si arrampica sul tronco del medesimo albero, rimanendo però 



CAPITOLO XHI 245 

mezzo nascosto dalle frasche; gli tiro nondimeno due colpi che sem- 
bra vadano a vuoto. L'animale era intanto salito più in alto, e 
posato su un ramo guardava in basso verso noi, come per osser- 
varci, scoprendosi quasi del tutto. Ho potuto quindi questa volta 
meglio dirigere il mio colpo, e far cadere al suolo l' animale mor- 
talmente ferito. 

Il piccolo, primo ucciso, era un maschio; il secondo, probabil- 
mente sua madre, era di statura mediocre, col pelo più lungo di 
quello dei mayas kassà che avevo visto sino ad ora. Secondo i 
Daiaeehi era un mayas rambei, e per questo premendomi assai di 
conservarlo, coli' aiuto di Atzon e dei servi che mi seguivano, lo 
spellai scamendone alla meglio anche le ossa. In due ore avevamo 
assicurate le spoglie dei due animali, in modo che un uomo le po- 
teva portare. La femmina essendo pregnante ne estrassi accura- 
tamente il feto per conservarlo. lS"on essendovi sorgenti vicine, 
mi lavai le mani con ]' acqua che si ottiene tagliando le liane, di 
cui vi era grande abbondanza. Intanto cominciò a piovere. Essendo 
la via che intendevamo percorrere molto ripida, poiché eravamo 
carichi delle spoglie dei due mayas, pensammo che ci conveniva 
piuttosto di rifare la strada per la quale eravamo verniti, come più 
agevole. Eitornauiino quindi al Sungei Pakit, dove facemmo tacere 
li li stimoli della fame col riso cucinato la mattina, e senza perder 
tempo continuammo a cacciare. 

Passando di nuovo fra i grandi durio, ecco mi si presenta all'im- 
provviso un mayas a pochi passi di distanza sopra alcune piante 
basse; ma la pioggia ha talmente inzuppato me e tutto quello 
che porto addosso, che invano cerco di scaricargli le due canne del 
mio fucile: ambedue i colpi uno dietro l'altro non partono. 

Xel tempo che io rimetto all'ordine il fucile, i Cinesi tengono 
d'occhio il grosso scimmione, il quale non si allontana molto, non 
avendo i mayas che ben poca paura dell' uomo. Quando son pronto, 
Io ritrovo che si arrampicava sul tronco di un grande durio, ma prima 
che egli riesca di giungere ai grossi rami lo ferisco in una gamba, in 
modo clic non potendo più salire, passa sopra un durio più piccolo 
ed io, in un momento che l'animale rimane meno nascosto, ho la 
possibilità di tirargli un secondo colpo, (die mi pare lo fermi. Nel 
mentre ero occupato con questo, veggo fuggire un altro piccolo 
maya-, che perdo subito di vista, perchè distratto dai miei uomini, 
i quali me ne indicano in <|iiesto frattempo uno grossissimo, posato 
proprio sulla cima del più alto durio, ma molto infrascato. A questo 

secondo tiro alcuni colpi, se non altro per farlo muovere, non pò- 



24G XELLE FORESTE DI E-OKNEO 

tendo dal punto dove mi trovo prendere una buona mira, costretto 
come sono a tirare quasi verticalmente, con l'acqua che mi cade 
giù a goccioloni sugli occhi. Per maggior disdetta mi accorgo che 
sopra il medesimo albero vi è un altro grosso mayas; ma nel 
mentre io ricarico il fucile, facendomi parare la pioggia dai miei 
uomini, ambedue si ritirano nei loro nidi e più non li vedo. Avendo 
avuto tempo, son certo che nessuno dei due mi sarebbe sfuggito, 
ma era di già tardi, e vi era sempre da impadronirsi del mayas ri- 
masto ferito sul piccolo durio, da dove non si era più visto muo- 
vere. Avendo meco un'accetta, faccio abbattere l'albero, ma cosa 
strana, per quanto si cerchi, non si riesce a trovare l'animale, che 
pure era impossibile fosse fuggito. I miei Cinesi volevano andarsene, 
tanto più che continuava a diluviare e che ad Atzon minacciava la 
febbre; ma io non mi rassegnai così facilmente a perdere la mia 
preda, e feci sfrondare a forza di colpi di accetta e di parang tutto 
l' albero, fino a che si trovò alla fine il mayas già morto tramezzo alle 
frasche. Il giorno intanto declinava ed eravamo ancora lontani dal 
lankò; non vi era il tempo necessario per spellar l'animale, del quale 
dovetti quindi, con mio gran rammarico, abbandonarne il corpo e 
contentarmi di prenderne solo la testa. Era un maschio adulto assai 
grosso, con la fisonomia del mayas kassà, ma con il pelo lungo e le 
forme del mayas tciapping, senza però le gote espanse; la sua testa 
rassomigliava molto a quella della grossa femmina, che Atzon mi 
aveva portato giorni addietro. 

Ci rimettemmo nuovamente in cammino credendo che oramai non 
si sarebbe trovato altro, essendo di già parecchi i mayas che ave- 
vamo incontrati; invece a poca distanza dal lankò, se ne scoprirono 
ancora altri due. Al primo, che scorsi posato sopra un albero non 
molto alto e poco discosto, tirai due fucilate, non abbastanza fortu- 
nate però da farlo rimanere sul colpo. Ma intanto che stavo rica- 
ricando, sbucò fuori il secondo a soli circa venti passi di distanza da 
me, ed a non più di quattro o cinque metri al di sopra del terreno. 
Si muoveva rapidamente, afferrando con una mano i rami a lui vicini 
e nello stesso tempo rilasciando quelli presi con uno dei piedi, intanto 
che l'altra mano e l'altro piede riproducevano un movimento ana- 
logo, ma inverso. Il giongle non era quivi vecchio, ma denso a poca 
altezza dal suolo, per le piante basse che l' ingombravano ; per questo 
motivo, quando ebbi ricaricato, tanto il primo mayas, al quale avevo 
già tirato, e che certamente doveva essere ferito, quanto il secondo 
comparso, erano fuori di vista. Ma Kap, il piccolo cane che avevo 
meco, insegue quest'ultimo, di cui riesco col suo mezzo a ritrovare 



capitolo xin 247 

la traccia. Quando sono per raggiungerlo, l'immenso bestione si 
volta verso di me, ed in un momento che mi mostra il petto, con 
un colpo ben diretto al cuore, lo stendo morto al suolo. Era una 
femmina con pelame assai lungo, della quale avrei volentieri pure 
conservata la pelle, ma essendo impossibile prepararla, dovetti te- 
nermi pago della sola testa. Era di già buio quando giungemmo al 
lankò, stracarichi per le spoglie dei mayas, inzuppati sino all' ossa 
per la pioggia, stanchi ed affamati. 

1° maggio. — Col bottino che avevamo fatto, non potevamo più 
continuare la caccia ed era necessario di ritornare al Kunsì il più 
presto possibile, per assicurare le pelli e le teste ottenute. Siamo 
quindi partiti sul far del giorno, ed alle 11 e mezzo eravamo di ri- 
torno a Marop. Tutto era in buono stato, ed anche il feto non aveva 
sofferto, avendolo tenuto durante la notte immerso nell'acqua cor- 
rente e fresca del piccolo ruscello presso il lankò, per ritardarne la 
putrefazione. 

Ho passato la prima settimana di maggio nel finire di seccare le 
spoglie dei miei mayas, nel mettere in ordine e catalogare le col- 
lezioni, e nel prepararmi per la gita ai laghi del Ivapùas. 



Capitolo XIV 



Escursione ai laghi del Kapùas - Una bella casa - Galanteria dei Daiacehi - Sul fiume di 
Kautù - Lavorazione indigena del tabacco - Maniera primitiva di cardare e di filare 
il cotone - Lavoratori di ottone - Pesca speciale - Pioggie insistenti - Piena nel fiume 
ed altre contrarietà - Un giudizio con la prova dell' acqua - Antichi e preziosi vasi 
di Terracotta - Un naufragio di piccoli insetti - Si riprende a discendere il Kautù - 
Si naviga nella foresta - Neil' Umpanang — Pesci insoliti - L' acqua nera - Nei laghi - 
Ipotesi sulla formazione del carbon fossile di Borneo - Sulla collina di Lampèi - Piante 
dei laghi - Cani affamati - Viaggio di ritorno - Risultati botanici dell' escursione - 
Nomi di Daiacehi - Alghe d'acqua dolce ed erbe degli orti a Marop - Uu buon fo- 
raggio per il bestiame. 



A sevo fissato per la mattina del 7 maggio la partenza verso i 
laghi, ma pioveva dirottamente. In Borneo volendo viaggiare non 
bisogna far troppa attenzione alla pioggia; ma non è cosa gradita 
mettersi in cammino col cattivo tempo; e ciò molto meno ad un 
botanico, carico alla partenza di carta che deve conservare asciutta, 
ed ;il ritorno di piante secche, che son perdute se si bagnano. Quando 
comparve il sole, sebbene il cielo fosse sempre minaccioso, era so- 
nato mezzogiorno; ma volli nondimeno muovermi da Marop. Avevo 
con me 10 nomini, vale a dire due Malesi, un Cinese (il cuoco) 
e -etti- Daiacehi per portare il bagaglio, reso pesante soprattutto 
dalla carta. Camminavamo assai lentamente per questo, non avendo 
io potuto trovare a Marop un maggior numero di portatori. Giunti in 
prossimità <]<•] villaggio ili Kumpang, la pioggia, dalla quale eravamo 
disiti sempre minacciati, si rovesciò addosso a noi con Tini peto abituale 
nei tropici, lo ero di già passato in (incile vicinanze durante una 
delle giornaliere corse da Marop, attratto dalla notizia che i Cinesi 
vi avevano riattivato l'estrazione dell'oro, il quale si trova nel ter- 



250 NELLE FORESTE DI BOENEO 

reno alluvionale delle basse colline addossate alla base di Tiang- 
ladgiù. Il terreno aurifero, per l'altezza di circa un metro, è formato 
di terra argillosa, clie riposa sopra uno strato di grossi ciottoli e di 
massi evidentemente rotolati ed arrotondati dalle acque, ed inca- 
strati dentro ad argilla turchiniccia. È precisamente lavando questa 
argilla che si incontra l'oro in granelli od in piccole pipite. 

Camminando assai rapidamente non avevo incontrato alcunché 
d' interessante, ad eccezione di una bella Nepentlies, appartenente 
ad una specie che non possedevo ancora. Ma io ho avuto sempre 
poca voglia di raccogliere esemplari al principio di un viaggio o 
di una gita. Come si vedrà, non è questa però sempre una buona 
regola. Contrassegnai intanto il posto per ritrovare la Nepentlies al ri- 
torno. Il sentiero che seguimmo attraversava varie volte un affluente 
del Kumpang, il torrente Selle, nel quale ho raccolto alcuni ciot- 
toli di calcare, mentre all' ingiro non avevo osservato che arenaria. 
È possibile quindi che nelle vicinanze vi sia qualche collina formata 
di tal roccia ed analoga a quelle del Sarawak. Traversammo poi a 
guado il Kumpang, non senza qualche difficoltà, l' acqua essendo 
in quel momento profonda e rapida. Eravamo di già prossimi a 
Euma Udgian, villaggio daiacco, ed in un quarto d'ora vi saremmo 
potuti giungere, guadando ancora due volte il Kumpang; ma, dopo 
l' esperienza fatta, preferii percorrere un lungo giro, anziché espormi 
a bagnare la carta e le provviste. L'« Orang-tua » o Capo di Ud- 
gian voleva ad ogni costo che pernottassimo nella sua casa, ma sa- 
rebbe stata una tappa troppo breve; proseguimmo quindi, senza 
fermarci nemmeno al villaggio di Plagnet, che incontrammo in se- 
guito, ed andammo invece ad albergare a Benda che veniva dopo. 

8 maggio. — Ho potuto ingaggiare altri tre portatori per alleg- 
gerire i più carichi. Il tempo essendo buono si parte presto. Sino 
a qui avevamo sempre attraversato giovane giongle; ma a poca 
distanza da Benda entriamo in un vecchio bosco, nel quale si cam- 
mina per due ore. Quando cessa la foresta è indizio certo che vi 
sono villaggi in vicinanza. Dopo poco infatti si giunge a Ruma 
Lassom, situata sopra una collina, ed in seguito, a poca distanza 
l' una dall' altra, si passa Ruma Kudà, poi Ruma Mrassan, indi 
Ruma Massam e Ruma Mintcior ed in grande vicinanza di questa 
Ruma TJnggam, situata presso Mullangan, torrente che scende dai 
monti formanti lo sparti-acqua fra il bacino del Batang-Lupar e 
quello del Pontianak o Kapùas. I miei Daiacchi volevano fermarsi 
a passar ivi la notte; ma avevamo camminato appena cinque ore 
ed a me sembrava una troppo corta tappa. Dovetti però adattarmi 



CAPITOLO XIV 251 

al loro desiderio. Essi si lamentavano di essere molto carichi, e 
quindi dicevano che non avrebbero potuto giungere quello stesso 
giorno a Kantù, 1' unico villaggio dopo Ruma Unggam, dove fosse 
possibile pernottare. A Kantù ad ogni modo si sarebbe arrivati 
comodamente il giorno seguente. Non ci volle però molto acume 
per scoprire la ragione vera della smania dei miei giovanotti di 
trattenersi in questa casa, quando vidi comparire varie ragazze, 
assai belloccie e vispe, e quando seppi che questa non era la prima 
volta che esse s' incontravano coi loro vicini di Marop. 

Xon ebbi nondimeno a pentirmi della risoluzione presa, perchè 
saremmo stati obbligati di dormire nel giongle, e nella notte scoppiò 
un fortissimo temporale, che ci avrebbe inzuppati ben bene sotto i 
lankò di foglie o di scorze, improvvisati lì per lì. 

Ruinà Unggam era costruita assai bene da poco tempo, e di certo 
si doveva a questa circostanza se era molto pulita. Potendo essa ser- 
vir per tipo delle abitazioni dei Daiacchi di queste parti, la descri- 
verò brevemente. Molto più lunga che larga aveva il piano solle- 
vato da palafitte alte tre metri. In tutta la sua costruzione non 
entrava un chiodo, ed il materiale era stato somministrato intiera- 
mente dalla prossima foresta. Il tetto era a due pendenze e coperto 
con atap di foglie di palma. L'intiera casa era divisa nel senso 
della lunghezza in due compartimenti principali, uno dei quali, che 
chiamerò posteriore, era suddiviso, nel modo generale adottato dai 
Daiacchi, normalmente alla lunghezza, in varie « pintù » o camere. 
Pintù in malese, come in daiacco, significa porta, ma in questo caso 
indica imo scompartimento della casa, occupato da un capo di fa- 
miglia (fig. 45). Le varie pintù non comunicavano fra di loro, ma 
ciano tutte provviste di una porta in legno, che si apriva sopra un 
corridoio comune e dove, presso di ognuna, si trovava un lessong o 
mortaio daiacco, destinato a spogliare il riso, fatica speciale delle 
donne Il rimanente della casa, corrispondente alla sua metà nel 
senso della lunghezza, non eia chiuso (la pareti, ma essendo ben ri- 
parato da una gran tettoia, formava un'ampia veranda, che serviva 
da sala connine, da stanza da lavoro per tutti e nella parte più 

esterna da dormitorio per i celibi. 

Al di fuori della tettoia vi era una larga terrazza Scoperta, de- 
si inala a varj scopi, ma principalmente a quello di seccare il riso 
(fig. 16). 

Pochi degli inquilini di Ruma Unggam avevano visto prima d'ora 
un bianco: le donne ed i ragazzi mai di sicuro, e scapparono tutti 
al iimo apparire; ma sentendo le risale della mia gente, ebbero ver- 



252 NELLE EORESTE DI liOKNEO 

gogna della loro timidità e si lasciarono a poco alla volta avvici- 
nare. Interrogate le donne sulla causa del loro spavento, non si 
peritarono a dirmi clie io rassomigliavo ad un inayas, perla barba 
lunga che portavo, e continuarono per un pezzo a guardarmi con 
aria mista di curiosità e di paura. Qualcuna meno timorosa fran- 




Fiff. 45 - Interno di una casa dei Daiacchi di mare 



camente mi disse che non le avrei potuto piacere, se non mi strap- 
pavo la barba. 

Oltre le solite domande curiose alle quali ero abituato, qui do- 
vetti subirne delle nuove a proposito della peluria dei bianchi. Le 
donne poi erano curiose di sapere se l' Europee avevano anch'esse 
la barba. 

I miei portatori erano tutti giovanotti molto allegri, che facevano 
la gita meco verso i laghi di molta buona voglia, considerandola 
come una occasione propizia per qualche avventura galante. Al- 
cuni di essi mi avevano messo a parte delle loro astuzie amorose 
e del modo di fare la corte alle ragazze. Una foglia od un fiore 
infilato nelle armille dei bracci, o posato tramezzo alle pieghe del 
fazzoletto sul capo, in un modo piuttosto che in un altro, non che 
la maniera di suonare il « rodeu » (scaccia pensieri), compagno in- 



CAPITOLO XIV 



253 



divisibile dei giovanotti, erano altrettanti mezzi d' intelligenza fra 
gli amanti. Presto ho potuto persuadermi ebe un tal linguaggio 
d' amore era molto bene capito da chi vi aveva interesse. Le ragazze 
dormono immancabilmente nelle loro pinta e vi si chiudono dentro. 




Terrazza di mia casa dei Daiacchi di maro 



Ma i giovanotti amorosi le tengono d'occhio, e quando hanno visto 
dove sniio entrate, e si sono assicurati che sono sole, nel mezzo 
della notte si avvicinano alla porta, imitando il verso del gatto, che 
miagolando implora di potere entrare in casa. La ragazza, impieto- 
sita «lai lamenti del suo - micino », gli apre alla line la porta. 

Sebbene Lo abbia sempre avuto una certa inclinazione ad imitare 
le voei dì certi animali, anche perchè mi taceva comodo per la cac- 
cia, pure non mi ero ancora impratichito ad imitare il gatto; ma 
da che in quell'occasione ho nato il lato pratico di cotesta arte, 
non In» sdegnato di rendermela familiare. 

!> maggio. — Nella notte pioggia, che continua anche stamattina; 
(puindo cessa, verso le nove, ci mettiamo in marcia. Si salgono le 
colline che segnano il confine fra il territorio di SarawaU e quello 



254 NELLE FORESTE DI BOKKEO 

olandese e che formano lo sparti acque fra il bacino del Batang-Lupar 
e quello di Pontianak. Il passo o valico non è che a circa 440 me- 
tri (barometro aneroide millimetri 723,89; termometro cent, -f- 24). 
Il sentiero è quasi piano a traverso un'antica e bella foresta, dove 
si cammina facilmente e senza intoppi, ma che è, come sempre in 
luoghi simili, terribilmente infestata dalle mignatte. Osservo varj 
frutti per terra, caduti dagli alberi sovrastanti, ed appartenenti a 
specie da me non ancora incontrate altrove; ma non vedo alcuna 
pianta in fiore, frutice od erba, che io possa raggiungere con le 
mani. Quando giungemmo al Sungei Kantù, il torrente che racco- 
glie (nel versante olandese) le acque delle colline testé valicate, 
trovammo questo così gonfio per le ultime pioggie e così profondo 
e rapido, che era impossibile guadarlo. Abbiamo dovuto improvvi- 
sare un ponte, ma con una diecina di giovanotti Daiacchi a propria 
disposizione, è questa una bisogna di poco momento. Venne scelto 
per tale oggetto un albero di lunghezza opportuna ed in posizione 
conveniente, e si abbattè, cercando di farlo cadere attraverso il tor- 
rente. Così fu fatto e potemmo passare all' altra riva, non dico a 
piedi asciutti, perchè questo accade di rado viaggiando in Borii eo, 
ma molto comodamente. Avevamo perso circa un' ora in questo 
passo. Dovemmo però attraversare ancora una volta il Kantù, per 
evitare un lungo giro; ma in luogo meno profondo, sebbene molto 
rapido. Se due Daiacchi non mi avessero tenuto per la mano, fa- 
cendo catena, non so se la corrente non mi avrebbe trasportato, 
tanto mi sentivo da questa sollevare, ed il terreno pareva che mi 
sfuggisse sotto i piedi. Guadato il fiume abbiamo seguito la sua 
sponda destra, che era piana e bene ombreggiata da vecchio bosco, 
il quale cessava soltanto in vicinanza del villaggio di Kantù. Erano 
le tre e mezzo quando si arrivò a destinazione. 

La casa dei Daiacchi di Kantù, lunga precisamente 100 passi, era 
la migliore che avessi sino a qui visto in Borneo. Migliore ancora 
di Eumà Unggam, ma costruita sul medesimo tipo sopra palafitte 
altissime, e con la veranda abbastanza sfogata da poter camminare 
sotto la sua tettoia, senza essere costretti a piegare la testa, come 
quasi sempre accade nelle case dei Daiacchi. 

Ho trovato le donne intente a lavorare il cotone ed a preparare 
il tabacco. Le foglie di questo, tuttora verdi, venivano riunite in- 
sieme in pacchetti e poi tagliate molto minutamente, per ridurle 
in filamenti sottili da seccarsi al sole. Siccome alla foglia non era 
stata fatta subire alcuna preparazione preliminare e non era per 
questo fermentata, il tabacco aveva pochissimo profumo. 



CAPITOLO XIV 255 

Il cotone lo separano dal seme per mezzo di tino strumento chia- 
mato « pennighì », formato da due cilindri di legno, tenuti obbligati 
in un telaio e giranti sopra loro stessi, uno in un senso ed uno in 
un altro, come farebbero i cilindri di un laminatoio. Il movimento 
è comunicato ad ognuno dei cilindri col mezzo di una manovella. 
TTna donna prende in mano una certa quantità di cotone da ripu- 
lire, e lo presenta fra i due cilindri, girando uno di questi; nel tempo 
stesso che una seconda donna gira l'altro nel senso opposto, e cosi 
tramezzo passa il solo cotone, mentre il seme cade per terra. I Ma- 
lesi per il medesimo scopo hanno un istrumento analogo, chiamato 
« puttaran », ma costruito secondo un differente principio. Liberato 
dal seme, le donne filano il cotone con uno strumento consistente 
in una rota grande, che mette in rapido movimento una rota più 
piccola, per mezzo di una corda avvolta intorno ad ambedue, e di 
una manovella. Al centro della ruota più piccola si trova inserito 
orizzontalmente il fuso, sul quale viene filato e torto il cotone. Que- 
sto strumento, che è in uso in tutta l'Asia, dalla Palestina al Giap- 
pone, è stato forse quello che ha dato l' idea prima di tutti i sistemi 
di filatura moderna del cotone. 

10 maggio. — Non avendo potuto trovar barche a Kantù, conti- 
nuammo a piedi a discendere il fiume, seguendone le sponde, che 
erano relativamente assai popolate. 

I Daiacchi di queste parti, sebbene abitino una regione così di- 
scosta dal mare, sono abbastanza civilizzati. La loro lingua diffe- 
risce ben poco da quella dei Daiacchi del Batang-Lupar. Sanno 
lavorare il ferro, che comprano dai mercanti malesi a Silimpò sul 
Kapùas. Le loro case sono ben costruite, ed in tutto l'assieme tra- 
sparisce in essi una relativa agiatezza ed uno stato di prosperità. 
Sebbene in territorio olandese, essi si considerano indipendenti. 
Il loro posto di approvvigionamento più viciuo è Simanggan, dove 
si recano più che altro per acquistarvi il sale. Mi sono sembrati 
mollo freddi con me, e solo con un poca di violenza ho potuto da 
loro ottenere delle pagaie. Non mi hanno voluto vendere polli, seb- 
bene ne vedessi parecchi intorno alle case. Nonostante questo, 
l' Orang-tua, di nome [ntika, non si è fatto troppo pregare a ser- 
virmi da guida sino ai laghi. 

Al villaggio di Lobeyn abbiamo tatto sosta. Vi incontriamo dei 
Daiacchi Malo, abitanti sul Kapùas, occupili i a, lavorare anelli, orec- 
chini <-d altri ornamenti femminili in ottone, molto apprezzati in 
questi luoghi 

Retribuendo un piccolo compenso, i Malo mi concedono di ser- 



250 NELLE FORESTE DI BORNEO 

virini della loro barca. Ma questa non è capace di contenere tutta 
la mia gente, e a stento posso procurarmi un altro piccolo ca- 
notto, essendo i Daiacchi molto timorosi che non volessi pagar loro 
il prezzo pattuito: una rupia! 

Un' ora dopo mezzogiorno prendiamo posto nelle barche per co- 
minciare a discendere il torrente. Le sponde di questo tratto del 
Kantù mi rammentano molto quelle del ramo destro del Sarawàk, 
sia per l' aspetto del paesaggio, sia per la vegetazione. Nel mentre 
si voga, e coli' aiuto della corrente si avanza rapidamente, un bel- 
lissimo «ikan dungan » riman preso coli' « atciar ». Così si chiama 
una lenza simile all' usuale, però senza piombini e senza galleggianti, 
ma coli' aggiunta all' estremità del filo di un pezzetto di madreperla 
lungo sei o sette centimetri, che può venir sostituito da una piccola 
lamina di qualunque metallo riflettente la luce; a questa lamina 
sono attaccati uno o due ami. La parte essenziale dell' atciar è ap- 
punto il pezzetto di materia luccicante, che muovendosi nell'acqua 
produce l'effetto di un pesciolino e serve per esca. Il pescatore si- 
tuato a prua, getta nell'acqua l'amo, alternativamente e di continuo, 
ora a destra ora a sinistra, facendolo strisciare o passeggiare sul- 
l' acqua, nel mentre si voga. Mi dicono che l' ikan dungan non si 
lascia prendere altro che con qiiesto mezzo. È un pesce eccellente, 
ed io posso farne testimonianza; avrei preferito nondimeno di con- 
servarlo, se mi fosse stato. possibile, parendomi molto interessante 
per la sua coda asimmetrica, conformata come quella dello storione 
e che non avevo visto simile in nessim altro pesce di Borneo. Ho 
sentito dire che l'ikan dungan si trova anche nel Sarawak, ma molto 
di rado. Dopo due ore di facile e rapida corsa si arriva a Grogò, 
dove speravo di trovare un' altra barca colla quale proseguire il 
viaggio. 

Da questa casa in giù le sponde del fiume sono per lungo tratto 
disabitate; d'altronde le barche che abbiamo non sono adattate per 
passarvi la notte, tanto più che il fiume, in causa delle piene im- 
provvise, è assai pericoloso. Stimo quindi prudente di passar la notte 
a Grogò. 

Al mio ingresso nella casa, i ragazzi fuggono spaventati, stril- 
lando. Ancora gli effetti della barba. Per gli adulti un bianco non 
era una novità, avendo spesso i Daiacchi di Kantù dei rapporti 
con Simauggan. 

Ho visto qui fabbricare delle belle stoie con le guaine delle foglie 
di una zinziberacea, la medesima credo che avevo trovato a Marop, 
il goppak, di cui ho già fatto cenno. I Daiacchi di Grogò sono poi 



CAPITOLO XIV 257 

rinomati per le reti da pescare, che essi mettono insieme con filo 
resistentissimo di loro fattura e confezionato con fibre di piante 
selvatiche, sulle quali non ho potuto avere indicazioni sicure. 

Dalla veranda della casa di Grogò si scorgono, a piccola distanza, 
due picchi di forma singolare e che sorgono isolati nella pianura. 
Uno in direzione di occidente chiamato « Tutòp » è facile a rico- 
noscersi per una delle sue cime coronata di rupi, le quali, cosa 
rara in Borneo, sono nude e senza vegetazione apparente, e per 
questo motivo, non che per la forma loro, si scambiano per i ru- 
deri di un antico castello. Dalla sua apparenza suppongo che il 
monte sia formato di roccia porfirica, simile a quella dei picchi ana- 
loghi del Sarawak. Nella direzione (da Grogò) di 1S". O. vi è « To- 
gak » , monte di forma conica regolare da rammentare un cappello 
cinese e tutto rivestito di foresta. Le case di Kantù rimangono 
proprio ai piedi di Togak, che quando vi sono passato vicino non 
avevo scorto : cosa assai facile in un paese dove la vegetazione è 
così densa. Ho calcolato ad occhio che questi due monti non su- 
perino i 700 metri; ma è molto facile di sbagliarsi sulla valutazione 
di un'altezza, quando non vi è in prossimità un termine di confronto 
bene accertato. 

11 maggio. — Fortissima pioggia nella notte. La mattina ho tro- 
vato il torrente così gonfio che l'acqua giungeva ai grossi rami 
degli alberi delle sponde. Intanto continuava a piovere e l'acqua 
cresceva ancora. La piena poi aveva portato via le barche, che per 
la stupidità dei miei uomini non erano state bene assicurate la sera 
e che adesso sarà difficile rimpiazzare. La pioggia dirotta e' impe- 
disce di uscire di casa, ed i miei Malesi impiegano il tempo a fare 
degli ami, ai quali riescono a dar la forma conveniente ed a farvi 
anche la punta col relativo uncino, servendosi per materia prima 
degli orecchini di ottone dei Daiacchi, e per arnesi del parang. 

Oltreché dalla noia oggi sono tormentato anche dall'emicrania, 
che attribuisco all'azione del sole per il cammino fatto allo sco- 
perto, nei giorni scorsi a traverso piantagioni di riso, ed in ogni 
caso in Inondi dove la secchia foresta non esisteva più. 

J'er i Daiacchi non deve esistere il genere di noia che chiamerei 
intellettuale. Per loro l'ozio è un gran piacere, sebbene all' occor- 
renza sappiano essere molto attivi. Quando piove sono capaci di 
dormire tutto il giorno, vegliando anche poco la notte; diversamente 
ciarlano e se ne stanno per ore ed ore, presso il fuoco accoccolati 

sui talloni e con le mani presso la fiamma. 

Non ho risto che pochissimi frutti intorno al villaggio e nemmeno 

17 — i:i" uà, ■•■ "Bornto. 



258 NELLE FORESTE DI BORNTBO 

una palma domestica, ad eccezione di qualche raro pinang. Soltanto 
dei banani e delle canne da zucchero crescevano alla rinfusa presso 
la casa. Ho osservato che solo . sulle colline e nei luoghi di difficile 
accesso si trovano frutti in abbondanza intorno ai villaggi dei na- 
tivi. Questa scarsità di alberi da frutto deve attribuirsi, più che altro, 
alla facilità con la quale i Daiacchi di queste parti cambiano dimora 
ed abbandonano una casa che hanno abitato per alcuni anni, per co- 
struirne un' altra in posto che a loro convenga di più. Un' altra ra- 
gione può trovarsi nello stato di guerra quasi continuo esistente fra 
le varie tribù, di guisa che i villaggi di facile accesso vengono di 
tanto in tanto assaliti e distrutti, e gli alberi da frutto per vendetta 
abbattuti. Due cause che non incoraggiano a piantare dei frutti, 
quando vien costruita una nuova casa. 

L'acqua ha continuato a crescere nel fiume sino alle quattro po- 
meridiane. In un momento che ha cessato di piovere ho fatto ri- 
cercare le mie barche, ma senza risiTltato. 

Nella casa dove io mi trovo ad aspettare il bel tempo non vi sono 
adesso che donne e ragazzi. Tutti i maschi validi si sono dati con- 
vegno per assistere ad una delle costumanze più curiose dei Daiacchi. 
Due giovanotti si disputavano il possesso di una ragazza. Una sfida 
era quindi corsa fra di loro ed il fortunato vincitore sarebbe stato 
quello che avrebbe potuto più lungamente rimanere sott' acqua. 
Questo costume non è speciale ai Daiacchi del Kautù, ma è in uso 
anche fra quelli del Batang-Lupar, del Seribas e di altre tribù an- 
cora del Sarawak. 

Beco come si procede. I combattenti si scelgono due padrini, uno 
per ciascuno. Questi destinano un posto nel fiume dove l' acqua sia 
alta circa un metro e dove si infiggono due pali a poca distanza 
1' uno dall' altro. Dopo ciò, ad un segno convenuto e contempora- 
neamente, i due campioni si tuffano, tenendo chiuse le narici con 
una mano e stringendo il palo con l'altra, che passano al di sopra 
del proprio capo perchè non venga fatto di sporger questo fuori 
dell'acqua. Al primo cenno che uno dia di rimanere asfissiato i pa- 
drini sollevano ambedue dall' acqua, poiché per il solito nessuno dei 
campioni viene a galla di spontanea volontà e l'uno e l'altro si af- 
foga piuttosto che esporsi alla vergogna di uno scacco. Sono sempre 
gli spettatori od i padrini che, quando si accorgono del pericolo dei 
duellanti subacquei, li estraggono fuori, e, tenendoli per i piedi a 
capo all' ingiù, cercano di far loro rigettare l'acqua, come essi dicono. 

Il .primo che riacquista i sensi è dichiarato vincitore ed ha di- 
ritto, per la dura prova a cui è stato costretto, ad un compenso, 



CAPITOLO XIV 



259 



che consiste quasi sempre in uno dei famosi vasi di prezzo fanta- 
stico, noti in tutto Borneo e conservati dai Daiacchi come proprietà 
del più alto valore, ma che da noi non si terrebbero in maggior conto 
degli orci o coppi di terracotta, usati per conservarvi l'olio ed ai 
quali moltissimo si rassomigliano. Tali vasi sono di tinta scura, ver- 




Fig. 47 - « Tadgiào » o vasi preziosi dei Daiacchi 



niciati di fuori e di dentro, ora lisci, ora con figure o disegni in ri- 
lievo all'esterno. Diversi sono adesso falsificati, ma quelli antichi 
(come i moderni) sono evidentemente di fabbrica cinese (fig. 47). 
Non vi t'osse altro fatto per provare le relazioni che nei tempi de- 
corsi hanno esistito fra la Cina e Borneo, basterebbero questi vasi 
per mettere il fatto fuori di dubbio. Alcuni di fessi, tramandati di 
generazione in generazione nelle famiglie daiacche, devono essere 
molto antichi. Su questo fiume i più piccoli e comuni «tadgiào» 
(il nome generale per questi vasi) sono gli « alàs » che valgono dai 
_'o reali, rupie, ai 20 dollari 1' uno. Quelli che hanno il prezzo di 
due « alàs » si chiamano - russa». Un « bennagà » che costa dai 
100-190 dollari è ragguagliato a due russa. Vengon poi per ordine 
di valore i « linkà », i « betandà », ed infine i « glissi », che possono 
valere dai 600 ai L000 dollari. Sento dire che vi sono ancora per 



260 STELLE FORESTE DI BOEXEO 

questi vasi altri nomi, che variano coi varj villaggi e con le parti- 
colarità della forma, della grandezza, dei disegni o delle figure in 
rilievo che non di rado li adornano. 

Non è soltanto per le dispute del genere indicato che si adopra la 
forma di giudizio chiamata «s'iam-ayer» (tuffar nell'acqua). È que- 
sto un uso al quale si ricorre in molte circostanze, e tutte le volte 
che si ha da risolvere una lite, che in altro mezzo non è stato pos- 
sibile di sistemare. In generale prima del s' lam si fa la prova con 
un combattimento di galli; solo quando questo non dà risultati sod- 
disfacenti, si ricorre all' esperimento più serio. Anche piccole que- 
stioni ed alterchi insignificanti si decidono spesso in questo modo; 
ma alterchi serj non sono una cosa frequente fra i Daiacchi. Il più 
spesso le questioni hanno origine per motivi di gelosia o per altra 
causa, nella quale la donna ha la sua parte. Simili scommesse sono 
per molti di loro la preoccupazione principale della vita, dopo quella 
della caccia alle teste, non essendo raro il caso che per giungere a 
pagare il debito contratto in una circostanza di tal natura debbauo 
industriarsi per varj anni, onde mettere insieme la somma occor- 
rente. Per il s'iam-ayer, qui a Kantù, il vinto deve pagare per lo 
più un russa, od altrimenti un bennagà. 

12 maggio. — Prima della levata del sole ho fatto oggi una straor- 
dinaria caccia di piccolissimi insetti, soprattutto microcoleotteri. Le 
dirotte e subitanee pioggie del giorno scorso erano state un vero 
diluvio per tutto un mondo di organismi, che la violenza dell'acqua 
aveva trasportato via dalle piante, o dai nascondigli della foresta. 
Adesso le acque, ritirandosi, avevano abbandonato tronchi, rami, 
scorze d' albero, stecchi, foglie e frutti sul terreno coi naufraghi che 
avevano trovato scampo sopra ogni galleggiante. 

Non essendo ancora sorto il sole a stiepidire l' aria, tutto quel che 
vi era di esseri viventi era tutt'ora immobile ed intorpidito dal fre- 
sco della notte e divenne per ciò mia facile preda. Alla lunga però 
le zanzare ed i « sandflies » mi tormentarono tanto che fui costretto 
a ritirarmi, ed a por-termine alla interessantissima e fruttuosa caccia. 

Oggi sono ritornati a Grogò varj degli spettatori che avevano as- 
sistito al s'iam-ayer. Sembra che nel caso presente la prova non 
sia stata decisiva, per cui si tenteranno altri esperimenti, e chi sa 
che non si finirà anche con lo spargimento di sangue. Io vidi il cam- 
pione che si riteneva vincitore e che mi sembrò molto esasperato, 
dicendo che avrebbe ricorso a chiedere giustizia al Tuan-muda. De- 
gli Olandesi non ne voleva sentire nemmeno discorrere. 

Essendo da varie ore cessato di piovere, anche le acque del tor- 



CAPITOLO XIV 261 

rente si erano abbassate assai. Si ricuperò il piccolo canotto, che 
alcuni Daiacchi avevano visto inforcato fra i rami di nn albero, a 
circa nn miglio al di sotto del punto dove eravamo, e si riesci anche, 
dopo lunghe trattative, a farci dare una barca da sostituire quella 
perduta e capace di contenere cinque o sei persone. Quando tutto 
fu pronto per la partenza erano di già le quattro pomeridiane e mi 
parve oramai troppo tardi per mettermi in viaggio quella sera, nes- 
suna delle due barche essendo adattata per dormirvi. 

Non mi par vero di andar via da Grogò dove ho di già passate 
due notti, ma questa spero che sarà anche l'ultima. Il luogo non 
è punto ameno, la casa è molto vecchia, ed il puzzo che viene dal 
suolo sottostante al laute è assolutamente insopportabile. Oltre alle 
sozzure di ogni specie, che vengono naturalmente accumulate sotto 
una vecchia casa, e mai rimosse, qui vi sono molti polli rinchiusi 
in grandi gabbie. Il puzzo di pollina, che dal terreno si solleva sino 
a noi che vi dormiamo sopra, è qualche cosa d' insopportabile ed 
è tale da rivoltare qualunque stomaco, che non sia quello di un 
Daiacco. Non so se per effetto del sudiciume, ma in questa casa ho 
trovato, più che in altri luoghi in Borneo, numerosi ammalati di 
febbre e di dissenteria. Ho distribuito medicine a parecchi, e questo 
mi ha reso un poco più accetto presso di loro. 

13 maggio. — Non appena che la simpatica voce del wa-wa ha 
annunziato prossima l'alba ho svegliato i miei uomini e, cosa raris- 
sima, sono riuscito a mettermi in cammino prima che il sole sor- 
gesse sull'orizzonte. 

B oggi una di quelle fresche mattinate incantevoli non rare in 
Borneo dopo un seguito di pioggie torrenziali. Molti uccelli, che il 
cattivo tempo aveva tenuto nascosti ed al riparo, adesso svolazzano 
fra i lami degli alberi. L'acqua è sempre molto alta. La corrente 
è torte, e rapida sarebbe la discesa se di tanto in tanto non si fosse 
costretti a perder tempo per rimuovere tronchi d'alberi trasportati 
dalla piena e che ostruiscono il passaggio. Ad un certo punto ve- 
diamo sospesa nella biforcazione di un albero, sopra la nostra- testa, 
la barca Che avevamo perduta. Era sempre intatta. I fiori bianchi 
e rosei del liei ÌJi/ilerordr/ms oblongifolms spandono nn profumo 
Soavissimo. Le piante fiorite, di valiate specie e che non ho visto 
al di là dei monti, aumentano ogni ora, via via clic si progre- 
disce, scomparendo quelle die ito uso a vedere sul Sarawak. 
Spesso, a nostra portata di mano, s'incontrano tronchi d'albero e 
lami sporgenti carichi di epifite, tra le «piali primeggia la magnifica 

Vanda HlUlvis (una delle più apprezzate orchidee delle nostre serre) 



262 NELLE FORESTE DI BORNEO 

con i suoi splendidi racemi di grandi fiori lattei odorosissimi. Anche 
varie specie di Ficus*) spandono un'ombra fresca sulle acque del 
torrente ed attirano molti uccelli a cibarsi dei loro frutti. 

Il corso del fiume è tortuosissimo. Il suo letto è ristretto, ma 
l'acqua si spande ovunque nei boschi e non ha limiti. È lo spazio 
libero di piante che delimita il corso, non le spoude, che non ve ne 
sono di asciutte. Da sei ore si voga. L' appetito si mostra negli uo- 
mini dalla svogliatezza a maneggiare il remo, e per questo, non 
appena si trova tanto terreno asciutto da potervi accendere il fuoco, 
decidiamo di fermarci per cuocere il riso. 

Il fiume ha perso adesso l'aspetto di un torrente; le acque, che 
hanno trovato mille sfoghi nella foresta, sono sempre alte, ma con 
moderata corrente. Gli alberi delle sponde non incrociano più i loro 
rami, ma formano come due alte e verdi muraglie da una parte e 
dall'altra. La luce attira verso il fiume le fronde di molte liane fra 
le quali si distingue una connaracea (P. B. n.° 3384) con magni- 
fici grappoli di fiori rosei; abbondano pure delle Bahuinia e varie 
anonacee, che coi loro festoni ondeggianti riempiono gli interstizj 
fra albero ed albero e comunicano un aspetto di impenetrabilità 
alla foresta. Anche i rotang spandono volentieri verso il fiume le 
grandi fronde pennate, facendosi largo fra il fogliame denso degli 
alberi. 

Per tagliare alcune delle grandi anse del Kantù si entra spesso 
colle barche nella foresta. Come è romantica la navigazione in un 
bosco folto ed oscuro per densa ombra ! Si avanza fra i tronchi altis- 
simi e dritti degli alberi come fra le colonne di una interminabile 
basilica. È mezzogiorno, ed il sole a perpendicolo spande a torrenti 
luce e calore sul fogliame, che avido di queste irradiazioni si con- 
testa ogni spazio e si addensa in alto fuggendo l'ombra. E se qual- 
che raggio furtivo attraversa la sua massa e giunge sino al suolo, è 
l'acqua nera che lo rispecchia. 

Alle tre pomeridiane giungiamo presso la collina di Segrat, ai 
cui piedi, proprio sul fiume, in luogo chiamato « Udgion Kayu Bat- 
tei » si trova un villaggio daiacco. Il fiume prende qui il nome di 
Umpanang. È curioso l'istinto che fa prediligere a certa gente i 
luoghi palustri come luogo per abitarvi. I Daiacchi di .Segrat do- 
vrebbero per questo essere ci' origine malese, giacché avendo la col- 
lina a due passi, hanno costruito, nonostante ciò, la casa nell' acqua, 



') F. Mìquelii, King; F. pislfera, Wall. ; F. parietalie, Bl. ; F. consociata, Bl. ; F. cucur- 
biiìna, King. 



CAPITOLO XIV 263 

od almeno m luogo così basso, che durante le recenti pioggie hanno 
dovuto salvarsi sopra una zattera di tronchi galleggianti. La piena 
aveva portato via i maiali, il pollame e la più gran parte della loro 
proprietà. In questo villaggio non solo i ragazzi, ma anche le donne, 
giovani e vecchie, souo scappate via appena mi hanno visto, e sono 
andate a rinchiudersi nelle pintù. 

Il fiume abbonda di belli e buoni pesci. Uno di questi l'« ikan 
padgiat » '), credo un siluroide, veramente eccellente a mangiarsi, era. 
di un bellissimo color violaceo. In generale i pesci di acqua dolce 
sono argentini o bruni, più raramente dorati o rossi. Io sino a qui 
non avevo mai visto un pesce d'acqua dolce con una colorazione così 
gaia. Deve essere un pesce « forestale » che vive nelle acque brune, 
ma limpide, delle lagune alberate, se posso servirmi di questo nome 
per luoghi dei quali in Europa non si ha idea. Da noi, quando 
1' acqua stazionaria è fonda in permanenza anche un palmo, non vi 
sono piante arboree che vi vivano, mentre qui estese e grandiose 
foreste, composte di uno straordinario numero di essenze differenti, 
rimangono inondate da un anno all'altro. Io credo che un certo rap- 
porto debba esistere fra la colorazione dell' ikan padgiat ed il luogo 
dove esso vive. Pensando alle splendide livree dei pesci marini vi- 
venti fra i polipai, ed alle modestissime di quelli che abitano i fondi 
arenosi, bisogna pur sospettare che le condizioni speciali dell' am- 
biente liquido, ed il colore degli oggetti che in questo si trovano, 
debbano avere esercitato un influenza molto energica sulle tinte, 
ora vivaci, ora smorte, di cui i pesci si vedono rivestiti. 

L' ikan padgiat non si troverebbe nel Sarawak, dove però i più 
piatici dei miei Malesi assicurano che se ne incontra una specie 
simile, ma alquanto più piccola 2 ). ISTon mi è dato di vedere molti 
uccelli ; il più vistoso è una TcMPrea paradisi in abito perfetto e 
facente bella mostra delle lunghe penne bianche della coda. Osservo 
molle piante in fiore ;i me sconosciute e che mi propongo di rac- 
cogliere ;il ritorno. 

1 1 maggio. — La noi ti' passiila a Segrat è stata un tormento con- 
tinuo, e fra i cani affamati, le zanzare ed i sandHies non abbiamo 
chiuso occhio. Meno mule per me, clic possedevo uno zanzariere; 
il peggio <■ stato per gli nomini, che non avendo altro mezzo per 



Sotto questo illuni' malese debbono ligulare piti specie a colorì vivaci. « Ikan pad- 
. vorrebbe dire: pesce ma chera, " vestito por uhm rappresentazione. 
Sarebbe questo il Cryptopterm llclrrU, Gunth. si veda: D. Vinciguerra, Ippnnti 
ittiologici negli annali del Museo civico ili Genova, voi. XVI, isso, pag. lii«. 



264 NELLE FORESTE DI BORNEO 

difendersi hanno fatto del gran fumo per scacciare i fastidiosi in- 
setti; ma è stato questo un nuovo tormento, a cui si è aggiunto 
anche un caldo così afoso come mai non avevo ancora sperimentato 
l'eguale in Borneo durante la notte. 

Avendo fatto cuocere il riso la sera, ho potuto mettermi in barca 
assai di buon' ora. L' Umpanang non ha quasi corrente ; l' acqua 
è nera, ma limpida come quella che avevo incontrato nelle foreste 
vicine a Kutcing. Osservata in piccola quantità, attraverso la luce, 
è del colore del caffè allungato, ma trasparente e priva di materie 
in sospensione. Si conserva lungamente senza decomporsi e non 
forma sedimento; ma non ho fatto la prova di lasciarla riposare 
per molte ore o di farla evaporare. Le acque nere non sono mal- 
sane a bersi, ed il loro sapore non è sgradevole, ma leggermente 
acidulo. Il colore scuro di quest' acqua è dovuto alla massa di fo- 
gliame morto ed all' humus accumulato nelle foreste che attraversa '). 
Sebbene le pioggie siano torrenziali e continuate, le acque dei fiumi 
di Borneo raramente sono torbide, pochissimo essendo il terreno sco- 
perto, senza vegetazione e sottoposto a cultura, da dove le acque 
possano asportare molta materia terrosa. La pioggia cadendo anche 
con forza sopra un paese coperto da foresta, deve prima attraver- 
sare la massa vegetante ed arrivar quindi con poca violenza sul suolo, 
dove incontrerà lo strato denso del fogliame morto, rapidamente de- 
composto in causa dell' umidità, dell' alta temperatura e del susse- 
guente sviluppo d' innumerevoli microorganismi. L' acqua perciò 
quando si riunisce nei torrenti è povera di materie terrose, ma è 
di già stata filtrata attraverso una quantità enorme di sostanze ve- 
getali in decomposizione. Se accade poi che dai torrenti 1' acqua 
dilaghi nelle foreste, trova quivi nuove sostanze di cui saturarsi. 
Fra queste predomina l'acido umico, che più di qualunque altra 
sostanza contribuisce a comunicare il color bruno alle acque. Non 
dappertutto, anche date le circostanze ora accennate, le acque si 
mantengono nere. Ciò non accade altro che quando i terreni su cui 
scorrono sono privi di calce. Nei fiumi dell'America meridionale è 
stato osservato che se le acque nere si mescolano alle bianche, la colo- 
razione sparisce per effetto di una reazione della calce con l'acido 
umico libero, che le prime contengono. Ritengo che il medesimo 
debba verificarsi anche in Borneo, ma io non ho appunti in proposito. 



') Nell'America meridionale, alcuni influenti importanti dell' Orenoco e del Rio delle 
Amazzoni, hanno le aeque nere. Uno studio di queste acqne, esegnito dai signori Muntz 
e Marcano, si trova nei Comptee rendus, voi. CVII, 1888, pagine 908-909. 



CAPITOLO XIV 265 

. Pili ci avviciniamo ai laghi e più l' Umpanang si allarga, ina, cosa 
singolare, gli alberi diminuiscono anche di altezza sino a ridursi a soli 
cinque o sei metri di sporgenza fuori dell'acqua. La sorpresa mag- 
giore quando dal fiume si sbocca nel lago, è il colore insolito di 
tutto quel volume d'acqua, che visto dall'alto in basso appare ne- 
rissinio e quasi inspira timore. A momenti mi pareva che su quel 
liquido tetro la barca dovesse calare al fondo. L'idea nostra del 
peso specifico dell'acqua è naturalmente associata alla colorazione che 
ci è familiare e si direbbe un' idea quasi innata, mentre nessun bam- 
bino si meraviglia che una barca stia a galla. Ma quando l'acqua 
ha un colore così differente dall'ordinario, nemmeno l'idea del suo 
peso specifico corrisponde più a quello usuale. Di certo l'acqua nera 
non invita a tuffarsi dentro ; all' opposto dell' acqua trasparente e 
limpida, che solo a guardarla eccita delle sensazioni piacevoli. La 
superficie del lago che apparisce libera da vegetazione arborea non 
è che di poche miglia; ma di sponde asciutte non ne vedo affatto. 

Appena usciti dall' Umpanang si scorge Lamadgian, villaggio abi- 
tato da Malesi e verso il quale voghiamo. La mia gente chiama il 
lago in cui siamo Damui Lamadgian, ma credo che dagli abitanti 
del Kapùas sia più conosciuto con quello di Danau Seriàug. 

Appena avvertito del mio arrivo, il capo di Lamadgian, Bading 
Sirà (il titolo indicherebbe un'origine giavanese) mi invita a salire 
nella sua casa e mi offre il siri, civilmente insistendo nel tempo stesso 
perchè io mi trattenga nel suo villaggio, il quale nonostante che 
fosse costruito sopra un'isola, non aveva allora un palmo di ter- 
reno asciutti» all'inumi. Nelle case l'acqua arrivava quasi all'im- 
piantito. Ogni anno, nella stagione delle pioggie, l'acqua si innalza 
a— ai nei laghi; pure raramente raggiunge il livello attuale. Di al- 
cuni alberi non sporgevano che le cime, mentre una quantità di 
arbusti trasparivano nell'acqua sotto la chiglia della barca. 

<.li abitanti del Luogo assiemano che l'acqua del lago si mantiene 
sempre «lei color aero attuale <• che non mai diventa torbida. In- 
tima, la mia guida, dice dio laghi coinè Lamadgian ve ne sono in 
i|iie>ra regione almeno una trentina e fra i principali mi cita Danau 
M;ila\u (o .Mahiu.'). I (anali TYaiian, Danau Bekuan, Danau l'andan, 
Danau Bnlumbon, Danau damali. 1 i sono l'atto l'idea clic questi 

laghi vengano principalmente isolati, non da istmi di terreno emerso, 
ma da foresta che io qualificherei eoi nome di palustre, la quale ri- 
marrebbe asciutta soltanto per eccezione quando le acque sono kis- 
aissime, nei momenti di grande siccità. La regione dei laghi nel- 
l'insieme deve essere molto estesa, ma la superficie dell'acqua in 



266* NELLE FORESTE DI BOENEO 

ognuno, libera dalle piante arboree, non è forse mai più di cinque 
o sei miglia nella maggiore lunghezza. I nativi di Lamadgian rac- 
contano che in qualche annata, se la stagione corre eccessivamente 
asciutta, alcuni di questi laghi, nel prosciugarsi, lasciano una pro- 
digiosa quantità di pesce a secco, o raccolto in così piccolo spazio, 
che si riesce a prenderlo con le mani. Assicurano pure che il fondo 
è senza mota ; cosa che non mi sorprende, perchè se l' acqua non è 
torbida, non può far deposito terroso; e se non è torbida adesso 
che tutto il paese è allagato, certamente non intorbida mai. 

Sarebbe molto interessante di potere esaminare, quando è asciutto, 
il fondo di questi laghi ad acqua nera per studiare il genere di de- 
posito che vi si accumula. Questo io direi che dovesse essere quasi 
intieramente di origine vegetale, senza mescolanza di elementi ter- 
rosi. Sarebbe pure istruttivo conoscere quale effetto produce il pro- 
sciugamento srdla massa e sulla natura dei depositi; ossia, in altri 
termini, interesserebbe sapere se la quantità grande di composti 
umici (ricchi quindi di carbonio) sciolti nelle acque nere può, con 
la evaporazione di queste, contribuire ad aumentare la massa di 
sostanza carboniosa nel fondo dei bacini. Si dovrebbe anche studiare 
se in dette acque può aver luogo alcuna reazione chimica, per cui 
anche con questo mezzo il deposito possa aumentare in spessore. 
Se si pon mente alla massa di sostanze organiche in decomposizione, 
che di continuo si accumulano nelle foreste, è presumibile che le acque 
nel loro passaggio disciolgano, oltre che gli acidi derivati dalle so- 
stanze carbo-idrate, anche altri composti, i quali, in certe eventua- 
lità, potrebbero dare origine a depositi insolubili e neri, analoghi a 
quelli ottenuti artificialmente. Per associazione d'idee, questa pos- 
sibile maniera di accumularsi degli elementi carbonici suggerisce 
l'ipotesi di un'origine analoga del carbon fossile di Borneo. 

Ohe certi depositi si debbano formare nei laghi del Kapùas ap- 
pena può mettersi in dubbio, dal momento che sono circondati da 
alberi e che vi fanno capo dei fiumi. Anche ammettendo che le fo- 
reste trattengano la più gran parte del grosso legname trasportato 
via dall' impeto delle acque, è certo che molti detriti vegetali, se non 
altro quelli delle foglie decomposte, i quali all'occhio non intorbidano 
1' acqua, devono nondimeno trovarsi sospesi in essa in quantità non 
piccola, e devono alla lunga andare a depositarsi nella parte più 
bassa dei bacini. 

Del rimanente, anche sapponendo che, tutto sommato, un solo 
millimetro di sostanza carboniosa si accumuli ogni anno, in mille 
anni si avrebbe uno strato di un metro; ciò che dimostrerebbe 



capitolo xiv 267 

quanto rapidamente si potrebbero essere formati i depositi carbo- 
niferi di Borneo, se essi avessero avuto questa origine. 

Che il puro carbon fossile debba in ogni caso essere andato ad- 
densandosi in bacini dove non venivano ad immischiarsi parti ter- 
rose, nessuno vorrà dubitarne. Per questo motivo bisogna ritenere 
che le regioni dove andava formandosi del carbon fossile, dovessero 
essere essenzialmente forestali e non soggette a denudazione. La 
mancanza di qualsiasi traccia di calce nei depositi carboniferi di 
Labuan, dimostrata da Tenison Woods in uno scritto sul carbon 
fossile di Borneo 1 ), prova che i terreni sui quali si estendevano le 
foreste che hanno dato origine a detti depositi non dovevano esser 
calcarei, e fa supporre che dovessero essere nere le acque che dalle 
foreste dovevan far capo nei bacini di accumulamento. In Borneo i 
depositi di carbon fossile sono estesissimi, e non è probabile che si 
siano tutti formati in un medesimo tempo. Non è per questo pos- 
sibile generalizzare sulla loro origine, ma il fatto che nel carbon 
fossile di Labium non sono state trovate traccie di alcun organismo 
marino 2 ) può far ragionevolmente ritenere che almeno alcuni dei 
depositi carboniosi di Borneo siano di origine lacustre. Supposte 
giuste queste conclusioni, dandosi anche il fatto dell'assoluta man- 
canza di calce nel carbon fossile di Labuan, si può bene immaginare 
che gli accennati depositi abbiano avuto origine in laghi con acque 
nere, analoghi a quelli attuali del Kapùas. Ciò indipendentemente da 
qualunque apprezzamento sull'età dei giacimenti, non avendo avuto 
io l'occasione di esaminare avanzi di origine organica nel carbon 
fossile di Borneo, e convenendo del resto nelle conclusioni a cui è 
liiiinto Tenison Woods nello scritto citato, il quale scritto mi ha sug- 
gerito questa digressione. 

Ritornando ni prosciugamento eventuale e temporaneo dei laghi, 
non credo clic Damiu Lninadginn deliba mai rimanere completamente 
;i -«•eco. perchè sento che al villaggio ogni mese fa capo un vapore 
olandese proveniente da Sintang. 

Avendo visto di faccia a Lamadgian, al ili là dal Iago, una collina, 
Ih» voluto dirigermi verso quella parte sperando di avere di lassù una 
bella veduta del paese all'ingiro. La collina porta il nome di Bukel 
Lampèi, e sopra di essa si scorgevano varie case di Daiacchi, coi 
quali Intikà era in buoni rappori i. 

Al punto dove in tempi ordinaij s ' sarebbe potuto prender terra, vi 



i-i.s Woodh, '//" Borneo Coal Flclds, in Nature, 23 aprilo 1885, pag. 553. 

DOT I. 0. 



268 XELLE FORESTE DI BOENEO 

.sono ora due metri di aequa, ed anche qui di conseguenza navi- 
ghiamo nella foresta sul sentiero che avremmo dovuto percorrere a 
piedi. Dalla cima di Buket Lampèi si scopre moltissimo paese. Dal lato 
di levante non si vede che acqua a perdita d'occhio (intersecata da 
macchie di foresta) limitata a settentrione, in lontananza, da alcune 
colline. La maggior parte del paese è piano e coperto di boscaglie 
senza line, dal mezzo delle quali, isolate e sparse, sorgono in qua ed in 
là piccole montagnole. Le colline che separano le acque del Batang- 
Lupar rimangono nella direzione di N". O., ed appariscono assai pros- 
sime e di poca elevazione. Da quella parte si trova pure la strada 
più corta e più comoda per passare dai possessi olandesi in quelli 
del Bagià di Sarawak. A tale scopo bisogna prima risalire per un 
giorno il Suugei Bunut, dopo di che, con un giorno di cammino ter- 
restre, si giunge a riprendere le acque del Batang-Lupar a Lobok 
Antù. Ad occidente il punto più elevato è Buket Kananpèi o Ka- 
nanpayang, che non sembra a più di venti miglia di distanza e mi 
toglie la vista delle colline del Ivumpang, da noi traversate per scen- 
dere nel Kantù. 

Sulla collina di Lampèi la vegetazione era per intiero di seconda 
crescita. Di piante che valesse la pena di prendere non ho vi trovato 
che una Ixora ed il «kayù silimpò » (una rubiacea del gen. Sa/rco- 
cephalus). Il villaggio malese più vicino sul Kapùas porta appunto 
il nome di quest' albero. 

I Daiacchi di Lampèi, sebbene nel territorio olandese, si approv- 
vigionano a Simanggan. Sapendo che io venivo di là, tutti con 
grande interesse mi domandavano notizie del Bagià. 

Per la via di Bunut nel 1851 passò la celebre Ida Pfeiffer. Fu 
una prodezza che di certo poche signore sarebbero capaci di riten- 
tare nemmeno adesso, con le comunicazioni rese in quel punto tanto 
più facili. Essa racconta di aver trovato nel mezzo dei laghi una 
gran quantità di alberi secchi, tutt'ora in piedi nel posto ove erano 
nati e cresciuti. Io mi spiego il fatto supponendo che la vegeta- 
zione di cui ho dato un cenno, e che sembra tutta di natura a ri- 
manere con le radici nell'acqua, sia rimasta a secco durante una 
stagione asciutta e per questo sia morta. Bitornando l' acqua, questa 
ha nuovamente invaso il terreno sul quale le piante prima vegeta- 
vano, ridotte però ai nudi tronchi e coi rami spogliati di foglie. 

Si compiono oggi due anni (15 maggio 18G7) dal mio arrivo in 
Borneo. 

Attraversando il lago, nel mentre ero diretto a Lampèi, avevo tra- 
scurato di raccogliere piante premendomi di depositare prima il mio 



CAPITOLO XIV 269 

bagaglio e la mia provvista di carta sugante in qualche posto, al 
coperto ed all' asciutto. Destino per questo la giornata d' oggi alla 
flora del lago; ma non sembra questo il momento più propizio per 
farvi collezione di piante. Molte delle specie non sono in fiore. Gli 
arbusti più bassi sono completamente sommersi e vi si passa sopra 
con la barca. Ho raccolto da circa 35 specie di piante che non avevo 
incontrato ancora in altra parte di Borneo, ma fra queste non vi 
sono che ben poche forme che fissino in modo speciale la mia atten- 
zione. La flora dei laghi non sembra molto ricca. Non sono che una 
cinquantina di specie che si ripetono di continuo; ma non ho fatto sino 
a qui uno studio accurato delle piante raccolte in questa occasione. 
Meno alcune epifite, le altre sono frutici o piccoli alberi, alcuni dei 
quali però mi sembrano dotati di un adattamento speciale per la vita 
palustre nell'acqua dolce. A questo riguardo meritano di esser ricor- 
date due Brackenridgea ed una DicMlanthe, piante rimarchevoli per 
l'apparecchio galleggiante di cui sono provveduti i loro frutti') ed 
al tempo stesso per la distribuzione geografica delle specie che rien- 
trano nei due generi. La Dichilantlie di Danau Lamadgian (D. Bor- 
neensis, Baili.) è una singolare rubiacea (con fiori celesti irregolari 
simili a quelli di una scrofulariacea) nella quale il calice si rigonfia 
e diviene ventricoso a maturità dei semi, dando così origine all' appa- 
recchio galleggiante. La DicMlanthe Borneensis è similissima alla B. 
Zeylanica, Thw. la sola che in passato fosse conosciuta di detto genere 
e che abita le montagne del Ceylan. Le Brackenridgea sono Ochna- 
ceae delle quali, oltre le due trovate da me nei laghi nel Kapùas ed 
ancora indescritte, se ne conoscono altre cinque specie; di queste 
una abita la Penisola malese, una il Queensland, una le Filippine, 
una le Fidgi ed una lo Zanzibar. Sono poi stati riscontrati i semi 
di una Brackenridgea galleggianti in mare al largo delle coste della 
Nuova Guinea 2 ). Nell'assieme, sebbene la flora dei laghi del Kapùas 
non sia rimarchevole per la varietà e hi bellezza dei tipi di cui si 



l lumi della Brackenridgea sono ovali o tondeggianti, e i hanno che qualche 

millimetro ili lunghezza, sono lucenti, quasi neri e rivestiti 'li una Bottile polpa; <U-,- 
vono per questo esercitare una certa attrattiva pei ;;li uccelli, i quali forse contribui- 
scono alla loro disseminazione. Uà <|in->ti si-mi li; i> anche nell'interno delle cavità 

chiuse, piene d'aria, che permettono loro ili galleggiare. E questa la circostanza che 
potrebbe spiegare la grande area geografica che occupa il genere. E però curioso, da 
un .-litio lato, che ad onta di tale faciliti 'li dispersione dei semi, le specie siano tutte 
molto localizzate. 

; Vedi Bepori on ri ulti oj th voyogt of II. M. 8. Challenghr. Hotany, 

I. t. l,.\l\ 



270 NELLE FORESTE DI BOKSTEO 

compone, mi sembra certo che essa debba presentare un particolare 
interesse per alcune delle forme di adattamento di cui si compone, 
le quali potrebbero risultare conformate in guisa da poter impune- 
mente sopportare le pienp periodiche annuali e rimanere lungo 
tempo sommerse, in modo analogo a quanto accade in alcune plaghe 
delle regioni basse del Brasile, alle foci del Eio delle Amazzoni. 

Qualcuna delle piante dei laghi corrisponderà forse, per il modo di 
vegetazione, ai mangrovi ; ma l' acqua troppo profonda non mi dette 
il mezzo di vedere come si abbarbicavano nel suolo. Invece di avere 
qui degli alberi riverani marini o di estuario, si potrebbero avere 
degli alberi riverani lacustri. Di piante veramente palustri non in- 
contrai che la Lvmnophila sessiliflora a Ruma Segrat. Non vidi 
traccia di alcun rappresentante delle Nympliaeaceae, Hydrocharideae, 
Najadeae, o di altra pianta veramente acquatica. Come pure non 
vidi alcuna di quelle piante che nei paduli contribuiscono a for- 
mare la torba. Non una graminacea, non una ciperacea, erbe tutte, 
a dir la verità, che se anche vi crescevano dovevano essere adesso 
coperte dall'acqua. La mancanza quasi assoluta in Borneo di piante 
palustri galleggianti si deve attribuire alla facilità con la quale le 
acque si rinnovano per le abbondanti pioggie, in causa delle quali 
non si formano veri ristagni. 

16 maggio. — La casa dei Daiacchi di Lainpèi era più popolata 
di cani che di persone. La notte questi piccoli esseri affamati, che 
mostravano solo la pelle e le ossa non mi hanno lasciato dormire. 
Continuamente in giro, hanno fatto un vero scempio delle mie di già 
scarse provviste; hanno roso un canestro di rotang nel quale avevo 
riposto delle vivande conservate in scatole di latta, che, sebbene 
tutt' ora saldate, hanno addentato ed hanno portato in giro per 
tutta la casa, essendosi accorti del contenuto. Hanno rosicchiato 
perfino il tappo di sughero ad alcune bottiglie. Uno poi aveva 
trovato comodo di accovacciarsi nel mio cappello. Appena sve- 
gliati, quando il mio cuoco Kisoi si è accorto del saccheggio fatto 
dai cani alle mie provviste, si è vendicato distribuendo loro bocconi 
di riso conditi col sapone arsenicale che io usavo per preparare le 
pelli degli animali. Non so quale sarà stato l'esito del pasto mat- 
tutino delle povere bestie, perchè noi allo spuntare del sole ab- 
biamo cominciato a rivogare alla volta di Kantù. 

Traversiamo di nuovo Danau Lamadgian. Pochissimi uccelli ho 
visto su queste acque, e di quelli di padule non ho incontrato che 
una sola bianca ardea, dritta sulla sommità di un albero. 

I nativi del posto, mi raccontano però che quando le acque si ri- 



CAPITOLO XIV 271 

tirano, le sponde sono popolate da stuoli innumerevoli di uccelli di 
ripa, che vengono a deporvi le uova. Non vidi nemmeno una scim- 
mia, uè alcun altro mammifero. 

In questi laghi dovrebbe abitare il Tomistoma Schlegeliì, specie di 
coccodrillo col muso molto stretto ed allungatissimo : uno dei rettili 
che per lungo tempo si è creduto speciale a Borneo, ma che vive 
anche in Sumatra e nella Penisola di Malacca. Io non ho avuto la 
fortuna d'incontrare il Tomistoma, che però non di rado vien cat- 
turato in Sarawafc, specialmente sul Sadong. Il prossimo ed anche 
unico parente di questo grande sauriano, eminentemente caratteri- 
stico della fauna malese propriamente detta, è il Garialis gangeticus 
o « garial » del Gange '). 

Eientrati nell' Umpanan mi fermo adesso a raccogliere ogni pianta 
che incontro in fiore. Sembra che le acque debbano essere straordi- 
nariamente alte da un pezzo, perchè trovo che le foglie degli alberi 
sommersi sono ricoperte di uno strato tenue di alghe, che dall'aspetto 
giudico per diatomacee. In vicinanza di Segrat mi fermo ad un mat- 
tang sul quale cresceva una specie di Eugeissonia (E. amMgua*). Ho 
da prima creduto questa palma eguale ad una che cresce nella Pe- 
nisola di Malacca; ma molto probabilmente deve considerarsi come 
una forma distinta. Questo mattang non sporge più di due metri 
al di sopra del livello attuale delle acque. È anzi il solo punto asciutto 
che si trovi per varie miglia all' ingiro. Anche questo è caratterizzato 
dalla presenza della casuarina ad ombrello (« ru ronan » o « ru um- 
bon » dei Malesi). Ho di già detto come io consideri questi punti 
sporgenti dal terreno basso come antiche isole, e l'attuale, dove 
cresce la Eugeissonia menzionata, ne sarebbe uno degli esèmpi più 
istruttivi. 

Si pernotta nuovamente a Segrat, l'altro posto memorabile per 
i cani, orribile per la situazione, terribile per le zanzare, insoppor- 
tabile per il caldo, adesso poi inabitabile per la pioggia che penetra 
nifi da ogni parte attraverso i vecchi e fradici atap. Piove tutta la 
notte, ed io, col sonno poco tranquillo per tanti fastidj, sono anche per- 
-< unitalo, (piasi come da un incubo, dal rumore della pioggia inces- 
sante. .Mi sembrava che L'acqua dovesse crescere molto ancora e che 



') « Garial » in industano significa mangiatore 'li pesce. Io probabile ohe il Tomistoma 
abbia i medesimi costumi del garial, ■ -ì:i come >| m-st <> innocuo |mt l'uomo. Merita di 

cordata la presenza 'li Tomistoma fossili nei terreni miocenici ili Malta e d 

degna. 

-, Vedi Bkc< m:i. Nuovo gioitialt hot. Hai., col. Ili, pag. '■!*. 



272 NELLE FORESTE DI BORKEO 

la corrente dovesse farsi così forte, da renderci impossibile il viaggio 
di ritorno; ma quando si fa giorno (17 maggio) e mi sveglio davvero, 
sebbene la pioggia continui incessante, do l' ordine di partenza. An- 
che alla mia gente non par vero di abbandonare Segrat, e tutti re- 
mano con ardore, quantunque l' acqua cada a rovesci sulle loro spalle 
nude ed io riesco a stento a ripararmi stando rannicchiato nel centro 
della barca, solo in parte coperta di kadgian. Per via ci soffermiamo 
spesso, perchè io voglio assicurarmi esemplari di ogni pianta fiorita 
non ancora raccolta altrove. Un poco per questo, un poco anche per 
la corrente che va facendosi sempre più gagliarda, non riusciamo a 
percorrere oggi la metà del cammino che facemmo al discendere. Ci 
fermiamo ad Ampar, piccolo villaggio daiacco, quando il sole è di 
già presso al tramonto e gli uomini sono stanchissimi. Il cattivo 
tempo ci perseguita. Siamo appena entrati in casa che di nuovo si 
rovescia a torrenti la pioggia, alla quale oppone un meschino riparo 
il tetto di scorze (in assai cattivo stato) dell'abituro, di cui nondi- 
meno bisogna contentarsi. Io poi sono disperato con le piante rac- 
colte il giorno, che essendo fradicie, non posso porre fra le carte, e 
che messe ad asciugare sull'impiantito della casa vengono ad essere 
bagnate di nuovo dall'acqua che gocciola dal tetto. 

Siamo adesso quasi ai piedi di Gunong Kananpèi, la collina che 
abbiamo scorto da Lampèi, ma che dal fiume non si avverte, rima- 
nendo nascosta dagli alberi delle sponde. 

Il giorno seguente si rema continuamente contro corrente. Sol- 
tanto mi son dovuto fermare un paio d' ore per asciugare al fuoco 
la mia carta, essendo il tempo così incostante ed a burrasche tanto 
subitanee, che non mi concede di sciorinarla al sole. Anche il giorno 19 
si rema per dieci ore di seguito, ma sempre con piccole interruzioni 
per raccogliere ogni pianta fiorita. 

Vedo sugli alberi molti nidi di mayas, ma nessuno animale. Sono 
numerosissime le scimmie; fra le altre i kra, che non si spaventano 
affatto vedendoci passare; vengono anzi facilmente a portata di fu- 
cile e ne uccido alcune, essendo richieste dai Daiacchi per il loro 
desinare. 

Si oltrepassa Grogò dove già fummo costretti a passare tre notti 
trattenuti dalla piena. Si risale ancora per un poco il fiume fino 
a che s'incontra il Ivantupà, insignificante, ruscello, dove si entra 
per lasciarvi le barche. Ti è qui una casa, ma senza fermarci si 
prosegue a piedi ancora per un' ora ed a buio si giunge a quella 
di Intikà, l'Orang-tua che mi aveva accompagnato in tutta l'escur- 
sione e che mi era stato utilissimo. Intikà era un individuo molto 



CAPITOLO XIV 273 

intelligente, che avevo visto trattato con riguardo in tutti i villaggi 
per i quali noi siamo passati; cosa alla quale attribuisco molto il 
t'elice successo della mia gita. Doveva essere anche un buon poli- 
tico, ed andava dicendo che voleva rimanere in buono accordo col 
Governo di Sarawak e nel medesimo tempo cogli Olandesi, dei quali 
però i Daiacchi di Kantù mostravano di avere ben poca sogge- 
zione. 

20 maggio. — Concedo oggi una giornata di riposo alla mia gente 
che per tre giorni continui, dalla mattina alla sera, ha dovuto lot- 
tare contro la corrente del Kantù. Mi fermo anch' io volentieri nella 
casa di Intikà per preparare le mie piante, essendo una delle più 
pulite che si possano incontrare in queste regioni. 

21 maggio. — Ho svegliato gli uomini alle quattro per partire 
alle sei. A me premeva di arrivar presto a Marop per mettere in 
salvo le mie raccolte, le quali, col tempo indiavolato che ci perse- 
guita, trovo molto difficile non solo di far seccare, ma anche di 
riparar dalla pioggia. 

Abbiamo camminato per cinque ore di seguito ed anche spedi- 
tamente adesso che i portatori sono alleggeriti delle provviste con- 
sumate per via. Ma sempre ci accompagna la pioggia. Sul Buket 
Tundon, la collina che avevamo varcato anche al venire, raccolgo 
tre sole piante che trovo a portata di mano, lungo il sentiero. Sono 
perù tre forine forestali erbacee, belle, interessanti e nuove 1 ). Ab- 
biamo fatto un alto di un'ora per cuocere e mangiare il riso. Cam- 
minando speditamente altre quattro ore giungiamo la sera a Kum- 
pang, avendo fatto in un giorno il tragitto, a percorrere il quale 
ih- ciano occorsi due all'andata. Io credo che la distanza traversata 
oggi debba essere stata di circa diciotto miglia, avendo camminato 
speditamente durante nove ore. Difficilmente in Borneo, anche nei 
migliori sentieri, si può percorrere più di dite miglia l'ora. Nuovo 
diluvio ri sorprende prima di Kumpang. 

11 maggio. — Anche stamattina ci mettiamo in cammino con 
l'acqua. Ripassando dal luogo dove, al principio della gita avevo 

trovato la interessante Nepewthes che ho innanzi rammentato, ritro- 
vai con facilità i segnali clic vi avevo lasciato ed il posto preciso, 
ma la pianta non vi era più. Dei Cinesi ivi giunti da pochi giorni 
per lavorare ai lavaggi d'oro avevano fatto una capanna nelle vi- 
cinanze, e nella ricerca di rotatili- o di aliti sostituii per cordami 



XHdytnoearpu /;•"»,... i . B, Ciarla e />. Kompsobaea, e l'.. Clarice, due belle gesno- 
riacee, < VAUomorpMa multinervUi, Cogn,, una melastomacea. 

li ai-i. Nelle fortth di /■'"• «<". 



274 SELLE FORESTE DI BOKSEO 

naturali avevano tagliato anche la mia Nepenthes, essendo i fusti 
di tali piante molto lunghi, sottili, flessibili, tenaci e adattatissimi 
per legare. 

Giungiamo a Marop un poco prima di mezzogiorno. Xoi avevamo 
camminato sei ore continue, ma la distanza percorsa non poteva 
essere questa volta maggiore di 10 miglia, avendo dovuto cammi- 
nare sopra terreni argillosi, per piccoli sentieri già battuti dai Ci- 
nesi e resi estremamente sdrucciolevoli dalla pioggia. Per non 
smentirsi, il tempo, al momento che eravamo per por piede nella 
casa del Kunsi, ci manda per saluto un nuovo rovescio improvviso; 
ma grazie al cielo per questa volta è l'ultimo. Adesso piova pure. 
Le mie collezioni sono al sicuro. 

Le specie di piante raccolte in questa escursione furono circa 120, 
quasi tutte differenti da quelle che avevo sino allora trovato in Sa- 
rawak. In un paese dove la vegetazione è in massima parte arbo- 
rea, non è nelle rapide gite che si fanno ricche collezioni. Se si 
riesce ad assicurare qualche specie più cospicua e che si trova alla 
portata di mano attraverso il nostro cammino, rimangono sempre 
le forme più importanti, quelle veramente forestali, i grandi alberi, 
che si possono ottenere solo con fermate lunghe ed in differenti 
stagioni. Fra le collezioni botaniche riportate dalla gita ai laghi 
figurano pochissime aracee ed orchidee, piante che sembrano poco 
frequenti nel paese che ho percorso. Anche di palme non ho tro- 
vato che la sola Eugeissonia rammentata. Ho visto però qualche ro- 
tang. Di pan daui, d'ordinario così frequenti nei luoghi bassi, ho 
trovato una sola specie, bell'insieme la flora della regione dei la- 
ghi mi è apparsa molto meno ricca di quella del Sarawak. 

A titolo di curiosità, riporto i nomi dei Daiacchi che mi accom- 
pagnarono nell' escursione : 

Sigoo, Wat, Illì, TJyìi, Munào, Udgial, Unkà, Ladgian, Intikà. 

24 maggio. — Ho dedicato la giornata d'oggi a raccogliere e pre- 
parare alcune piante d' acqua dolce alle quali i Cinesi, coli' estra- 
zione dell'oro hanno offerto l'occasione di stabilirsi, creando, in 
alcuni punti ristretti, le condizioni eh esistenza da esse richieste, le 
quali sul suolo di Borii eo, in origine, non potevano trovarsi o dove- 
vano essere molto rare. 

È molto difficile rintracciare da quanto tempo i Cinesi si sono 
stabiliti nel distretto aurifero eh Marop. Probabilmente i lavaggi 
molte volte sono stati ripresi e molte volte interrotti. Come conse- 
guenza di questi lavori sono rimaste adesso delle pozze e dei pic- 
coli ristagni d'acqua,. che l'alta vegetazione non ricuopre e nei quali 



CAPITOLO XIV 2 IO 

ho raccolto ima Nitella (la sola che io abbia incontrato in Bor- 
neo), una Utricularia (77. exoìeta, E. Br. ! ) ed inoltre una diecina 
di alghe d' acqua dolce 2 ), produzioni di rara occorrenza in Bor- 
neo, appunto perchè acque stagnanti che non vengano subito in- 
vase da alta vegetazione s' incontrano molto raramente, e, per lo 
più, solo in seguito a movimenti di terreni od a lavori eseguiti 
dall' uomo. 

Bistagni dove l'acqua non venga continuamente rinnovata non 
ne compariscono che d' insignificanti in seguito a grandi periodi 
di siccità, che in Sarawak al massimo sono della durata di dieci o 
quindici giorni; ma del rimanente le pioggie abbondanti e quasi gior- 
naliere procurano sempre un esito alle acque, ciò che impedisce 
alle alghe di svilupparsi e di mantenersi. 

A Marop i Cinesi avevano degb: orti, nei quali si erano stabilite 
alcune di quelle erbe esotiche, che sempre seguono l'uomo nelle 
sue migrazioni. Fra queste vi erano varie graminacee, specialmente 
una Digitarla chiamata dai Cinesi «isu-mion», che a Marop infesta 
anche i campi di riso. Un'altra Digitarla predilige gii orti e cresce 
insieme ad una Poa (P. B. n.° 3291) chiamata « gniam-kum-so », alla 
Eleusine indica ed al « chisam-teo », VfflepJiMitojnis scàber (una com- 
posta). Vicino alle case poi s'incontra una scrofularia cea, V Aden- 
asma (Pterostigma) villosum, B., usata medicinalmente e che i Cinesi 
chiamano « sa-chou-con ». Ti è poi comune il Paspalum coniugatimi, 
un'altra gramigna, che sarebbe un vantaggio se si diffondesse an- 
cor maggiormente. I Cinesi le danno il nome di «tu-tso», i Malesi 
quello di « ruinput orang-pnttè » o « riunput sappi », vale a dire 
erba degli Europei o delle vacche, essendo un eccellente foraggio 
per il bestiame. I Malesi dicono che è stata introdotta dagli Eu- 
ropei, e che prima di Kagià Brooke non si conosceva in Sarawak. 
È però una pianta grandemente diffusa in tutta l'America tropicale, 
al Brasile, al Messico, ecc., adesso sparsa anche qui sui terreni 
fertili e diboscati, e specialmente sulle sponde dei fiumi. Ognuno 
che per poco sia uscito di casa in Borneo deve conoscere questa 
gramigna, perchè i suoi piccoli semi (cariopsidi avvolti dalle glume) 
quando sono maturi si disarticolano con la massima facilità dalle 
sottili spighe e si attaccano ai panni od alle calzature, specialmente 



■ vi, trovato la medesima Bpecie celle risaie ili Singhi. 
■) Tetnupora geìatinoia, C. Ag.j Tolypothrix flexuosa, Zan. ; '/'. distorta, Ktitz. ; Lcpio 
puneUform4$, Zan.; Conferva fontinalvfv. ochraeea, Zan. \ Zygnema&p.; Khizocìonium Bp.; 

//,. /;.,, „. . „ , , Z:ilp. 



276 KELLE FORESTE DI BORXEO 

quando l'erba è bagnata. Per il Pàspalwm conjugatum è questo 
il mezzo efficacissimo di disseminazione, procuratogli non da so- 
stanza viscosa, né da areste, ne da uncini, come in altre erbe di 
grande diffusione, ma da lunghi cigli che si trovano sul margine 
delle glume e che quando sono bagnati cagionano l'aderenza ad 
ogni oggetto. 



Capitolo XV 

Ulteriori notizie sull' orang-utan : differenti specie o razze che vivono in Borneo ; regioni 
dove si trova e lnoglii che preferisce; suo nutrimento; sua forza e suoi nemici; 
alcune sue particolarità ed abitudini - L' oraug-utan di Sumatra - Un feto di orang- 
utan - Borneo ed i precursori dell' uomo - Alcune idee dell'autore sulla teoria del- 
l' adattamento degli organismi all' ambiente e sulla variabilità delle specie - Cenno 
di una nuova teoria dell' evoluzione - Condizioni richieste per 1' evoluzione dell' uomo 
e degli antropomorfi - Opinioni dell' autore sulla umanizzazione degli antropomorfi in 
Borneo e sul luogo di formazione della specie umana. 



Dm-ante la mia gita ai laghi, Atzon, il bravo cacciatore cinese, 
aveva preparato tre scheletri di mayas col sistema che io gli avevo 
insegnato, scarnendo cioè grossolanamente le ossa e subito prosciu- 
gandole al fuoco lento. In questo modo può compiersi in qualunque 
luogo L'operazione, non si putrefa quel poco di carne che vi rimane 
aderente e non si hanno cattivi odori. Si passa poi un'abbondante 
mano di sapone arsenicale su tutto il preparato, per impedire che 
insetti od altri animali ne rodano alcuna parte, e così si è sicuri che 
nemmeno un osso si perderà. Dei tre scheletri uno era di femmina 
giovane, uno di mayas tciapping maschio, un poco più grosso di 
quello del quale avevo preparato la pelle, ed il terzo era pure di 
mayas tciapping, però con In cresta ossea sul vertice del cranio 
meno alta «■ più breve, ma più larga che negli altri individui della 
sua razza, lo avevo supposto che questo ultimo cranio potesse es- 
sere quello di nna femmina, ma Aizon giura che era di un maschio 
'•on lunghissimo pelo. È questo l'ultimo mayas da- me ottenuto a 
Maiop. Fra tulio lio conservato !<■ spoglie di 24 individui. Oltre a 

«■io. in seguito, Atzon mi ha portato varie altre- teste di mayas tciap- 
ping provenienti dal medesimo distretto. Pur uonostante io sono 
stato obbligato di venir via da Marop senza aver potuto risolvere 



278 NELLE EORESTE DI BOKNEO 

i miei dubbi riguardo alle specie o razze di orang-utan. Soprattutto 
non souo riuscito a stabilire, con sicurezza, se talvolta la femmina 
adulta del inayas tciapping può avere le gote espanse come il 
maschio, o se ne è sempre priva. Sta di fatto clie fra tanti mayas 
che io stesso ho potuto esaminare, non ho trovato nemmeno una 
femmina che avesse la più piccola traccia di tciapping. Nemmeno 
Wallace, durante le sue caccie, accenna ad una sola femmina con 
tali appendici; egli sembra anzi convinto che le adiposità faciali 
siano una prerogativa dei soli maschi adulti. Però molti Daiacchi 
di Marop mi hanno assicurato, che il mayas tciapping femmina ha 
le prominenze come il maschio. Altre testimonianze di Malesi in- 
telligenti, e fra questi quella del Tuan-ku Yassim, già rammentato 
nelle prime pagine di questo libro, confermerebbero tale credenza. 
Anche il E. Mesney, missionario che ho conosciuto a Banting, mi 
ha raccontato di aver egli stesso ucciso una femmina di mayas 
con le gote espanse, insieme ad un figlio già slattato, che pure le 
aveva in siffatto modo. 

Nel seguito dei miei viaggi ho avuto occasione di esaminare varj 
altri orang-utan viventi. Estraggo dal mio giornale i seguenti ap- 
punti: 6 dicembre 1877; ho visto nel giardino zoologico di Calcutta 
due orang-utan, che vi hanno prolificato, dei quali il maschio aveva 
espansioni rudimentarie alle gote ed era grande qxianto la femmina, 
che ne mancava, rassomigliando ad un mayas kassà gi tinto quasi al 
massimo di sviluppo. Dicembre 1877; a Buiteuzorg ho esaminato due 
orang-utan maschi molto giovani, in possesso del signor Teysmann, 
della dimensione di quello da me ucciso a Marop il 3 aprile 1867, 
ambedue aventi alle gote adiposità di già molto visibili. Nella stessa 
epoca (dicembre 1877) ho visto nel giardino zoologico di Batavia un 
altro mayas ancora più piccolo di quelli precedenti, ma del quale 
non presi nota del sesso, e che pure aveva i suoi tciapping assai 
ben palesi. È cosa bene accertata quindi che esistono maschi di 
mayas, tanto giovanissimi quanto adulti, provvisti di adiposità alla 
faccia e di dimensioni ed età eguali ad altri che sono mancanti di 
queste ; ciò che ha fatto ritenere a Wallace e ad altri, che in Bor- 
neo si trovino almeno due specie distinte di orang-utan. 

Eiassumendo i fatti da me osservati ed analizzando le notizie rac- 
colte, resulterebbe : 

1° Ohe non si conosce un caso ben constatato di una femmina 
di orang-utan con espansioni alle gote. Ciò nonostante si avrebbe 
qualche motivo per ritenere che tali espansioni s' incontrino, se non 
costantemente, almeno qualche volta anche nelle femmine. 



CAPITOLO XV 279 

2° Clie vi sono dei giovani mayas, i quali anche durante la 
prima dentizione hanno dei tciappiug; per la qnal cosa questi or- 
gani non rappresenterebbero un carattere senile della specie, come 
ha supposto Milne Edwards. 

3° Ohe si trovano individui adulti con espansioni rudimentali. 

È indubitato che la presenza o la mancanza delle espansioni fa- 
ciali produce una grande diversità nella fisonomia di questi animali; 
di modo che, mentre il viso dell' orang-utan ordinario, specialmente 
se giovane, ha molto dell'umano, quello del mayas tciappiug, per 
le sue gote espanse, lo è forse meno di tante altre scimmie. 

Son certo che non vi sarebbe zoologo, il quale alla vista di due 
individui, identici per età, ina dei quali uno provvisto di espansioni 
e l' altro mancante, non crederebbe a due specie distinte. 

La differenza fra i mayas con i tciappiug e quelli senza è mag- 
giore che fra i cammelli con una gobba e quelli con due, che pure 
i naturalisti considerano come specificamente diversi. 

D'altra parte abbiamo, anche nella specie umana, quella produ- 
zione adiposa delle Ottentotte, conosciuta col nome di « steatopi- 
gìa », senza che per questo si pensi di fare degli Ottentotti ima 
specie a parte. 

La steatopigìa umana, a parte la differente ubicazione, corrisponde 
perfettamente all' ispessimento delle gote degli orang-utan della razza 
tciappiug, per il quale fenomeno proporrei il nome di « steatoparesi ». 
(grasso-guancia), come corrisponde all' accumulamento di grasso 
nella coda di certe varietà domestiche di pecora, alla gobba dello 
zcluì o bue indiano, ed alle prominenze faciali di alcuni suiui '). 

Nei mayas, ciò nondimeno, alla steatoparesi corrispondono alcune 
particolarità nel cranio, che complicano la questione. Fra i cranj 
degli orang-utan ve ne sono alcuni che hanno la superficie esterna 
del vertice liscia e tondeggiante, come in un cranio umano (fig. 48); 
ve ne MHio invece altri nei quali, sulla lmea mediana, si trova una 
cresta rilevata, corrispondente al punto d'attacco dei muscoli mag- 
giori della faccia e fcagliante ad angolo retto un'altra grande cresta 
trasversale clic si estende su tutta la parte posteriore del cranio, da 
un t'oro auriculare all'altro (fig. 4'.)). Per regola generale, (piando 

non vi sono espansioni alle note non vi sono nemmeno creste 
>nl cranio; e ciò anche in individui vecchi ed adulti. All'opposto, 



; l'n accenno 'li tento] -i. ossia di inspessimento adiposo &a La guancia e l'orec- 
chio, talvolta anche Dell'uomo in individui robusti <■ sovrabbondantemente 

uriniti. 



280 NELLE FORESTE DI BOENEO 

qnauto più le espansioni sono sviluppate, tanto più forti e rilevate 
sono le creste, le quali si potrebbero quindi ritenere come un ef- 
fetto delle espansioni, per il peso che queste hanno dovuto eserci- 
tare sulle masse muscolari aderenti lungo la linea mediana e sulla 
parte posteriore del cranio 1 ). Di certo le creste debbono crescere 
coli' età, ma io non ho osservazioni a tale riguardo, avendo del 

inayas tciapping dissecato solo in- 
dividui adulti, sebbene di tal razza, 
come ho detto, ne abbia visti io 
stesso di giovanissimi con espan- 
sioni di già bene sviluppate. Non 
credo sia conosciuto un cranio au- 
tentico di giovane inayas coi tciap- 
ping durante il periodo della prima 
ro della seconda dentizione. ISTon è 
noto quindi se in tale stadio vi sia 
o no accenno di creste, come nem- 
meno è noto un cranio di un mayas 
femmina di qualsiasi razza che sia 
provvisto di tali escrescenze ossee. 
I crani di mayas variano anche 
per il numero dei denti; difatti nella 
serie da me riunita se ne trova uno 
di mayas kassà femmina, che pre- 
senta nella mascella inferiore due 
„.'„.,. , piccoli quarti molari, e nella su- 

Fig. 48 - Gramo di « mayas kassa » . . 

(un terzo dei vero) penore gli stessi molari sopran- 

numerari ancora rinchiusi nell'al- 
veolo. 
A tutti gli orang-utan che io ho riportato, almeno a quelli dei 
quali ho conservato la pelle o lo scheletro, manca l'unghia al dito 
grosso del piede, o vi è molto rudimentaria. A questa particola- 
rità esterna del dito, corrisponde la mancanza della falange così 
detta unghiale. Si conoscono però orang-utan di Borneo, ed anche 
di Sumatra, nei quali detta falange esiste, ed è presente pure l'un- 
ghia. Come pure sembra si trovino mayas coi tciapping o senza, 
che ora hanno falange unghiale ed ora ne mancano, ih stata non- 
dimeno attribuita molta importanza alla presenza od alla mancanza 




] ) Debbo però far notare che sul cranio dei gorilla adulti si trova pure una cresta 
ossea molto ben marcata, senza che per questo i gorilla abbiano espansioni faciali. 



CAPITOLO XV 



281 



di tali organi, e si è dato il nome di Simia bicolor agli individui 
provveduti di falange e di unghia. È certo che gli individui privi 
di falange unghiale rappresentano l'estremo limite a cui è giunto 
il disuso della locomozione terrestre, avendo perso d'importanza le 
parti componenti il dito grosso, a vantaggio delle altre dita del 
piede, le quali l'uso alla vita arborea ha così modificate da ren- 
derle, nella funzione, corri- 
spondenti alle dita di altre 
due mani. 

Dietro le precedenti con- 
siderazioni, cosa si può con- 
cludere riguardo al numero 
delle specie degli orang- 
utan ? La risposta è più ar- 
dua di quello che possa 
supporre chi non è al cor- 
rente degli studj biologici. 

Per il profano vi sono 
dei grandi mayas con la fac- 
cia larga e le gote espanse; 
ve ne sono dei più piccoli 
senza adiposità; ve ne sono 
col pelo corto e col pelo 
lungo; dunque si hanno al- 
meno due o tre qualità (il 
nome di specie di rado nel 
parlare ordinario è adoprato 
a proposito) di orang-utan. 
Ma pei- il uni nralista la que- 
stione è ben differente, ed 

è una di quelle die si collega coi problemi più discussi della scienza 
degli esseri viventi, la « biologia . lo esporrò quindi la mia opi- 
nione in proposito, secondo i l'alti che Ilo potuto osservare ed i 
materiali di cui ho potuto disporre. 

Dall'esame degli animali in carne, e dalla preparazione dei 
numerosi scheletri l'atti con le mie proprie mani, mi son po- 
tuto convincere che raramente 8' incontrano due individui di 

orang-utan perfettamente eguali, anche se della medesima età <• 

della medesima razza. A questa conclusione è vernilo pure il pro- 
ne B. figlioli nello studio eseguito sulla, collezione di cranj 
da me riportata, e che adesso si conserva nel .Museo civico di 




Kg. 49 



Cranio di « mayas tciapping » 
(un terzo del vero) 



282 NELLE FOEESTE DI BOKXEO 

Genova '). - Esistono però, come ho varie volte ripetuto, due forme di 
orang-utan più distinte delle altre, una delle quali possiede adiposità 
alle gote e delle creste ossee molto sporgenti sul cranio; è questo il 
« mayas tciapping ». L' altra forma è il « mayas kassà » che, anche 
quando perfettamente adulto, è privo di espansioni faciali ed ha la 
volta craniènse esternamente liscia e senza creste di sorta alcuna. 
Il mayas chiamato « rambei » non distinguendosi dagli altri che per 
il pelo più lungo, ritengo che abbia, anche come razza, meno im- 
portanza dei due precedenti. 

E possibile che in un remoto passato il mayas tciapping ed il mayas 
kassà costituissero due specie perfettamente distinte, forse perchè 
originate in due regioni separate, e solo in seguito venute a tro- 
varsi in contatto sul medesimo terreno. È possibile pure che i tciap- 
ping in origine siano comparsi in quelli individui, i quali vivendo 
(durante il periodo di malleabilità specifica) in luoghi di grande 
abbondanza di frutti nutritivi, ebbero l'occasione di divorare una 
straordinaria quantità di cibo, e di mettere quindi in serbo nelle 
loro ganascie il sovrappiù del necessario al sostentamento giorna- 
liero. All'opposto il mayas kassà, durante il periodo evolutivo, si 
sarebbe trovato in luoghi dove il cibo era equabilmente ma scarsa- 
mente distribuito tutto l' anno, e sarebbe quindi mancata ad esso 
l' opportunità per la formazione di un magazzino speciale di grasso. 

Presentemente però sembra poco ammissibile che le due razze si 
mantengano distinte, trovandosi gli individui dell'una e dell'altra 
promiscuamente nei medesimi luoghi, ed anche sui medesimi alberi. 
Io supporrei per questo che i mayas tciapping possano generare 
figli ora con espansioni faciali, ora senza, ed anche forme inter- 
medie, ossia con tciapping rudimentali; e non vedrei nemmeno l'im- 
possibilità che da dei kassà potessero nascere dei figli tciapping; 
esattamente come da una coppia umana di bruni possono nascere 
dei figli biondi e viceversa, a seconda dei biondi o dei bruni, che, 
nel passato, hanno esistito nell' albero genealogico delle rispettive 
famiglie. 

Io ammetto quindi che esista una sola specie eli orang-utan, la 
Shnia Satyrus, di cui distinguerei due principali varietà, alle quali 
conserverei i nomi indigeni di «tciapping» e di «kassà». 

Gli orang-utan sono assai frequenti anche nella parte meridionale 
di Borneo e più specialmente nei distretti di Bandgiarmassiug, Pon- 
tianak e Sambas. In Sarawak abbondano più che altro nelle foreste 



') Annali del Museo civico di Genova, voi. Ili, 1872, pag. 56. 



CAPITOLO XV 283 

attraversate dal Sadong e dal Batang-Lupar. Sul nume di Sarawak, 
come ho già detto, sono rari, anzi è stato asserito che vi mancano 
del tutto, ma ciò non è completamente vero, ed io ho sentito par- 
lare di un mayas ucciso a Singhi presso Kutcing. Sul Gunong Bungo 
pare anzi che se ne trovino costantemente. I Daiacchi dell'alto Sa- 
rawak hanno per di più un nome speciale per gli orang-utan, chia- 
mando « sekào » il mayas kassà, e « marà » il mayas tciapping. 
Secondo St. John si trovano mayas anche nel paese' dei Murut 
sul Lini bang. 

L' orang-utan abita tanto le colline quanto le pianure; non sem- 
bra però che ami di salire molto in alto sulle montagne, non es- 
sendo il fresco niente affatto una cosa a lui gradita. Sulle colline 
di Marop, fra i 100 ed i 150 metri, è molto frequente; ma si diletta 
anche dei luoghi bassi e paludosi, lungo i fiumi di Lingga e del 
Sadong, specialmente dove crescono pandani, essendo ghiotto dei 
grumoli di queste piante, quanto di quelli delle palme. 

Gli orang-utan, in ischiavitù, sono in generale mal nutriti, perchè 
si danno loro troppi frutti dolci, nelle colonie troppi banani. Allo 
.stato selvatico mangiano foglie, germogli e molti frutti acerbi, ostici 
ed astringenti. Amano molto il riso vestito (paddi), ed io credo che 
da noi sarebbe sano nutrimento per loro le ghiande, le castagne, il 
pane, le patate, ecc. 

I mayas fanno talvolta del danno rilevante alle piantagioni di 
riso, quando questo è maturo, inquantocbè, sebbene di abitudini ar- 
boree, scendono in tale occasione per terra, e, se riescono ad en- 
trare in un campo, strappano quanto più possono steli carichi di 
spighe, facendone dei fastelli, che portano via sotto il braccio, per 
arrampicarsi poi «li nuovo sugli alberi a mangiare in pace le gra- 
nella, accoccolati nei loro nidi. Danneggiano pure molto gli alberi 
fruttiferi, essendo particolarmente ghiotti dei durio, di cui fanno 
grande strazio anche se sono sempre immaturi (flg. 50). Per tali 
motivi i Daiacchi hanno molto piacere quando si uccidono gli orang- 
utan; però lamio eccezione quelli di Banting, i quali rispettano questi 
animali per una singolare ragione. Si racconta infatti che una volta 
essendo venuti dei nemici ad attaccare il loro villa.n'jiio, "li orang- 
utan attratti dalla curiosità si riunirono in così gran ninnerò, che 
vennero scambiati per uomini e fecero fuggire i nemici impauriti. 

È probabile che in molti Luoghi di Borneo l'orang-utan sia stato 
cacciato via dall'uomo, in specie nei luoghi ilove si adopra il sum- 

pitan, poiché ivi un animale tanto grosso e che tenta così poco di 

fuggire, se è scorto dal cacciatore, si può dire che è subito ucciso. 



284 XELLE FORESTE DI BORNEO 

L' orang-utan non è un animale pericoloso altro che quando è fe- 
rito, ed allora si difende a morsi, essendo così potentemente armate 
le sue mascelle, che con una sola zannata può staccare le dita di una 
mano ad un uomo. Di certo vi è poca speranza di scampo se uno 
si trova inerme, stretto fra le lunghe e robustissime braccia di una 
simile bestia. Ho sentito raccontare la storia di un Daiacco che fu 
preso da un orang-utan, ma che riuscì a salvarsi fingendosi morto. 
L' orang-utan ha pochi nemici, ed è certo P animale più forte che 
viva nella foresta di Borneo. Si raccontano i suoi combattimenti col- 
l' orso, col coccodrillo e coi pitoni, animali che tutti vince ed uccide 
a forza di morsi. 

Secondo il mio cacciatore Atzon, gli orang-utan hanno qualche 
volta la febbre intermittente. Egli assicura di averli visti tremare, 
stando accoccolati nel loro nido, quando non vi era motivo che tre- 
massero per il freddo. Non mi ha detto però di aver loro tastato il 
polso in tale occasione, o messo il termometro sotto le ascelle per 
assicurarsi del grado della febbre ! 

Quando un orang-utan è irritato e monta in collera gonfia il collo, 
"estendendo le ampie sacche laringiali di cui è provvisto, e che forse 
gli servono per l'emissione della forte voce che è capace di pro- 
durre. 

Non conosco come gli orang-utan bevano in natura. In un paese 
dove piove così spesso è probabile che essi non s'incomodino sem- 
pre a scendere dagli alberi per andare a bere nei ruscelli, mentre 
l' abitudine che essi hanno di estendere moltissimo il labbro inferiore 
in fuori, fa supporre che possano in tal modo raccogliere la pioggia 
che gocciola giù dalle foglie. 

E stato scritto che quando un mayas si sente colpito porta la 
mano sulla ferita, per impedire lo sgorgo del sangue; ed è stato ag- 
giunto che talvolta vi applica sopra delle foglie. La mia esperienza 
non conferma nessuna di queste storie ; ho osservato però un indi- 
viduo che aveva ricevuto una palla nel ventre, guardare molto 
umanamente la sua ferita, stuzzicando coi diti gli intestini che ne 
venivano fuori. 

Anche i più grossi mayas si muovono liberamente sui rami degli 
alberi; ma se hanno da passare da una pianta ad un'altra, prima di 
lasciare quella sulla quale sono, provano se i rami della vicina po- 
tranno sorreggerli. Salgono facilmente sui grossi tronchi, che cin- 
gono colle lunghissime braccia. Ho visto per altro che se prossimo 
si trova il fusto di una liana, preferiscono questa e vi si arrampi- 
cano con gran sveltezza. Vanno quindi meglio sulle funi che sui 




Pig, 50 - Famiglili «li orang-utan della i;i//;i « kossa » 
iopj ;> mi albero <li « dm i*> » 



CAPITOLO XV 



287 



tronchi, specialmente allorché questi sono grossi. Quando si vogliono 
muovere rapidamente sugli alberi progrediscono più che altro colle 
braccia, servendo i piedi ad assicurare lo slancio preso colle prime. 
Xegli orang-utan le proporzioni delle membra, rispetto a quelle 
dell'uomo, sono invertite. Le braccia hanno preso il posto delle 
gambe, e sono diventate il mezzo principale col quale la locomozione 
si effettua. Il movimento di passaggio da un ramo all'altro rassomi- 
glia moltissimo a quello dei wa-wa (Hylóbates), ma è molto più lento. 
Sui rami alquanto incli- 
nati vi camminano coi 
piedi, e contemporanea- 
mente avanzano con le 
mani. In terra sono mol- 
to goni, non potendo fare 
spianare la pianta del 
piede sopra ima super- 
ficie piana, in causa della 
grande curvatura delle 
dita (fig. 51). Muoven- 
dosi sul terreno nudo 
posano il piede di fianco 
sul lato esterno ed ap- 
poggiano nel tempo stes- 
so le mani in terra, sulla 
quale si appuntellano 

«•olle nocca, cosa che a loro riesce facile vista la grande lunghezza 
delle braccia. Sotto questo riguardo 1' orang-utan è molto meno an- 
tropoide del gorilla, il quale ha il piede assai meglio conformato per 
la locomozione terrestre, e può quasi perfettamente spianarlo sul 
terreno (piando cammina. 

d'egli orang-utan l'adattamento alla vita arborea è stato così spinto, 
«he le mani ed i piedi sono diventati dei veri uncini, coi quali anche 
senza sforzo muscolare L'animale può rimanere sospeso ai rami degli 
alberi; dil'alti le loro dita rimangono sempre naturalmente piegate, 
essendo le ossa delle falangi fortemente curve, di guisa che la palma 
della mano coinè quella del piede non può mai, anche volendo, essere 
Stesa, né polire sopra un piano (lig. 52). 

Si raccontano dai Daiacchi molle storie di rapimenti «li donne 
per opera degli orang-utan. La cosa in sé stessa sarebbe possibile, 
perchè un orang-utan, maschio ed adulto, ha certamente la forza 

di portarsi via dì peso una donna; ma che questo possa, accadere 




Pig. 51 



Scheletro del piede sinistro di un orang-utan 
(un terzo del vero) 



288 



NELLE FORESTE DI BOEXEO 



a scopo amoroso può lasciarsi per soggetto di romanzo a qualche 
futuro scrittore daiacco. 

Il miglior tempo per cacciare i mayas è la stagione dei frutti; 
allora si possono trovare sino cinque o sei, e forse anche più, in- 
dividui sullo stesso albero. Nella stagione nella quale io sono stato 
a Marop i mayas erano dispersi ovunque nella foresta in cerca di nu- 
trimento, e riusciva quindi meno 
facile d' incontrarli e soprat- 
tutto di trovarne diversi riuniti. 
Ciò nonostante ne ho visti sino 
ad otto in un giorno e quattro 
insieme sulla medesima pianta. 
Il mayas tciapping, ossia quello 
con le espansioni, è più raro del 
mayas kassà; i Daiacchi però mi 
assicurano che esso pure è molto 
frequente in vicinanza dei vil- 
laggi, quando i durio sono ma- 
turi. 

Io non ho mai osservato che 
i mayas gettino dei rami d'alberi 
a chi li insegue; quando però 
passano da un albero all'altro, 
accade che per il loro peso fac- 
ciano di sovente cadere dei vec- 
chi rami; parimente quaudo sono 
feriti, nel fare il giaciglio o nido, è possibile che qualche frasca 
(di quelle che rompono in tale circostanza) caschi per terra. Wallace 
racconta però di aver visto una femmina, con diversi piccoli, sopra 
un durio, dal quale egli fu costretto ad allontanarsi in causa dei 
rami e dei frutti spinosi che cercava di gettargli addosso. Pochi 
viaggiatori naturalisti meritano tanta fede quanto Wallace; ma del 
resto il fatto non lo credo improbabile, e mi sembra anzi molto in 
accordo con l'indole di varie scimmie, le quali sono gelosissime dei 
frutti o degli oggetti di cui si sentono in possesso. Nel caso di Wal- 
lace l' orang-utan, vedendo un uomo, dovette immaginare che questi 
volesse scacciarlo dall'albero per impedirgli di mangiare i frutti, ai 
quali di certo era molto attaccato. 

Non ho nemmeno visto che gli orang-utan si riparino dietro i 
rami, nel momento che il cacciatore mira per tirargli addosso; io 
anzi ho sempre visto, che quando un mayas si accorge della pre- 




Fig. 52 - Scheletro della mano sinistra 
di un orang-utan (un terzo del vero) 



CAPITOLO XV 289 

senza di un uomo si affaccia e si mostra in luogo libero di fronde, 
per osservare un essere, che certamente deve accorgersi che gli ras- 
somiglia. Difficilmente ci possiamo immaginare qual' idea gli orang- 
utan possano avere di noi. Eon voglio però negare che, in qualche 
caso, essi abbiano potuto rendersi conto degli effetti del fucile e 
della possibilità di ricevere un proiettile qualunque dall'uomo. La 
esperienza degli orang-utan, a tale riguardo, può variare da un 
punto ad un altro del paese ed essere individuale; come può va- 
riare il loro grado d'intelligenza. Ed in vero gii orang-utan, che 
sono così polimorfi in tutti i loro organi, variano anche moltissimo 
per la capacità craniense, e quindi può argomentarsi che pure lo 
sviluppo intellettuale non debba essere in tutti conforme. Così il 
prof. Giglioli, nello studio citato sui miei cranj di inayas ') fa notare • 
la piccola capacità craniense della femmina da me uccisa il 30 aprile, 
quella dalla quale estrassi il feto. Questa femmina avrebbe potuto 
considerarsi come una microcefala, non arrivando a 304 centimetri 
cubi di capacità craniense; mentre il cranio del giovane maschio 
che uccisi nel medesimo tempo, e che ho ritenuto per tiglio della 
femmina rammentata, raggiungeva 457 centimetri cubi; ossia più 
della massima (456) riscontrata dal prof. Giglioli nei mayas kassà 
adulti. Un altro mayas kassà, coetaneo del maschio in parola, vale 
a dire nel medesimo periodo dentario, non aveva che una capacità 
di 346 centimetri cubi. 

La massima capacità craniense fra i varj individui della mia col- 
lezione, si è trovata in un mayas teiapping perfettamente adulto, 
•li cui il cranio misurava 503 centimetri cubi. 

L' orang-utan abita oltre Borneo anche Sumatra, dove pure si 
incontra tanto la varietà colle espansioni faciali, quanto quella senza. 
r 1 1 Sumatra però l'orang-ntan è molto meno frequente che in Borneo; 
di guisa che durante un soggiorno di varj mesi che nell'anno 1878 
ho fatto nel distretto di Padang, non ne ho nemmeno sentito par- 
lare. K stato pelò trovato nella provincia di Tapannoli a Eamboum 
eri ;i Siboga, sulla costa occidentale, in vicinanza dell'equatore 2 ). 
Nel Museo di Firenze si conserva, proveniente (a quanto si dice) 
da Palembang sulla costa orientale di Sumatra, uno scheletro di 
Orang-utan che ini pare notevole per la fortissima curvatura, delle 



/.. e., pagine 138-139. 
*) Il signor \. Ridley ritiene possibile ohe il mayas si trovi nella Penisola Malese, 

nativi lo chiamerebbero owas » voce ohe potrebbe aver la medesima origine 

•li quella <li ma; ■' Saturai Science, vii. VI, imi;. 23). 
IV — Baci ahi. ' /.- ... nto. 



290 NELLE FORESTE DI BOKSEO 

ossa delle seconde falangi dei piedi, e per la lunghezza delle prime, 
che è assai maggiore di quello che si riscontri negli scheletri degli 
orang-utan di Borneo di età corrispondente. Ciò nonostante io non 
vedo motivo di ritenere l' orang-utan di Sumatra specificamente di- 
stinto da quello di Borneo. La presenza del grande antropomorfo 
in Borneo ed in Sumatra è certamente uno dei migliori argomenti 
per dimostrare la connessione che una volta deve essere esistita fra 
le due maggiori isole della Malesia; perchè davvero non si può im- 
maginare un animale come un orang-utan, vivente adesso sopra due 
terre separate da un esteso braccio di mare, se una volta non ha 
avuto il mezzo di passare a piede asciutto dall'una all' altra parte. 

Fra le collezioni riunite a Marop, ho già rammentato il feto del- 
-l' orang-utan femmina da me uccisa il 30 aprile e che conservai in 
alcool (figure 53, 54). Il prof. Trinchese, il quale ha fatto uno studio 
accurato di questo oggetto prezioso ') scrive che « alla sua vista 
ognuno rimane grandemente meravigliato per la sua straordinaria 
somiglianza coli' uomo. Questa somiglianza è resa più evidente 
dalla nudità delle carni, che una sottile lanugine da poco spun- 
tata non basta a ricuoprire » 2 ). Questo feto è di sesso femminile 
ed il suo grado di sviluppo corrisponderebbe ad un feto umano, 
fra il quinto ed il sesto mese. Non ha la fronte sfuggente, e vien 
detto che la testa rammenta quella degli Esquimesi. Ha il collo 
corto, il naso non prominente, e i diti dei piedi molto lunghi : ca- 
ratteri questi che lo distinguono dal feto della nostra specie. Le 
braccia, le mani, le coscie e le gambe sono come nell' uomo. Anche 
il piede è piu-e formato sul tipo umano sino alla radice delle dita, 
ma da questo punto in là ne devia per l'eccessiva lunghezza di 
quest' ultime, e per la posizione del pollice 3 ). Non esiste unghia nei 
diti grossi dei piedi. 

Dal suo studio il prof. Trinchese trae la conseguenza che l'orang- 
utan rassomiglia tanto più all'uomo, quanto più è giovane; perchè 
il feto del primo rassomiglia pili all' uomo, di quello che a questi 
rassomigli un orang-utan adulto. 



1 ) Annali del Museo civico (li Genova, pubblicati per cura di Giacomo Doria, voi. I, 
pag. 9, tavole I, II e III. 

2 ) L. e, pag. 35. 

3 ) A questo proposito mi piace riportare il segueute passo estratto dall' opera di Ho- 
Vblacque et Hervé : Précis d' Anthropologie, pag. 177: « Wyman a recoimu que sur 
l'embryou huraain long d'un pouce environ, le gros orteil, au lieu d'ètre parallèle aus 
doigts forme un angle avec le coté du pied, correspondant ainsi par la position avec 
l'état permanent de l'orteib chez les quadrnmanes. » 



CAPITOLO XV 



291 




Fig. 53 - Peto 'li orang-ntan, <li grandezza naturalo 



Bssendo Borneo uno dei pochi punii del "lobo dove s'incon- 
trino degli antropomorfi, vimi fatto naturalmente di domandare se 
per il passato possano aver vissuto nella grande isola <k-»-li animali 
più simili all'uomo di quello che non sia l'attuale orang-utan; ciò 



292 



NELLE FORESTE DI BORXEO 



che equivale a porre la questione se Borueo possa essere stato un 
luogo dove abbiano avuto origine dei precursori dell'uomo. In man- 
canza di dati di fatto, anche per esporre una semplice opinione a 




Fig. 54-11 medesimo feto di orang-utan rappresentato nella figura 53 visto di profilo 



tale riguardo, non basta l'esperienza da me acquistata degli orang- 
utan e la conoscenza del paese che questi abitano ; ma è neces- 
sario che io esponga, per quanto succintamente, alcune delle mie 
idee sulla evoluzione, e sulle cause che possono aver dato origine 
a tutte le svariate ed innumerevoli forme organiche. A queste idee 
qualche allusione si trova di già in varj punti delle pagine prece- 



CAPITOLO XV 293 

denti, .ma domando scusa al "lettore se, per riuscire più facilmente 
intelligibile, torno adesso a discorrerne più diffusamente e se dedico 
il rimanente di questo capitolo ad un soggetto scientifico, che mi 
lusingo possa non esser trovato fuor di posto in questo libro. 

E per prima cosa bisogna che io mi mostri partigiano dell'opi- 
nione che l'ambiente, in un senso latissimo, ossia tutto il mondo che 
ci circonda, con tutte le forze che lo animano, lo regolano, o lo scon- 
volgono, sia stato uno dei principalissimi agenti nel fare assumere 
agli animali, come alle piante, la loro presente conformazione. 

Che le forme organiche viventi sulla terra abbiano avuto origine 
dall' azione esercitata su di esse dal mondo esteriore, è un' antica 
teoria professata un tempo da alcuni pochi, ma eletti naturalisti, 
i quali non riponevano troppa fiducia nella creazione degli esseri 
per effetto di una volontà soprannaturale. 

Colla comparsa però dell'opera imperitura di Darwin sull'origine 
delle specie, l' accennata teoria passò in seconda linea, anzi fu quasi 
dimenticata, dietro il fascino prodotto da quella della selezione na- 
turale e sessuale. Presentemente però vi è una tendenza a ritornare 
all'antico per le gravi obiezioni che, da ogni parte, sono sorte con- 
tro la selezione come unico mezzo atto a spiegare la ragione di 
essere dei caratteri specifici degli organismi. 

Secondo la teoria della plasmazione degli esseri in causa dell'azione 
esercitata su di essi dall'ambiente nel quale hanno vissuto, ogni spe- 
cie sarebbe un prodotto delle forze fisiche e degli stimoli, ai quali i 
suoi remoti antenati sarebbero stati soggetti. Per questo motivo ogni 
animale, come ogni pianta, dovrebbe portare nella propria struttura 
le traccie della sua prima origine. Anche nel parlar familiare vien 
fatto di ammettere che ogni clima abbia scolpito la sua impronta 
sugli organismi viventi sotto il suo dominio. Le forme varie assunte 
da quei gruppi d'individui dai naturalisti chiamati specie, non sa- 
rebbero quindi che il resultato di una plasmazione esercitata dal- 
l'ambiente sopra dei primitivi esseri; e, sotto un certo punto di vista, 
si potrebbe dire che le specie rappresenterebbero l'impronta, di cui 
gli stimoli, in genere, sarebbero stati la stampa la matrice. 

Dato quindi uno studio esatto e rigoroso delle particolarità di strut- 
tura di una specie, questo studio ci dovrebbe condurre alla cogni- 
zione delle circostanze sotto l'impero delle quali essa si è prodotta, 
e ci dovrebbe rivelare il clima in cui detta specie è rimasta pla- 
smata, e di conseguenza anche la regione dove per la prima volta è 
comparsa. Però una difficoltà gravissima sembra subilo opporsi al- 
l'adozione di una dottrina così affascinante! 



294 NELLE FORESTE DI BOKXEO 

Per quanto si abbia studiato e sperimentato, le specie si mostrano 
adesso pochissimo o punto modificabili per dato e fatto dell'ambiente. 
Gli stimoli hanno oggi pochissima potenza di modificare gli individui, 
e l'adattamento a condizioni eccezionali od anormali eh esistenza 
non si riscontra in quel grado che richiederebbe la teoria. Anzi si 
può andare più oltre, e dire, che gli esseri variano pochissimo o punto 
al giorno d'oggi e periscono, piuttosto che modificarsi ed adattarsi 
a nuove esigenze di vita; basta solo por mente a tutte le piante 
tropicali che si coltivano nelle serre e che morrebbero subito se ve- 
nissero esposte, anche per un sol giorno, all'aria esterna durante 
l' inverno. 

La teoria darwiniana dell' evoluzione ha fatto ritenere, per un mo- 
mento, che la variabilità accidentale (sport) esercitasse una parte pre- 
ponderante nella formazione delle nuove specie; per la qua! cosa si 
è supposto che la variabilità innata, coadiuvata dalla selezione na- 
turale e sessuale, sia stata sufficiente a produrre tutta la serie delle 
forme organiche esistenti e che hanno esistito. La teoria darwiniana 
però non rende affatto ragione di tale innata tendenza degli orga- 
nismi alla variabilità. 

Altro argomento, contrarissimo alla teoria che gli organismi pos- 
sano esser rimasti modificati dagli stimoli, si trova nei risultati asso- 
lutamente negativi ottenuti mediante lo sperimento. 

Si son fatti prolificare per lunga serie di generazioni dei conigli 
allo scuro, e mai si sono avuti indizj di conigli con vista imperfetta; 
come si son tagliate code a topi, ed orecchie a conigli senza fine, 
da una generazione all'altra, e inai son nati topi senza coda e co- 
nigli senza orecchie. Vi sono mutilazioni e deformazioni che si pra- 
ticano sull' uomo stesso da centinaia, anzi da migliaia di anni, e uhm 
cenno si scorge di modificazioni nelle parti così stimolate. 

Di più, se adesso alcuni individui, durante la loro esistenza, rie- 
scono ad assumere qualche peculiarità od a modificare qualche or- 
gano, sia per l'esercizio, sia per le condizioni speciali in cui tali 
esseri hanno vissuto od alle quali sono stati sperimentalmente sot- 
toposti, le peculiarità acquistate non si trasmettono nei tìgli. Manca 
quindi la base più essenziale per ammettere la teoria della docilità 
degli organismi a modificarsi secondo le sensazioni che ricevono, 
ciò che dovrebbe costituire il fondamento della teoria della plasina- 
zioue secondo l' ambiente. 

Se però non si producono sotto i nostri occhi forme nuove di 
adattamento si potrà almeno ritenere che, di tanto in tanto, in na- 
tura nascano varietà accidentali o deviazioni dal tipo comune, in- 



CAPITOLO XV 295 

quanto che si vede ogni dì che gli orticultori ottengono nuove va- 
rietà di fiori, di frutta e di ortaggi, e gli allevatori nuove razze di 
bestiame, di polli o di piccioni. 

Ma esperienze precise hanno reso palese come la creduta varia- 
bilità delle specie ai nostri giorni sia più apparente che reale. Wel 
voler dimostrare la variabilità delle specie col porre sott' occhio le 
varie forme che una data specie prende in natura, non si prova che 
essa vari oggidì ; si prova solo che ha variato, e si confonde quindi 
il polimorfismo con la variabilità 1 ). 

L'esperimento e la coltura non confermano quindi, negli esseri 
attuali, quella estesa variabilità che molti naturalisti affettano di 
credere; ed in ogni caso questa variabilità non è d'indole adatta- 
tiva. Perciò, contro la tendenza, oggidì prevalente, che attribuisce 
una grande azione, alla variabilità durante il periodo attuale, con- 
siderando ogni specie incostante, io accarezzo l'opinione opposta, 
vale a dire « che presentemente le specie in natura non variano, » 
ritornando in parte all'antica idea, « della fissità quasi assoluta delle 
forme organiche ora esistenti » 2 ). 

Einiane però il fatto indiscutibile che con la coltura e l'alleva- 
mento si ottengono forme nuove. 

Ma le circostanze che adesso accompagnano la produzione delle va- 
rietà domestiche di animali e di piante sono di tutt'altra natura di quelle 
che dovrebbero aver promosso le variazioni dovute all'adattamento. 

Così, per esempio, se una nuova varietà di Primula sinensis nasce 
con la corolla increspata, frastagliata, o più divisa che nella forma 
selvatica, non è perchè questi nuovi caratteri corrispondano ad un 
bisogno speciale della pianta, e sia per lei una necessità e nemmeno 
un vantaggio di assumerli 3 ). 



Io appoggio questo asserto principalmente sullo esperienze di Naegcli sugli Sie- 
racium. 

■) Non chiamerei adattamento di nuova formazione il fatto offerto da talune piante, 
I.' quali cambiano alquanto se vengono fatte vegetare in diverse coudizioni, come, per 
esempio, sarebbe il caso di una pianta alpina portata al piano, o di una delle arene ma- 
rittime l'atta vegetare dentro lena. Ciò non e che una, latitudine nei caratteri di giti 
acquisiti ed e e.. -tante per ogni data Bpeeie. 

; Nelle l'oinie prodotte dagli allevatori e dagli orticultori, il primo accenno secondo 
il quale ini avnto luogo la nuova varietà o razza, i- comparso semine accidentalmente, 
senza che se ne sia potato sapere il perchè, ed indipendentemente dalla volontà del pro- 
dottore. Qnesti non ha l'atto eli.- approfittare di una prima tendenza o piano di varia- 
zione manifestatosi naturalmente; e, col conservare e riprodurre fra Imo gli individui 
che una simile tendenza hanno manife tato, e riuscito ad accrescerne ed esagerarne la. 
portata. Ma questa forma di selezione intenzionale ehi p isercitarlo in natura, non 



296 NELLE FORESTE DI BORXEO 

I mezzi di crii si serve l'uomo per ottenere delle variazioni con- 
sistono principalmente in artitizj che tendono a diminuire la po- 
tenza o l'energia dell'eredità conservativa, la quale costringe i di- 
scendenti a riprodursi colle identiche forme dei loro progenitori. Tali 
mezzi sarebbero gli ibridismi e gli incrociamenti con specie o varietà 
differenti; e soprattutto l'indefinita riproduzione fra consanguinei 
(causa forse principale degli indoppimenti ?), il tutto cumulato poi 
dalla selezione intenzionale dell'uomo, la qual forma di selezione 
non ha modo- di intervenire in natura '). 

Le forme nuove ottenute coi metodi culturali non sono in ogni 
caso forme che sodisfino un bisogno nuovo di una pianta o di un 
animale. Esse, colla loro comparsa, rivelano soltanto un principio di 
indipendenza dalle leggi stabilite dall' eredità, e forse molte non sono 
che forme le quali hanno assunto qualcuno dei così detti caratteri 
ancestrali od atavici, vale a dire che hanno di già esistito qualche 
volta in taluno degli antenati della specie, e che adesso ricompa- 
riscono 2 ). 

Io del resto non reputo per questo assolutamente impossibile che 
anche adesso si possa riuscire ad ottenere qualche traccia di adat- 
tamento. Ciò che io constato, in ogni caso, si è che l'attuale poten- 
zialità di adattamento degli organismi è oggi un nulla, in confronto 
di quella che devono aver posseduto in passato. Basterà a questo 
riguardo che io citi un solo esempio, quello degli alberi che vivono 
con le radici sempre immerse nell'acqua salata, voglio dire dei man- 
grovi. Sarà mai possibile adesso di far vivere nell'acqua eh mare 
imo qualsiasi degli innumerevoli alberi che nei tropici crescono nelle 
foreste littoranee? Eppure da quanto tempo mai i frutti di ogni spe- 
cie di albero vengono dai fiumi trasportati al mare, e depositati alla 



esistendo una potenza creatrice capace ili servirsene? E poi chi ha dato il primo impulso 
alla produzione « accidentale » della nuova variazione ? 

Io non nego che anche adesso si possa riuscire artificialmente ad ottenere qualche forma 
di adattamento. Si sono di fatto, per esempio, prodotti cavalli più adatti al tiro che alla 
corsa e viceversa ; ma anche in questo caso 1' uomo non ha fatto che approfittare di ten- 
denze innate del cavallo, ed ha scelto e riprodotto fra loro quelli individui, che, indipen- 
dentemente dalla volontà dell' allevatore sono nati con 1' una o 1' altra predisposizione. 

') In molte varietà orticole, nelle quali l' ipertrofia di alcuni organi ha la parte prin- 
cipale, come nei cavoli, nelle carote, nello radici, può sospettarsi che la cultura in ter- 
reni riechi di sostanze azotate promuova lo sviluppo di micio-organismi, i quali sotto 
qualche forma speciale di simbiosi siano la causa di tale ipertrofia. 

! ) Io ho ottenuto, per esempio, dei Cyclamen pefsicum con i peduncoli perfettamente 
dritti ed i fiori eretti, con corolla a lobi aperti ed orizzontali, come in una primulaeea 
normale, e come di certo queste parti debbono essere state nel progenitore dei Cyclamen. 



CAPITOLO XV 297 

loro imboccatura in coudizioni favorevoli per germogliare? Ciò non 
pertanto nessuna nuova pianta di estuario si forma ai nostri giorni, 
mostrando ad evidenza la reluttanza negli organismi d'oggi ad ab- 
bandonare le prerogative che il passato ha cumulato sopra di loro. 

Eon ammettendo che oggidì le specie possano variare, e non am- 
mettendo che gli organismi possano ora adattarsi all' ambiente in 
modo apprezzabile, nou reputando nemmeno la selezione sessuale 
e naturale fattori sufficienti a spiegare tutti i fenomeni della evo- 
luzione, iu qual modo allora può essere questa avvenuta 1 La rispo- 
sta mi sembra facile. Quel che non accade oggi, può essere accaduto 
una volta '). Io ritengo per grave errore filosofico voler considerare 
i fenomeni tanto biologici quanto tellurici accaduti nel passato, 
come prodotti da forze «per natura ed intensità» identiche a quelle 
che sono iu azione oggidì ; come ritengo un errore voler istituire un 
parallelo rigoroso fra ciò che accadeva nelle prime ere geologiche, 
con quanto avviene oggigiorno. Tanto varrebbe sostenere che un 
bambino è, sotto ogni aspetto, identico ad un vecchio. 

Per quel che ha rapporto alla vita, una delle maggiori differenze 
fra il presente ed il passato mi sembra che si debba riscontrare nel- 
l' intensità con cui si deve essere manifestata la forza conosciuta 
col nome di eredità conservatrice, la quale costringe gli odierni or- 
ganismi a trasmettere, senza alterazione, nei discendenti la forma, 
i colori, le prerogative, i caratteri tutti insomma che ad essi sono 
stati tramandati dagli antenati. È questo il motivo per il quale gli 
esseri souo adesso ridotti in uno stato di fissità tale, che più non 
('• permesso loro di assumere forme assolutamente nuove. Per la me- 
desima ragione gli agenti esterni coi loro stimoli non valgono a 
far sì che si possano produrre modificazioni importanti negli organi 
stimolati durante la vita degli individui, e molto meno poi che le 
modificazioni per avventura accadute nell'organismo loro durante 
la vita, possano riprodursi nei discendenti. 

Se, a modo d'esempio, si prende una scimmia che sia stata abi- 
tuala a stare ritta sugli arti inferiori, e che abbia anche acquistato 
lo sviluppo occorrente ai muscoli per mantenersi in tale posizione, 
essa non potrà oggi trasmettere nei figli né l'abilità acquistata, né 
lo sviluppo muscolare raggiunto. 

Per l'ostacolo clic vi frappone l'eredità, la specie quindi oggi non 



') La prima notizia 'li questa mia ipotesi, i<> l'ho brevemente esposta in ano scritto 
intitolato: Fioritura deW Imorphophallus 'illumini, inserito nel Bullettino della li. Società 

I " il 'li limitili „, Anno XIV, 1**9. 



298 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

varia, od in ogni caso le sue variazioni sono tanto piccole e di na- 
tura tale, che anche accumulate per un periodo lunghissimo di tempo, 
l'evoluzione del mondo organico col solo intervento di tali piccole 
variazioni sarebbe stata impossibile. 

Se però si pon mente che l' azione dell' eredità conservativa non 
può essere stata sempre eguale, e che, debole nei primordj dell' esi- 
stenza degli organismi, quando (come ho altre volte usato di espri- 
mermi) il mondo era giovane, deve essere andata aumentando ed 
accumulandosi nelle successive generazioni, sarà possibile di conci- 
liare la teoria della « impressionabilità permanente » degli organismi 
(secondo gli stimoli che su di loro esercita il mondo esteriore) con 
la credenza della quasi immutabilità della specie nella nostra epoca. 

Ohe adesso la forza dell' eredità sia di tale potenza da porre osta- 
colo alla variabilità, non può trovare oppositori. Ohe questa, in pas- 
sato, non debba essere stata sempre egualmente energica, non può 
provarsi direttamente, ma non può ripugnare ad ammettersi. E che 
essa debba essere stata di tanta minor potenza quanto più si re- 
cede verso le origini della vita, è quasi una logica conseguenza del- 
l' intensità che essa adesso possiede. Neil' infanzia quindi del mondo 
vi deve essere stato un periodo nel quale, nessuna forza impedendo 
la conservazione dei nuovi caratteri acquistati dagli organismi, questi, 
non solo debbono essere stati suscettibili di grande malleabilità mor- 
fologica durante la loro vita, ma debbono essere stati capaci di tra- 
smettere nei figli ogni nuovo carattere che sia stato loro vantag- 
gioso di acquistare. 

Il periodo della vita umana riproduce, in piccola scala, quanto 
deve essere accaduto in grande nella evoluzione degli esseri. Nes- 
suno potrà negare che l' infanzia non abbia delle particolarità che 
la vecchiaia non possiede. Ed è egualmente vero che nel primo pe- 
riodo della vita la forza dell' abitudine è meno potente che nell' età 
adulta; allora i piccoli animali si addomesticano, i bambini impa- 
rano con facilità, ed anche le loro membra sono suscettibili di mo- 
dificarsi. Invecchiando, l'eredità agisce più potentemente, gli istinti 
hanno la prevalenza, e maggiori sono le difficoltà all'adattamento 
a nuove condizioni di vita ed a nuove idee, in una parola, a tutto 
ciò che cerca di sottrarsi alle tendenze ereditarie. 

Che cosa possa essere avvenuto in un' epoca nella quale l'eredità 
non funzionava, non è facile precisare; mancando però questo fattore 
nella evoluzione degli esseri, ogni cambiamento in questi doveva 
essere possibile; né vi è più motivo di ammettere che nel remotis- 
simo passato i discendenti dovessero essere di necessità simili ai 



CAPITOLO XV 299 

genitori. Ogni generazione nuova di organismi poteva differire dalla 
precedente, di modo che la « specie », nel significato che le viene 
attribuito oggidì, non doveva allora esistere. 

In quell'epoca, geologicamente parlando antichissima, la luce, il 
calore, la siccità, le pioggie abbondanti, i venti, la natura del suolo, 
come gli stimoli degli insetti, il colore degli oggetti e cose simili, 
possono avere influito a modificare gli organismi sottoposti all' azione 
di simili agenti. Sarebbe stata questa l' epoca plasmativa morfologica 
o di autocreazione delle forme organiche. 

Così io attribuisco a tali cause, non solo le strutture speciali delle 
piante acquatiche, di quelle terrestri, di quelle dei deserti, o delle 
selve, ma ancora tutto l' infinito numero di modificazioni negli or- 
gani florali, portanti l'impronta di stimoli esercitati dagli insetti. 
All'azione dell'ambiente ho attribuito pure i'casi di mimismo, ed 
ho creduto di dovere anche spingere più in là la mia ipotesi, ri- 
tenendo che le impressioni morali, e specialmente la volontà indi- 
viduale, abbiano avuto una grande influenza nella evoluzione degli 
organisi] ti '). 

È solamente ammettendo un piano prestabilito che certe forme 
e certe colorazioni in taluni animali possono essere state raggiunte. 
E questo piano prestabilito, per certi esseri, può avere avuto ap- 
punto la sua base nella volontà di conseguire un determinato scopo, 
spesso imposto dal bisogno, ma altre volte dall'amore del bello, dal 
piacere, dalla vanità, dalla paura, o da qualunque altra delle pas- 
sioni che possono agitare la materia organizzata. 

Perchè la genesi delle specie in accordo alla accennata teoria 
possa avere avuto luogo, bisogna supporre negli organismi un'at- 
titudine a variare ed a lasciarsi influenzare dagli stimoli direi quasi 
anche senza bisogno, precisamente all' opposto di quanto accade 
nell'epoca attuale, nella quale gli individui e le specie non riescono 
a variare o meglio ad adattarsi a nuove condizioni di vita, neppure 
quando il bisogno esisterebbe. 

Non sarebbe nemmeno Inori di proposito sospettare che, in certi 
casi, talune forme siano comparse ad un tratto e si siano repenti- 
namente adattate ad una nuova condizione ili ambiente. È questa 
['ipotesi della - neogenesi », come la chiama Mantegazza, per la 
quale vi sono meno l'atti in appoggio di qualunque altra, e che ciò 
nonostante è quella che più di tutte mi affascina. Seguendo questa 



) Beo ibi /■ Capanm "i I Giardini dell' « dmblyornis Inornata ■• negli annali del Museo 
H Genova, •.,,!. IX, 1X77, pag. '■'•*'■!. 



300 NELLE FORESTE DI BORNEO 

teoria non sarebbe necessario di ammettere una continuata deriva- 
zione degli organismi per lente modificazioni l' uno dall' altro, perchè 
le concatenazioni che adesso esistono o che la paleontologia ha ri- 
velato, sarebbero il resultato di ibridismi fra due prototipi a plasma- 
zione repentina, di cui la riproduzione non sarebbe stata impedita, 
perchè non contrastata dalla forza dell'eredità. 

L' essenza della mia ipotesi consiste nel ritenere la forza eredita- 
ria così forte durante il periodo attuale da rendere la variabilità 
negli organismi molto debole o del tutto impossibile; per questo 
motivo l'adattamento secondo l'ambiente sarebbe di uecessità quasi 
nullo al giorno d' oggi, come sarebbe impossibile la trasmissione nei 
discendenti di quelle modificazioni che potessero essere avvenute 
durante la vita dei genitori. Per contro, nei tempi geologicamente 
parlando antichi, l'adattabilità all'ambiente, non che la malleabilità a 
cedere agli stimoli, dovrebbe essere stata tanto più efficace quanto più 
remota l'epoca nella quale ha potuto agire. E ciò perchè l'eredità 
è andata aumentando col succedersi dei periodi geologici, e per lo- 
gica conseguenza all'opposto la forza plasmati va è andata grada- 
tamente indebolendosi, sino a cessar del tutto nei tempi presenti. 

Anche quelli che non vogliono attribuire importanza alla forza 
ereditaria perchè speriinentalnieute non dimostrabile, e, come si usa 
dire, gratuitamente introdotta per interpetrare dei fenomeni altri- 
menti inesplicabili, bisogna che ammettano che una qualche diffe- 
renza debba essere esistita nei fenomeni riproduttivi degli organismi, 
fra quanto accadeva nei priinordj della formazione specifica e quanto 
accade presentemente. Non è ammissibile infatti che tutti i fenomeni 
riproduttivi si debbano esser manifestati con le medesime identiche 
modalità uelle primissime generazioni, come dopo che migliaia e mi- 
gliaia di queste hanno avuto luogo. In altri termini mi sembra az- 
zardato poter asserire che nessun cambiamento, riguardo agli effetti, 
debba essere accaduto nella fecondazione, da quando le prime volte 
le parti componenti i nuclei di un organismo di sesso diverso si 
sono incontrate, unite fra di loro e susseguentemente ripartite per 
dare origine all' embrione del nuovo essere, ad ora, dopo che tutto 
il processo fecondativo si è riprodotto per un temj)o indefinito e per 
un numero incalcolabile di generazioni. A me sembra, per questo, 
che la fissità ottenuta nei fenomeni riproduttivi, causa prima della 
fissità della specie, sia una conseguenza del numero delle volte che 
detti fenomeni si sono ripetuti; e mi sembra inoltre che la fissità 
dei caratteri morfologici degli individui debba essere per ogni specie 
proporzionale al numero delle generazioni in essi avvenute ed al 



CAPITOLO XV 301 

tempo maggiore o minore trascorso da quando cominciò a definirsi 
la loro entità specifica. 

Xon può mettersi in dubbio clie nel nucleo delle cellule ripro- 
duttive non si trovino compendiate tutte le proprietà ereditarie e 
fisiche dell'organismo al quale appartengono. Ora, siccome si sup- 
pone che ogni parte, ogni organo di qualsiasi essere vivente debba 
aver contribuito a formare le sue cellule riproduttive, nelle quali si 
ritiene perciò che delle infinitesimali particelle rappresentative di 
ogni organo debbano essersi trasportate, è presumibile che nei tempi 
remotissimi di plasmazione specifica, quando gli organismi andavano 
assumendo le forme che poi sono loro rimaste, è presumibile dico 
che il trasporto delle infinitesimali particelle protoplasmatiche o mi- 
celle rappresentative dei differenti organi dell'essere vivente dentro 
la trama dei nuclei delle cellule riproduttive, non sia stato che im- 
perfetto e parziale; per la qual cosa non trovandosi in queste tutte 
le parti completamente rappresentate, libero possa esser rimasto il 
campo ad ima estesa variabilità ; ma via via che si succedevano le 
generazioni, anche la trasmissione delle micelle protoplasmatiche 
rappresentative dei singoli organi e che si andavano ad accumulare 
dentro la trama dei nuclei, divenendo più perfetta e generale, anche 
la variabilità ha dovuto gradatamente andare a diminuire. Adesso 
poi, dopo mi numero infinito di generazioni, questa trasmissione 
deve essere stata così completa, che chiuso affatto ha dovuto rima- 
nere il campo alla variabilità, ciò che ha obbligato gli organismi at- 
tuali a riprodursi con caratteri fìssi e costanti. È sopra questa ipotesi 
che. secondo il mio modo di vedere, dovrebbe principalmente basarsi 
la teoria dell'eredità. 

Inoltre la continuata e ripetuta segmentazione dei nuclei e la 
ripartizione eguale della loro cromatica nelle cellule figlie è stata 
la causa, non può mettersi in dubbio, della uniforme distribuzione 
di-i caratteri di tutto 1' organismo nelle cellule dotate di potere ri- 
produttivo, siano esse sessuali o gemmoidali; in conseguenza di che 
quante piti volte si sarà ripetuta la segmentazione, e tanto più per- 
fetta dovrà essere la riproduzione dell'organismo con caratteri co- 
stanti. Ed anche questa considerazione ci conduce all'ammissibilità 
• Iella teoria che la forza ereditaria debba essere andata ad annien- 
tale col tempo, in modo proporzionale al numero di generazioni 
elie un dato essere conta nel suo albero genealogico. 

Per quanto riguarda i vegetali noti è solo nelle, cellule riprodut- 
tive clic si cumulano le proprietà di tutto l'individuo, ma anche in 
moltissime altre che si t rovano disseminate nella parie più vivente 



302 NELLE EORESTE DI BORNEO 

della pianta, vale a dire nel cambio di ogni fascio vascolare. Ognuna 
di tali cellule rappresenta virtualmente un intiero individuo, e con 
tutta probabilità in modo più speciale l'organo di cui fa parte; per 
la qua! cosa, affinchè possano venir cumulate le proprietà tutte del- 
l' organismo intiero nelle cellule riproduttive, basterebbe che potes- 
sero trasfondersi in queste le micelle di un piccolo numero di tali 
cellule. Presentata sotto questo aspetto, la teoria della pangenesi 
apparisce molto semplicizzata. 

E adesso torniamo a Borneo, e vediamo colla scorta dei fatti e 
della teoria se possono aver vissuto in quell' isola dei precursori 
dell' uomo. 

Ammesso che le specie siano dipeudenti dal clima, può essere 
stato l'uomo plasmato in Borneo? Può esser l'orang-utan una forma 
arcaica della nostra schiatta? 

L' opinione che le razze umane siano figlie del clima è un' idea 
antichissima. E che ciò possa essere stato vero in origine gli evo- 
luzionisti, secondo la teoria dell' adattabilità dell'ambiente, non pos- 
sono trovare difficoltà ad ammettere; soltanto, in causa del miscuglio 
delle razze attuali, accaduto per molteplici ragioni, cotesta credenza 
non corrisponde più completamente ai fatti. Anche ammettendo però 
che con gli indizj somministrati dal clima non si possa riuscire a 
conoscere dove l'uomo ha avuto origine, vi sono altri mezzi per 
rintracciare il luogo della sua prima comparsa. Infatti chi tien conto 
delle leggi generali che regolano la distribuzione degli esseri sul 
nostro globo è difficile che non voglia ammettere che l' uomo debba 
esser comparso nelle regioni nelle quali vivono adesso gli antro- 
pomorfi. Anzi, secondo la teoria darwiniana della discendenza, si 
ritiene che non solo le specie, ma anche i generi di un determinato 
gruppo di esseri debbano essere una filiazione diretta di qualche co- 
mune antenato ; per la qual cosa quaud' anche i discendenti di questo 
si trovino adesso sparsi in terre fra loro remote e disparate, in ori- 
gine i loro antenati dovevano avere occupato ima medesima area. 
E questo il motivo per cui tanto i geologi, quanto gli antropologi, 
hanno sempre ammesso che in Borneo possa aver vissuto, nelle 
epoche decorse, qualche antropomorfo più simile all'uomo dell'at- 
tuale orang-utan. Questa idea fu a me accennata dallo stesso Lyell 
quando io mi trovavo nel 1865 in Londra, facendo i preparativi del 
mio viaggio. Il grande geologo allora mi spingeva ad esplorare le 
caverne di Borneo, perchè riteneva che ivi si potessero trovare dei 
resti di un grande valore per la storia dell' uomo, e così argomen- 
tava: come iu Australia, dove predominano i marsupiali, tutti i 



CAPITOLO XV 303 

mammiferi t'ossili che ivi si varino scoprendo appartengono a que- 
st'ordine di animali, così in Borneo, dove vivono gli orang-utan, è 
possibile che si scoprano resti di qualche specie estinta del mede- 
simo gruppo. 

L'esplorazione delle caverne di Borneo non ha però dato i risul- 
tati che si aspettavano '). 

Ad ogni modo, anche ammettendo volentieri la possibilità che degli 
antropomorfi differenti dall' orang-utan abbiano vissuto sul suolo di 
Borneo, io porrei la questione se essi avrebbero potuto essere dei 
veri precursori dell' uomo. A questa domanda io rispondo negativa- 
mente. Se invero nulla si oppone a credere che l'uomo abbia po- 
tuto esistere in Borneo sin dalla più remota antichità, nessuna cir- 
costanza fa ritenere come probabile che Borneo sia stato un centro 
di formazione di specie del genere Homo; mentre vi si trovano, al 
contrario, tutti i requisiti per la plasmazione del genere Simia. 

La teoria dell' adattabilità all' ambiente richiede una correlazione 
fra i caratteri assunti dagli organismi e le cause stimolanti. Per 
questo motivo, certe determinate condizioni di esistenza devono 
aver prodotto, negli esseri che hanno vissuto sotto il loro impero, 
delle corrispondenti modificazioni. Ora le divergenze maggiori che 
esistono fra la struttura dell'uomo e quella dell' orang-utan dipen- 
dono appunto da differente condizione di esistenza, essendo il primo 
conformato per la vita terrestre, il secondo per quella arborea. 
Questa differente direzione nell'adattamento è stata forse la prin- 
cipale, se non forse l'unica causa, della differenza dei caratteri ge- 
nerici fra V Homo ed i Simia. 

Perchè certi esseri abbiano potuto assumere l'impostatura eretta 
e l' incesso bipede, è certo che essi debbono essersi trovati in luoghi 
dove tale maniera di tenere la persona e di camminare sia stata 
possibile e vantaggiosa. 

Nei primitivi antropoidi, se il bisogno di mettersi in salvo da ne- 
mici si sarà l'atto sentire in un paese eminentemente boschivo, il 
mezzo di scampo sarà stato quello di salire sugli alberi; se invece 
il terreno sarà stato nudo, nella corsa si sarà cercata la salvezza, 
e tutti gli sforzi saranno stati diretti a percorrere molto cammino 



■) In Qiava sono stati recentemente scoperti alcuni cesti l'ossili di un antropomorfo dot 
piu alio rotore scientifico, al quale dallo scopritore, il iloti. Eugenio Duboi8, fu. imposto 
il nome ili Ptihecantropus ereclus. Ili questo essere però troppo incompleti homo i materiali 
venati alla Imi: sino a i|ui, per poter dietro la loro scorta trarre conclusioni decisive 
-olla -tona dell'evoluzione umana. 



304 NELLE EORESTE DI BOKNEO 

con le membra posteriori. In questi tentativi di camminare sii due 
piedi saranno stati i muscoli che hanno gli attacchi alle ossa del 
bacino quelli che avranno risentito uno sforzo maggiore degli altri, 
e che avranno quindi avuto più occasione di svilupparsi, facilitando 
così all'antropoide la posizione eretta sulle estremità posteriori. 

Siccome è stata l'assunzione della impostatura eretta quella che 
maggiormente ha differenziato l'uomo dalle scimmie, così è natu- 
rale che la conformazione del bacino e lo sviluppo dei muscoli che 
vi si attaccano, siano una delle principali differenze fra l'uomo e 
gli antropomorfi, perchè un grande bacino e dei glutei massimi molto 
sviluppati sono una conseguenza della stazione eretta. 

Altra conseguenza importantissima derivata dall'assunzione della 
impostatura eretta è stata, io ritengo per certo, il grande sviluppo 
che ha potuto acquistare il cervello, per la posizione vantaggiosa 
che è venuta ad assumere la cassa craniense. Trovandosi il cervello 
sulla linea verticale e non fuori del centro di gravità, nessuno osta- 
colo è venuto a frapporsi ad un grande aumento di volume e di 
peso di quest'organo. 

D' altra parte la mano, non essendo più obbligata a servir da piede 
(se l' uomo si suppone derivato da un pitecoide a stazione più ter- 
restre che arborea) ha potuto perfezionarsi in altra direzione e di- 
venne l'organo esecutivo degli ordini del cervello, ponendo l'uomo, 
per effetto di questa preziosa prerogativa, in una posizione superiore 
a quella di tutti gli altri animali '). 

D' altra parte è naturale che un primitivo antropomorfo per di- 
venire eretto, abbia dovuto possedere un piede con larga superficie 
d' appoggio. Ora io ritengo che tutte le particolarità accennate non 
è possibile che possano essere state assunte altro che in un paese 
dove era facile il cammino pedestre. Per questo mi pare molto im- 
probabile che dei primitivi antropi possano avere avuto origine nella 
regione eminentemente forestale di cui Borneo fa parte; regione 
che non solo non avrebbe potuto promuovere l'attitudine dell'uomo 
alla corsa ed all'andatura bipede, ma nemmeno a fare risentire il 



') Il carattere che maggiormente distingue la mano dell' uomo da quella degli antro- 
pomorfi, è la perfetta opponibilità del pollice all' indice. Io trovo a tale riguardo assai 
singolare il riscontro di tale conformazione, per 1' effetto meccanico, all' azione delle due 
mandibole di mi uccello granivoro, nel quale certamente il becco e rimasto così confor- 
mato dall' uso e dal bisogno di raccogliere semi e granelli di piante per il suo nutri- 
mento. Chi sa che anche l'opposizione delle due prime dita della mano dell'uomo, non 
abbia avuto per stimolo il bisogno in questo di raccogliere granella, piccoli tubercoli fecu- 
lacei, molluschi ed altri oggetti minuti coi quali provvedere alla propria esistenza? 



CAPITOLO XV 305 

bisogno di camminare per terra. Eiteiigo quindi che né in Borneo, 
né nelle regioni forestali circonvicine, un antropoide possa essere 
andato perfezionandosi sino a trasformarsi in nn uomo. Anzi io 
credo che se degli antropoidi diversi dagli attuali si sono trovati 
nel remotissimo passato a vivere in Borneo, questi vi devono essere 
giunti da regioni meno forestali, e ritengo che invece di avere tro- 
vato in Borneo l' occasione di perfezionarsi nell' andatura eretta deb- 
bano avere ivi deviato verso l'adattamento per una vita arborea; 
a meno che Borneo e Sumatra non abbiano avuto una volta un 
clima più asciutto, meno boschivo dell' attuale ed analogo a quello 
di alcune regioni africane, cosa che del resto non sembra guari am- 
missibile. 

Secondo le idee da me accarezzate, il passaggio della locomozione 
quadrupede a quella bipede è anteriore a quella così detta quadru- 
ìuana. Per la qual cosa l'orang-utau nel suo sviluppo avrebbe, in 
un certo senso, oltrepassato la perfezione dell'uomo, essendo figlio 
di un paese nel quale la locomozione terrestre offriva minori van- 
taggi di quella arborea. 

Se quindi durante il periodo di malleabilità organica sono arri- 
vati in Borneo degli antropoidi che potevano progredire liberamente 
con gli arti posteriori, dei Pitheca/ntropus per esempio trovandosi 
questi in un paese dove la locomozione terrestre era più difficile del- 
l'aerea, lianno profittato più di quest'ultima che della prima, e le 
loro membra han dovuto modificarsi in modo corrispondente. 

'ili orang-utan in Borneo sarebbero perciò andati allontanandosi 
dal tipo antropoide invece di ravvicinarvisi. L'orang-utau sarebbe 
per questo non un progenitore, ma un collaterale dell'uomo. 

Perchè l'uomo potesse essere derivato da un antropoide arboreo 
de] tipo dell' orang-utan, bisognerebbe che i piedi di questo in ori- 
gine adattati alla locomozione terrestre, e diventati poi prensili, fos- 
sero in seguito per reversione ritornati nuovamente terrestri. E per 
(piolo io riterrei elicne Borneo, né tutta la regione forestale indo- 
malese possano essere stati Luoghi convenienti ad un antropoide 
per umanizzarsi. 

Dopo questa conclusione verrà fatto naturalmente al lettore «li 
domandare: dove dunque credete che sia prima comparso l'uomo? 
Se ;i tale questione è permesso di rispondere con delle ipotesi, ecco 
in proposito la mia opinione, che si basa in gran parte sulle con- 
riderazioni «li già esposi e. 

E eerto clic l'uomo, il (piale prima di esser tale deve aver l'atto 
Una volta parte del gruppo degli antropoidi, non può avere avuto 

20 — BlCCiBI, ' .<. Borneo. 



306 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

origine altro che nel centro di sviluppo morfologico di questi. L'uomo 
deve esser quindi comparso fra i tropici, e molto probabilmente in 
una regione interposta fra quelle dove adesso si trovano i gorilla, 
i chimpanzè e gli orang-utan. 

La scoperta in Giava dei resti di un antropoide fossile più vicino 
all'uomo di quello che non siano quelli attualmente viventi, potrebbe 
far ritenere quest' isola come uno dei punti del globo dove degli an- 
tropoidi si sono umanizzati; ma io ritengo completamente erronee 
le deduzioni riguardo alla fauna ed alla flora di un paese in epoche 
geologiche passate, desunte dai fossili che adesso in esso si trovano 
fra gli strati delle sue formazioni litiche; poiché, in generale, con 
tutta certezza, si può nella maggioranza dei casi ritenere che il luogo 
dove adesso si trova il resto fossile di ima pianta o di un animale, 
non è quello dove l'uno o l'altro vissero, ma è solo il luogo dove 
andarono a depositarsi le loro spoglie; luogo che può essere tal- 
volta lontanissimo da quello da dove provennero. Se quindi sono 
stati trovati resti fossili di Pitliecantropus in Giava, ciò non implica 
affatto, secondo il mio modo di vedere, che tale essere vi abbia vis- 
suto; ma dimostra solo che i suoi resti sono andati a depositarsi 
dove adesso è Giava, quando questa, durante gli sconvolgimenti 
vulcanici ai quali è andata soggetta, sollevandosi dalle acque con 
le sue alte montagne ha dovuto fare inabissare altre terre nei mari 
adiacenti. La mia ripugnanza ad ammettere Giava, come Borneo, 
luoghi di umanizzazione riposa principalmente sidle difficoltà, di già 
esposte, che una regione eccessivamente forestale deve aver frap- 
posto ad un antropoide per assumere l'incesso bipede. 

Considerando che l'Africa tropicale è il paese che produce quei grandi 
antropoidi, i quali per la conformazione degli arti o l'adattamento 
alla locomozione terrestre più si avvicinano all'uomo, considerando 
anche che in tale regione del globo ha preso sviluppo il maggior 
numero di mammiferi con rapidi mezzi di locomozione terrestre, io 
riterrei che l'Africa tropicale, o forse piuttosto una regione con clima 
analogo, interposta fra il continente africano e quello asiatico, regione 
che varj fatti, altrimenti inesplicabili di distribuzione geografica 
delle piante e degli animali obbligano di ammettere, debba essere 
stata la plaga terrestre dove l' uomo può avere assunto la stazione 
eretta e l'incesso bipede. 

Anche il colore può dare qualche argomento in conferma che 
l'Africa, od una antica dipendenza di essa, possa essere stata la re- 
gione dove gli antropoidi si siano trasformati hi antropi, essendo 
l'Africa la regione del globo dove sono più frequenti i mammiferi 



CAPITOLO XV 307 

a pelle seminuda e nera, e potendosi supporre che i primi uomini 
siano stati neri, appunto perchè derivati da antropoidi che erano di 
questo colore. Il color nero dell'uomo africano, come dei suoi pre- 
decessori, può supporsi che sia stato prodotto nell' epoca di mallea- 
bilità morfologica dall'azione combinata della luce e del calore nel 
clima tropicale africano, sebbene presentemente l'azione del clima 
non contribuisca quasi affatto a far cambiare la colorazione assunta; 
come può supporsi che il color bianco possa essere stato acquisito 
dall' uomo quando questi, in un' epoca nella quale rimaneva ancora 
una certa potenza alla forza plasmati va dell'ambiente, progredendo 
verso regioni più settentrionali e quindi più fredde, è andato a ri- 
fugiarsi nelle caverne. Quivi la diminuzione di luce può aver ca- 
gionato anche una diminuzione del pigmento cutaneo, e la tem- 
peratura più bassa facendo affluire maggiormente il sangue alla 
periferia, quale compenso della perdita di calore della superficie del 
corpo, può aver comunicato il color roseo alla pelle; colore del resto 
rarissimo nei mammiferi, e che combinato alla quasi mancanza di 
pelo non si riscontra, per quel che io conosca, che in un piccolo 
e singolarissimo roditore sotterraneo dei deserti della Somalia, VHe- 
terocepJiàlus glaber di Euppel, come caso accidentale nel così detto 
elefante bianco, od in qualche varietà delicata di maiali, nei quali 
il color nero della pelle, è scomparso, a quanto sembra, in seguito 
al lungo allevamento al coperto in climi freddi, e quindi in circo- 
stanze analoghe a quelle nelle quali potrebbe immaginarsi che possa 
esser comparsa la pelle bianca nell' uomo. 



Capitolo XVI 



Il « sampan » malese - Escursione a Tandgiong Datù - Pulò Sampadien - Il « dugong » - 
Il covo dei pirati - Ascensione del monte di Tandgiong Datù - Disorientati nella fore- 
sta - I cani dei Daiacchi - Il gatto domestico di Borneo - L'estrema punta occidentale 
di Borneo - Alghe marine - Viaggio di ritorno - Una collina incantata - Inaspettata 
visita notturna - Cibo pericoloso - A Lundù - Il primo attacco di febbre malarica - 
Corsi d' acqua fra il Lundù ed il Sarawak. 



Di ritorno dal Batang-Lupar sono stato costretto di trattenermi 
qualche tempo a Kutcing, per sistemare le ragguardevoli colle- 
zioni zoologiche e botaniche riunite durante l' ultima escursione, 
ed imballarle in modo da potere essere spedite in Emopa. 

Anche il mio « sampan » aveva bisogno di riparazioni per metterlo 
in stato di servire nelle nuove gite che stavo meditando. 

Il sampan è un battello generalmente usato in Sarawak per la 
navigazione fluviatile ed anche per costeggiare, ma in quest'ultimo 
caso soltanto durante la buona stagione. Esso mi sembra che abbia 
molta rassomiglianza con le piroghe adoprate sui grandi fiumi della 
Cocincina e della Birmania, e che non sia un battello ideato in Bor- 
neo si potrebbe anche dedurre dal suo nome d'origine cinese. Tutta 
la chiglia dei sampan, ossia i due terzi dello scafo, è formata da un 
sol pezzo eil è scavata in un I ronco d'albero con un metodo molto 
ingegnoso, in (pianto che con un albero che abbia per esempio il 
diametro di (io centimetri, si riesce a fare una barca di quasi il 
doppio di Larghezza; e ciò si ottiene lavorando il tronco appena e 
abbattuto e -cavandolo (pianto lo consente il suo diametro, ma re- 
golandone la t'orina secondo alcune speciali norme, tra, le «piali la 



310 XELLE FORESTE DI BORNEO 

più importante è quella di lasciare i bordi nella parte centrale molto 
più rilevati che alle estremità. L'allargamento si ottiene col mezzo 
del fuoco, cosa resa possibile dalla facilità colla quale il legname 
fresco cede, senza rompersi, sotto l'azione del calore. Si deve forse 
a questo ritrovato se in Borneo non si fa uso di bilancieri ai bat- 
telli '), venendo i sampan a possedere (per la speciale costruzione 
di cui è parola) oltre ad una forma elegante, una chiglia così larga 
ed estesa da assicurare la stabilità occorrente per navigare. 

Presso altri popoli, quali i Papuani ed i Polinesiani, si fa pure 
uso di canotti scavati in un sol pezzo d'albero; ma non venendo 
allargati col fuoco rimangono sempre troppo stretti e con la chiglia 
tondeggiante, per la qual cosa l'aggiunta dei bilancieri diventa una 
assoluta necessità, per impedire che si capovolgano ad ogni brusco 
movimento. 

L'accennato metodo di costruzione dei sampan è poco credibile 
che sia stato inventato in Borneo, ma come tante altre industrie 
è, con ogni probabilità, d' importazione continentale. Sembra di fatti 
che le piroghe in uso nella Birmania (forse anche nel Siam) siano 
allargate col metodo di cui or ora ho fatto menzione. 

I bordi dei sampan sono rialzati da una assai alta tavola, che da 
ambo i lati corre da poppa a prua, e viene collegata alla chiglia per 
mezzo di caviglie di legno. Le commettiture vengono calafatate con 
la morbida scorza della Meìaleuca leucodendron e con una mistura 
resinosa composta eh un olio prodotto dal Dipteroea/rpus Lotvii e chia- 
mato «kruing», al quale si mescola della resina ridotta in polvere 
finissima. Con questi ingredienti si forma una pasta appiccicaticela 
che sostituisce la pece e colla quale si riesce a chiudere abbastanza 
bene tutte le fessure o commettiture delle tavole. 

I sampan sono d'ordinario coperti di « kadgian, » vale a dire di 
stuoie fatte di foglie di palma o di pandano e che formano una tet- 
toia sotto la quale stanno assai comodamente gli uomini a remare, 
al riparo dalla pioggia e dal sole; oltre a ciò quasi sempre si co- 
struisce verso il centro del battello una specie di cabina, un poco 
sul genere di quella delle gondole veneziane, dove uno può siste- 
marsi assai comodamente e rimanere sdraiato o dormire (fig. 55). 
I sampan sono in generale condotti con pagaie (« pangayon » dei 
Malesi) e non hanno per lo più timone, essendo governati da uno 
dell'equipaggio, che con la propria pagaia dirige il battello e nello 
stesso tempo, di tanto in tanto, voga insieme agli altri. 



') Solo nel nord di Borneo, nel mare di Snlu, si usano barche con bilancieri. 




SD 

SD 



312 XELLE FORESTE DI BORNEO 

Le pagaie malesi ') non olirono nulla di particolare, e nemmeno 
portano sulla loro parte dilatata ornamenti o figure (come tanto di 
frequente si osserva in quelle dei Papuani e dei Polinesiani); esse 
vengono adoprate appoggiando la palma di una delle mani sulla 
piccola gruccia, che sempre si trova nella loro estremità superiore, 
mentre l' altra mano ne atterra la parte assottigliata. 

Al mio sampan avevo adattato una vela, potendo così, durante il 
monsone che allora dominava, avventurarmi lungo le coste anche 
con un battello tanto poco marino, cosa che non sarebbe stata punto 
prudente in altra stagione. 

Tutto essendo pronto, una sera (10 giugno) al tramonto del sole 
parto da Kutcing con cinque uomini di equipaggio, diretto verso 
Tandgiong Datù. Si pernotta a Santubong. 

14 giugno. — Si fa vela di buon'ora, e favoriti dalla brezza di terra 
ben presto si accosta Pulò Sampadien, piccola isola situata circa 
13 miglia a ponente dell'imboccatura del Sarawak e vi approdiamo 
per rifornirci di acqua migliore di quella che avevamo attinto ad un 
ruscello presso il villaggio di Santubong. L'isola dista solo due miglia 
scarse dalla terra ferma ed è formata in gran parte, almeno nella 
porzione che io ho percorso, di una roccia calcarea a strati quasi 
orizzontali, in qualche luogo sollevati di varj metri ed a picco sul 
mare. Il calcare è scuro, a frattura concoide e più o meno schistoso, 
alternato con strati di arenaria contenente nuclei di pirite di ferro 
e ciottoli di varia natura, talvolta minuti, frammentati e formanti 
una specie di puddinga. Anche grossi massi di granito, di più va- 
rietà, si vedevano sparsi sulla spiaggia. Nella sabbia lungo mare 
osservai molte foraminifere. In mare, sugli scogli, crescevano alcune 
alghe, e fra queste la più frequente era un sargasso. 

A Sampadien non di rado qualche tartaruga viene a depositare 
le uova nei giorni di alta marea ; ma il luogo prediletto per le 
tartarughe,- è, come ho già detto, la prossima isola di Satàng, più 
vicina alla foce del Sarawak, ma più lontana dalla terra ferma. 

Il «dugong» o con nome malese « dnyon » (Halicorc ■■ australis) fre- 
quenta questi paraggi, dove mi vien detto che si nutre di piante 
marine (forse di una specie di Thalassia). Sembra però un animale 
assai raro in Sarawak, non avendo sino a qui bastato la promessa 
d'un premio di 20 dollari a procurarmene uno. 

Passiamo la notte presso la foce del Lundù. 



l ) Ho visto anche in Italia nel lago (li Massaciuccoli in Toscana tutt' ora in uso la 
pagaia perfettamente simile a quella dei Malesi. 



CAPITOLO XVI 313 

15 gingilo. — Approfittando della marea montante, per avere la 
corrente in favore, si parte alle due di notte. Aiutati per di più da 
una buona brezza si fa presto a giungere a Samatàn. Qui ci trat- 
teniamo un poco per la colazione ; nel frattempo uccido, per la prima 
volta, ima specie non comune di martin pescatore, VAlcedo (Saturo- 
jMtis) CMoris che cacciava dei piccoli granchi sull'arena della spiag- 
gia, andando ad ogni cattura a posarsi sopra un piccolo albero, per 
mangiarseli con comodo. Abbiamo poi oltrepassato le isole Talang- 
Talang, lasciandole sulla nostra destra. 

Alle tre pomeridiane si àncora in una piccola baia segnata nelle 
carte dell'Ammiragliato inglese col nome di « Sleepy Bay » o « Pirate 
Bay », ma il nome locale credo sia « Labuan gadong ». L'ancoraggio 
è riparato a settentrione da una collinetta. Sugli scogli circostanti 
crescevano alcuni individui di Cycas circinalis alti sino quattro o 
cinque metri, alcuni in frutto, altri coi fiori maschi in forma di belle 
pine sorgenti dal mezzo del ciuffo delle foglie. Notai pure pandani, 
podocarpi, casuarine, nibong, rotang e molte altre piante. Sulla 
spiaggia predominava il « kayù pennagà » (Poligamia glabra), albero 
piuttosto frequente lungo mare in quasi tutta la Malesia, e che si 
carica di grappoletti di fiori lil acini emananti un soave odore. Il 
luogo sembrava ricco di caccia ; ho visto infatti impronte di piandole, 
di cervi e di cinghiali, ina nessuno di questi animali in persona. 

l'i giugno. — Remando per qualche ora raggiungiamo Tandgiong 
Datù, distante circa sette miglia dal nostro ultimo ancoraggio. Qui 
sono abbondanti delle sterne, di cui trovo anche le uova, che in 
gran numero vengono depositate sui dirupi, senza nido di sorta. 

Diamo fondo in prossimità dell'estrema punta occidentale di Bor- 
neo, in una piccola insenatura della costa, chiamata dai miei Malesi 

Telòk saruban > o « serban», ed approfittiamo della buona acqua 
che vi si trova per cuocere il nostro riso. Dopo il frugalissimo pasto 
lio voluto tentale di arrivare sulla cima del monte sovrastante. Ka- 
rnralmente in luoghi così remoti, disabitati e di cattiva fama, non esi- 
steva traccia ili sentiero, essendo che sino a pochi anni addietro tutta 
la costa «la Santiiliong a Tandgiong Datù era, nella buona stagione, 
il ritroso abituale «lei battelli o prahu dei Lanun e dei Balignini, 
i più forti, i piò audaci ed i più pericolosi pirati «li tutto l'Arcipe- 
lago, i- Telòk serban era il loro ancoraggio preferito. Cominciammo 
■ i salire tramezzo a grandi massi sciolti di granito, di cui era co- 
sperso il fianco «Iella montagna, intieramente rivestita dai piedi alla 
eretta «li foresta vergine. 

Marchiamo «li tanto in tanto eoi parang gli alberi, e [asciamo le 



314 NELLE FORESTE DI BORNEO 

usuali tvaccie lungo il nostro passaggio per ritrovare il sentiero al 
ritorno. Oammin facendo ci sorprende un temporale con pioggia e 
vento impetuoso, ma non di meno continuiamo la salita, fino a toc- 
care la cresta del monte, che dietro le indicazioni dell'aneroide, nel 
punto raggiunto, ho giudicato 500 metri sul livello del mare. Quasi 
nessuna pianta era in fiore. Dal lato di ponente, ossia da quello olan- 
dese (che qui il crinale segna il confine fra i dominj dell'Olanda e 
quelli di Ragià Brooke) gli alberi erano piccoli, radi e quasi privi di 
foglie, in causa, suppongo, dei forti venti di S. O. che per varj mesi 
dell'anno spazzano quelle cime. Dal lato orientale, vale a dire da 
quello lungo il quale eravamo saliti, le piante erano più fitte e me- 
glio rivestite. Sulla cresta del monte non trovai però alcun che da 
compensare la fatica fatta per arrivarvi. 

Nella discesa seguimmo le traccie lasciate durante l'ascensione, 
ma ad un certo punto, dove i fianchi della montagna erano più che 
mai coperti da colossali blocchi di granito, addossati l'uno all'altro 
in modo da formare degli antri o delle spelonche, ci trovammo diso- 
rientati, essendo stati costretti a seguire alcuni passaggi tortuosi fra 
masso e masso. In questi rigiri noi certamente deviammo dalla giusta 
direzione, e presto dovemmo constatare che « la diritta via era smar- 
rita » . Continuammo ad errare nel laberinto per quasi un' ora e mezzo, 
senza mal poter ritrovare la strada verso il mare, essendo incapaci 
di uscire da quel terreno difficilissimo, tutto ingombro di enormi 
massi. Io cominciavo oramai a pensare se non saremmo stati co- 
stretti ad accampare in una di quelle grotte, in quanto che es- 
sendo di già prossimi al tramonto, noi saremmo stati ben presto 
avvolti nelle tenebre della notte e della boscaglia. Alla fine, per 
uscire da questa critica situazione, invece di tentare più a lungo 
di discendere, prendemmo una risoluzione eroica e rifacemmo una 
buona parte della salita, sino ad oltrepassare il punto della foresta 
che si presentava così scabroso ; rivolgemmo quindi di nuovo i nostri 
passi verso il mare, tenendo d'occhio la direzione che prendeva 
« Ivap », il piccolo cane daiacco che portavo meco in tutte le escur- 
sioni. Con questo mezzo riuscimmo a rimetterci in carreggiata, ed 
a ritrovare il nostro primitivo sentiero. Era curioso vedere l'intel- 
ligente bestiola come collo sguardo, rivolgendosi a noi, sembrava 
volerci . indicare la strada che dovevamo seguire. Se avesse parlato 
non avrebbe potuto farsi meglio intendere. Proprio il cane fra tutti 
gli animali è quello che avrebbe avuto maggiore possibilità di im- 
parare a discorrere, per quella specie di correlazione che, quasi cor- 
rente elettrica indotta, passa fra lui e l'uomo, quando ha bisogno 



CAPITOLO XVI 315 

di esprimere il suo pensiero o di capire il nostro. Se l'uomo si fosse 
associato il cane nell'epoca plasmativa, io penso (entrando nell'or- 
dine di idee sull' evoluzione da me accarezzate) che alla espressione 
della nostra tìsonomia ed all'emissione dei nostri suoni, per l'atten- 
zione con la quale il cane ci ascolta ed al tempo stesso ci osserva, 
sarebbero corrisposti, in questo, dei movimenti analoghi nei suoi 
organi vocali, che invece di estrinsecarsi in suoni inarticolati, gli 
avrebbero permesso di parlare e di imparare una lingua. 

I cani dei Daiacchi sono piccoli, dall'aspetto volpino e rammen- 
tano assai i nostri «pomer», avendo come questi d'ordinario il pe- 
lame rosso-baio, le orecchie sempre dritte, brevi e mobilissime, e la 
coda, tenuta di solito alzata ed in continuo movimento, terminata 
da un gran spennacchio ; le gambe sono piuttosto corte in propor- 
zione del corpo. Non ultima delle loro particolarità è di non sapere 
abbaiare. Intelligenti assai, si affezionano moltissimo a chi li tratta 
bene ; sono bravi e coraggiosi nelle caccie del cinghiale o del cervo, 
al quale scopo vengono principalmente allevati. JSTei villaggi diffi- 
cilmente si lasciano accostare da un Europeo. 

II cane fa ricordare il gatto ; e quello domestico di Borneo me- 
rita di esser preso in considerazione per la singolare particolarità 
della sua coda, spessissimo atrofica, od almeno contrassegnata da 
una specie di piegatura brasca in un punto qualunque della sua 
lunghezza, quasi fosse stata ivi rotta e mal rimessa. Non saprei a 
che cosa attribuire questo fatto, ben noto del resto, e di frequente oc- 
correnza. Forse col terreno sempre Timido la coda ai gatti, in Borneo, 
è mi impedimento f Io ho osservato che in schiavitù tutti gli animali 
a inda lunga, le scimmie per esempio, soffrono in Borneo ad essere 
tenute per terra, nel qual caso la coda si ulcera facilmente. Forse 
ì- slitto quoto anche il caso del gatto, e la coda abbreviata o con- 
torta è un principio ili adattamento all' ambiente I 

Nel piccolo covo a Tandgiong Datti, dove la nostra barca si tro- 
vava a! riparo, dominando nella stagione attuale i A r enti di S. .0., 
il mare vi eia perfettamente tranquillo. Non eravamo discosti che 
poche centinaia ili metri dall'estrema punta occidentale di Borneo, 
dove non esiste ancoraggio, nemmeno per piccole barche, e dove. 
anzi il mare, anche nella Inuma Stagione, è sempre molto agitato, 
e nel monsone di X. E. alle volte assolutamente formidabile. 

17 giugno. — Approfittando del tempo splendido, questa mattina 

ho voluto girare il capo, ma non appena rimaniamo allo scoperto 

dellfl punta, e manca un riparo al pento ili S. ( )., si trova il mare 

agitatÌ8gimo, accresciuto per di più dall'incontro «li 'lue correnti op- 



31G XELLE FORESTE DI BOENEO 

poste, ed il sainpan comincia ad imbarcare acqua, tantoché per non 
correr rischio di andare a picco, siamo costretti di virare di bordo 
in tutta fretta, e di ritornare al nostro tranquillo ancoraggio. 

Anche a Tandgiong Datù vi sono, come a Satàng ed a Sampa- 
dien, alcune porzioni di spiaggia arenosa frequentate dalle tarta- 
rughe. Sulle rupi più inaccessibili si trovano nidi di rondini della 
qualità ricercata in commercio; ma non ho qui ottenuto esemplari 
uè dei nidi, né della rondine che li produce, che ritengo nondimeno 
identica a quella delle grotte nell'alto Sarawak. 

In tutto il tratto da Tandgiong Datù sino a Bruni non esistono 
scogliere madreporiche, tanto frequenti in altre parti della Malesia, 
e con esse fa difetto sulla costa settentrionale di Borneo tutto quel 
mondo di esseri marini, particolari a tale formazione. 

La roccia a Tandgiong Datù è da priina granitica, surrogata poi 
dal serpentino e da altre roccie più o meno metamorfiche. 

La marea essendo bassa ne approfitto per raccogliere alghe ma- 
rine, e di queste ne trovo alcune assai belle e nuove per la scienza '). 
Tra le altre un sargasso era molto comune fra gli scogli {Sargasswm 
angustifolium), ma in nessun punto però della costa nord eh Borneo 
da me percorsa, ho trovato le alghe in quella profusione che comu- 
nemente si osserva sulle rive del Mediterraneo o del Mar Bosso. Il 
fondo sabbioso del mare, rimosso da smisurate onde durante il mon- 
sone di E". E., ed i depositi che vi debbono arrecare i grandi fiumi, 
impediscono lo sviluppo delle piante cellulari marine, come di tutto 
quel mondo meraviglioso di organismi, che abbisognano di acque 
limpide e tranquille per riprodursi. 

Incominciando il viaggio di ritorno visito un'altra piccola inse- 
natura, dove piu'e raccolgo qualche pianta ed alcune conchiglie ter- 
restri litoranee, brulicanti fra i legnami putrescenti ed i detriti ri- 
gettati ed accumulati dal mare. 

18 giugno. — Alle due antimeridiane la marea essendoci favore- 
vole, favoriti da un magnifico chiaro di luna voghiamo per circa 
un'ora, ed incontrata un'altra insenatura dove faceva capo un 
ruscello con acqua dolce, ci fermiamo. Sugli scogli in questa lo- 
calità cresceva un bellissimo pandano col tronco sollevato da grosse 
radici aeree, dritto, cilindrico, alto dieci metri, diviso alla som- 
mità in varj rami orizzontali, una o due volte forcati e terminanti 
in ciuffi di foglie relativamente larghe, simili per l'aspetto a quelle 



') Citerò fra le più notevoli la Dictyota maxima, Zan. e la D. Bcccariana, Zan. Vedi 
Zaxardixi, Phycearum indio/tram pugillus a Ci. Ed. Beccavi, ecc. colleetarum. Venezia, 1872. 



CAPITOLO XTI . 317 

del Crinum gigantewm. Era forse il Panda/tws (Julius, Spreng. od una 
specie affine. 

19 giugno. — Giornata infruttuosa per le collezioni. Giungiamo a 
Samattang e quivi si àncora. Il villaggio consisteva in dieci case abi- 
tate da Malesi e da alcuni Cinesi. Fra Tandgiong Datù e Samat- 
tang si trovano quattro insignificanti ruscelli, non navigabili nem- 
meno con piccoli canotti e dove si entra solo ad alta marea; sono 
essi: Sungei Samonsaur (il più vicino a Tandgiong Datù), indi 
Sungei Bekutcing, Sungei Poe e Sungei Serò. 

20 giugno. — Ho risalito per qualche ora il Samattang; ma i 
tronchi d'alberi caduti e che sbarrano il passaggio, mi hanno pre- 
sto impedito di proseguire. I Malesi però in piccoli canotti rimon- 
tano il fiume fino a Gunong Poe in cerca di dammara, che vi si 
trova in abbondanza. Ritornati fin quasi alla foce, ho voluto ten- 
tare l'altro ramo del Samattang, che ci doveva condurre ai piedi 
di Gunong angus, collina che si diceva abitata da cattivi genj, e 
dove non si poteva accedere senza correr grave pericolo di esser 
colti da malattie; così almeno assicuravano i miei informatori ma- 
lesi, con segni evidenti di convinzione. Queste notizie avendomi in- 
vogliato di visitare la collina sacra alle divinità malefiche, ci inol- 
trammo sid Samattang, che però ben presto si spartisce in un 
laberinto «li canali e di piccoli passaggi fra la nipa ed i mangrovi, 
dove, mancando di una guida, dopo avere errato per vario tempo ci 
ritrovammo al punto di partenza e fummo costretti a deporre .il 
pensiero di arrivare all' incantata collina, clie con tutta probabilità 
doveva essere un luogo prediletto dalla malaria. 

A Gunong angus venni assicurato che vi si trovano molti nidi 
eduli di rondine, che nessuno però ardisce di andare a raccogliere. 
A me il Samattang è parso molto poco interessante, non avendovi 
trovato né una pianta né un animale che non avessi di già incon- 
trato altrove; verso le site sorgenti però, secondo i miei informa- 
tori, vi crescerebbe abbondante la Eafflesia che ho precedentemente 
descritta. Il ramo principale del Samattang in linea retta non si 
estende forse per più di dieci miglia dentro terra; è assai largo alla 
foce e eon un corso molto tortuoso, ma dopo circa due ore non è 
navigabile che per piccoli canotti. 

•_!l giugno. — Proseguendo a costeggiare verso il Sarawak, a Tand- 
giong battìi ho trovato un bellissimo individuo ili Cycas ci/rcMialis 
alto dieci metri e co] tronco due volte forcato. Nuova fermata a 

Tandgiong Plandok per asciugare la carta da seccare le piante. 

Quivi la roccia è costituita da un calcare scuro quasi nero. In mare 



318 XELLE FORESTE DI BORNEO 

raccolsi alcune buone specie di alghe. Passammo quindi Sungei Be- 
lungei, navigabile per qualche ora con i sampan, e Sungei Skambal, 
piccolo ruscello dove si entra solo ad alta marea. A buio raggiun- 
gemmo la foce del Lundù, dove ci preparammo a pernottare. 

10 mi addormentai come al solito nella barca, che era ancorata 
da principio in acqua molto bassa, ma che presto rimase a secco 
col calare della marea. Nel colmo della notte, nel più bello del 
sonno, venni svegliato di soprassalto dalle grida dei miei Malesi 
che, all' incerto chiarore delle stelle, vidi fuggire nella direzione 
della foresta con i parang in mano e brandendo le loro lancie. Io 
non potevo da principio rendermi conto di quest'allarme, ma non 
indugiai a conoscerne la causa, quando schiamazzando e ridendo 
gli uomini ritornarono a raccontarmi l'accaduto, che si riduceva 
alla caccia infruttuosa di un cinghiale, il quale nell'oscurità della 
notte era venuto a fiutare proprio sino nella nostra barca, attratto 
a quanto pare dall' odore delle provviste. 

Fra gli uomini di cui si componeva il mio equipaggio vi era an- 
che un Cinese, il quale avendo trovato dei nibong, frequenti nella 
foresta che qui si spinge sin quasi al mare, ne aveva bollito per 
cena l' umbut in una marmitta d' ottone non stagnata, come del 
resto sono sempre quelle nelle quali qui si cuoce il riso. Ma i suc- 
chi acidi ed astringenti dell' umbut, a contatto del rame, devono 
aver dato origine ad un composto velenoso. Il fatto sta che il mio 
Cinese nella notte fu colto da violento vomito e da diarrea, accom- 
pagnata da atroci dolori di ventre. Io riuscii a calmare i dolori ed 
il vomito con una buona dose di clorodina, ed avendo potuto poi 
procurarmi delle uova, completai la cura facendogli trangugiare 
delle chiare, ciò che bastò a far cessare i disturbi. 

22 giugno. — Ho risalito oggi il Lundù che io conoscevo di già; 
ma desideravo fare ima visita al mio amico Nelson, che era qui in 
qualità di Eesidente da poco tempo. Sono capitato precisamente 
quando i Daiacchi venivano a portare al governo il tributo an- 
nuo, consistente in due dollari per ogni maschio adulto. 

A Lundù vi sono alcune grandissime case, di citi ognuna si può 
dire che rappresenta un villaggio, essendo abitata da parecchie fa- 
miglie. In una di quelle che vidi lì sul fiume, vivevano in quel mo- 
mento 150 maschi, e non so quante donne. Di simili case ve ne 
erano non poche anche dentro terra. A Lundù vi è pure una chiesa, 
in legno s' intende, ed una buona casa per la missione. 

11 fiume di Lundù nasce dietro il monte Mattang e si può rimon- 
tare al di là del villaggio ancora per tre o quattro giorni in piccole 



CAPITOLO XVI 319 

barche. Presso le sue sorgenti i Cinesi vi hanno trovato dell'oro, 
in terreni analoghi a quelli di Busso e di Bao, e adesso chiedono 
dei soccorsi al C4overno per cominciare i lavori. 

I Cinesi posseggono a Lundù qualche orto molto ben tenuto, dove 
fra le altre piante domestiche, anche il gelso cresce assai bene, ciò 
che interessa particolarmente il Tnan-muda, il quale si è proposto 
di tentare in Borneo l'allevamento dei bachi da seta. 

I Daiacchi coltivano il riso quasi sempre all'asciutto sulle col- 
line; ma nei piani di Lundù praticano anche la coltivazione usuale 
nell'acqua. Quivi nelle risaie abbandonate e di già invase da alte 
erbe, trovai che vi crescevano anche delle piante di un riso selva- 
tico, chiamato dai malesi « paddi pipìt » ossia « riso da passerotti » 
perchè producente un chicco molto più piccolo di quello usuale. Io 
suppongo che tali piante debbano essere nate da semi del riso do- 
mestico caduti durante la raccolta, i quali mancando di coltura sono 
stati costretti a subire la concorrenza delle altre erbe ed hanno pro- 
dotto individui con granella più esigue, ritornando la pianta ad 
assumere la forma primitiva selvatica 1 ); del rimanente non si riesce 
a trovare nel paddi pipìt alcuu carattere per il quale si possa spe- 
cificamente distinguere dal riso coltivato. 

Ritornati al mare si costeggia colla prua volta verso il Sarawak, 
pernottando poi a Suinpà, piccolo villaggio di sette o otto case di 
pescatori. Il giorno seguente (24 giugno) continuiamo a vogare verso 
Santubong; ma dopo due anni di vita nomade nelle foreste di Bor- 
neo, sono sorpreso dal primo attacco di febbre malarica. Non vo- 
levo da principio persuadermi che il mio malessere ed i brividi che 
mi sentivo correre per la persona, dovessero essere l'effetto della 
telline, essendo questa per me una sensazione nuova e che speri- 
mentavo adesso per la prima volta, ma con la quale in seguito ho 
dovuto prender molta confidenza. Giungiamo la sera a Santubong. 

Fra il riunii^ di Lundù ed il Sarawak si trovano varj corsi di 
acqua, di cui andando per online da ponente verso levante, ecco i 
nomi: Sui igei Sampadi, Sungei Pangeran, Sungei Suinpà, Suugei 
Si-nò. Sungei Burungbungan, Sungei Sibù, Sungei Mersan, Sungei 
Salak; in quest'ultimo e nel Sungei Sii in si può entrare anche con 
a—ai grossi prahu; nel Burungbungan solo con barche di poca pe- 
scagione; gli alni sono insignificanti. 



ma forma ili riso 6 stata raccolta in Giava da Zollingei e distribuita 
col ii.'' 1370 -'ino il Dome ili Ori/za nativa, I.. spontanea. 



Capitolo XVII 



Alla ricerca del rotang che produce il « sangue di drago » - La collina di Siughi - Palme 
notevoli e loro usi - Attraverso la foresta - Il « rotang dgiernang » -Maniera d' estrarre 
il sangue di drago - Il « liràn » - Funghi straordinarj - Si bivacca per passare la notte 
- Grandi foglie di palme - Abilità dei Daiacchi per accendere il fuoco - Pesca nei ru- 
scelli della foresta - Proprietà svariate di alcuni bambù - Come i Daiacchi si tingono 
i denti in nero - Altre abitudini dei Daiacchi di terra - Mobilità nelle dita dei piedi 
dei Malesi e dei Daiacchi - Notizie sui pesci del Saravrak - Pesci velenosi e che can- 
tano - Un pesce che scuopre i ladri - Pesca con la « tuba ». 



Di solito, ueir intraprendere una escursione, io ero mosso dal de- 
siderio di procurarmi o un animale o una pianta o mi prodotto di 
speciale interesse, che mi rimaneva tutt'ora a conoscere. 

Di questo numero era il rotang che somministra il « dgiernang » 
o « sangue di drago », specie di resina di un color rosso vivissimo. 
Avendo sentito dire che la pianta da cui si estrae la preziosa (boga 
era frequente nelle folte e primitive boscaglie che si estendono al 
•li là di .Marrani;, dal lato di X. O., ai primi di luglio mi mossi alla 
sua ricerca, accompagnato da alcuni Daiacchi di Siughi praticissimi 
de] posto. 

Mentre io mi trovavo a Mattang, avevo di già visitato Singhi 
più di una volta, attraversando la grande foresta. Da Kutcing si 
raggiunge però il villaggio, molto più comodamente, rimontando il 
Saxawak sino ad un ccito |iiinto oltre Bellichi, dove fa capo un 
sentiero passabile, che in un'ora circa di cammino conduce ai piedi 
della collina sulla quale sorgono le abitazioni. 

I Daiacchi «li Singhi ossene] ìei buoni amici e urie vecchie 

conoscenze, non durai fatica a trovare gli uomini che mi occorre- 
vano per l' escursione. Le ca.-e loro erano sparse in varj punti della 

21 — BxcCABt, ffeUe/oretU di Borrito. 



322 NELLE FOEESTE DI BOBNEO 

collina, tutte in situazioni estremamente romantiche e sempre om- 
breggiate da una vegetazione quanto mai ricca e pomposa, quasi 
esclusivamente composta di piante domestiche, quali durio, cocco, 
sagù, pinang, arenga, lansat, rambutan, e soprattutto bambù, che 
acquistavano ivi dimensioni colossali e formavano macchie frondose 
verdeggianti di un effetto sorprendente. 

Sulla collina di Singhi ho incontrato per di j)iù una splendida 
palma, di non grande utilità, ma che pure viene lasciata crescere 
volentieri presso l'abitato, e che si direbbe domestica, quantunque 
si riproduca per semi naturalmente da sé. Intendo alludere ad una 
bellissima Caryota, che i Daiacchi di Singhi chiamano « kayù nò » 
ed i Malesi « baroch » '). Sul terreno pingue, intorno alle case, questa 
palma cresceva con portentoso rigoglio e produceva uno stipite alto 
sino 13-14 metri, assai più grosso di quello di un cocco, drittissimo, 
liscio, segnato in giro dalle cicatrici annulari delle fronde cadute. 
Tali fronde o foglie sono immense, lunghe sino otto metri e non 
del tipo comune alla maggioranza delle palme, ma molte volte fra- 
stagliate, con le ultime divisioni in forma di mezza losanga od a 
coda di rondine. Sopra enormi grappoli, pendenti dal tronco nella 
sua parte più alta, stanno attaccati in numero stragrande i frutti 
rossi, grossi come belle ciliegie, ma di nessun conto, anzi quasi 
nocivi, perchè quando sono maturi contengono un succo acre, che 
è cagione di forte prurito se viene in contatto con qualche parte 
del nostro corpo, dove la pelle sia delicata. 

La particolarità principale di questa Caryota si riscontra nel suo 
tronco rigonfio verso la metà e sensibilmente della forma di un fuso, 
da rammentare quello della Oreodoxa regia. La causa di questo ispes- 
simento deve forse cercarsi nell'attività vegetativa maggiore durante 
il periodo intermedio della vita della pianta. Nonostante l'accennato 
carattere, io, che da prima avevo considerato questa palma come una 
forma distinta e speciale a Borneo e le avevo assegnato il nome di 
Caryota Nò, ho creduto in seguito di doverla considerare come una 
varietà o razza locale della C. Eìtntpltiana, specie molto diffusa nella 
parte orientale dell'Arcipelago malese. 

Il kayù nò è utilizzato solo per certe lunghe fibre nere chiamate 
« tali onus » che si estraggono per mezzo della macerazione dai 
grossi stocchi (rachidi) delle foglie e che servono a formare il filo 
delle lenze da pescare. Le medesime fibre intrecciate con strisce 
tolte dalle radici aeree di Eugeissonia sono adoprate, insieme a quelle 



') Brccaiìi, Nuovo Giornale botanico italiano, voi. Ili, pag. 12, 



CAPITOLO XVII 323 

di rotang, per confezionare certi recipienti o gerle in forma di sac- 
chi, chiamati «tanibuk», ed altri lavori analoghi. 

Ho rammentato VArenga (A. saccharifera), altra gran palma che 
vegeta molto rigogliosa a Singhi (dove è chiamata « idgiok » ) e che 
produce fronde lunghe sino 10 metri. In Sarawak questa palma notis- 
sima è apprezzata non tanto per il liquore fermentabile e lo zucchero 
che da essa si può estrarre, quanto per le fibre nere, rassomiglianti a 
criue di cavallo, che si trovano in abbondanza alla base delle fronde e 
rivestono, quale rozzo indumento, l'intiero tronco. Con queste fibre 
si fanno corde di ogni dimensione, quasi incorruttibili, molto adope- 
rate dai Daiacchi per legare e dai Malesi per i loro prahu, special- 
mente per assicurare le àncore. Le cordicelle di arenga vengono in 
tutto Sarawak preferite anche ai rotang per tenere insieme i diversi 
pezzi di legname, di erri si compone l'armatura delle case indigene. 

5 luglio. — Ho passato la notte nelle case dei Daiacchi di Singhij 
e la mattina verso le otto con alcuni di loro per guide e due dei miei 
Malesi, mi sono incamminato verso il luogo dove cresce il rotang 
dgiernang. Portavo meco il necessario per passare alcuni giorni 
nella foresta, ed una buona provvista di carta per le piante che avrei 
raccolto. La strada sale da primo sul monte di Singhi, dove sempre 
s' incontrano di tanto in tanto case di Daiacchi, situate nel mezzo 
a veri boschi di alberi fruttiferi (più che altro di durio) ed a grandi 
macchioni di bambù. Si scende poi dal lato opposto per un sentiero 
rìpido e sdrucciolevole. Giunti al piano, la strada diventa anche peg- 
giore attraversando terreni palustri, nei quali si affonda sino al gi- 
nocchio. Quivi cresce molto sagù e baroch, questo disseminato na- 
turalmente dagli animali, il primo in origine piantato. Quando un 
tronco di sago è abbattuto, intorno alla sua ceppaia nascono nuovi 
germogli, che da primo strisciano sul suolo e poi si sollevano dritti, 
producendo senza alcuna cultura un nuovo tronco. 

Lanciali i luoghi paludosi si attraversano terreni ondulati, dei 
quali lia preso possesso la vegetazione della foresta secondaria, che 
cede poi il posto a quella primitiva, tanto più comoda dell'altra a 
percorrersi. Si sale quindi uno sprone di G-unong Mattang di forse 

300 metri di altezza, sul (piale si continua a e: inare (piasi in 

pinno per lungo tempo. E un Luogo «love abbondano liran 1 ), kedgiat- 
tào ), aisang ; ed altre palme minori, insieme ad una grande varietà 



Pholidocarpiu ìlajadum, Bccc. 
Bugeltsonia insignii, Bccc. 
Dine generico per le diverse specie ili Licitala. 



324 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

di rotang. Si salgono poi ancora varie colline e si attraversano pic- 
cole valli, dove la vegetazione ha un carattere molto primitivo e 
selvaggio. Fra le piante più importanti che mi capitano in questi 
siti trovo una bellissima anonacea (Goniothalamus lateritius, sp. n. — 
P. B. n.° 3610), piccolo albero che si fa rimarcare anche a distanza 
per i suoi grandi fiori rosso mattone, i quali in numero grandissimo 
nascono soltanto in basso, presso terra, tutto in giro al tronco ber- 
noccoluto '). Trovo anche una piccola, ma graziosissinia specie di 
Phaloenopsis con i pezzi del flore giallo verdicci, macchiati di san- 
guigno, e con il labello rossastro. 

Dopo sette ore di non interrotta e spedita marcia si arriva sulle 
sponde del torrente Bayù, il ramo principale del Burumbungan, il 
piccolo corso d'acqua che sbocca in mare di faccia a Pulò Satang 
e del quale avevo riconosciuto la foce durante la gita a Taudgiong 
Datù. Abbiamo ivi trovato un lankò ancora in buono stato, che ci 
ha risparmiata la fatica ed il tempo di costruirne uno nuovo. 

La mattina del 6 si risale prima un torrentello, lo Skadgian, che 
scende da una collina di questo nome, sulla quale, dopo circa un'ora 
di cammino, incontriamo numerosi individui del ricercato rotang 
dgiernang. Questa palma è un Daemonorops non ancora descritto, al 
quale nel mio erbario (P. B. n.° 3644) ho assegnato il nome di 
D. Draconcellus, avendolo riscontrato alquanto differente sia dal 
D. Dram (che produce il sangue di drago in Sumatra) sia da altre 
specie affini (D. micracantlius, Griff. -e D. propinquus, Becc.) dai quali 
si estrae parimente la rammentata droga nella Penisola malese. Il 
sangue di drago non è altro che una specie di vernice o resina, del 
caratteristico color rosso, che ricuopre le squame dei frutti del rotang, 
specialmente allo stato giovanile, iuquantochè sui frutti molto maturi 
l'exudato resinoso si stacca facilmente, essendo assai friabile. La droga 
è prodotta solo dai frutti, e non si ottiene col mezzo d'incisioni pra- 
ticate sul fusto, come qualche volta in passato è stato creduto. Il 
succo che stilla dai fusti tagliati è gommoso e bianco-lattiginoso. Le 
canne del rotang dgiernang sono della grossezza di un piccolo dito 
e sarebbero di buona qualità, anzi fra le migliori per gli usi ordinari 
ai quali si prestano gli altri Calamus; ma le piante di questa specie 



') Questo Goniothalamus sembra vicino al G. Mieàleyi, King, che pure ha dei grandi 
fiori aggruppati alia base del tronco, ma dal quale sembra differire per le foglie glabre, 
lunghe 25-30 centimetri e con numerosi nervi laterali. I fiori del G. lateritius sono lunghi 
sei o sette centimetri e. larghi cinque o sei, e sono portati da peduncoli almeno una volta 
e mezzo più lunghi di loro. ' 



CAPITOLO XVII 325 

veugono conservate per i loro frutti, essendo il sangue di drago un 
prodotto assai più ricercato e di molto maggior valóre delle canne. 
Soltanto le piante vecchie, e che hanno raggiunto la cima degli 
alberi, cominciano a fiorire. Una che ho misurato era lunga 30 inetri. 

Sulla collina eh Skadgian il rotang dgiernang era piuttosto ab- 
bondante, ma molto localizzato, non avendolo mai più incontrato 
in altri luoghi, nemmeno in questa medesima escursione. Di esso 
ho trovato una varietà a frutti quasi rotondi ed un'altra a frutti 
più allungati. 

Sulla collina rammentata crescevano anche alcuni altissimi liran. 
Uno ho valutato che non potesse avere meno di 40 metri (131 piedi) 
di altezza. Questa palma, dell'aspetto di una Livistona, ha il tronco 
come un cocco, ma più sottile e con legname molto più duro di 
questo. Le lacinie delle sue fronde a ventaglio vengono adoprate 
per farne atap, che si dice resistano all'intemperie più lungamente 
di quelli di nipa o di sagù. 

Xelle piccole gole, lungo i ruscelli, dove si trovava un terriccio se- 
colare eia vegetazione era folta, l'umidità grande e l'ombra densis- 
sima, ho incontrato alcune spettacolose specie di funghi, che disgra- 
ziatamente non ho potuto conservare. Fra gli altri presi nota di 
un Poliporus carnoso, a stipite centrale gradatamente dilatantesi in 
un cappello di circa due palmi di diametro, appena convesso di 
sopra e quivi di un color giallo-ruggine, con la parte inferiore (hne- 
nio) a tubi brevissimi bianchi. Trovai anche un Cordyceps, specie di 
fango alto circa 20 centimetri, ramoso come le corna di un cervo e 
flit- spuntava dal corpo mummificato di una grossa larva d'insetto. 
Due produzioni vegetali, che bisogna essere micologi per apprezzarne 
l'interesse. 

7 luglio. — Avendo raggiunto il mio scopo, ho dovuto pensare a 
ritornare versò Singhi, sebbene il posto fosse così interessante e così 
cicco ili piante, che un più lungo soggiorno son certo sarebbe riu- 
scito fruttuosissimo pei- le mie collezioni. 

Raggiunto verso scia lo sprone che si stacca da Mattang, abbiamo 
l'aito il rifugio per accampare la notte sul crinale della collina, 
-oik. una pioggia battente. In pochi minuti i Daiacchi hanno inesso 
insieme il legname necessario, i rotang per legare, e le foglie per 
il tetto. Giammai non ini è accaduto come in questa occasione <li 
trovare un materiale per coprire il lankò così alla mano e nello 
stesso tempo tanto efficace ed offerto da una pianta più bella e più 
rara. Era questa la Teysmemnia altAfrom, palma- la, «piale olire clic 
in Bollico si irosa anche in Sumatra e nella Penisola malese e. 



326 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

che produce foglie con lamina in l'orma di losanga allungata tutta 
di un sol pezzo, di sino tre metri di lunghezza (senza tener conto 
del gambo) e di un metro di larghezza. Se si eccettuano i banani, 
la Bavenala Madagascariensis e forse qualche Helivonia, è questa la 
pianta che produce le foglie indivise più grandi di tutto il vecchio 
mondo. Nel nuovo vi sono le Manicarla, altre palme molto simili 
alla Teysmannia e con foglie intere pure grandissime, anzi il dop- 
ino di quelle che questa produce. A Singhi la Teysmannia è chiamata 
« sumuruch », ed i Malesi di Sarawak danno alle sue fronde il nome 
di « daon ikor boayà » (foglia a coda di coccodrillo). 

I Daiacchi della mia scorta erano attivissimi e perfettamente a casa 
loro nella foresta (fig. 56). Dopo aver fatto il lankò, hanno acceso 
il fuoco nonostante la pioggia insistente. Essi non si sgomentano 
a trovar materiale da ardere anche quando piove ed ogni tronco è 
bagnato, conoscendo certe piante, credo delle Amyridaceae, di ciii il 
legname brucia ancorché in piena vegetazione, e cercando il legno 
secco ed asciutto nell' interno dei tronchi morti, che mai mancano 
nella vecchia foresta.- Il fuoco l'accendono all'occorrenza per mezzo 
della confricazione di due pezzi di legno. Per tale oggetto si richiede 
una bacchettina cilindrica di leguo molto duro', ed un piccolo regolo 
di legno dolce ben secco, sul margine del quale si fa una intacca- 
tura lateralmente ; tenendo poi la bacchettina. verticalmente fra le 
due mani, si gira questa con rapidità come si farebbe di un frullino 
per sbatter l' uova, nel mentre che la sua punta inferiore, un poco 
tondeggiante, poggia sul regolo nel punto corrispondente alla sca- 
nalatura (fig. 57). Col movimento rapido di va e vieni della bacchet- 
tina di legno duro, si staccano dal legno dolce delle particelle le- 
gnose, sotto forma di finissima polvere, la quale scende giù lungo 
la scanalatura e va a raccogliersi in basso, dove prima comincia a 
cambiar colore, carbonizzandosi, e poi si accende. Di solito si facilita 
l' accensione, accostando alla polvere in via di ignescenza un poco 
di « lulnp » o di esca. 

I Daiacchi di Singhi sanno anche trarre la scintilla da una sorta 
di bambù detto « bulù tannali », battendo questo con un frammento 
di pietra silicea o con un pezzetto di porcellana della Cina. Nem- 
meno è ignota ad essi la maniera di accendere il fuoco colla pres- 
sione pneumatica, servendosi di un pezzetto d'esca collocata nel 
fondo chiuso di un tubo di ferro, nel quale scorre uno stantuffo, 
come nel corpo di ima piccola pompa. La compressione dell'aria, 
che si ottiene spingendo con un colpo secco lo stantuffo verso il 
fondo del tubo, è sufficiente ad incendiare l'esca che ivi è stata 




Fig. "ili - l'u Daiacco ili terra 



CAPITOLO XVII 329 

posta 1 ). Adesso però i DaiaccM a tutti questi sistemi preferiscono 
l' acciarino e la pietra focaia, servendosi per esca del lulup ora ram- 
mentato, che così viene chiamata una forfora cotonosa, la quale si 



Pig, 57 - Malese, clic; unisti:! rome si accendi; il fuoco alla 

maniera dei Daiacchi, con la confricazione di «lue pezzi 
«li Legno. 

trova rivestire la base dilatata delle giovani fronde di alcune palme, 
nella parte più nascosta, verso il centro de) germoglio. La migliore 
qualità ili Lulup è prodotta dall'» appio », una specie di Armga sel- 



olla Birmania, i Katcin, accendono il fuoco con questo sistema, servendosi «li uno 
strumento speciale analogo a quello dei Daiacchi e descritto dal signor Feanel suo ec- 
cellente libro: Quattro anni fra I Birmani, 1896, pag. 316, (ir;. 108. 



330 NELLE FOKESTE DI BOKNEO 

vatica (A. uiidulatifoMa, Becc), ma anche la comune Arengo,, il cocco 
ed altre palme la somministrano. 

Compiuto il lankò ed acceso il fuoco, i Daiacchi sono andati in 
cerca del companatico al loro riso. Dopo poco infatti li ho visti ri- 
tornare con varj pesci, presi nei rigagnoli della foresta e che senza 
indugio vengono cotti sui carboni, dopo averli avvolti e legati stret- 
tamente dentro a foglie di nisaug {Licitala). 

I pesci menzionati appartenevano a sei specie, delle quali qui 
appresso riporto i nomi. 

In daiacco In malese 

Ikan pappali Ikan blaò 
» bokkù » kli 

» tekkìd » tankit 

» sihiaii » siluan 

» pennoghù » ? 

» sirmain » ? 



Passammo la notte assai bene nel lankò, ed io dormii meglio del 
solito, avendo avuto l'avvertenza di stendere sui grossi bastoni del- 
l' impiantito qualche frasca e molte foglie, e per giunta, sopra queste, 
una piccola stoia di pandano, che sempre portavo meco per tale 
oggetto; ma i Daiacchi non ebbero bisogno di tanti comodi, e fe- 
cero tutto un sonno su quei duri bastoni, senz'altro vestito che il 
solo tciawat. Hanno però tenuto il fuoco sempre acceso, perchè se 
non importa loro che il letto sia soffice, sono assai sensibili anche 
ad un piccolo abbassamento di temperatura. 

8 luglio. — La mattinata era piovosa, ciò che non mi ha impedito 
di andare in giro in cerca di piante. Molti erano gli alberi in fiore, 
di specie variate e che io non conoscevo, ma impossibile in quel 
momento di raccoglierne saggi, sia salendovi sopra, sia facendoli 
abbattere. Verso le 10 antimeridiane ci muovemmo alla volta di 
Singhi, e rifacendo l'orribile strada dei giorni scorsi attraverso i 
pantani, arrivammo al villaggio verso le quattro. 

Bitornando a Kutcing il giorno veniente (9) mi sono trattenuto 
qualche ora a Bellida per fare provvista di una certa qualità di 
bambù detta « bulu pretcià», col quale mi proponevo di confezio- 
nare dei cannicci per l'allevamento dei bachi da seta, di cui allora, 
il Tuau-muda era dietro a tentare uno esperimento. Ho trovato 
però, in seguito, che per tale scopo è preferibile il « bulù krassà », 
perchè più sottile, non molto spesso, e corrispondente perfettamente 



CAPITOLO XVII 331 

alle nostre canne. Tutti i bambù in Borneo nel .disseccare sono sog- 
getti ad essere bucherellati dai tarli o « bubòk » ad eccezione del 
bnlii taniiàn, il quale è così impregnato di silice nei suoi tessuti, che 
non permette di essere intaccato dalle mandibole di quelli insetti. 
È per questa stessa proprietà, che, come mi è occorso di accennare 
poco fa, è adoprato all' occorrenza per far levare la scintilla ed ac- 
cendere il fuoco. Per impedire ai bambù d'intarlare si usa di tenerli 
a purgare per qualche tempo nell'acqua o di sotterrarli nella mota. 

Facendo la vita dei Daiacchi nella foresta mi accadeva sempre 
di imparare qualche cosa di nuovo intorno ai loro costumi. Così in 
quest' occasione ho potuto conoscere il sistema che essi adoprano per 
tingere in nero i loro denti. A tale scopo serve un arbusto, una eufor- 
biaeea '), che i Daiacchi di Singhi chiamano « badgioo » e che pro- 
duce un fusto grosso al più quanto il dito mignolo ed è alto uno o 
due metri, senza nemmeno un ramo, dritto, e terminato da un pic- 
colo numero di assai grandi foglie coriacee. Fatti ben seccare i fusti 
di questa pianta e ripuliti dalla scorza, quando devono servire ven- 
gono accesi ad una estremità, e mentre questa brucia le si avvicina 
la lama di un coltello, di un parang 6 di altro arnese di ferro ben 
levigato ; in tal guisa l'olio o resina che si volatilizza dalla parte ac- 
cesa si condensa sulla lama. A questo prodotto della combustione 
si mescola un poco di nero fumo (credo ottenuto abbruciando della 
dammara) formando una pasta nerissima che aderisce fortemente ai 
denti. Però, perchè questi rimangano neri, bisogna che l'operazione 
venga spesso rinnovata. 

I Daiacchi di Singhi, come molte altre popolazioni primitive, con- 
tano sulle dita delle inani e seguitano poi sopra quelle dei piedi. 
Ina delle posizioni più comuni di riposo per essi, anzi per la ge- 
neralità dei Daiacchi, è quella di rimanere accoccolati appoggiando 
solo la pianta dei piedi, senza che la parte posteriore del corpo 
tocchi terra. ( Daiacchi hanno la pianta dei piedi piatta. Anche 
quando stanno ferini o drilli spesso tengono i piedi rivolti in dentro 
ed un poco rialzati dal lato interno, come se il tenere la pianta del 
piede dislesa sul terreno non l'osse la loro posizione abituale. Questa 



I. questa nna nuova specie de) genere Agroslislachys, che io distinguo cui nome 

<li A. Borneensis tv. lì. n." 1381 e 3117), molto affine all' A. longifolia, Benth. da me 

pure trovata a Dgiohore nella Penisola malese, dove ho visto ohe li- sur foglie larghe 

acee venivano adoprat* per coprire capanne nella foresta. VA. Borneensis ha 

o k 'I i sepali ciliati ; mentre VA. longifolia ha l'ovario glabro ed i sepali 

ii di alcune grosse glandole ai margini; anche Mille foglie nì riscontra qualche 
differenza fra le 'ine specie. 



332 NELLE EORESTE DI BOENEO 

peculiarità, che accennerebbe ad un carattere pitecoide, si osserva 
specialmente nei ragazzi, ma più che altro nelle donne, e si ritiene 
cagionata dall'abitudine di salire sugli alberi e dal continuo cam- 
minare sopra i piccoli tronchi che ai Daiacchi tengon luogo di strade. 

Vi sono dei Daiacchi, come pure dei Malesi, i quali possono in varie 
occasioni servirsi dei piedi quasi come mani supplementarie. Ho visto 
dei Giavanesi, occupati in lavori agricoli, conficcare un palo in terra 
prendendolo fra il dito grosso ed il seguente. JSTel medesimo modo 
viene utilizzato il dito grosso per salire sopra una corda o sopra una 
liana, e così arrampicarsi sugli alberi più alti. Anche per torcere 
una funicella, per fendere o ripulire un rotang, è il dito grosso cbe 
ritiene una delle estremità dell'oggetto, come afferra un ramo od 
un frutto discosto e fuori della portata della mano, o raccatta un 
oggetto sul terreno senza che la persona debba chinarsi. 

Un Malese al mio servizio poteva coi diti grossi dei piedi strac- 
ciare un foglio di carta, prendendolo per i lati opposti. Il medesimo 
individuo riusciva a discostare il dito grosso del piede destro di cin- 
que centimetri e mezzo, ed il sinistro di cinque centimetri. Poteva 
nello stesso tempo distendere a ventaglio tutte le altre dita, allon- 
tanando un dito dall'altro di 10 o 12 millimetri ed il dito piccolo 
dal suo vicino di due centimetri. Nei Malesi il secondo dito è spesso 
assai più lungo del dito grosso; del resto i loro piedi sono in ge- 
nerale ben conformati e molto piccoli ; spesso anzi le donne li hanno 
così graziosi da rivaleggiare con le mani. 

Una buona parte del mese di luglio venne da me destinata a rac- 
cogliere i pesci del Sarawak. Delle numerose specie che s'incon- 
trano in questo fiume, non poche vivono indifferentemente tanto 
nell'acqua dolce quanto in quella salmastra, ma molti dei pesci da 
me avuti a Kutcing provenivano da Santubong, dove l'acqua è 
sempre più salata che dolce. 

I Malesi conoscono benissimo i pesci, che costituiscono il princi- 
palissimo companatico al riso, il quale, come è noto, forma la base 
del loro vitto giornaliero. Né ciò può arrecar meraviglia, se solo si 
considera che quel popolo abita sempre vicino al mare, o lungo le 
sponde dei fiumi, e se si pon mente che i bambini malesi, fin dal 
momento che cominciano a reggersi in piedi, vivono più nell'acqua 
che sulla terra, e passano le giornate intiere in piccole barche con 
l' amo in mano, od in altro modo trastullandosi con ordigni da pesca. 
Per questi motivi i Malesi hanno una cognizione perfetta dei co- 
stumi dei pesci, di cui distinguono le varie specie, anche se affini fra 
di loro, in modo da sorprendere perfino i naturalisti. Come questi, 



CAPITOLO XVII 333 

i 3Ialesi assegnano alle specie che si rassomigliano mi nome gene- 
rico (il quale spesso corrisponde esattamente a quello scientifico) e 
distinguono la specie con un secondo nome (per lo più nn aggettivo) 
come nel sistema binominale stabilito da Linneo. Così « bokkut » è 
nn nome generico, e bokkut itam (nero), bokkut pasier (dell' arena), 
bokkut butta (cieco, per gli occhi piccolissimi), bokkut bodò (stu- 
pido), sono quattro differenti specie di un medesimo genere, distinte 
per qualcuna delle loro proprietà più caratteristiche, esattamente 
come consigliano le buone regole della nomenclatura scientifica. 

In Kutcing, nei tempi ordinarj, essendo l'acqua salmastra anche 
a bassa marea, mancano realmente pesci d'acqua dolce; ma durante 
le grandi piene vi scendono alcuni di quelli dell' alto Sarawak, che 
vivono solo in acque dove non esiste traccia di sale. Per veri pesci 
d'acqua dolce si devono intendere solo quelli che si trovano nei ru- 
scelli della foresta, o nell'acqua dei fiumi al di là dell'influenza della 
marea. Vi sono delle località che sono alternativamente abitate da 
pesci d'acqua dolce e d'acqua salata, secondo che la marea scende 
o monta. Ho potuto fare io stesso questa esperienza nel fiume di 
Mattang. 

Secondo i nativi vi sono in Sarawak diversi pesci velenosi. Fra 
questi i più malefici sarebbero i seguenti : ikan gurùt ; ikan som- 
bilan ; ikan pare; ikan tukkà-tukkà ; ikan leppù appi; ikan leppù 
bennar. L'ikan sombilan è il più velenoso di tutti. In minor grado 
sarebbero pure velenosi i seguenti: ikan lundù ; ikan uttit; ikan 
dgia-han ; ikan n'kalan; ikan gagòg; ikan bahon; questo ultimo abi- 
terebbe nelle acque limpide nella parte alta dei fiumi e dei torrenti, 
lo suppongo clic i rammentati pesci siano ritenuti velenosi per le 
> 1 > i 1 1 o di cui sono provvisti, come di certo è il caso per l'ikan pare. 

Di pesci veramente velenosi per cibo, non ho sentito rammentato 
clic 1" «ikan limita] pisang» (Tet/rodonspA), pesce notevole anche per- 
di/- produce un singolare rumore coi suoi così detti denti. Dell' ikan 
lumini soltanto le nova sarebbero nocive; rimosse queste, sono stato 
assicurato die | a carne si può mangiare impunemente. 

A parte il caso dell'ikan limitai, il veleno dei pesci, secondo i 
Malesi, sarebbe Localizzato alla muccosità di cui son coperti, la quale 
penetrando nella ferita prodotta dalle spine, cagionerebbe i belinoti 
fenomeni irritanti, alle volte eccessivamente dolorosi, sebbene senza 
conseguenze. Farebbero però eccezione alcune specie d'ikan pare 
(razze), le quau coi pungiglione caudale di cui sono armate, pos- 
sono produrle ferite molto pericolose. Sono slato infatti assicuralo 

che alle volte il pungiglione essendo molto fragile e provvisto lungo 



33-1 NELLE FORESTE DI BORXEO 

i lati di minute spine a ritroso, si rompe e non è più possibile di 
estrarlo, contini! andò per del tempo a camminare nel corpo della 
persona offesa, fino a che alla lunga può esser cagione della sua 
morte. 

Vi sono varj pesci nel Sarawak clie producono piccoli rumori, o 
secondo la maniera d'esprimersi degli indigeni, che parlano. A me 
sono stati indicati i seguenti come provvisti di questa particolarità: 
ikan bengot; ikan gurùt; ikan lundù; ikan uttit; ikan bilokan; ikan 
dgia-hau ; ikan n'kalang ; ikan gaggok ; ikan biantò, detto anche 
bettot o pupput 1 ). 

Vi è un pesce detto « ikan s'iuan » che vien adoprato a scuoprire 
i ladri. Uno che venga accusato di furto, se accieca quando è toc- 
cato negli occhi con un tal pésce, è segno che è colpevole. Un in- 
nocente non deve risertirne alcun male. Probabilmente il pesce è 
sotto ogni aspetto innocuo, e l' effetto che esso può produrre, si deve 
solo all'arte od alla malizia dello sperimentatore; tanto più che po- 
chissimi sono ritenuti abili in questa specie di giudizio. I pesci poi 
che devono servire per lo sperimento, sono esposti per qualche tempo 
al pubblico e vengono assoggettati a numerose cerimonie. 

Per accrescere la mia collezione di pesci, nella fine di luglio (27-29) 
mi recai a Santubong e con la « tuba » avvelenai il piccolo ruscello 
che scorre a lato del villaggio. Il pesce che presi non fu moltissimo, 
ma varie furono le specie che in tal modo potei procurarmi e di cui 
potei così arricchire la mia collezione. 

I Malesi danno il nome di tuba a varie sostanze vegetali, frutti, 
radici o scorze, che servono per stupidire i pesci nel medesimo modo 
che si adoprano anche da noi i malli delle noci, alcune euforbie 
ed altre piante ancora. A Kutcing d'ordinario si fa uso per tale og- 
getto dei lunghi steli radiciformi di una liana (la Derris uliginosa 
od altra specie affine), la quale è molto frequente nelle boscaglie 
inondate in vicinanza delle rive del fiume; ma anche i frutti del 
Sapium indicum e del Croton Tigliwm vengono talvolta impiegati. 

Negli ultimi giorni di luglio il tempo è stato straordinariamente 
piovoso, cosa assai anormale in questa stagione. Presso a poco in 
quest'epoca ho cominciato a soffrire, oltre che di frequenti attacchi 



') I pesci da me raccolti nel Sarawak sono stati per la massima parte studiati dal 
mio egregio amico e dotto ittiologo il dott. Vinciguerra. Tutti portavano una etichetta 
di pergamena, sulla quale era scritto il nome indigeno, ma disgraziatamente questo per 
il lungo soggiorno nello spirito si è reso illeggibile, ciò che mi pone adesso nell' impos- 
sibilita di apporre il corrispondente nome scientifico. 



CAPITOLO XVII 335 

eli febbre, anche di un incomodo speciale al paese chiamato « nntùt », 
che si presenta con una enfiagione edematosa delle estremità e si 
considera come il principio della elefantiasi. A me. era gonfiata la 
gamba destra, specialmente presso il collo del piede. 

Terminato l'imballaggio di tutte le collezioni riunite sino a qui, 
e depositate nel magazzino di Borneo Company per essere spedite 
in Europa col primo postale, mi si è presentata finalmente la fa- 
vorevole occasione (che io aspettavo da qualche tempo) di visitare 
la costa di Borneo sino a Bruni, e fare in seguito una escursione 
nel paese dei Kayan. 



Capitolo XVIII 



I miei servi malesi - Labuan 
Il signor H. Low - Cenni sulla vegetazione di Labuan - H PlUocercus Lowii - Kina- 
balu e le sue Nepenthes - Bruni - Ricevimento dal Sultano - Decadenza della città di 
Bruni - Incomodi parassiti nello ostriche - Sul nome di Borneo - Clima di Bruni e di 
Labuan . 



Approfittando di un gentile invito del Tuan-muda, la mattina del 
4 agosto m'imbarcai sull'« Heartsease », diretto per Labnau e Bruni. 
Il Tuau-inuda era pure a bordo, ma si faceva lasciare dopo poclie 
miglia al tvusan per Mattang, recandosi egli a visitare la sua pian- 
tagione di caffè sulla montagna. 

Scopo priiicipalissimo del viaggio della cannoniera era quello di 
portare a Bruni la somma di 0000 dollari, che il Bagià di Sarawak 
pagava annualmente al Sultano, per la cessione che questi gli aveva 
fatto ilei suoi diritti amministrativi e x>olitici sopra i distretti di Milka 
e di Bintùlu, essendoché il primitivo territorio di Sarawak, quello 
clic fu ceduto da Ragià Muda Ilassim a James Brooke, si esten- 
dila solo da Tandgiong Datù sino al fiume Samarahan, ossia in 
linea retta per circa 70 miglia di costa. 

lo mi ero approvvigionato per un viaggio di quattro o cinque mesi, 
eolendo al ritorno da Labuan farmi lasciare a Bintùlu, da dove in- 
tendevo penetrare nell'interno. Non avevo condotto meco che due 
uomini, confidando di poter trovare sul postogli altri di cui avrei 
avuto bisogno. Ino di essi, di nonio Saliat e clic "ià da vario tempo 
si trovava al mio servizio, essendo di Miri, villaggio situato presso 
la foce del l'.anam nel territorio di liruni, era pratico della, regione 
che mi proponevo di esplorare. Salini aveva qualche cosa di miste- 
rioso nella sua vita: era pirata ili cuore, se pure non era anche di 

22 — BgCCARl, WlUt fornir ,i, ;,., 



338 XELLE FORESTE 01 BORXEO 

origine, d' istinti crudeli, ma fidato e coraggioso, bravo rematore, 
abile nella più gran parte degli esercizi dei nativi, parlava un buon 
numero di dialetti, sapeva disimpegnare l' ufficio di cuoco ed all' oc- 
correnza quello di sarto e di parrucchiere. 

Bakar era l'altro mio servo, un Malese di Sarawak, che avrebbe 
potuto servir per tipo della sua schiatta. Giovane di 17 olS anni, 
di aspetto piacevole e di belle forme, di buonissima indole, serio 
e quasi melanconico era tutt' altro che stupido e nemmeno si poteva 
dire molto intelligente, parlava poco e solo nel dialetto della ca- 
pitale, era musulmano perchè circonciso e perchè non mangiava 
carne di porco, e non tanto per spirito religioso quanto perchè quel 
cibo gli ripugnava ; di pratiche religiose non ne aveva alcuna e non 
provava alcun interesse a rendersi ragione delle cose; del pas- 
sato per lui non valeva più la pena di curarsi, il futuro non credo 
gli fosse ancora mai balenato alla mente, prendeva il bene perchè 
era naturale che fosse bene, il male non lo aveva ancora provato, 
ma in ogni caso non lo attribuiva a spiriti maligni, che diceva di 
non aver mai visti. Era timido e coraggioso ad un tempo, e sen- 
tendosi forte, irriflessivo; ubbidiente in tutto eseguiva qualunque 
ordine, senza fare osservazioni, sino a che un ostacolo insormonta- 
bile non lo fermava. Aveva pochi bisogni e pochi desideri ; isolato 
in un bosco avrebbe da solo supplito ad ogni necessità della vita; 
era di una grande sobrietà e del riso cotto in acqua ed un poco 
di pesce lo rendevano contento. Pulitissimo nella persona, fra i suoi 
più gran piaceri non era l'ultimo quello di poter spesso indossare 
una bella giacchetta ed un paio di pantaloni nuovi. 

Il carattere di questo giovane malese si ritrova in molti dei suoi 
connazionali, specie in quelli dediti più alla agricoltura ed alla pe- 
sca, che al commercio. Bakar ai miei occhi era un perfetto filosofo, 
e l'uomo più felice che abbia conosciuto. Bimasto per due anni al 
mio servizio, è stato l'unico dei miei servi che mi abbia seguito 
in quasi tutti i viaggi in Borneo e che io abbia riconosciuto come 
veramente affezionato. 

Sahat riceveva otto dollari') al mese, e Bakar sei; per di più pas- 
savo ad essi il vitto. 

L'Heartsease, favorito dalla marea, scende rapidamente il Sara- 
wak. Sboccando al mare si trova il tempo bello. A T erso l'ora del 
tramonto giungiamo a Bedgiang, villaggio presso la foce del fiume 
omonimo, il quale poi non è altro che il ramo maggiore del delta 



') Il dollaro si ragguagliava allora a L. 5,80, adesso vale circa la metà. 



CAPITOLO XVIII 339 

del Balòi, il corso d'acqua più ragguardevole di tutta la parte set- 
tentrionale dell'isola. La foce di Eedgiaug ha certamente alcune 
miglia di larghezza con cinque braccia di fondo, e continua navi- 
gabile per 130 miglia nell'interno anche per assai grossi bastimenti. 
Il delta del Balòi, o se si vuole del Eedgiaug (comprendendosi spesso 
sotto questo nome l'iutiero corso del mime) è estesissimo ed in gran 
parte invaso dall'acqua e motoso, ma intieramente rivestito da una 
foltissima e grande foresta. Sin dove giunge l' occhio il paese è piano, 
coperto da nipa, nibong e mangrovi. 

A Eedgiaug prende imbarco sull'Heartsease il signor Oruikshauk 
che doveva rappresentare il Tuau-muda presso il Sultano. Egli era 
Eesidente, ossia Prefetto della provincia omonima ed aveva la sua 
sede abituale nel forte di Sibu, al punto dove i due rami principali 
del delta, il Eedgiaug propriamente detto e l' Igan, si riuniscono a 
formare il corso proprio del Balòi. 

Alle dieci pomeridiane dello stesso giorno salpiamo da Eedgiang, 
ed alle tre pomeridiane di quello veniente (5 agosto) gettiamo l'an- 
cora a circa due miglia di distanza dall'imboccatura del fiume di 
Muka. Coli' imbarcazione di bordo, spinti anche da una buona brezza, 
in poco tempo raggiungiarno la spiaggia. 

Il fiume di Muka forma alla foce una grande curva, al di là della 
quale si trova la città ; ma noi, per evitare il lungo giro in barca, 
percorriamo a piedi il piccolo tratto che in linea retta ci separa dal 
foite. 

Milka è la seconda città di Sarawak ed ha una popolazione com- 
posta di Malesi e di Mellanào, quasi tutti occupati nella prepara- 
zione del sagù. Le case sono costruite sulle sponde del fiume, sopra 
palafitte, nel solito sistema malese. Il suolo tutto all' ingiro è basso 
e paludoso ed infestato da innumerevoli ed insopportabili zanzare, 
mentre l'aria è impregnata di un odore disgustoso, dovuto alla fer- 
mentazione della fecola di sagù, pei' la lavorazione della (piale Bol- 
lico Company ha qui un grande impianto, con a capo un direttore 
europeo, da cui passammo allegramente la serata. 

Bisognava però affrettarsi a raggiungere il bordo della cannoniera, 
che doveva salpare limante la Dotte ed eia ben Lontana da riva. 
Brano di ^ià le nove di sera (piando ci imbarcammo. La luna era 
tutt'ora sull'orizzonte; ciò nondimeno, in prossimità della foce del 
liiiine. causa l'oscurità, per poco la nostra imbarcazione non si ca- 
povolge, avendo urtato in uno di quelli ordigni di legno destinati 
.i tenere a posto eerte grandi gabbie da pesca, di fattura tutta spe- 
ciale dei Mellanào e chiamate credo « kilong '.costruite secondo il 



340 NELLE FOKESTE DI BORNEO 

tipo delle nostre nasse, ma di dimensioni colossali e da calarsi quando 
la marea monta, nel qnal momento i pesci, seguendo la corrente, vi 
entrano con facilità. 

Avendo troppo tardato ad imbarcarci, oltre a perdere presto il 
benefizio della luna, siamo sorpresi dall' incontro della marea con la 
corrente propria del fiume; ciò che produce ondate forti e scomposte, 
punto rassicuranti per qualcuno della comitiva. Fummo per un mo- 
mento in forse se non ci conveniva ritornare indietro; prevalse però 
il consiglio dei più coraggiosi, e fu bene, perchè oltrepassata dopo 
"poco la zona di contrasto delle due correnti incontrammo l'acqua 
tranquilla e potemmo raggiungere il bordo dell' Heartsease senza 
altro incidente. Un barcone però, carico di legna destinata per lo 
steamer, non riuscì a passare il « surf » e fu costretto a retrocedere. 

Arriviamo il giorno 6 a Bintùlu, dove si imbarca il combustibile 
che non avevamo potuto prendere a Muka e dove io lascio il ba- 
gaglio e gli uomini che mi dovevano accompagnare nel viaggio nel- 
l' interno. 

8 agosto. — Alle nove antimeridiane si ancora in Victoria Harbour 
nell'isola di Labuan, che rimane circa 15 miglia a ET. N. E. dalla foce 
del fiume di Bruni. L'isola è di forma presso a poco triangolare, ha 
un' area di circa 40 miglia quadrate ed è quasi piana, sollevandosi il 
suo punto culminante appena 24 metri al di sopra del mare. 

Labuan ha avuto troppa parte nella storia di Sarawak, perchè io 
possa risparmiarmi di rammentare qualcuno dei fatti più importanti 
relativi alla sua occupazione. Ivi infatti approdò nel dicembre 1844 Sii 
Edward Belcher, accompagnato da James Brooke, il futuro Ragià, ed 
il luogo fu subito riconosciuto come adatto per stabilirvi una colonia. 
ISTel medesimo mese Brooke ottenne dal Sultano una lettera colla quale 
questi offriva di cedere l' isola al governo brittannico. Nel 1845 La- 
buan fu di nuovo visitata dall'ammiraglio Keppel, in quel tempo 
capitano e comandante il « Dido » e fu trovata come stazione na- 
vale da doversi preferire a Balambangan, su cui gl'Inglesi avevano 
pure posto gli occhi. Era stato scoperto a Labiian carbon fossile di 
discreta qualità, e questo naturalmente era un vantaggio per una 
stazione che doveva servire soprattutto a rifornire di combustibile 
le flottiglie impegnate in quel momento nella repressione della pi- 
rateria nei mari della Malesia e della Cina, tanto più che il porto 
offriva un riparo sicuro durante il monsone di N. E., il solo da te- 
mersi in questi mari. 

L'occupazione definitiva di Labuan fu decretata nel 184G ed il 
18 dicembre di detto anno il capitano Mundy, comandante 1' « Isis » , 



CAPITOLO XVIII 341 

Arino col Sultano di Bruni Omar Ali il trattato di cessione per- 
petua di Labuan alla Eegina d'Inghilterra ed ai suoi successori. 
Pochi giorni dopo (il 21 dicembre) il vice ammiraglio Sir Thomas 
Cochrane, ed il capitano Mundy, presero regolare possesso dell'isola 
in nome della Eegina Vittoria. 

Le grandi speranze degli Inglesi sopra Labuan non si sono realiz- 
zate che in piccole proporzioni; il clima non è risultato così sano 
come sembrava da principio, il carbon fossile ha dato occasione a 
varie compagnie di fallire, ed il commercio non ha preso quello 
sviluppo che si aspettava. 

Al tempo della mia visita, di Europei non vi erano in Labuan 
che gli ufficiali del Governo, alcuni dei quali addetti ad uno stabi- 
limento penitenziario, e gii impiegati della compagnia del carbone. 

Ticino al mare ed intorno al porto non vi erano che poche case, 
ma assai ben costruite, appartenenti a dei Cinesi, mentre quelle 
degli Europei rimanevano più nell'interno dell'isola. Il Governatore 
era assente, e ne faceva le veci il signor Hugh Low (adesso Sir), 
allora tesoriere della colonia, uno dei primi compagni di Eagià 
Brooke ed autore di un ottimo libro sopra Borneo. Alcune delle 
più belle produzioni vegetali del mondo intiero furono da lui sco- 
perte, ed a questo riguardo mi basterà rammentare le spettacolose 
Nepenfhes di Kina-balu e la grande e superba orchidea che porta il 
suo nome (Vanda od AraohnantJie Loivii). Sir Hugh Low è stato in 
seguito nominato Governatore di Perak nella Penisola di Malacca, 
dove ha approfittato della sua eminente posizione per favorire le 
ricerche scientifiche in quella regione. Mi piace inoltre qui ricor- 
dare, per rendergli la dovuta lode, la protezione accordata ad un 
nostro compatriota, il reverendo padre Scortechini, rimasto poi vit- 
tima del suo zelo nel l'esplorare la flora della Penisola malese. 

Io pure ebbi in dono dal signor Low molti insetti, varie con- 
chiglie, ed alcune piante secche di Labuan, ma soprattutto una 
singolare parassita, conservata nello spirito e dal medesimo rac- 
colta nel viaggio Lungo il corso del Limbang. Era essa una seconda 
specie dell' interessantissimo genere Brugmansia (della famiglia delle 

Uafflmaeeae) di ■ in seguito descritta, dedicandola al generoso 

donatore |. 

8 agosto. — Mi alzai di buonissima ora ed il signor Low fll COSÌ 

compiacente di volermi servire di guida in una piccola escursione 
nell'isola, facendomi passare prima dalla sua abitazione particolare, 



Brugman fa LoiM, Bocc. , Nuovo giornale botanico italiano, voi, I. p:i^. 85. 



342 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

dove, nel giardino circostante, essendo egli molto appassionato per 
l'orticoltura, crescevano a profusione i principali frutti dei tropici, 
primeggiando per bella vegetazione dei pompelmouse e diverse va- 
rietà di aranci a frutti veramente squisiti, nonché molti mangustini, 
lansat e rainbutan. Alcune belle orchidee, che io non avevo visto in 
Sarawak, erano state trasportate dalla foresta e vivevano adesso 
attaccate ai tronchi ed ai rami degli alberi del giardino, nel quale fra 
le altre cose osservai, in un rigagnolo, una Nympliaea a fiori violaceo- 
chiari, che si è adesso naturalizzata nelle acque dell'isola, ma che 
fu trasportata in origine da Kina-balu dallo stesso signor Low. In 
Borneo le piante acquatiche a foglie galleggianti essendo una rarità, 
vale la pena di rammentare questa graziosa specie. 

Tutta la parte di Labuan che io percorsi era costituita da arena- 
ria facilmente disgregabile; ma in varj punti il suolo dell'isola non 
era composto che di sabbia bianca quarzosa ed era della stessa natura 
di quello che avevo osservato in certe località di Sarawak, come a 
Marop, a Sungei Siùl presso Kutcing, nelle vicinanze di Lundù, alle 
falde del monte Mattang, ed altrove. Ho di già fatto notare come que- 
sti luoghi siano caratterizzati da una vegetazione specialissima, ed in 
primo luogo da una Casuarina con chioma ad ombrello {Casuarina 
Sumatrana, Miq. ?) alla qxiale si aggiunge di frequente il Dacrydium 
datimi. È stato in Labuan, osservando questi terreni, che mi è balenata 
l'idea di considerare i citati punti come resti di isole di un mare 
ora scomparso '). 

Il clima in Labuan mi è sembrato assai più asciutto che nel 
N". O. di Borneo, ed anche la vegetazione mi è. parsa ivi meno ri- 
gogliosa in causa forse della magra, natura del suolo arenoso. 

Dal medico della colonia mi fu mostrato un esemplare del Pti- 
locercus Lowiì (piccolo e curiosissimo insettivoro trovato soltanto in 



') Nei luoghi arenosi ora rammentati, raccolsi il Eliodomyrtus tomentosa (che in Ceylan 
avevo trovato sulla vetta del Petrotallogalla a più di 2500 metri), un Leitcopogon, una 
graziosa. Bnrmannia, una Utricularìa, due specie di Xi/rìs, degli Jimciis e degli Scirpus ; 
piante che si direbbero proprie di Irroghi lacustri ; ma che qui però crescevano all'asciutto, 
forse perchè 1' arena impregnandosi tacrtrneute dell' umidità dell' aria, tratteneva molto 
1' acqua. Lo stesso fenomeno accade colla borraccina sulle montagne, dove pure si di- 
lettano a crescere alcune piante palustri delicate, che in Borneo non troverebbero mezzo 
di sussistere in luoghi veramente lacustri, per ragione della prevalenza di piante più 
ordinarie. Mi recò anche gradita sorpresa trovar qui sulla spiaggia del mare un piccolo 
fnngillo, la Poronia Oectìpun, sferiacea assai singolare, descritta per il primo da Montagne 
come proveniente dalla Martinicca, stata ritrovata poi in Italia presso Vercelli dal ba- 
rone Cesati ed in seguito da me, in grande abbondanza, alle Caseine di Pisa. 



CAPITOLO XVIII 343 

Borneo e che invano io cercavo da lungo tempo) dell'aspetto e di- 
mensione di uno scoiattolo, con una lunga coda che nella parte più 
prossima al corpo è nuda come quella di un topo, ma che dalla metà 
in giù è densamente provvista di lunghi peli, distribuiti sui lati 
come le barbe di una penna. Il dottore sembrava tenere moltissimo 
al suo animaletto, e tutte le mie lodi ed insinuazioni non valsero 
che a farglielo tenere più caro. Lo scopo della mia visita al dottore 
era stato 1' animale ; persi quindi assolutamente il mio tempo. Il si- 
gnor Low mi assicurò che il Ptilocercus non era raro in Labuan, e 
che era stato trovato anche in Sàrawak ; ma io non sono riuscito 
ad ottenere un solo individuo di questo singolare animale, sebbene 
spesso ne mostrassi agli indigeni la figura e promettessi anche un 
buon premio a chi me lo avrebbe portato. 

Mi dispiacque di non poter visitare la miniera di carbon fossile, 
mancandomi allora il tempo, ed anche lusingato dalla speranza, mai 
realizzata, di poter presto tornare a Labuan. 

Xella notte ritornammo a bordo e la mattina dopo (10 agosto) 
salpammo alle sei, volgendo la prua verso l'imboccatura del fiume 
di Bruni. 

La costa di Borneo vista da Labuan è estremamente pittoresca. 
L' aria suftìcientemente limpida permette di distinguere, sebbene 
distante oltre 100 miglia, il gran picco di Kina-balu, la montagna 
l»i fi alta, non solo di Borneo, ma di tutta l'Asia insulare, ed alla 
quale Belcher assegna 13,698 piedi (4175 metri) di altezza sul livello 
del mare. 

10 guardavo allora la vetta di Kina-balu con compiacenza, perchè 
mi sembrava prossimo il momento che vi avrei posto piede; ma 
questo sogno della mia prima gioventù, non ha potuto mai realiz- 
zarsi, sebbene il mio desiderio di venire in Borneo fosse stato più 
clic altro alimentato dalle piante meravigliose che crescono sopra i 
suoi dirupi. 

11 signor Low raggiunse quasi la cima, del Kina-balu nel 1850, sulla 
quale di nuovo salì nel 1851, in compagnia (h'\ signor St. John '). In 
quelle occasioni fra le varie straordinarie Nepenthes, venne scoperta 
la .v. Rajah, che è senza dubbio alcuno una delle più sorprendenti 
produzioni «Iella natura e die sorpassa tutte le altre congeneri per 
l'immenso sviluppo delle sue urne, alcune delle quali, lunghe 30 e 



') In tempi pili recenti, noi 1887 e 1888, la montagna «li Kina-balu 6 stata esplorata dal- 
l' ornitologo Whitehead, e notte il punto ili vista Imi un irò, goprati atto da) dott. •■. I >• ECa- 
viland nel marzo-aprile 1892. 



344 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

larghe lo centimetri, sono capaci di contenere sin quattro litri di 
acqua. 

La costa verso la quale siamo diretti apparisce poco elevata ed 
in prossimità del mare a punti anche pianeggiante ; ma poche miglia 
dentro terra si solleva a formare un' alta catena di montagne, di cui 
le creste più elevate sorpassano forse i 2000 metri. 

Bruni dista da Labuan 33 miglia nella direzione di S. S. O. 

L'ingresso nel fiume di Bruni non è facile ed è praticabile solo 
a bastimenti di piccola pescagione in causa della barra, dove, a 
bassa marea, non si hanno che 2 metri o 2,30 di acqua ed il dop- 
pio ad alta. Vi è poi una diga artificiale sommersa, costruita un 
tempo per difesa, e nella quale è stata lasciata una sola aper- 
tura, che bisogna conoscere volendo imboccare nel fiume. Questo 
rimane incassato fra colline prive di vecchia foresta, in parte col- 
tivate a riso e che s'innalzano da ambo i lati dai 90 ai 120 metri, 
sulle quali notai, specialmente sulla cresta loro, una bella palma 
che non potei vedere da viciuo, ma che non credo di sbagliare ri- 
ferendola alla Eugeissowia utilis, che ho trovato in seguito sulle 
sponde del Eedgiang e dalla quale può estrarsi del sagù di buona 
qualità, sebbene non sia una pianta coltivata, nel vero senso della 
parola. Sulle colline di Bruni infatti la E. utilis doveva essere una 
volta una pianta selvatica, rispettata in considerazione del suo pro- 
dotto quando la foresta venne abbattuta. 

Passammo di contro alla piccola chiesa della missione cattolica, 
che sorgeva sopra una lingua di terra chiamata Brambanggan, in 
graziosa posizione, framezzo alle colline, ma che appariva allora 
molto trasandata ed in parte caduta in rovina. 

•Dal libro del signor St. John rilevo che la missione di Bruni 
venne fondata dal signor Qnarteron nel 1857 e che vi fu assegnato 
a dirigerla un prete italiano, un certo padre Eipa di Lecco. 

Sempre progredendo vien poi la casa del Consolato inglese, dopo 
di che comparisce la città che si è osato chiamare la Venezia del- 
l' Oriente. Non che Bruni non abbia il suo lato originale; ma quale 
ironia paragonare la città dai palazzi di marmo, con un ammasso 
di miserabili capanne, che un fiammifero basterebbe ad incenerire ! 

Le case sono costruite per la massima parte sopra palafitte di 
nibong, hanno la copertura di atap di nipa o di sagù, sono chiuse 
da pareti di stuoie od anche di tavole. Tutte poi hanno una porta 
sul davanti, alla quale è appoggiata una scala a pioli od un tronco 
d'albero intaccato, che serve per scendere nell'acqua. 

Neil' amplissimo letto del fiume le palafitte riposano sopra alcuni 



CAPITOLO XV1I1 345 

banchi melinosi, intieramente sommersi anche a bassa marea, di 
modo che la città si vede sorgere adesso tutta intiera dall'acqua; 
ma qualcuno dei vecchi capi ci assicurò che quattro generazioni 
addietro era invece costruita sulle sponde. 

Seguendo il canale principale attraversiamo uel mezzo la città 
per andare a gettare l'ancora a pochi metri di distanza e precisa- 
mente di faccia ad un fabbricato d'apparenza poco superiore alle 
altre abitazioni, ma che era il palazzo del Sultano. 

L'arrivo inaspettato dell' Heartsease cagiona una grande emo- 
zione nella città. Gli uomini si affacciano sulla porta di casa e ci 
guardano coli' indifferenza abituale dei Malesi ; mentre le donne, per 
soddisfare la curiosità senza farsi vedere, fanno capolino a tutti gli 
spiragli delle loro abitazioni. Gruppi di ragazzi rimangono a con- 
templarci accoccolati sui pioli delle scale esterne, altri invece si pre- 
cipitano nei-sampan o si tuffano nell'acqua, ed a cavalcioni di una 
tavola o di un legno galleggiante qualunque si riuniscono intorno 
al bastimento. 

Bisogna vedere che dimestichezza hanno con l'acqua i bambini 
malesi sino dalla più tenera età! Non vi può. esser dubbio che essi 
non siano i discendenti di un popolo eminentemente riverano, e non 
a torto St. John scrive che i Malesi poppano, fumano e nuotano 
al tempo stesso. 

Ben presto fummo circondati da un numero grande di sampan 
di tutte le dimensioni, i più occupati da ragazzi, ma molti anche 
guidati da una sola donna, quasi sempre brutta e vecchia. 

Tatti avevano qualche cosa da vendere, specialmente commesti- 
bili e frutta, ma qualcuno ci offrì anche dei kris e dei parang, doman- 
dando però dei prezzi affatto sproporzionati al loro valore reale. Una 
volta Bruni era famosa per la fabbrica di queste armi e le sue lame 
godevano di una grandissima reputazione in tutto l'arcipelago; ma 
adesso anche tale industria semina ivi quasi del tutto abbandonata. 

Appena ancorati mandammo a domandare al. Sultano un'udienza, 
clic senza indugio ci venne accordala per il dopo pranzo. 

Gli officiali di Ragià Brooke in grande uniforme scesero allora in 
una imbarcazione, per risalire subito nella sala d'udienza, che aveva 
L'apparenza del palcoscenico di un teatro, mancando di parete dal 
lato anteriore spettante sul nume. Quivi, nel punto preciso corri- 
spondente alla ribalta, Stavano posati alcuni cannoni di bronzo di 
manifattura indigena. 

Io seguii pure il corteggio e presi parte al ricevimento. Nella gran 
sala del palazzo dei Sultano <li Bruni non vi era proprio nulla da 



346 INELLE FORESTE DI BORNEO 

ammirare, pure mi fece piacere di porre il piede nel locale dove era 
stata ratificata la cessione di Sarawak a James Brooke, e dove era 
stato firmato il trattato di Labuan con gli Inglesi. 

Il Sultano Omar Ali, vecchio, grasso, dalla fìsouomia punto intel- 
ligente, si lamentava che le forze gli venivano meno, che le gambe 
erano indebolite e che l'harem gli era diventato inutile. Egli era 
vestito all' uso malese, con non troppa ricercatezza ; che anzi i suoi 
indumenti, quantunque di seta e ricamati in oro, avevano l'appa- 
renza di aver prestato un lungo servizio. 

Il Sultano sedeva in fondo alla sala all' estremità di una tavola, 
lateralmente alla quale, in semicerchio, erano disposte varie sedie. 
Noi fummo invitati a prender posto alla sua destra, mentre dal- 
l' altro lato si disposero i Pangeran (membri della famiglia reale) ed 
i grandi del regno. Varj attendenti e schiavi sedevano sopra stoie 
per terra dietro all'assemblea. Ci vennero offerti dei « rokò » o sigari, 
alcuni lunghi sino 30 centimetri, che una gran candela di cera, pas- 
sata in giro, serviva per accendere. La conversazione non fu troppo 
animata, trattandosi di una semplice visita di formalità. 

Dopo il ricevimento, coli' imbarcazione di bordo, visitammo alcuni 
quartieri della città ed anche il mercato, che è senza dubbio uno 
dei più originali del mondo, inquantochè i banchi e le botteghe 
sono surrogate da barche, che ogni mattina si riuniscono in un luogo 
comune, da dove poi si disperdono per la città. I venditori sono 
quasi sempre delle vecchie schiave, che portano in testa un enorme 
copricapo di 70 centimetri di diametro e che potrebbe scambiarsi 
per un ombrello. 

Andammo per ultimo al Consolato inglese, dove nel passato il 
signor St. John aveva risieduto per vario tempo, ma dove presen- 
temente nell' ampio fabbricato, quasi tutto in materiale, non abitava 
che un custode. Quivi nei terreni abbandonati dei pressi della casa 
raccolsi qualche pianta, ma non di grande interesse botanico, come 
sempre accade in Borneo nei luoghi dove il suolo è stato, sia pure 
da lungo tempo, denudato della foresta primitiva; faceva però ecce- 
zione un bel Melostoma dalle grandi corolla rosa (M. Becca ria ini ni, 
Cogn.). 

In vicinanza dello stesso Consolato, quasi sulla sponda del fiume, 
estolleva la grande e folta chioma un bell'albero, a proposito del 
quale i nativi raccontavano curiose storie, sostenendo fra le altre 
cose che apparteneva alla specie con la quale i Kayan e i Daiacchi 
avvelenano le treccie. Avrebbe dovuto quindi essere una pianta di 
upas, e come tale è segnata anche nelle carte idrografiche dell'Am- 



CAPITOLO XV11I 347 

miragliato inglese; ma sebbene io non abbia visto i fiori dell'al- 
bero in parola e sebbene dalla semplice ispezione delle foglie io 
non voglia azzardare una determinazione, posso, nondimeno assicu- 
rare cbe non è certamente VAntiaris toxicaria, vale a dire il notis- 
simo upas. 

Nel nostro giro attraverso tutta la città di Bruni non vedemmo che 
due soli prabu, ciò che era la prova più evidente dello stato miser- 
rimo del suo commercio, paralizzato a tal punto dall'avidità dei 
Pangheran, dalle estorsioni e dalle tasse esorbitanti, che anche i 
prodotti naturali dell'interno, come la canfora, i rotaug, la gutta- 
perga, i nidi di rondini, ecc., i quali una volta in gran quantità fa- 
cevano capo a Bruni, avevano dovuto trovar collocamento altrove. 

Xella sera abbiamo avuto a bordo la visita di Pangheran Mohamet, 
fratello naturale del Ragià Muda Hassim, quegli che fece la cessione 
dei suoi diritti sopra Sarawak a Sir James Brooke, e che fu ucciso 
ad istigazione dell'attuale Sultano. 

Il carattere della parte aristocratica della popolazione malese di 
Bruni era ben rappresentato da questo individuo, intrigante e fino, 
il quale misteriosamente, con aria d'importanza e parlando figurato, 
ci volle fare intendere di essere a capo di un partito popolare desi- 
deroso di un governo europeo. Egli si spacciava anzi come molto 
influente fra i suoi concittadini, ed andava dicendo cbe il popolo 
era stanco del governo del Sultano e delle vessazioni dei Panghe- 
ran. Forse tutto quanto asseriva era vero, perchè realmente i Bru- 
nesi non avrebbero perso nulla col mutar governo. 

Neil' insieme la città mostrava i segni di una gran decadenza, 
clip contrastava assai con la prosperità di Sarawak, dove la sicurezza 
che tutti vi godevano, aveva reso persuasi i Brunesi che era molto 
meglio esser governati dagli Europei, anziché da uno dei loro. 

Si. .John') calcola la popolazione di Bruni a 25,000 anime, ma 
avendo io percorso quasi tutta la città, mi sembra che, a dir poco, 
cotesta cifra sia Hi un buon terzo troppo elevata. 

La popolazione attuale di Bruni è in'massima parte malese e da 
molte generazioni soggetta al dominio di capi musulmani come rat- 
inale Sultano, la famiglia del (piale si ritiene che provenga da Ma- 

lacca. Vi deve esseri- però Stata un'epoca nella (piale tuttala parte 
X. E. di Borneo doveva essere una dipendenza della Cina; anzi da 
(pianto scrive si. .lolm, da cui traggo queste informazioni, esiste- 
rebbe tuttavia in Bruni la tradizione che il Nord di Borneo facesse 



-i. John. voi. II. pag. 2 I * e seguenti. 



348 STELLE FORESTE DI BORXEO 

parte una volta del Celeste impero, e che sul Linibang fosse stato 
eretto in passato un forte cinese. 

È bene accertato che un tempo numerosi Cinesi coltivavano il 
pepe a Bruni e sul Limhang - , e vi è anche chi tuttora si ricorda 
delle loro piantagioni sino sul Madidit. Si racconta pure il caso di 
un Orang-kaya dei Murut, che proveniva in linea diretta da un 
Cinese di Ainoy. Molti dei discendenti dai piantatori di pepe Cinesi 
non sono adesso più distinguibili dagli aborigeni, avendo adottato 
i loro abiti ed i loro costumi; altri poi intieramente immedesimati 
coi Murut, si troverebbero tutt'ora sino a 150 miglia nell'interno, 
lungo il corso del Limbang. Per di più alcune delle popolazioni 
presso Kina-Balu vengono descritte (dal citato autore) come molto 
simili in apparenza ai Cinesi. 

Sembra poi positivo che, nel passato, le relazioni del Nord di 
Borneo colla Cina non solo, ma anche con la Cocincina, fossero este- 
sissime. Ma chi potrà mai dire da quanto tempo tali relazioni hanno 
esistito? È questa una incognita di cui bisogna tener gran conto 
volendo venire a qualche congettura sulla possibile origine dell'at- 
tuale popolazione di Borneo. 

Presentemente i Cinesi in Bruni occupano un quartiere con bot- 
teghe assai ben provviste degli oggetti più indispensabili per la vita, 
ma quasi del tutto prive di "manifatture del paese. 

11 agosto. — Al tocco e mezzo pomeridiane partimmo da Bruni 
approfittando della marea calante; ma giunti alla foce del fiume 
l'acqua divenne così bassa che rimanemmo arrenati in soli due 
metri di fondo. 

Nel mentre che aspettavamo la marea montante si avvicinarono 
a noi alcune barche di pescatori, che avevano dei veri carichi di 
Placuna placenta, conchiglia che si mangia come le ostriche, di 
forma circolare, moltissimo depressa, di circa 10 centimetri di dia- 
metro, con le due valve quasi piane, sottili, pellucide, madreper- 
lacee e di apparenza vetrina, e che per questo motivo vengono ado- 
perate in Cina per varj usi ornamentali, e fra gli altri per coprire 
chioschi eleganti. Io ho incontrata la Placuna anche in Sarawak, 
a Santiibong e lungo la costa circonvicina, ma solo durante il mon- 
sone di N. E., forse perchè soltanto allora il movimento dell'onde 
la .porta nei bassi fondi accessibili ai pescatori. Io ho avuto sempre 
una ripugnanza per ogni genere di molluschi o frutti marini, e non 
mi venne quindi voglia nemmeno di assaggiar questo; non così i 
miei compagni, i quali avendolo trovato assai gustoso ne mangia- 
rono in quantità, risentendo però poco dopo alle fauci un prurito 



CAPITOLO XVIII 349 

fastidioso e tutto speciale, che invero fortunatamente non fu di lunga 
durata. Questa cattiva prerogativa della Placuna era benissimo co- 
nosciuta dai Malesi di bordo, i quali l'attribuivano alla presenza 
di un verme parassito, che essi sempre estraggono dall'intestino 
del mollusco prima di cibarsene. Ed in verità tutti quelli dell'equi- 
paggio di bordo che ebbero questa avvertenza, non sperimentarono 
alcun disturbo. Io conservai nello spirito alcuni di cotesti parassiti, 
che rassomigliano a piccoli ascaridi, e che riscontrai senza eccezione 
in tutte le Planine da me esaminate. 

Xella baia di Bruni si pescano anche talvolta delle perle di grande 
valore. 

Si ritiene comunemente, e mi sembra con fondamento, che la città 
di Bruni abbia dato il uoine a Borneo, nome questo però che ap- 
plicato alla grande isola è sconosciuto alla più gran parte dei suoi 
abitanti. Borneo è certamente una corruzione di Bruni, che ho sen- 
tito pronunziare anche Brunei e Bornai, e « Tana Bruni » sarebbe 
uno dei veri nomi di Borneo, avendo i Malesi l'abitudine di asse- 
gnare il nome di « tana » o terra anche alle grandi isole; riserbando 
quello di « puló » per le più piccole. 

Borneo è conosciuto dai nativi anche col nome di « Tana Kala- 
mantang » a causa, si dice, dei frutti chiamati « Kalamantang » spe- 
cie di mango selvatici (Mangifera) abbondanti nelle sue foreste. Io 
poi, nell'alto Bedgiang, ho sentito chiamare « Gunong Kalaman- 
tang > la montagna dell'interno, da cui scendono i principali fiumi 
di Borneo, quella medesima che altri chiamano « Battìi Tabaug » 
«ni .incile « Gunong Tilong <> '). 

Nei giorni elie rimanemmo a Bruni, il cielo fu in parte coperto 
e cadde anche un poco di pioggia. 

Da fjuel poco che ho potuto osservare, durante il mio breve sog- 
giorno in Bruni ed in Labuan, il Nord di Borneo differisce notevol- 
mente dalla parte più meridionale non solo per lo stato fisico, ma 
anche per le maggiori vicende politiche che ha subito, ed anche per 



') Nella Sarawaì Gazelte del - giugno 1 «ito, pag. 71, trovo indicati!, un' nitrii ipotesi 
mila origine ititi nome indigeno di Borneo. K il signor Treacher ohe ritiene possibile la 
derivazione del nome ili Kalamantang o Kclemantari (come egli scrive) da « lamantà » il 
riunii- malese per il Bagn greggio. Questa Ipotesi a me sembra la più probabile, essendo 
n un prodotto estremamente abbondante delle coste ili Borneo e che deve essere 
•tato conosciuto da nn'epoca remotissima. Anche il nome di Gunong Kalamantang pi>- 
trebbe averi un'analoga origine, in canea tinse ilei sagn selvatico che si estrae dalla 
■ . palma che sombra e (Ternamente abbondante nell'interno ili Borneo. 



350 NELLE FORESTE DI BORNEO 

i maggiori rapporti avuti con paesi di una civiltà assai avanzata. La 
regione è inoltre molto più montagnosa, più asciutta e più diboscata 
e più da lungo tempo (sebbeue tuttora in minime proporzioni) sotto- 
posta a cultura. Di quest'ultimo fatto si ha la testimonianza nei bran- 
chi di bufali, di bovi ed anche di piccoli cavalli che vi si trovauo. 
La sera ritornammo a Labuan, ma uon scendemmo a terra. 




S 



Capitolo XIX 



Bintùln - I Mellanào - Resina e frutti trasportati dai fiumi - Legname e detriti vegetali 
galleggianti in mare - Interessanti aggiunte alle mie raccolte - Liane della gomma 
elastica - Nuova pianta marina - Verso il paese dei Kayan - I Buketan ed i Pennan 

- Idoli e monumenti funebri dei Mellanào - Rimontando il Bintùlu - Nel Tubào - Spe- 
cie di « tabù » - Tombe e case dei Kayan - Grandi tavole di tapang - Una festa - Curioso 
strumento musicale - Ricerca della canfora e maniera di estrarla - Cerimonie funebri 

- Alcune notizie sui Kayan - L'upas e maniera di preparare il veleno - Il minerale del 
ferro - Nuove ed interessanti piante - Un singolare uccello - Il miuuang - Affluenti 
del Bintùlu - Un durio selvatico. 



V2 agosto. — Al levare del sole Kina-balu, dal quale ci andavamo 
allontanando, avendo noi la prua diretta sopra Bintùlu, si distin- 
gueva ancora molto bene attraverso l'aria trasparentissima, al tempo 
stesso che la costa e le montagne più nell'interno si delineavano con 
grande nettezza, potendo di queste seguire coll'occhio tutte le acci- 
dentalità del terreno. 

I monti die scorgiamo lontano dentro terra, fra i quali domina 
Gunong Mulù. sono scoscesi, dirupati e di struttura calcare, mentre 
quelli delle vicinanze di Bruni appariscono a contorni tondeggianti, 
i- per questo motivo ritengo che debbano essere costituiti da un 
materiale molto disgregabile, e con tutta probabilità di' arenaria. 

Giungiamo nel <!opo pranzo ilei giorno 13 alla foce del Bintùlu, 
elie ha 60 metri di larghezza, e 1' I Ica ri scase àncora ad una certa 
distanza da terra, in causa (li una barra, con soli tre metri d'acqua, 

che rende impossibile l'ingresso nel li Ulne. 

L'Heartsease non si trattiene a Bintùlu che un giorno, ed io 
rengo ospitato dal signor Boughton, il nuovo residenti' del distretto, 

che abitava nel forte situalo quasi sulla spiaggia del mare, a pochi 

passi 'li distanza dalla foresta primitiva. Alcuni Cinesi avevano co- 

23 — BlCCABl, '•■ Ut fori •■ Si Boi ■ ■ 



354 NELLE FORESTE DI BORNEO 

striato iiu piccolo bazar in sua vicinanza, ma il grosso del villag- 
gio, formato dalle case dei Mellanào, si trovava un poco più dentro 
al fiume. I Mellanào abitavano una volta assai più nell' interno, ma 
da che fu -installato a Bintùlu un ufficiale del Ragià, e venne costruito 
il forte, si persuasero a venire ancb' essi più vicino al mare, cosa, 
alla quale non si azzardavano prima, temendo gli assalti dei pirati 
Lanun, non cfie le scorrerie dei Daiacchi di mare. Le case dei Mel- 
lanào sorgono sulle due sponde, sono costruite sopra alte palafitte 
con materiale, al solito, in gran parte somministrato dalla nipa e dal 
sagù e rassomigliano alle case dei Daiacchi, essendo come queste 
d' ordinario disposte in lunghe serie e divise in varie pintù, separate 
l' una dall' altra da tavole di legno. Al di fuori di ogni casa e spor- 
gente dal corpo principale, nel luogo che corrisponderebbe all'in- 
gresso, dalla parte del fiume, si trova una specie di capannello dove 
la gente accudisce ai varj lavori domestici, e soprattutto a quelli re- 
lativi alla fabbricazione del sagù. 

I Mellanào sono un popolo molto singolare, che abita le foci di 
quasi tutti i fiumi della costa settentrionale di Borneo, specialmente 
di quelli situati fra il Bedgiang ed il Barram ; ma una colonia loro 
si è portata anche a Santubong alle foci del Sarawak, dove ha con- 
servato la propria lingua, assai differente dalla malese. I Mellanào 
hanno anche costumi molto diversi da quelli dei Malesi; solo pochi 
di loro sono adesso divenuti musulmani, i più conservando le loro 
antiche credenze, che si riassumono nella fede in spiriti, benigni 
alcuni, malefici altri, ed ai quali si fanno offerte, ora per calmarne 
l'ira, ora per implorarne i favori. Hanno anche idoli di legno molto 
rozzamente scolpiti, che vengono tenuti esposti fuori delle case od in 
un luogo del villaggio molto in evidenza e che, in caso di malattia 
o di altro infortunio, vengono addobbati in vario modo, ma spe- 
cialmente con lunghe striscie bianche, tratte dalle giovani foglie di 
nipa, ed intrecciate in più maniere, esattamente come si usa da noi 
di fare coi palmizi, in occasione della Domenica delle palme. 

I Mellanào sono i più grandi coltivatori di sagù di tutta la costa, 
e l' estrazione della fecola dal tronco di questa palma è la loro prin- 
cipale industria; sono poi espertissimi nella pesca e fabbricano anche 
eleganti stuoie con striscie del fusto di « bumbang » {Clmogyne di- 
chotoma). 

Per tutta la durata del monsone di N. E. la spiaggia di questa 
parte di Borneo è quasi inaccessibile alle imbarcazioni ordinarie dei 
Malesi, ed anche a quelle degli Europei, in causa del « surf » o ri- 
sacca, che si forma alla barra del fiume, dove l'acqua è bassa. No- 



CAPITOLO XIX 355 

nostante ciò i Mellanào escono con qualunque tempo nei loro « ba- 
rong », battelli corti e larghi di nn tipo tutto speciale, di grande 
stabilità e difficilmente sommergibili. Anche a Bintùlu sono in uso 
i grandi meccanismi per pescare che avevo incontrato a Muka, ma 
che io non ho avuto mai l'opportunità di esaminare da vicino. 

La pesca è per i Mellanào una faccenda così importante, che le 
donne ricusano di ricevere i mariti se ritornano dal mare a casa 
senza pesci. Ma l'abitudine più singolare di questo popolo è forse 
quella di deprimere alle donne la testa, dall' avanti all' indietro, per- 
chè la fronte divenga piatta e sfuggente, deformazione che è otte- 
nuta per mezzo di una tavoletta applicata e tenuta ferma sulla fronte 
alle bambine lattanti. Gli uomini si vestono come i Malesi, non sono 
mai tatuati e nemmeno fanno uso di ornamenti di alcun genere 
sulla loro persona. Le donne invece portano spesso braccialetti, 
anche di valore, e si vestono con una lunga camicia o tonaca di 
stoffa di cotone blu o quasi nero e che giunge sino ai piedi, senza 
altra particolarità all' infuori delle maniche, le quali sono molto grandi 
ed aperte da un lato e coi lembi pendenti, come si vede nei costumi 
delle donne italiane del xiv secolo. L'apertura della manica è ornata 
da bottoni o da specie di campanelline quasi sempre d' oro. Donne e 
ragazzi Mellanào sanno benissimo condurre una barca. 

16 agosto. — Appena levato il sole faccio una ricognizione verso 
la spiaggia, dove incontro un branco di donne che sembrava raccat- 
tassero dei sassi fra i detriti rigettati dal mare, ma essendomi avvi- 
cinato vidi che l'oggetto delle loro ricerche erano dei pezzi di resina 
della grossezza di una noce od al più di un pugno, arrotolati come 
i gbiaiottoli di un fiume. La resina è di certo prodotta da qualche 
ditterocarpea abbondante nelle foreste dell'interno e trasportata dalle 
piene al mare, dove acquista l'apparenza di piccole pietre tonde, ed è 
pei 1 questo chiamata dai Malesi « dammar battù », ossia «dammara 
pietra . Oltre alla resina il mare aveva rigettato alla spiaggia molti 
detriti vegetali <li natura svariatissiraa, e specialmente una gran va- 
rietà «li frutti, «lei quali solo qualcuno mi rimaneva sconosciuto, 
appartenendo la maggior parte a specie che ini erau note. Poco al 
di sopra <lel Coite di Bintùlll shocca un piccolo ruscello, il (piale, 
dopo qualche abbondante pioggia, ho visto portare molta mota al 
mare •• ricuoprire i materiali rigettati dalle onde, offrendo così un 
esempio, grandemente istruttivo, di un deposito littorale marino 
contenente resti vegetali «piasi interamente terrèstri o d'acqua dolce, 
e dose i ciottoli di resina si troverebbero in circostanze molto ana- 
loghe a «pielle nelle quali s'incontra spesso l'ambra. 



350 KELLE FORESTE DI BORXEO 

I fiumi di questa parte di Borii eo, quali il Redgiang, il Bintùlu 
e soprattutto il Banani più al Nord, debbono recare al mare una 
quantità immensa di ciarpame e di detriti. A conferma di ciò scrive 
St. John (voi. I, pag. 17) che a circa 15 miglia al largo dalla punta 
di Banani sono stati osservati, alle volte, agglomerazioni di tronchi 
di alberi fluttuanti, misti ad alghe, in tale quantità, da formare una 
barriera insormontabile ai bastimenti favoriti da poco vento, aggiun- 
gendo che in tali punti sembrano esistere delle correnti, le quali fanno 
accumulare i detriti e li mantengono presso a poco nel medesimo 
luogo, comunicando loro un movimento elicoidale. Passando io di 
giorno la punta di Banani non ho visto nulla di simile; ma quanto 
è narrato da St. John può avverarsi soprattutto nella cattiva sta- 
gione, ed in seguito a grandi pioggie, quando i fiumi cioè portano 
al mare molti avanzi di vegetali, non che alberi intieri. La gran quan- 
tità di detriti che io stesso ho visto a Bintùlu, mi fa credere che possa 
essere perfettamente vero quanto è stato scritto dal chiarissimo au- 
tore; soltanto il posto di riunione dei materiali potrebbe variare. 

Continuando la mia escursione ho percorso la spiaggia sino al di 
là di Tandgiong Silei, e sono entrato in una baia, di cui l'estremità 
N". E., chiamata Tandgiong Kedurong, segnava il confine del ter- 
ritorio del Ragià con quello di Bruni, e nella quale durante la buona 
stagione, vale a dire quando spira il monsone di 1ST. E., si trova un 
buon ancoraggio. Da Santubong in poi è questo il primo punto 
rilevato della costa, la quale senza interruzione è tutta bassa, ora 
limacciosa e rivestita in questo caso da nipa e da mangrovi, ora 
arenosa e coperta da casuarine, ma sempre mancante di scogliere. 
Bifacendo al ritorno una buona parte del cammino percorso nel- 
l'andata ho seguito un piccolo ruscello di cui ho trovato il fondo co- 
perto da una singolare pianta acquatica, che ho riconosciuto per la 
Barclaya Motleyi, una nimfeacea con foglie sommerse e mai galleg- 
gianti, e che in luogo di fiori grandi e belli, come di solito si am- 
mirano in queste piante a tutti note, non ne produce che d' insigni- 
ficanti, e, cosa insolita, da quel che io ho potuto osservare, sempre 
nascosti soft' acqua. Io avevo di già trovato la Barclaya nelle vici- 
nanze di Kutcing in una delle mie prime escursioni nella foresta, 
ma quivi l'avevo riscontrata coperta per intiero di fitta peluria, fatto 
pure assolutamente eccezionale per una pianta acquatica e che passa 
tutta la sua esistenza rimanendo completamente sommersa 1 ). Gli in- 



') In molti trattati di botanica, anche recenti, si asserisce che inai le piante acqua- 
tiche sono pelose ; però fra quelle galleggianti va notata per tale particolarità la Pistia 



CAPITOLO XIX 357 

dividui invece che trovai nel rigagnolo di Bintùlu differivano da 
quelli di Kutcing per la mancanza di peluria; e per tale particola- 
rità ne conservai un certo numero di esemplari, dei quali però adesso 
non mi rimangono che pochi frammenti, essendo che una buona parte 
delle piante raccolte nei primi giorni della mia dimora a Bintùlu an- 
darono quasi intieramente perdute. Ma il bottino botanico più im- 
portante riportato da questa escursione furono tre nuove palme, 
che crescevano insieme sopra una collinetta in prossimità del ruscello 
che chiamerò della Barcìaya. Due di dette palme erano forme umili 
con foglie a ventaglio (Licitala Bintulensis e L. spatliellifera), ma la 
terza, la più notevole, che io ho distinto col nome di Gi'gliolia insi- 
gni», era molto elegante, con un fusto sottile come un bastone, alto 
circa tre metri e terminato da un ciuffo di ampie frondi pinnate 
di un tipo insolito. Il genere nuovo che ho istituito per questa di- 
stintissima palma, ricorda il nome del prof. Enrico Giglioli, lieto, 
come ho dichiarato nella « Malesia » '), dove la menzionata pianta è 
scientificamente descritta, « di sodisfare con questa dedica ad un 
debito di gratitudine verso l'amico, che ha sempre tenuto dietro 
con amore ai miei viaggi. » La Gigliolia è V unico tipo generico fra 
le palme che sia speciale a Borneo, avendo tutti gli altri generi di 
questa famiglia dei rappresentanti nelle regioni circonvicine, spe- 
cialmente nella Penisola malese ed in Sumatra. 

Non ero sino a qui stato capace di trovare uomini per le mie 
esclusioni sul fiume, e nemmeno per abbattere gli alberi di cui vo- 
levo fare esemplari; ma alla line, per le premure del residente, si- 
gnor Ifoughton, potei ingaggiare tre Malesi, che vennero al mio ser- 
vizio col salario di un « sukkù » (18 centesimi di dollaro) al giorno. 

17 agosto. — Minima temperatura nella notte + 22,5 centigradi. 
Alle sei antimeridiane la medesima temperatura. Anche qui, come 
altrove, la minima temperatura nelle ventiquattro ore si riscontra 
mi momenti che precedono la levata del sole. L'osservazione termo- 
metrica del giorno precedenti; faceva perù eccezione a questa regola 
(che Ilo trovato (piasi sèmpre vera) avendo avuto nella notte una 
minima di -j- L9,5 - la più bassa temperatura al livello del mare da 
me osservata in Borneo- mentre al levare del sole il termometro ha 



Btratioteé e la Trapa natans; ma fra te completamente HommerHci l'ormi la linrvhniu Ma- 
ia Mia. A qua! bisogno fisiologico corrisponda la peluria nelle piante som rse 

io non posso Immaginarlo, e nemmeno posso trovarla ragione perlaquale i edesima 

i debba trovai coperta ili i»-ii '-'i ora glabra, pur rimanendo sempre sommersa. 
ol. 1, pag. 171. 



358 NELLE FORESTE DI BORNEO 

segnato -\- 22,5. Ho dedicato la giornata d' oggi ad ima esplorazione 
della foresta che rimaneva a ridosso del forte e dove, fra le molte 
altre piante interessanti, trovai l'« akar belangan », liana del genere 
Dalbergia che produce dei fusti fortemente spinosi, di cui la parte in- 
terna o cuore, nell' invecchiare, si mortifica e si colora in rosso, dando 
origine a ciò che i Malesi chiamano « kayù lakkà », prodotto ricercato 
dai Cinesi, che l' adoprano come il legno d' aquila od « ankaras » nelle 
cerimonie religiose, ma non per tingere, come potrebbe far sospettare 
il nome «lakkà», significante tinta rossa 1 ). 

Nella foresta di Bintùlu abbondavano anche varie liane della fa- 
miglia delle apocinacee, molto interessanti sotto il punto di vista 
industriale, ottenendosi da alcune di esse della gomma elastica di 
buona qualità. Di questo numero era nn nuovo Lmconotis, che io 
propongo di distinguere col nome di elasticus (tìg. 59), pianta co- 
nosciuta in Sarawak coi nomi di « akar sarapat lakì » o di akar 
dgianta-an ular » e che avevo precedentemente raccolto anche a 
Kutcing, ma che disgraziatamente non sembra si trovi in alcun 
posto in grande abbondanza; e ciò è un guaio, in quanto che il 
suo latte copiosissimo subito si rapprende in filamenti elastici, 
somministrando una gomma elastica di qualità superiore, come 
l'indicherebbe la qualifica di « lakì » ossia « maschio », che i Malesi 
usano applicare ad un albero, ad un frutto od altro oggetto prege- 
vole più dei consimili. La maggior parte però della gomma elastica 
di buona qualità, chiamata « ghetta dgianta-an sussìi » , vien prodotta 
in Sarawak dalla WUloitf/ltbeia firma, Bl. e dalla TJrmila/ria oMongi- 
folia, Stapf (P. B., n.° 2272) non che, molto probabilmente, da altre 
apocinacee di questi due generi, le quali tutte, dai fusti incisi, la- 
sciano sgorgare abbondantissimo latte, che in ben poche di esse però 
si rapprende in un prodotto commercialmente utilizzabile. 

18 agosto. — Approfittai della bella giornata di quest'oggi, per 
finire di asciugare le piante già raccolte, volendo lasciarle in stato 
da non dover più temere per la conservazione loro. Un buon nu- 
mero erano oramai assicurate, e queste le riunii in Isacchi che so- 
spesi al soffitto del forte, per difenderle dai topi. Di quelle che erano 
tutt' ora umide ne feci pure dei pacchi, ma non troppo stretti, po- 



T ) Le spine che rivestono il tronco di questa leguminosa, riferibile a quanto sembra 
alla 73. parviflora, Roxb. , sono di una natura tutta speciale, e non produzioni dell'epi- 
dermide, e nemmeno souo il risultato di modificazioni di rami o di stipole. Morfologica- 
mente mi sembrano radici avventizie, caso occorrente spesso nelle palme, ma molto raro 
nelle piante dicotiledoni. 




Pig. 59 - LeuconolU cUwttous, Beco. Nuovo produttore ili gomma elastica 



360 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

nendo carta in quantità doppia dell'ordinario fra un esemplare e 
l' altro. I pacchi poi- legati con rotang vennero sospesi al soffitto della 
cucina del Residente, al di sopra del posto occupato dal focolare, 
di guisa che non potesse giungere sino a loro che un calore mode- 
ratissimo. Con questo sistema ritrovai al ritorno tutte le piante in 
stato eccellente di conservazione. 

Verso l'imbrunire essendomi recato sulle sponde fangose della 
foce del Bintùlu, trovai da dar la caccia a svariate specie di crostacei 
e più di tutto ad una piccola serpe acquatica. Solo dopo qualche 
tempo che camminavo scalzo, lambendo le basse e limacciose sponde 
del fiume, mi accorsi che i miei piedi non riposavano proprio sulla 
belletta, ma sopra una specie di prato, composto di una minuta pianti- 
cella sommersa ad alta marea, ma in quel momento quasi all'asciutto. 
Riconobbi tosto in questa erbolina una novità importante, apparte- 
nente a quello scarso gruppo di vegetali che vive e produce fiori 
in mare. Quelli della nuova specie (Halophila Beccarli, Ascherson) 
erano di un bianco Uvido e relativamente grandi ed in quel mo- 
mento aperti, avendo evidentemente approfittato della bassa marea 
per espandersi '). 

19 agosto. — Nei giorni decorsi io mi ero attivamente occupato 
di fare i preparativi necessari P ei ' intraprendere un' escursione nel 
paese dei Kayan, rimontando il fiume di Bintùlu. Avevo per questo 
approntata una barca con una ciurma di sei vogatori, e siccome i 
Kayan non usavano denaro contante, avevo acquistato dai Cinesi 



l ) Questa fanerogama marma mi suggerisce alcune altre considerazioni sulla difficoltà 
che incontrano gli organismi al giorno d' oggi per adattarsi all' ambiente, in aggiunta 
a quanto ho scritto nel capitolo XV. Non può mettersi in dubbio che i generi e le specie 
di fanerogame, che adesso si trovano a vivere nel fondo del mare, tutte appartenenti alle 
Idrochàrideae ed alle Najadeae, piante molto abbondanti nei paduli, non siano derivate 
da quelle d' acqua dolce ; ma il numero delle prime in confronto di quello delle seconde 
è minimo, quantunque per un periodo di tempo incommensurabile i semi di un numero 
infinito di tutto un mondo di piante palustri siano stati recati al mare e depositati sul 
suo fondo. Ciò vuol dire che solo in una determinata èra ed in pochissimi casi, 1' adatta- 
mento di una pianta d' acqua dolce a vivere nell' aequa salata è stato possibile ; diver- 
samente il fondo del mare dovrebbe essere adesso popolato di piante e di fiori, come la 
superficie della terra. Pochi casi come quello ora accennato richiedono una così graude 
potenza di adattabilità, essendo nota 1' azione energica che 1' acqua salata esercita sulle 
cellule della grand* maggioranza dei vegetali. Quando quindi il cambiamento dalla vita 
terrestre o d' acqua dolce a quella marina o d' estuario ha avuto luogo, la facoltà dei 
vegetali a potersi adattare a condizioni d' esistenza differenti da quelle che sino allora 
erano loro abituali, in una parola di lasciarsi plasmare dall' ambiente, doveva essere 
stata al suo apogeo e deve essere in seguito andata a rallentarsi sino a cessare del tutto 
presentemente. 



CAPITOLO XIX SUI 

delle conterie di Venezia o « mauet » ') ed alcune pezze di cotone 
bianco, giallo, rosso e specialmente nero, o per meglio dire turchino 
scuro, essendo quest'ultimo uno degli articoli di scambio più ricer- 
cati iu Bintùlu. 

Sono partito dal forte la mattina alle ore sette e mezzo, ma presto 
dovetti accorgermi cbe si avanzava lentamente ; avevamo la marea 
contraria, il vento contrario, e come se ciò fosse poco, la barca era 
pesante, molto carica e faceva acqua da tutte le parti. Impieganmio 
tre ore per giungere a Spadok, dove tutt'ora si vedevano le pala- 
fitte del vecchio villaggio dei Mellanào, prima che venisse ricostruito 
in vicinanza del forte. 

La piccola casa in cui entrammo per cucinare era abitata da un 
Buketan, un vero uomo dei boschi dell'interno, di forme atletiche e 
bellamente tatuato. Portava appesi agli orecchi due pesanti anelli 
di ottone che distendevano ed allungavano il lobulo in modo straor- 
dinario. Xon so per qual combinazione questo individuo si trovasse 
qui, dove mi venne detto che abitava da vari' anni. È stato l'unico 
campione della sua razza da me visto e che non ho più incon- 
trato hi seguito, per la qual cosa mi dispiace assai di non aver 
preso di lui uè un disegno, uè delle note particolareggiate in questa 
occasione. Però, fra le mie collezioni, si trova un completo cranio di 
Buketan, sul quale non credo possano esistere dubbj riguardo alla 
sua autenticità e che io ebbi in dono a Shnanggan dal Tuan-muda, 
quando passai di là nel seguito del viaggio, alla line di ottobre. 
Questo cranio ha formato il soggetto di una memoria del prof. Ar- 
turo Zannetti. pubblicata uell' « Archivio per l'Antropologia e la 
Etnologia . voi. Ili, 1872, ma poche conclusioni vi è da trarre 
da un solo cranio relativamente alle affinità od alle differenze dei 
Buketan con le altre tribù che popolano Borneo. Solo si può dire 
dir non si riscontrano in esso notevoli particolarità, e che al più 
si possono rimarcale nella mascella inferiore i forti attacchi musco- 
lari, die potrebbero anche essere originati dalla «rande tensione a 
cui Bono sottoposti i muscoli delle guancie, per l'uso continuato del 
sumpitan, l'arme preferita «la quella tribù selvaggia. 



Ho sentito dire, od ho letto in qualche libro, non ricordo l>cn<', clic il Dome di 

« manei ■> e una corruzione della parola italiana « moneta ». collii, quali' s'intendevano 

iterie al tempo che i Veneziani erano i primi commercianti ilei mondo. Poro am- 

odo aneli.- che ci., possa esser raro, e ila ritenersi che i Veneziani abbii imitato 

le coliteli.- dei '.'ìiichì, i quali Bembra che, da tempo immemorabile, se ne siano serviti 

nelle transazioni commerciali con le ferii leno civilizzate dell'Asia meridionale e della 

Malesia. 



3G2 NELLE FORESTE DI BORNEO 

Alle sei pomeridiane ci fermammo sulle sponde del fiume, il luogo 
essendo disabitato, a preparare il nostro desinare. Zanzare in quan- 
tità. Pernottammo nella barca. Pioggia minuta nella notte, 

20 agosto. — Alle sei antimeridiane nuovamente in viaggio. Sino 
a qui, sulle sponde del fiume non avevo visto che nipa e sagù, ma 
in seguito cominciano a mescolarsi a queste palme Avarie specie di 
alberi. Non mi trattengo però a raccogliere esemplari di piante, riser- 
bandomi di far ciò al ritorno; così non sarò costretto di prepararle e 
conservarle durante il viaggio. Non posso però resistere alla tenta- 
zione di cogliere alcuni tralci della magnifica Hoi/a vnvperialis, troppo 
grande essendo il piacere di aver fra le mani le sue bellissime co- 
rolle color violetto, macchiate di bianco nel centro. 

Alle nove ci fermammo ad una capanna o lankò di Punau, i quali 
abitano principalmente alcuni degli affluenti del Bintùlu. I Punàn 
come i Buketàn sono veri nomadi della foresta, non facendo uso di 
abitazioni fisse, ma solo di ripari temporanei o lankò, che con poca fa- 
tica costruiscono dove la foresta offre loro caccia in abbondanza, frutti 
selvatici od altri prodotti naturali per vivere, non facendo coltiva- 
zioni di sorta; solo qualcuno di loro, che ha più frequentato i vil- 
laggi dei Kayan o dei Mellanào, ha cominciato adesso a piantare 
un poco di riso, qualche canna da zucchero e dei banani. I Piinàu 
si procurano la caccia col sumpitan o col mezzo di cani che allevano 
in gran numero. Fabbricano anche delle assai belle stoie, ma credo 
che questa sia la loro unica industria ; sono però grandi collettori 
di cera, di nidi di rondine, di canfora, di rotang e di guttaperga. 
Quando in un posto hanno esaurito i prodotti, o la caccia vi è di- 
ventata scarsa, emigrano in un altro. Sono stato assicurato da Sa- 
hat, il mio servo, che nel passato ha commerciato assai con questa 
gente, che essi soffrono spesso di ernie causate dall' uso smodato 
del sumpitan che è la loro arma usuale, sebbene adoprino come i 
Kayan anche il parang ilang, e per difesa gli « utak » o scudi di 
legno, due oggetti che fra breve descriverò. 

I Punàn tìsicamente differiscono poco dai Kayan, coi quali si po- 
trebbero scambiare, ma forse più di questi hanno gli zigomi della 
faccia sporgenti, e la mascella inferiore sviluppata. Usano di ta- 
tuarsi parcamente in varie parti del corpo, servendosi del latte che 
stilla dal « bua rambèi », al quale vien mescolato, come pigmento 
colorante, del nero fumo di dammara. Hanno sempre infilato nel 
lobo degli orecchi qualche anello di ottone o di stagno così pesante, 
che tutta la parte si distende e si allunga sino a toccare le spalle 
od anche a pendere davanti il petto; e come i Kayan, pure nell'orec- 



CAPITOLO XIX 363 

cbio, in un ampio foro presso il margine superiore del padiglione, 
passano una grossa zanna di orso o di tigre di Borneo. 

La manìa di ornare molto gli orecchi, e soprattutto di straordi- 
nariamente distenderne il lobo appendendovi corpi pesanti, sembra 
sia stata da tempo immemorabile generale fra gli Indiani, come ne 
fanno fede le sculture dei loro monumenti. Così quasi ogni figura, 
fra le innumerevoli che adornano il tempio indù di Boro Budur in 
Giava, mostra molto distintamente questa deformazione, che è poi 
tutt'ora in uso fra le tribù meno civilizzate della Birmania. 

La maniera di commerciare dei Punàn e soprattutto dei Buketàn, 
se è vero quanto mi è stato raccontato, sarebbe delle più originali. 
Essi non si fanno mai vedere nelle contrattazioni, ma chi ha pratica 
delle loro costumanze deposita ed abbandona in certi determinati 
luoghi gli articoli che vuol cambiare contro i prodotti dei nativi, i 
quali, quando hanno vista l' importanza degli oggetti depositati, vi 
sostituiscono quanto essi reputano l'equivalente in loro mercanzia. 

I Pumin ed i Buketàn sono cacciatori di teste, o per meglio dire 
considerano come loro preda naturale e lecita ogni essere umano 
col quale non hanno usuali rapporti, perchè in realtà essi fanno solo 
e; iso della proprietà dell'ucciso, non usando conservarne la testa 
(piale trofeo di guerra. 

Al tocco siamo arrivati a Pandàn, villaggio di Mellanào, dove ebbi 
agio <li osservare due oggetti molto notevoli. Uno di questi consi- 
steva in un tronco d'albero in cui erano state rozzamente scolpite 
due figure umane sovrapposte, delle quali una teneva in mano uno 
scado di legno. Non potrei dire se questo capo artistico dei Mel- 
lanào dovesse considerarsi come un idolo, oppure come un monu- 
mento commemorativo di qualche persona defunta. L'altro era un 
oggetto d'arte molto più elaborato ed aveva la forma di una co- 
lonna di Legno alta presso a poco cinque metri (tutta ricoperta di 
sculture) sulla sommità della quale stavano posate orizzontalmente, 
per taglio ed a traverso, due tavole alquanto discoste fra di loro 
<• formanti una specie di cassa, mancante però delle pareti sui lati 
coiti. La colonna con la cassa (chiamiamola così) aveva V appa- 
renza di un gran T. inqnantochè, per di più, dall'estremità delle 
tavole trasversali pendevano vaij ornamenti e fra gli altri delle 
foglie inespanse di nipa e quindi tutt'ora bianche, divise in lunghe 
feti uccie o formanti treccie (li svariato disegno; alcune striscio di 
cotone bianco, giallo o tosso, completavano la decorazione. Dalle 
mie indagini rilevai che questo secondo monumento era proprio una 
tomba. La colonna internamente eia vuota e racchiudeva uno dei 



36-4 XELLE FORESTE DI BORNEO 

preziosi tadgiào sopra descritti, nel quale erano state composte le 
ossa del defunto. La cassa terminale conteneva una parte della sua 
proprietà, ed intorno al corpo della colonna erano stati appesi gong-, 
tciunam (altra specie di gong), vasi, piatti, ecc. 

21 agosto. — Verso le 10 antimeridiane, dopo circa tre ore di voga, 
si giunge a Labbàng dove ci fermiamo per cuocere il riso. Il villag- 
gio è costruito precisamente nel punto dove sbocca nel Bintùlu un 
suo affluente, chiamato pure Labbàng, il quale può rimontarsi per 
cinque o sei giorni ed ha le acque profonde e tranquille, che dila- 
gano fra mezzo alla densa vegetazione delle sue basse rive. 

Lo sbarco per accedere alle quattro o cinque case di cui si com- 
poneva il villaggio è formato da grossissimi tronchi d'albero gal- 
leggianti, sui quali preferiamo di cuocere il riso, essendo le case 
molto piccole, estremamente incomode e sudicie. Gli abitanti di 
Labbàng sono veri Mellanào, ma hanno preso qualcuno dei costumi 
dei Kayan, di cui adoprano anche le medesime armi. La popolazione 
maschile nel giongle porta il solo tciawat, ma nel villaggio si veste 
come i Malesi. Le donne portano larghissimi pantaloni e per di più 
un lungo badgiù del solito cotone turchino-scuro, con grandi mani- 
che aperte, dalle quali pendono molte buccolette di ottone, ma nello 
insieme il costume è molto simile a quello delle Bintulesi. 

In questa parte del fiume le sponde debbono venire di tanto in 
tanto coltivate a riso, essendo in varj punti diboscate, ma solo per 
una striscia larga al più 80 o 100 metri. 

Alle 12 abbiamo ripreso posto nel sampan e vogato per altre 
cinque ore. Troviamo la corrente non molto forte, ma l'acqua tor- 
bida, nel mentre che le sponde diventano tutte uniformemente sol- 
levate di un metro e mezzo al di sopra del pelo dell' acqua. In questo 
tratto del fiume i coccodrilli sono molto abbondanti e ferocissimi, 
ma io del resto non riesco a vedere che pochissima vita animale. 
Avendo avuto la fortuna di trovare del terreno asciutto, passammo 
la notte a terra, sulle sponde, meglio che in barca, dove riusciva 
molto scomodo dormire, tanto era ristretto lo spazio, e quel poco 
ingombro dal bagaglio e dalle provviste. 

Da ora in là, sino al paese dei Kayan, non si trovano più villaggi 
e nemmeno abitazioni staccate. 

Ho avuto un attacco di febbre nelle ore pomeridiane. Alle sette 
la sera quasi all'improvviso è scoppiato un temporale con rovesci 
d'acqua fortissimi, accompagnati da lampi e tuoni fragorosi, conti- 
nuando a piovere dirottamente tutta la notte sino alla mattina; e 
dire che siamo al colmo della stagione asciutta ! 



CAPITOLO XIX 365 

22 agosto. — I Malesi hanno il sonno molto profondo. Nonostante 
la posizione incomoda nella quale sono costretti a dormire, duro 
molta fatica a svegliarli per metterli alla yoga. Per la pioggia delia- 
notte il fiume era molto gonfio, ma la corrente non era tale da im- 
pedire di progredire. Le sponde del Bintùlu divengono adesso assai 
pittoresche. Non più di un livello uniforme, sono di tanto in tanto 
interrotte da qualche collina o da qualche rupe sporgente ed a picco, 
sulla quale gli alberi si abbarbicano, distendendo sul fiume grandi 
rami rivestiti di epifite. 

Anclie qualche grande pianta di Ficus benjamma spandeva l'om- 
bra della sua colossale chioma sul fiume, ed al tempo stesso che 
cercava di moltiplicare i suoi contatti con l'aria per mezzo delle 
infinite piccole foglie lucide, avide di vibrazioni luminose, sembrava 
egualmente attratta verso la terra, per le innumerevoli e filamentose 
radici, che cadevano in strabocchevole abbondanza dai rami sino 
a toccare l'acqua, dove assumevano l'apparenza di una enorme ca- 
pigliatura fluttuante. 

Qui non vi era traccia alcuna della presenza dell'uomo. Qui la 
natura si mostrava in tutta la sua selvaggia bellezza. Erano questi 
i luoghi che io prediligevo e che mi offrivano maggiori raccolte, 
ma nei quali non mi indugiai ad osservarne più da vicino la vege- 
tazione, sperando di poter giungere il giorno stesso al villaggio dei 
Kayan. Ad un certo momento un rumore sordo di gong ci rende 
avvertiti che qualcuno discendeva il fiume; difatti, girata appena 
una punta, incontriamo Pangheran Rio, un Malese al servizio del 
Governo «li Sarawak, che ritornava a Bintùlu dopo essere stato, per 
online ilei L'esiliente Iloiigliton, ad informare i Kayan di Tubào della 
mia prossima visita. 

Quando noi lasciammo il corso principale del Bintùlu ed imboc- 
cammo il Tubào, erano di <>-ià le quattro e mezzo pomeridiane. Io 
volevo arrivare il giorno stesso al villaggio, ma anche nel Tubào la 
corrente essendo Coite per la pioggia del giorno precedente, dopo 
un'ora di faticoso lavino ili remi, invece di ostinarmi nel mio pro- 
posito, mi persuasi che era meglio di approfittare di una piccola casa 
isolata, che incontrammo per via, per passarsi la notte. 

La casa apparteneva ai Kayan, ma adesso era deserta, sebbene 
contenesse tutte le suppellettili di una abitazione usuale. In questi 

luoghi non vi <• il timore che i domicilj siano derubati, anelie se 

vengono lasciati soli (almeno in tempo di pace) rigendo un costume 
che certamente non otterrebbe il medesimo effetto nei nostri paesi 
più civili: infatti per rendere intangibile una proprietà qualunque, 



3GG XELBE FORESTE DI E-ORNEO 

quando il legittimo padrone è costretto ad assentarsi, basta che ven- 
gano posti in un luogo ben visibile alcuni segnali speciali. Così, di 
contro alla casa che noi occupammo, una pietra sospesa per un ro- 
tang ad un palo stava ad indicare che avrebbe pagato con la testa 
il suo ardire cobii, che si fosse appropriato qualcuno degli oggetti 
ivi esistenti. 

Presso a poco il medesimo significato doveva attribuirsi ad un 
pezzo di legno, rappresentante un parang, pendente da un palo in 
vicinanza di alcune tavole di bilian (legno ferro), giacenti fuori 
della casa. 

Forse però non è tanto la pena materiale che si minaccia con 
questa specie di « tabù », contraddistinta in Borneo coi nomi di 
« pamalì » o di « mattang », quanto una forma di maledizione che si 
invoca sopra colui, che osa appropriarsi l' oggetto in tal modo reso 
intangibile. 

L'acqua del fiume straripando aveva depositato molti detriti ve- 
getali intorno alla casa, fra i quali io mi metto a rovistare appro- 
fittando del. resto di giorno chiaro che ancora rimaneva. La mia 
ricerca è stata fruttuosissima in fatto di piccole conchiglie terrestri 
e di minuti insetti (soprattutto microcoleotteri), ma la caccia otte- 
nuta in questa occasione è andata poi perduta. Abbiamo pioggia 
nella seconda metà della notte, questa volta però siamo più al ri- 
paro di quel che nou si fosse sotto le stoie dell'incomodo sampan. 

23 agosto. — Anche stamattina pioggia; ma di buon'ora si co- 
mincia a vogare verso Tubào, il villaggio Kayan, rimontando il 
fiume omonimo, che è piuttosto un torrente tortuoso con letto ri- 
stretto fra sponde rivestite da vegetazione secondaria. ]S"on si scorge 
in giro foresta e nemmeno grandi alberi isolati, ad eccezione di qual- 
che miuuaug. S'incontrano spesso delle tombe, due delle quali in 
special modo rimarchevoli; ma quella di Kam-Lassà, che si trova 
appresso, un capo dei Kayan morto da poco, sorpassa per le dimen- 
sioni e per il lavoro tutte le altre, avendo la forma di una larga 
tettoia sorretta da pilastri di legno bilian e sormontata da una cresta 
molto bene scolpita e traforata. L'opera si deve, da quanto mi è riu- 
scito di capire, ad un artista di Bruni, e si assicura che sia co- 
stata 50 pikol ') di oggetti in bronzo (specialmente gong), somma 
enorme per questi paesi. Altre tombe sono di costruzione più sem- 
plice; alcune, poi non consistono che in una tavola infitta verti- 
calmente in terra, con bandierole bianche, gialle e rosse piantate 



') Un pikol equivale a circa chilogrammi 60 e mezzo e si suddivide in 100 katti. 



CAPITOLO XIX 367 

all'ingiro, od anche assicurate ai rami degli arboscelli più prossimi. 
Il villaggio di Tubào, dove giungemmo dopo due ore, si componeva 
di sole quattro grandi case, ma tre poi lunghissime e molto ben co- 
struite in posizione alquanto elevata, così comportando le sponde 
del fiume su cui sorgevano. Ogni casa era al solito modo divisa in 
tante pintù quante erano le famiglie che vi abitavano : la casa più 
lunga ne aveva 27, la seconda 22, la terza 13 e la più piccola 6. 

Io in' installai in quella di 13 pintù, che aveva il piano sollevato 
da palafitte alte circa nove metri e snlla quale si saliva per mezzo 
di un sottile tronco d' albero portante, a distanze regolari, delle pro- 
fonde intaccature che facevano l' ufficio di gradini. Sembrava piut- 
tosto nna scala per i polli che per le persone, e richiedeva abitudini 
acrobatiche per potersene servire. Come nelle case daiacche il tetto 
era a due versanti e l'interno era diviso nel senso della lunghezza 
in due parti quasi eguali, delle quali quella sul davanti formava un 
lungo corridoio, o piuttosto una specie di loggiato coperto, senza 
scompartimenti, dove tutti si riunivano a fumare, a lavorare, e più cbe 
altro a chiacchierare. La .parte posteriore era al solito divisa in ca- 
mere o pintù, che mi son sembrate più spaziose e più pulite di quelle 
dei Daiacchi, forse perchè di costruzione recente. La copertura in 
alcune case era di atap di palma, in altre era messa insieme con 
tavolette di legno bilian, sovrapposte le ime alle altre e formanti 
un tetto eccellente ed incorruttibile. L'impiantito era molto migliore 
di quello che si soglia incontrare nelle case usuali dei nativi, ed era 
formaro per buona parte di legname, ridotto a forza di accetta in 
tavole sottili, come di simil materiale erano pure le pareti che divi- 
devano ima camera dall'altra. 

Gli oggetti di maggiore valore che mi venne dato di osservare 
in (piesta casa furono alcune immense tavole, di un legname bel- 
lissimo, molto duro, di colore rosso scuro, ai miei ocelli superiore 
al magogano, tanto per il pulimento che può acquistare, quanto per 
la finezza della grana, e c])c servono per seggio ai capi nei loro 
consigli o > hiteiara », od anche per letto. 

La tavola sulla oliale appunto io avevo steso il mio « tilang » 
specie di piccolo materasso di fattura malese, era lunga due metri 
e il centimetri, larga un metro e 83 centimetri e dello spessore di 
tre dita; ma, cosa sorprendente, era tutta di un pezzo. Tavole simili 
ih- avevo viste in Sarawak di assai pili grandi, in possesso di Eu- 
ropei, ma di esse non ne ho conservate Le misure precise; Si. John 
però parla di ima tavola di tapang lunga IO piedi e sei pollici (tre 
metri e '_'() centimetri) per sei piedi e sei pollici (due metri e 98 ini- 



368 NELLE FORESTE DI BORXEO 

tinietri), e di un' altra lunga 15 piedi (quattro metri e 57 centime- 
tri) per nove (due metri e 73 centimetri). 

Io non potevo da prima rendermi conto delle dimensioni straor- 
dinarie di queste tavole, perchè non potevo immaginare alberi con 
tronco di tale grossezza da potervele tagliare. Mi è stato però spie- 
gato il modo di ottenerle, ed anzi in seguito ho potuto vedere come 
si procede. L'albero che le somministra è YAbcmria ezcélsa, il tapang 
grandissimo che raggiunge una smisurata altezza, e che ho descritto 
al capitolo X. 

Avendo l'occasione di vedere in piede un tapang si capisce su- 
bito come sia possibile di ottenere le tavole delle dimensioni indi- 
cate, perchè YAbauria è uno di quegli alberi che producono tutto 
in giro al piede grandissimi contrafforti laminari o banner, di cui 
alcuni talmente immensi e nel medesimo tempo di così poco spes- 
sore, che tagliandoli rasente a terra e lungo il pedano, si ottiene, 
con poco lavoro, una tavola come quelle ora descritte senza che si 
debba abbattere e nemmeno molto danneggiare l'albero. Mi è anzi 
talvolta accaduto di trovare nella foresta -qualche pianta di tapang 
che portava appunto le traccie di aver servito per tale oggetto e 
che non sembrava affatto di aver sofferto. 

Nelle case di Tubào non trovammo che tre donne malate, essendo 
in quel momento tutta la popolazione valida nei campi a preparare 
il terreno per seminare il riso ; ma Paugheran Rio aveva eh già av- 
vertiti i capi del mio arrivo. Questo individuo, originario di Bruni, 
era allora il factotum di Bintùlu e di esso si serviva il Residente 
per le sue comunicazioni coi capi dell'interno; ma sembra che non 
avesse ancora perso 1' abitudine dei suoi colleghi della capitale, di 
taglieggiare cioè per conto proprio gli indigeni. Ho saputo intatti 
che dai Kayan del Tubào si era fatto preparare 2000 fascetti di siri 
per ordine del Governo; ma io ritengo invece per compenso delle 
sue speciali fatiche. 

Nel dopo pranzo è venuto a farmi visita uno dei Capi Kayan di 
nome Tummuson; giovane alto, di bella apparenza, a fisonomia 
seria, e con un poco di barba sul mento, ma solo sul lato destro, 
non scorgendosi nemmeno un pelo sul sinistro. Aveva le mani ta- 
tuate, distintivo che possono portare solo i capi coraggiosi, e che 
hanno ucciso dei nemici in guerra. 

Tummuson ed i suoi compagni hanno voluto osservare minuta- 
mente i miei oggetti, domandando spiegazione di tutto ; ma ciò che 
più è loro piaciuto sono state le bottigliette o tubi di vetro, di cui 
mi servivo per raccogliere e conservare gli insetti. 



CAPITOLO XIX 369 

Ha piovuto oggi quasi tutto il giorno, che ho così passato nelle 
case a soddisfare la curiosità dei Kayan ed a prendere informazioni 
sui loro costumi e sul loro paese. Mi premeva in primo luogo di 
farmi indicare i luoghi dove avrei potuto trovare l'albero deila can- 
fora ed il minerale di ferro che serve ai Kayan per la lavorazione 
delle loro armi, volendo il giorno veniente andare in cerca di questi 
prodotti. 

24 agosto. — Pioggia nella notte; ma nella mattina il tempo es- 
sendo buono, mi preparo a rimontare il Tubào. Ai miei Malesi si 
erano aggregati tre individui dell' interno, di non so quale tribù, 
che Pangheran Pio mi aveva procurato per servirmi da guide. Dopo 
aver remato per un paio d'ore mi sono accorto che le guide non 
erano del paese, che non conoscevano nemmeno di nome le colline 
dove avrebbe dovuto trovarsi l'albero della canfora, scopo principale 
della mia gita, e che per di più non intendevano la lingua dei Bin- 
tùlu. Sono per questo tornato indietro per cercare altra gente che 
potesse meglio corrisjjondere al mio scopo. 

Al mio ritorno trovai molti nuovi arrivati ; alcuui di questi si erano 
espressamente mossi dai villaggi vicini per venne a domandarmi delle 
medicine, per le quali tutti avevano un vero fanatismo. L'ammoniaca, 
come sempre, faceva furore, e le smorfie di quelli che accostavano 
il naso alla boccetta che la conteneva cagionavano scoppj di risate 
agli astanti, che poi alla lor volta volevano annusarla essi pure, 
(•fune volevano veder la scatola dove tenevo rinchiusi i medicamenti, 
intorno ai «inali ni 1 importunavano con una infinità di domande. 
Quasi quasi mi pareva che dispiacesse loro di non esser malati per 
poter sperimentare l'effetto dei medicamenti sopra se stessi. Avere 
il mezzo «li guarire qualche malattia bastava per farmi passare ai 
loro occhi per mago, e con questa persuasione, a quanto mi parve, 
qualcuno mi mostrò hi palma della mano perchè, secondo i segni, 
gli predicessi la fortuna. Per essi mago e medico debbono essere 
tutta una cosa. In questa opinione io poi contribuii a raffermarli, 
uccidendo eoi fucile un uccello al volo. La meraviglia però fu al 
colmo quando mi videro maneggiare un grosso centogambe, un in- 
nocuo miriapode, da essi reputato velenosissimo. 

Nella sera arrivò un'altra comitiva di Kayan, col loro capo Ivam 
Ripa, giovane di circa 30 anni, .svelto ed elegante nella persona, 
molto civile ed intelligente, proprietario della casa dove io avevo 
preso alloggio e figlio di K'am Laksa, altro capo Kayan. Egli par- 
lava correttamente il malese e non import una va colle domande, 

come i pili dei suoi compaesani. La moglie Eenan-riam, una gio- 
ii — Becchi, Sriu foniti U Bornio. 



370 NELLE FORESTE DI BORNEO 

vane donnina simpatica, di carnagione assai chiara e con una fiso- 
noinia dolce e piacevole, soffriva di febbri malariche ed ha voluto 
che io le dessi del chiniuo. Le donne Kayan hanno la riputazione 
di essere delle vere Amazoni, seguendo nelle spedizioni guerresche 
i mariti. In tali occasioni usano il tciawat invece del bedang o gon- 
nellino, indossano l'abito caratteristico di pelle di capra, e vanno 
armate col parang ilang e la lancia, adoprando anche i grandi scudi 
di legno per difesa. La sera i Kayan hanno improvvisato in mio 
onore ima festa, alla quale io ho somministrato le candele per la 
illuminazione. La rappresentazione era assai differente dal solito 
ballo dei Daiacchi, che consiste in movenze e contorsióni poco gra- 
ziose, mentre quello dei Kayan, per lo meno quello di cui ho avuto 
un saggio, era una specie di pantomima guerresco-umoristica, ese- 
guita al suono del « krorè ». È questo uno strumento molto singo- 
lare, che si compone di una specie di zucchetta in forma di ampolla 
e con lungo collo, alla cui estremità si trova l'imboccatura, mentre 
nella parte più rigonfia sono impiantati sei sottili bambù, tutti riu- 
niti in un fascio come sei canne d' organo ; ogni canna porta un 
foro da un lato, di guisa che l' istrumeuto ha sei fori che vengono 
chiusi od aperti con le dita, come per sonare un flauto, quando si 
insuffla l' aria dal beccuccio della zucchetta. Insomma il krorè è una 
specie di zampogna, in cui il sacco di pelle è sostituito da una zuc- 
chetta, e lo zuffolo invece di esser formato da una sola canna con 
più fori, è formato da più canne con un sol foro ognuna. Uno stru- 
mento quasi simile a quello ora descritto, ma più grande, è usato 
nel Siam e 1' ho osservato nel Museo di Batavia. 

25 agosto. — Ho potuto finalmente trovare un individuo di nome 
Kam-Uan, che insieme a due suoi compagni mi hanno promesso di 
servirmi di guida per Gnnong Sedahà, la collina dove cresce l'al- 
bero della canfora ; ed oggi alle otto antimeridiane con questi Kayan 
e quattro dei miei uomini, adoprando buona dose di pazienza, son 
riuscito a partire, avendo convenuto di ricompensare ognuna delle 
mie guide, ad escursione compiuta, con quattro depà di cotoneria 
rossa. Si rimonta il Tubào per chea tre ore sino a che si giunge 
ad un lankò da dove si diparte la strada per Gnnong Sedahà, il 
quale non apparisce molto discosto. Dopo che gii uomini ebbero 
trasportato i miei oggetti e le provviste nel lankò e dopo che fu 
cotto e mangiato il riso, tutti insieme ci movemmo nella direzione 
della foresta, distante solo un miglio dalle rive del Tubào, ma che 
senza interruzione si estende poi dalle falde delle colline sino alla' 
cima loro. Non appena mettemmo piede nella foresta trovammo 



CAPITOLO XIX 371 

alberi di canfora (Dryóbalcmops) in assai grande quantità; ma qui, 
come per regola generale in tutte le foreste di Borneo, nessuna 
specie d' albero era in predominanza tale da fare assumere quel- 
l' aspetto di uniformità che caratterizza i nostri boschi, per la qua! 
cosa quando io dico che gli alberi di canfora erano abbondanti 
sulle colline di Sedahà, vuol dire che forse ogni 30 o 40 tronchi di 
piante di alto fusto, appartenenti a specie e generi disparatissimi, 
se ne trovava uno o due di Dryóbalanops. Il luogo doveva essere 
stato molte volte visitato, perchè la maggior parte dei tronchi del- 
l'albero prezioso portavano gli indizj di essere stati saggiati nel- 
l' interno. 

Volendo io conservare campioni da erbario dell' autentica pianta 
canforifera del Bintùlu, ne feci abbattere una di mediocre grossezza, 
ma nel suo tronco trovai solo una piccola quantità di olio giallo, 
viscoso, odorosissimo, senza alcuna traccia di droga solida. 

La raccolta della canfora è una operazione di esito molto incerto, 
in quantochè sebbene molti siano i tronchi di Dryóbalanops nei 
quali può trovarsi questo prodotto, iu realtà in pochi si accumula 
in quantità tale da valer la pena di estrarlo; e quindi, come per 
tutte le cose di dubbio esito, non solo fra i selvaggi, ma anche fra 
le persone ignoranti di paesi più civilizzati, questa ricerca è accom- 
pagnata da varie pratiche superstiziose. 

Quando i Kayan si propongono di andare in cerca di canfora si 
riuniscono in una comitiva, cominciando a trarre l'augurio dagli 
uccelli. Dna volta poi nella foresta, se a qualcuno accade di so- 
gnare donne, riso, paddi, pesci, e chi sa mai quante altre cose, se- 
condo la loro fantasia, son certi di essere fortunati, e coliti che è 
stato favorito dal sogno propizio comincia da saggiare il tronco 
prescelto, facendovi una profonda intaccatura, un poco al di sopra 
della base. Però semina clic i sogni per la canfora siano bene spesso 
come quelli ilei giuocatori di lotto, avendo io incontrato, sia nel 
piano, sia sulla collina, moltissimi tronchi saggiati, e che quindi do- 
vevano aver dato più «l'ima volta ini resultato negativo all'esplo- 
ratore. 

La prima intaccai ina di saggio vicn falla a circa un metro e 50 
dal terreno, ed i piatici si accorgono dall'odore del legno se vi sarà 
cantora o no nel roto del tronco, (ili alberi clic sono stali visitali 
ima volta, dopo qualche tempo vengono saggiati di nuovo un poco 
piii in alto, di guisa che S'incontrano non di rado alberi che hanno 
anche tre o (piatirò intaccai lire a differenti altezze. Ino ne ho vi- 
8tO, alto l'orse 50 metri e con tronco nella parie cilindrica di ili» 



372 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

metro di diametro, che aveva tre incavi di assaggio in- parte cica- 
trizzati. Kain-Uan crede che quésto albero debba ora esser ricco di 
canfora, dall'odore che emana ogni pezzetto del sno legno, e mi ha 
detto che verrà a cercarvela non appena si sognerà ima delle cose 
sopra indicate. 

Per raccogliere la canfora i Kayan del Tnbào non abbattono la 
pianta, ma procedono nel seguente modo. Constatato che l'albero 
è produttivo, l' intaccatura di saggio viene di molto approfondita 
ed un' altra se ne fa più in alto ; se anche questa è promettente se 
ne fa una terza più in su ancora, e così di seguito fintantoché non 
viene a cessare la preziosa secrezione; allora il tronco vien fesso 
lateralmente, e tutto il legno interposto fra una intaccatura e l'altra 
viene asportato. Da questi pezzi, minutamente divisi, si estrae o si 
gratta la droga che si trova incastrata nelle fessure longitudinali 
della fibra, fra gli strati del legno. 

Secondo altre informazioni, in qualche altro luogo sul Bintùlu, 
l' albero canforifero viene abbattuto e diviso in tante porzioni quanti 
sono i cercatori, ognuno dei quali lavora sul proprio pezzo. Qualche 
volta invece di canfora in forma solida se ne trova una varietà molle, 
mucillaginosa e biancastra, circostanza questa che può dare origine 
ad una tragedia, ritenendosi, per associazione d' idee, come prova 
dell' infedeltà della moglie di chi ha fatto la spiacevole scoperta. 
E si è dato il caso, mi hanno raccontato, che qualcuno per -la ver- 
gogna ed in seguito alle beffe dei compagni sia tornato subito a 
casa, e, senz' altro, abbia ucciso la moglie presunta infedele. 

Incredibili storie raccontano i Kayan di trasformazioni della can- 
fora in sigari od in foglie di siri durante la raccolta; artifizi certa- 
mente di qualche svelto e furbo prestidigitatore, o parto di una 
troppo fervida immaginazione. I cercatori di canfora devono solo 
discorrere di donne e di soggetti erotici e non possono portare altri 
indumenti che il tciawat, non debbono far uso di pentola o priok 
per- cuocere il riso e nemmeno possono biascicare siri o tabacco; 
e questo è tutto dire, perchè i Kayan, come i Daiacchi, fanno più 
volentieri a meno del riso che di queste superfluità. 

L'albero canforifero del paese dei Kayan acquista grandi dimen- 
sioni: ha la scorza scura che si stacca a falde o lamine sottili, ed 
il tronco alquanto dilatato alla base, ma senza vere banner laminari. 
Botanicamente deve considerarsi come un Dryóbalcmojjs, differente 
da quello che produce la canfora in Sumatra e da ogni altro sino 
a qui conosciuto, per la qual cosa può venir distinto col nome di 
D. kayanensis (B. P. B. n.° 3734). La canfora si trova tanto negli 



CAPITOLO XIX 373 

alberi piccoli quanto nei grandi, senza che alcun segno esterno ne riveli 
la presenza. Da un grosso tronco, nel paese dei Kayan, si possono ri- 
cavare sino 100 « tabang » ossia 10 « tatti » (sei chilogrammi e mezzo) 
di dròga ; ma questa è una ben rara e fortunata eccezione, e d' ordi- 
nario la quantità che se ne ottiene è assai minore dell'indicata. 

26 agosto. — Abbiamo passata la notte nella foresta e di buon 
mattino ci siamo avviati su per la collina, che non è risultata così 
formidabile come i racconti dei Kayan mi avevano fatto credere, 
essendo giunti in sole due ore di facile cammino sulla sua cima, 
che valutai di circa 480 metri std livello del mare. 

La collina è di arenaria argillosa molto friabile e facilmente di- 
sgregabile, di modo che le acque del ruscello che scende dai suoi 
fianchi sono quasi sempre torbide. Non avendo trovato sopra Gu- 
nong Sedahà cose di particolare interesse, ad eccezione di una rag- 
guardevole quantità di alberi di canfora, ci affrettammo a discen- 
dere, e, rifacendo la via già percorsa, a ritornare alle case del Tubào, 
dove consegnai subito gli oggetti pattuiti alle mie guide, e per di 
più distribuii conterie o manit alle donne ed ai ragazzi, i quali così 
divennero subito miei grandi, ma anche importuni amiconi. 

Quella medesima sera, durante la mia conversazione coi Kayan, 
udii un improvviso scoppio di gemiti e di piagnistei, proveniente 
da una casa prossima alla mia, dove mi venne spiegato che in quel 
momento spirava un vecchio, malato da lungo tempo. Il morto fu 
lasciato coricato tutta la notte sulla stoia dove spirò; ma la mattina 
veniente venne vestito coi suoi migliori abiti ed accomodato in ma- 
niera che potesse rimanere in una posizione seduta, dopo avergli posto 
in bocca un boccone di siri ed un sigaro. Dalle informazioni che ho 
raccolto, essendo il morto una persona ordinaria, non verrà sotterrato 
che fra tre giorni, ed in questo frattempo si preparerà una cassa di 
legno ove rinchiuderlo; ma se fosse stato un capo sarebbe stato tenuto 
esposto nella casa sino ad otto giorni prima di venir sotterrato, ed in 
seguito, dopo qualche tempo, se almeno ho ben capito, sarebbe stato 
disumato e le sue ossa l'accolte e rinchiuse in una cassa, insieme ad 
una buona parte dei suoi averi. Vige poi il costume che in tale 
contingenza le donne del villaggio, quando il corteo ritorna da sot- 
terrare il morto, gettino fango ed ogni altro genere «li lordura capiti 
loro sotto mano, conilo la prima persona che si imbatta, sul loro 
passaggio. Alda consuetudine curiosa è il « bolèn > consistente in 
una multa in effetti di un valore variabile dai 10-20 dollari, che si 

esige dal primo passeggi ero o mercante, che arrivi nel paese dopo 
la morte di uno di loro. 



374 NELLE FORESTE DI BORNEO 

I Kayàn del Tubào mi son sembrati più belli e di complessione 
più robusta della maggioranza dei Daiacchi. Non pochi di loro erano 
di statura alta, con membra ben proporzionate e personali che quasi 
direi perfetti e statuari . Il tciawat di stoffa di cotone è l' unico in- 
dumento che i Kayan indossino quando son nei campi per le fac- 
cende del riso od alla caccia nella' foresta; ma in guerra e nelle 
grandi occasioni adoprano un curioso ed originale vestito, che serve 
principalmente di difesa contro le freccie avvelenate ed è fatto con 
la pelle di qualche grosso animale (capra, orso o pantera) ridotta 
ad avere quasi la forma di una pianeta da prete, con un foro nel 
centro attraverso il quale passa la testa, mentre una parte pende 
davanti sul petto e l'altra di dietro sulle spalle. In ultima analisi, 
questa specie di « poncio » è il tipo primitivo del costume che, nelle 
grandi cerimonie, indossa tanto il fachiro dell' estremo oriente, quanto 
il Papa quando pontifica in San Pietro a Eoma. 

II costume vieu completato da una specie di berretto, ornato colle 
grandi penne di qualche uccello vistoso, per lo più di bucero, delle 
quali è pure abbondantemente abbellita la giacca ora descritta. 
Nel lobo perforato e disteso degli orecchi i Kayan portano d' or- 
dinario qualche ornamento, spesso d'oro e di bel disegno, e per 
giunta, quasi sempre, nella parte più alta del padiglione, due denti 
della solita tigre, uno per parte, i quali sporgendo come due piccoli 
corni bianchi, con la punta rivolta in avanti ed in basso, fanno as- 
sumere alla tìsonoiuia un singolare aspetto di bestialità e di ferocia 
(fig. 60). Ho visto qualcuno che possedeva il medesimo ornamento, 
della precisa forma e grandezza dei denti di tigre, ma in oro, con 
l'aggiunta, dalla parte di dietro, di una larga capocchia di detto 
metallo, molto finamente ed artisticamente lavorato (fig. 61). 

Io non so dove i Kayan trovino tanti denti di Felis nebulosa, 
essendo, secondo la mia esperienza, quest' animale assai raro in 
Borneo. Sembra però che esso sia più frequente nell' interno del 
N. E. dell'isola, che non nella parte da me percorsa. Molti poi di 
tali ornamenti devono venire trasmessi di padre in figlio, e servire 
per varie generazioni. 

I Kayan del Tubào si tingono in nero i denti '), ma non aguzzano 
gli incisivi come i Daiacchi, contentandosi di limare quelli superiori 
per renderli più corti. I capelli sono tagliati sul davanti, e lasciati 
crescere lunghi e fluenti di dietro. Quasi mai si vede un uomo che 



') Si adoprerefobe per tale scopo, da quanto ini è stato detto, la costola delle grandi 
foglie carnose di una melastomacea (Medinillopsis Bcccariana, Cogniaux). 




Kig. 60 - Ormig-Kaya Tiiiium^oiiK, rn\»> Kiiyan «lei Barraiii 



37G NELLE FORESTE DI BORNEO 

non abbia qualche legacciolo di fibre o degli anelli d'ottone al di 
sotto del ginocchio. 

Il tatuaggio è di uso generale fra i Kayan, ed in essi può ser- 
vire per ornamento, per distintivo di grado, e per mezzo di rico- 
noscimento fra le varie tribù. 

Gli uomini sono spesso tatuati con figure isolate in forma di stella 
o di dragoni sulle braccia o sul petto, e sul dorso delle mani con 
tante linee o striscie trasversali quant' è il numero delle teste otte- 
nute, cominciando dal polso e procedendo verso le dita. 

Le donne si tatuano assai più degli uomini, ed io ne ho viste di 
quelle che avevano coperte di disegni le mani sino alla metà del- 
l' avambraccio, le anche sino sotto al ginocchio, e la parte superiore 
dei piedi. 

L'operazione del tatuaggio imo costare sino ad un pikol di og- 
getti in bronzo del valore di 25-30 dollari, di modo che la mag- 
giore o minore estensione del tatuaggio sulla persona può, forse, 
ritenersi anche come un segno di ricchezza. 

Il vestito delle donne è più completo di quello degli uomini, e 
consiste in un pezzo di stoffa di cotone, spesso a varj colori, legato 
intorno alla vita ed aperto su di un fianco all'uso « incroyable». 
Le donne portano pure, ma non sempre, un badgiù o giacchettino, 
e quando dormono una specie di sarong per avvolgere la persona. 

I Kayan per affermare in modo solenne un patto di amicizia usano 
talvolta scambiarsi il proprio sangue; ma la cerimonia è molto meno 
imponente di quello che potrebbe far credei*e l'immaginazione, per- 
chè si riduce a fare uscire, da una parte qualunque del corpo, con 
una semplice puntura, alcune goccie di sangue, le quali vengono 
incluse in una sigaretta, che i due campioni si scambiano e fumano. 
E con questo la cerimonia è compinta. 

È noto il singolare costume dei Kayan della « perforatio penis»'), 
ma una delle loro principali manìe, tanto degli uomini quanto delle 
donne e comune a varie altre tribù affini ai Kayan, ai Kinya a modo 
d'esempio (figure 62 e 63), è quella di strappare qualunque pelo si 
azzardi a spuntare sul loro corpo, compresi i sopraccigli e perfino i 
cigli ; pratica che cagiona loro assai spesso incomode malattie d' oc- 
chi. La depilazione generale è uno dei principali passatempi di questa 
gente, e da quel che io ho potuto capire sembra che abbia, più che 



') Chi desiderasse maggiori notizie su tale pratica, può consultare la memoria di 
Mikiajcho-Maclay, Bei-liner Gésellschaft fur Anthr. Etltnol. unti Urgeschichten, seduta del 
19 gennaio 1876. 




Pig. »ii - Jl medesima Kayan rappresentato nella figura no 



378 



NELLE FORESTE DI BOKNEO 



altro, lo scopo di eliminare ogni rassomiglianza coi cattivi spiriti, 
i quali, secondo loro, dovrebbero essere pelosi come gli orang-utan. 
Nel seguito dei miei viaggi ho trovato che in Selebes si ha egual- 




Fig. 62 - Un Kinya, senza cigli e senza sopraccigli 



mente in orrore la peluria, ed anche là si ritiene che una donna 
pelosa porti sfortuna. 

I Kayan adoprano il sumpitan e le treccie avvelenate coli' upas '), 
il noto veleno, che però non fabbricano essi stessi, ma traggono dai 



') Low (pag. 53) parla di un veleno più potente dell' upas, prodotto da un rampicante che 
cresce nelle vicinanze di Bintùlu ; ma io non sono riuscito ad aver notizie di questa pianta, 
che potrà forse appartenere al genere Strychnos, di cui ho trovate in Borneo varie specie. 



CAPITOLO XIX 



379 



Pennan. In Borneo, sembra sconosciuto l'uso dell'arco, poiché 
forse la possibilità di potere far uso di un veleno potente, deve 
a quello aver fatto preferire il sumpitan. Nei paesi invece dove 




Kg. 63 - II medesimo Kinya rappresentato nella figura 62 



manca un veleno equivalente all' upas, il sumpitan coi relativi pic- 
coli dardi sarebbe un'arma innocua, che per necessità si è dovuta 
sostituire con una più efficace. A convalidare questa maniera dive- 
dere si potrebbero citare i selvaggi della Gujaua inglese, i quali 
sanno preparare da alcune specie di 8tryclwws il potente veleno 
chiamato « curare > od « urari », e che pure adoprano uno speciale 
sumpitan, mentre tutti gli altri popoli primitivi della regione fanno 
uso dell'arco. 



380 STELLE EORESTE DI BOENEO 

Volendo preparare l'upas, si raccoglie il latte che cola da inci- 
sioni praticate nella scorza dell' Antiarte toxlcaria e si condensa al 
sole tanto che possa venir rinvoltato dentro una foglia di palma, 
facendone dei cartocci che si sospendono snl focolare fino a com- 
pleta disseccazione. Quando si ha bisogno di far uso del veleno, si 
scioglie la pasta disseccata di upas nel succo di alcune piante e più 
specialmente in quello delle varie qualità di tuba usate per istupi- 
dire i pesci. A tale riguardo i miei informatori mi hanno citato la 
« tuba rabut », la « tuba teddow », e la « tuba bermar ». L'upas deve 
essere disciolto nel succo delle radici delle piante rammentate (fresche 
o secche poco monta) e formare una specie di pasta, colla quale si 
ricoprono le punte delle piccole treccie. Altri solventi dell' upas sono 
il succo del tabacco, dell' Hoya vm/perialis, e del gambir dei Daiacchi 
o « kayù seddì », una tiliacea del genere Elaeocarpm, dal quale sem- 
bra che si possa ottenere una sostanza astringente simile a quella 
che si estrae dall' linearla GamMr. Le freccie preparate coli' upas con- 
servano le proprietà letali per due o tre mesi, e se si è fatto uso 
del kayù seddì, anche un anno. Mi è stato raccontato che i Kayan 
usano talora di inserire dei denti di serpenti velenosi all'estremità 
delle freccie, fendendo l' estremità di queste ed introducendo il dente 
nella fessura, nella quale vien legato strettamente. 

L'uso del veleno di upas (conosciuto in altre parti della Malesia 
col nome di « ipo ») non è limitato a Borneo, ma è esteso a Giava, 
alla Penisola malese 1 ) ed alla Cocincina. Il sumpitan ritengo che 
debba essere stato conosciuto da un' epoca remotissima alle popola- 
zioni primitive del continente asiatico, da dove deve essere passato 
in Borneo, giacché nella grande opera del Governo olandese sopra 
il tempio di Boro Budur, alla tavola OIX, si vede un selvaggio, con 
profilo ariano e con baffi, nell' atto di servirsi del sumpitan. Anche 
nella tavola OLX, della medesima opera, sono rappresentati degli 
uomini che sembra caccino le scimmie col medesimo strumento 
(tìg. 64). 

Il sumpitan non è semplicemente usato per scagliare dardi av- 
velenati, ma è anche adoprato come lancia, e per questo oggetto 
è provvisto in punta di una lama a due tagli in forma di foglia 
di olivo. 

In guerra i Kayan, oltre il sumpitan, col relativo astuccio o tur- 



') I sumpitan coi quali i «Semaug» della Penisola malese scagliano le freccie avvelenate 
coli' ipo, sono formati da un solo internodo della Bambiua Wrayl, Stapf. In Cocincina 
sono i Moys che tutt' ora adopiano Tipo. 



CAPITOLO XIX 



381 



casso di bambù per le frecci e, ed il paràng ilang, portano 1' « utak », 
il grande scudo di legno leggiero, ornato di capelli umani, che bo 
già rammentato. Nell'insieme, col costume sopra descritto, il ber- 
retto di penne sulla testa, la strana giacca di pelle, i capelli fluenti, 
le belle fattezze, la flsonomia fiera, le zanne di tigre agli orecchi, un 
Kayan in pieno assetto di guerra è uno dei più bei tipi di selvag- 
gio che sia dato di vedere. 




Fig. 64 - Cacciatori col sunipitan. Dalle sculture del tempio di Boro Budur in Giava 



La tribù dei Kayan è forse dopo quella dei Daiàcchi la più estesa 
di tutto Borneo, di cui abita la parte più centrale, estendendosi 
dal Bintùlu e dal Balói al Barram ed al Limbang, e poi soprat- 
tutto all'alto Bandgiàr, sino sul Pasir e sul Koti o Kutei. Sul Bar- 
ram i Kayan sono molto numerosi ed alcuni dei loro villaggi con- 
tano ivi sino a 2500 anime. 

I Kayan sono guerrieri molto intraprendenti, di un coraggio per- 
sonale grandissimo e sono quindi, non a torto, molto temuti dalle 
tribù con li- quali si trovano in contatto, ma hanno nondimeno una 
gran paura del lucile, perchè è stato col mezzo di questo che i 
Daiàcchi, i quali ne possedevano qualcuno, si son fatti tanto temere 

anche da loro. 

I Kayan tanno spesso scorrerie at laccando tribù assai remote; 
COfd sembra che quelli del Barram siano provenuti dal Balói, es- 
M-ndo il Barram prima della loro invasione abitato da Kinya. Se- 



382 NELLE FORESTE DI BOENEO 

concio St. John (voi. I, pag.' 87) sembra che nel passato i Kayan 
del Barram avessero l'abitudine di assalire i villaggi vicini a Bruni, 
dove catturavano schiavi, che poi portavano seco. Non deve quindi 
far meraviglia se varie delle tribù che popolano il nord est di Bor- 
neo, quali i Murut, i Bisaya, gli Idahan o Dusun, come i Tedong 
ed i Kadgian, vengono descritti dal preclaro autore, tante volte ci- 
tato, come molto simili ai Kayan. 

Bimarrebbe poi ancora, come soggetto ci' indagine importante, da 
sapere se i Kayan abbiano mai avuto, per la via del Koti, relazioni 
con Selebes; o viceversa, se gli abitanti di quest'isola, per la me- 
desima via, ma in senso inverso, le abbiano mai avute con Borneo. 

In varie occasioni, come in quella or ora citata della ricerca della 
canfora, i Kayan traggono augurj dagli uccelli, e uei casi più im- 
portanti scrutano anche i visceri degli animali, e specialmente il 
cuore del porco, come si pratica anche dai Daiacchi del Sekarrang. 

Fra i Kayan del Tubào non sembra che presentemente si prati- 
chino sacrinej umani; ma sono stato assicurato che i « Boadgian », 
Kayan dell'alto Bandgiar, quando muore uno dei loro capi, sacri- 
fichino uno schiavo e lo sotterrino con esso. Ho sentito anche 
raccontare che certe tribù dell'interno, quando intraprendono la 
costruzione di una nuova casa, sacrifichino una vergine, sotterran- 
dola sotto uno degli stipiti principali. 

I Kayan amano passionatamente i loro bambini, che ricoprono 
di ornamenti, consistenti in collane di vetro di varj colori, e soprat- 
tutto in grandi orecchini eh oro, ma più spesso di rame e di stagno 
molto pesanti, perchè distendano il lobo dell' orecchio il maggior- 
mente possibile. 

I Kayan del Tubào, oltre il riso e la canna da zucchero, colti- 
vano varie specie di frutti ; ed io infatti in vicinanza delle loro case 
osservai durio, rambutan e qualche pianta di limone. Anche la Coix 
lacryma o lacrima di Giobbe vien spesso seminata, essendo i suoi 
chicchi assai adoprati per adornare varj oggetti usuali o da guerra. 

Di animali domestici allevano oltre ai polli, anche qualche capra, 
che all'occorrenza mangiano, ma di cui molto pregiano la pelle per 
« confezionare » i loro abiti guerreschi. Quando non sono occupati nei 
lavori dei campi cacciano i cinghiali, e vanno in cerca di canfora, 
guttaperca e gomma elastica. Il miele e la cera sono pure prodotti 
naturali del loro paese, essendovi molto abbondanti gli alveari delle 
api sopra alcnni particolari alberi, quali il «tapang», il «niinuang», 
il « mingris » ed il « piai » . Queste piante sono proprietà della tribù 
ed è proibito di abbàtterle. Per contro, gli alberi della canfora sono 



CAPITOLO XIX 383 

di chi primo gii incontra nella foresta. Varie tribù di Kayan sono 
anche grandi collettrici di nidi di rondine, ma quella del Tubào 
non è dedita a questa industria, non essendovi colline calcaree, e 
per conseguenza nemmeno caverne abitate da rondini (salangane) 
in tutto il bacino del Bintùlu e del Eedgiang; mentre tali colline 
sono invece molto frequenti sul Barram e sul Limbang. 

I Kayan lavorano molto abilmente il ferro, col quale fabbricano 
parang di eccellente tempera, ma ciò che è più notevole, essi non 
adoprano ferro importato, bensì uno prodotto da loro stessi e rica- 
vato da un minerale che si trova nel loro paese. 

Ho di già accennato come l' arme usuale dei Kayan sia il parang 
ilang, però questo non è per essi soltanto un arnese di guerra, ma è 
bene anche l'istrumento da taglio giornaliero e che adoprano co- 
munemente. Il parang ilang è un grosso coltellaccio con lama a 
costola diritta e lunga circa 50 centimetri, larga all'estremità cin- 
que o sei e che va gradatamente ristringendosi verso l'impugnatura; 
ma, cosa affatto speciale di quest'arma, la sua lama è convessa 
da una parte e leggermente concava dall'altra; ciò che dà il 
mezzo, a chi possiede la pratica necessaria, di fare con essa dei 
tagli profondissimi. In mano inesperta però 1' arme è pericolosa, in 
quauto che il taglio non può farsi che in una data direzione, e se 
adoprata in diverso modo, può sgusciare e ferire chi la impugna. 
Io pure ho avuto sempre l'abitudine di portare al fianco in tutte 
le mie esclusioni un parang ilang, col quale avevo preso abbastanza 
pratica, riuscendo a tagliare di netto assai grossi rami d'albero; per 
i Kayan però, come per i Daiacchi, la più grande ambizione è quella 
di poter con un sol colpo far cadere la testa ad un uomo. 

Ai parang ilang vengono assegnati differenti nomi, a seconda 
degli ornamenti che portano. In alcuni la lama è semplicissima, in 
altri la sua punta è ornata da intagli e da fiorami, ed anche la co- 
Mola porta incastrati dei pezzettini di ottone. L'impugnatura è di 
Legno nei pifi ordinari, In <i nei migliori è di corno di cervo ed è fan- 
tasticamente intagliata ed è poi sempre terminata da un ciuffo di 
capelli. Ognuno degli ornamenti ha un significato ed un nome spe- 
ciale. Il fodero è formato da due assicelle di Legno riunite da trec- 
ciole di rotang, ed anche esso è spesso intaglialo con emblemi si- 
gnificativi. 

I Kayan del Tnliào allevano molli cani, che nutriscono bene per 

adoprarli mila caccia del cinghiale, non usando per tale scopo di. 
fare trappole o petti, all'uso daiacco. 

II benessere generale, direi anzi L'agiatezza dei Kayan del Tubào, 



384 NELLE FORESTE DI BOENEO 

è dovuta in gran parte al commercio della canfora e della gutta- 
perca, che essi barattano, come ho sopra accennato, contro cotoncrie 
e conterie di Venezia di varia forma e colore. I gong di bronzo ed 
il filo grosso di ottone sono pure articoli di molto pregio presso di 
loro; egualmente molto apprezzati sono i denti di elefante, che rap- 
presentano per essi un' ingente somma. Forse, in parte, quest' avorio 
non è di origine estera, ma proviene dagli elefanti inselvatichiti, che 
si dicono esistere a branchi nella parte più settentrionale dell'isola. 
Anche il sale di nipa è assai ricercato, ma non tanto quanto dalle 
tribù ancora più discoste dal mare. 

Per esser giusti, l' accoglienza che io avevo ricevuto dai Kayan del 
Tubào non poteva essere stata migliore, ma non mi pareva vero di 
liberarmi dal continuo fastidio delle visite dei nuovi arrivati, i quali 
crescevano ogni giorno attratti dalla notizia, sparsasi in un momento 
in tutto il paese all' ingiro, che l' uomo bianco, 1' « orang-puttè » , si 
trovava fra di loro. Gli ultimi giunti immancabilmente volevano che 
di nuovo io mettessi in mostra la più piccola cosa che mi apparte- 
neva, assediandomi con domande, alle quali avevo già risposto per 
la centesima volta. Sono stato ben contento quindi che fosse ve- 
nuto il momento di ritornare a Bintùlu, cominciando a scarseggiare 
di provviste. 

28 agosto. — Oggi mi preparo a ridiscendere il Bintùlu, ma len- 
tamente, volendo raccogliere le piante osservate quando veuivo in su. 

Perchè l'escursione sul Tubào potesse dirsi completamente riu- 
scita, oltre alla canfora mi rimaneva a trovare il minerale col quale 
i Kayan fabbricano i loro parang. Ma di già anche intorno a ciò 
avevo ottenuto informazioni esatte, ed avevo pure accaparrato due 
Kayan per condurmi sul posto dove il minerale veniva raccolto. 
Lasciando quindi alle otto antimeridiane la casa di Kam Laksa, le 
due guide mi hanno seguito in un piccolo canotto, fino alla foce 
di un piccolo affluente del Tubào chiamato Pussò. Quivi ho lasciato 
il sampan coi miei Malesi, ed io sono entrato nel canotto insieme 
ai Kayan. Con un battello come il nostro, dove una quarta persona 
sarebbe di già stata di troppo, il Pussò può risalirsi, mi vien detto, 
per due giorni ; noi però dopo circa due ore abbiamo preso terra 
sulla nostra destra, ossia sulla sinistra del fiume, e camminando in 
seguito per circa un quarto d' ora in un bosco di seconda formazione, 
siamo giunti ad un rigagnolo con acqua torbida, dove rovistando 
nel fango argilloso, le guide hanno estratto certi corpi che sem- 
bravano radici o rizomi di piante, di 8-15 centimetri di lunghezza, 
grossi come un dito, tortuosi e bernoccoluti, esternamente bruni, 



CAPITOLO XIX 385 

ma internamente a frattura argentina e radiata. Evidentemente 
questi corpi erano concrezioni di carbonato di ferro; ma io non ho 
avuto l'occasione di vedere come i Kayan riescano a ridurre questo 
minerale allo stato metallico ed a trasformarlo in forma plastica. 

Fra i pochi animali raccolti durante questa escursione ricorderò 
un grosso rospo che vive sugli alberi lungo i fiumi, e che con forte 
voce sonora e cadenzata emette il grido di cok-cok-ko-gò, che ac- 
cade di udire principalmente la notte. Sfortunatamente però l'in- 
dividuo che allora ottenni andò perduto, insieme a varj altri preziosi 
animali riuniti durante questa gita, e non ne ho più ritrovato uno 
simile, sebbene secondo i miei uomini, simile rospo, non sia raro 
anche nelle vicinanze di Kutcing. 

Trovai anche due nuove specie di palme, una, piccola e quasi 
senza fusto (Licitala Borneensis, Becc), l'altra, una Licitala come la 
prima, ma gigantesca relativamente alle altre specie di questo ge- 
nere, con un tronco assai robusto, sollevantesi dal suolo 50-60 cen- 
timetri e portante un gran ciuffo di foglie a ventaglio, dal mezzo 
del quale si partiva un ampio spadice carico di frutti di color giallo 
chiaro, grossi come olive, da rammentare molto, almeno per la 
forma, quelli della Livistona Smensis. Ho distinto questa palma col 
nome di Licitala oliraeformis. 

Ritornati sul Tubào col nostro bottino, licenzio i due Kayan, 
dopo averli ben ricompensati, per il buon servigio prestatomi. Si 
continua di poi la. discesa del fiume e presto si sbocca nel Bintùlu, 
dove faccio remare lentamente, fermandomi anche, di tanto in tanto, 
ad osservare quanto di interessante mi offrono le sponde. Subito 
uno degli oggetti che più colpisce la mia attenzione è un gruppo 
formato da varj individui di un'altra bella palma (con tronchi alti 
sino sette metri e di 15-20 centimetri di diametro) che io tosto ri- 
conosco per una nuova e molto distinta specie di Arengo, (A. undnla- 
tifolAa, Becc.) dai Kayan chiamata « appin », nome però che viene 
applicato incile nila comune Arengo, soccha/rifera, perchè come questa 
somministra dell'esca per accendere il fuoco'). Il legname dell' A. un- 

dadatifolia è duro esterni aite, ma dentro è molle ofeculaceo e può 

somministrare 'lei sagù. Il grumolo centralo è pure mangiabile, anzi 
assai gradevole. Colla parte corticale durissima della, costola (ra- 
chide) delle fronde, che si fenile facilmente per il lungo, i Kayan 
fabbricano le pìccole treccie aghiformi o «lardi da scagliarsi col 
sumpitan. 



li nomi- ili « appin ,. deriva forse da « appi » fuoco, in malese. 

25 — BlCCiBl, .'.■". I li Si i: 



386 NELLE FORESTE DI BORNEO 

È una particolarità importantissima della foresta di Borneo di 
somministrare un gran numero di piante utili e nutritive senza 
bisogno di cultura; ragione per cui l'uomo veramente selvaggio e 
che non sappia coltivare pianta alcuna, può vivere in Borneo con 
quanto gli somministra la foresta ; mentre lo stesso non può dirsi 
per altre isole asiatiche e fra le altre per la Euova Guinea. 

Ci fermammo a poca distanza dal Tubào, per cucinare e passare 
la notte, in un punto dove l'acqua del fiume era in quel momento 
leggermente corrente, ma dove durante l'epoca delle grandi maree 
l'influenza di queste è sempre avvertibile. 

29 agosto. — Continuando a discendere il fiume, si ritrova il luogo, 
di già accennato nelle pagine precedenti, dove le sponde sono assai 
pittoresche, alte, rocciose e ricoperte di bella e variata vegetazione. 
È qui che scorgo, anche da lontano, sulla nostra destra, uua vistosa 
pianta con largo fogliame ed un fusto alto circa un metro, terminato 
da pannocchie di vivaci fiori rossi, lunghi sino cinque centimetri. 
Era un nuovo tipo di melastomacea (Beccarianthxs pulclier), che re- 
centemente il dott. Cogniaux ha voluto gentilmente dedicarmi. 

In fatto di uccelli non usuali ne incontrai uno che stuzzicò assai 
la mia curiosità, prima di riuscire ad averlo nelle mani. Quando io 
lo scorsi era posato sopra un albero, ma troppo distante perchè po- 
tessi avere la speranza di fare un buon colpo ; ciò nonostante lasciai 
andare una fucilata per far cambiar posizione all'animale, il quale 
volò via, ma si tenue sempre in vicinanza del fiume, librandosi di 
tanto in tanto per aria senza mover le ali, e facendo grandi giri 
come un falco. Potei allora benissimo distinguere che esso aveva 
la coda lunga come quella di un bucero ed il collo lunghissimo, 
tenuto di continuo in movimento volando, tanto che da principio 
credetti che una serpe, tutt' ora vivente, si divincolasse nel suo becco. 
I miei uomini che conoscevano benissimo quest'uccello, da essi chia- 
mato « undàng-undàng » mi assicurarono che aveva l'abitudine di 
tuffarsi nell'acqua e che i suoi piedi erano conformati come quelli 
di un'anatra. Per quanto però io fossi ansioso di procurarmi questo 
strano volatile, questa volta la preda mi fuggì. 

Lungo la sponde diboscate di tanto in tanto sorgeva qualche in- 
dividuo isolato del gigantesco minuang, del quale ho più volte fatto 
menzione. Uno di questi alberi non aveva più una foglia e tutte 
le estremità dei suoi rami erano state mozzate da un giovanotto 
daiacco, il quale, con simile azzardata operazione, aveva voluto dar 
prova della sua bravura e del suo coraggio. 

Un'altra pianta, pure della medesima specie, aveva ancora pen- 



CAPITOLO XIX 387 

denti dalle ultime ramificazioni le lunghe spighe fiorifere, che dai 
resti caduti al suolo riconobbi dover essere di sesso femmineo. Io 
ero quindi ansioso di fare dei saggj da erbario di questo individuo, 
inquantochè in quell'epoca, del minuang, non si conoscevano che i 
soli fiori maschi ; ma quando dopo quasi un' ora di lavoro l' albero 
fu atterrato, mi accorsi che i fiori erano trapassati e pressoché inu- 
tili per lo studio. 

30 agosto. — Per non perder troppo tempo, prima di cominciare 
a vogare, ho fatto cuocere il riso per colazione e per desinare. La 
pianta più notevole incontrata oggi è stata una ditterocarpea, fin 
bell'albero, letteralmente coperto di grandi fiori giallo-chiaro, ema- 
nanti un soavissimo odore di vainiglia. Anche il « daon balik angin » , 
il bel Clerodendron discolor che avevo osservato sul Sarawak, era 
comunissimo sulle sponde di questa parte del Bintùlu. 

Adesso il fiume scorre attraverso la pianura, che per qualche cen- 
tinaio di metri dalla ripa è diboscata e coltivata a riso dai Lebbang 
(Mellanào), i quali per l'appunto erano in quel momento occupati 
a preparare il terreno e ad abbruciare il giongle. Questo essendo di se- 
conda crescita conteneva molti bambù, che scoppiavano nel bruciare, 
producendo tonfi come colpi di fucile. Quando il suolo era stato ri- 
pulito, un uomo cou un lungo bastone faceva dei fori nel terreno, 
dove una donna che veniva dietro buttava tre o quattro granelli 
di riso. Pioggia quasi tutto il giorno. Pernottiamo a Pandàn, pic- 
colo villaggio situato allo sbocco dell'affluente omonimo sulla de- 
stra del Bintùlu e composto di 10-12 case, in gran parte abitate da 
gente ili Bintùlu mescolata adesso ai Pennan. 

Il Sun nei Pandàn si rimonta per sei giorni, ed è nell'alta parte 
del suo corso od « ulù », come dicono i Malesi, che i Pennan sono 
numerosi. E anche colà che si dice abbondante il « kadgiattào » 
che produce il sagù, del quale principalmente Advono. 

Il Sungei Pandàn ad un certo punto si divide in due rami. Quello 
principale sembra che si volga verso levante; l'altro, chiamato Sungei 
Bignò, -i rivolgerebbe invece quasi in sen so opposto. Si computa che 
dalla foce del Pandàn, il Sungei Bignò possa rimontarsi per quattro 
giorni; sono poi staio assicurato che scaturisce da un lago dove vi- 
vono pesci di mare, e dove nella stagione asciutta l'acqua è salata. 

I Pennan come i l'iman ed i Bùketàn, non tanno dimore fisse e 
non piantano riso e vivono principalmente di sagù del Uadgiattà.o 
e di caccia, che -^i procurano eoi snmpitan e L'upas, da loro stessi 
preparato. 

Anche i Pennan portano le zanne ili tigre infilate nell'orecchio, 



388 NELLE FOKESTE DI BOKNEO 

come i Kayau, coi quali hanno grande comunanza di abitudini, ed 
ai quali rassomigliano anche sotto molti altri rapporti. 

31 agosto. — La mia collezione si accresceva ad ogni momento 
di qualche oggetto interessante. Oggi è ima nuova specie di Burlo 
che incontro. Era un grand' albero che sorgeva isolato in luogo dove 
in quel momento non erano altre piante grosse per un buon tratto 
all' ingiro. Evidentemente era una pianta che era stata risparmiata 
nel diboscamento, quando il terreno venne sottomesso a cultura. 
Portava allora solo i fiori, attaccati come il vero durio sui grossi 
rami, ed emananti un delizioso profumo di mele '). 

Avvicinandoci al mare, sulle sponde limacciose del fiume, in un 
punto dove questo forma una piccola isola, osservai dei grandi 
gruppi di Limala paludosa*), (palma alta quattro o ciuque metri) che 
per il loro colore e la forma delle fronde marcavano una nota gaia 
su queste rive, dove la vegetazione, ridotta quasi a sola nipa, era 
assai monotona. Incontrai anche varj ciuffi, della Gyrtostaclì/ys Lalla, 
Becc. 3 ), altra bella palma assai grande, che si faceva rimarcare an- 
che da lontano per le sue fronde di un color rosso vivissimo in 
quella parte che, in forma di astuccio o di guaina, ricopre la som- 
mità del fusto. Di orchidee, in tutta l' escursione, ne avevo trovate 
ben poche, ed anche queste con fiori piccoli ed insignificanti. Alle 
quattro pomeridiane ci sorprese un forte temporale, ma dopo un altro 
paio d'ore eh voga giungemmo al forte di Bintùlu. 



') Nel mio studio sopra i Durio (vedi Malesia, voi. Ili) ho riferito quello trovato 
in questa, occasione al D. carinalus, ma facendone una varietà distinta (vai. Bintu- 
lensis). Però la forma tipica del D. carinalus non produce frutti che in qualche guisa 
possano essere utilizzati per cibo. Pure, 1' avere i nativi conservato 1' albero in parola, 
farebbe credere invece che a qualche cosa esso dovesse servire. Per questo forse, quando 
del Durio selvatico del Bintùlu saranno conosciuti i frutti, può anche darsi che si ri- 
conosca in esso un' altra specie da aggiungere alla non breve lista dei frutti mangerecci 
selvatici di Borneo. 

•) Questa è una delle poche palme da me trovate sul Bintùlu, che non sia speciale 
alla regione. La Licitala paludosa si trova nella Penisola Malese e nel Golfo del Siam, 
e la sua presenza in Borneo trova una spiegazione nelle abitudini acquatiche della pianta, 
ragione per cui i semi hanno potuto più facilmente delle altre palme emigrare lontano. 

:ì ) Questa specie si trova anche in Singapore ed è molto affine alla Oyrtostachys Rendali 
di Sumatra. Anche per questa palma si possono fare le medesime osservazioni che per 
la Licitala paludosa. Essa ò, come questa, pianta di luoghi inondati soggetti all' azione 
delle maree. I suoi semi debbono per questo poter facilmente resistere all' azione del- 
l' acqua salata e venir quindi latamente dispersi. 



Capitolo XX 



Preparazione del sagù a Bintùhi - Una imprudenza - Partenza per l' interno - Un canotto 
primitivo - Rimonto nuovamente il Bintùlu — Pericolosa avventura - Forzato ritorno - 
L' « undàng-nndàng » - Felce acquatica - Per la terza volta prendo la via dell' interno - 
Numerose difficoltà - Uno strano suono subacqueo - Fortunato incontro - Il « pamalì » 
sul Tubào - Si forza il passaggio - Accomodamento coi Kayan - Idoli di nuovo stampo - 
Si rimonta il Tubào - Le malattie dei Kayan e le mie medicine - Influenza delle piene 
sopra alcune piante - Colline del Bellaga - Incontro di cattivo augurio - Sul Redgiang. 



1° settembre. — Oggi ed i giorni seguenti sono destinati a tìmi- 
di seccare le piante trovate durante l' ultima escursione. Intanto an- 
che la mia raccolta zoologica si arricchisce di nuovi ed interessanti 
animali, e fra gli altri di un bellissimo scoiattolo, non incontrato sino 
a qui e che ho ottenuto in un modo ben singolare, essendo stato 
carpito da un falco, che lo lasciò cadere volando. 

In un momento che sono meno occupato con le piante, volendo 
assistere a tutto il processo della preparazione del sagù, mi reco alle 
case dei Bintùlu, dove, in qualunque ora del giorno, si può esser 
certi <li veder qualcuno occupato in simile bisogna. 

A Bintùlu una pianta ili sagù adulta costa da uno a tre dollari 
e può somministrare «la 3-15 « passò < ') di « lamantà », ossia di pura 
fecola. Tre passò di fecola costano un dollaro. Il sagù del Bintùlu, 
essendo <li qualità superiore, è molto ricercato anche in Sarawak. 
La painin che produce il sagù propriamente dello ha un tronco che 
appena può essere abbracciato da un uomo, fiorisce una sola volta- 
in tutta la vita, dopo di die fnitf dica e muore. I nativi hanno ri- 



') l'u cpaMÒvì ugnale ad "ito «gantang». Il gantang e la misura di capacità pei 

gli aridi in Suruw.-ik ed equivali B circa In- litri e mezzo. 



390 NELLE FORESTE DI BORNEO 

conosciuto che il momento nel quale la fecola è più abbondante nel- 
l'interno della pianta, è quello che di poco precede la sua fioritura, 
ed è precisamente allora che viene abbattuta ed il suo tronco, ri- 
pulito dalle guaine delle fronde, è tagliato iu rotelle lunghe circa 
un metro. Queste trasportate sul fiume ed attestate l'una all'altra 
vengono condotte, galleggiando, senza fatica alcuna sino a casa, dove 
ogni rotella, prima fessa nel mezzo per il lungo, è assoggettata al 
« palò », operazione che consiste nel ridurre in minuti frantumi la 
parte fibrosa del tronco, il quale, meno una sottile parte esterna ed 
assai dura, è molto molle e ripieno di fecola. Per eseguire il palò si 
adopra uno strumento di legno in forma di zappa, col quale vien tri- 
turato e distaccato tutto il contenuto del tronco '). La seconda opera- 
zione si chiama « tcintcian », ed ha per scopo di separare la fecola 
dalla massa delle fibre disgregate col palò. Per raggiungere questo in- 
tento il prodotto già ottenuto vien lungamente percosso sopra una 
larga tavola, facendo uso di un gran coltello di legno. Segue poi il 
« tindgiak », vale a dire il lavaggio della pasta ottenuta col tcin- 
tcian, per il quale lavaggio si richiede una specie di ampio corbello, 
intrecciato con striscie larghe circa un centimetro ed ottenute dalle 
colossali costole delle fronde stesse del sagù -). Ai corbelli vengono 
alle volte sostituite delle grandi stoie, tessute col materiale indi- 
cato. Volendo procedere al tindgiak si versa la massa feculacea 
nella stoia, ovvero nel corbello, dove un uomo coi piedi agita 
senza posa il contenuto, mentre un altro, attingendo acqua dal 
fiume, versa questa nel recipiente. I secchi, di forma conica, che si 
adoprano in tale occasione, sono anch'essi costruiti con materiale 
offerto dal sagù, servendo per tale scopo quella parte espansa, la- 
minare, sottile e coriacea, che si trova alla base del gambo delle 
fronde, dove queste abbracciano il fusto. Nel movimento che ese- 
guisce il lavorante coi piedi, l'acqua, passando attraverso le fessure 
della stoia o del corbello, trasporta seco la fecola, la quale vien 
raccolta in un recipiente sottostante, che per lo più consiste in 
una piccola barca, essendo tutta l'operazione compiuta nel già 



') Tanto nelle Mollicene, quanto alla nuova Guinea, sino alla Baia di Humboldt, ho 
osservato il medesimo strumento, destinato ali" accennato scopo, ma costruito di diffe- 
rente] materia. Nelle Mollicene, ciò che costituirebbe la lama della zappa, e di bambù, 
nella Nuova Guinea è di pietra. 

2 ) Le costole delle foglie di sagù sono grosse come un braccio, internamente piene 
di un tessuto leggerissimo, analogo a quello dei fusti di granturco o di saggina, ma con 
una buccia molto dura, sottile, elastica e resistentissima, la quale facilmente fendendosi 
per il lungo, vien ridotta in striscie di anche due metri di lunghezza. 



CAPITOLO XX 391 

rammentato capannello speciale, sporgente fuori dalle case sino 
snl fiume. 

3 settembre. — I miei preparativi per risalire nuovamente il Biu- 
tùlu e passare nel Barram sono quasi finiti. Mèta della escursione 
doveva essere Gunong Dgiulit, del quale avevo sentito raccontare 
mirabilia, e dove mi era stato detto che cresceva una qualità di ta- 
bacco selvatico, che a me premeva di conoscere. Da quanto avevo 
potuto capire, il monte rimaneva a mezza strada fra le acque del 
Biutùlu e quelle del Tindgiar, uno dei rami del Barram, che io mi 
ripromettevo poi di ridiscendere sino alla foce, per far capo a Miri. 

•4 settembre. — Mi recai alle case dei Mellanào, sopra tutto per 
vedere se riuscivo a procurarmi una barca più grande e comoda 
di quella che possedevo, essendomi necessaria per la progettata 
escursione a Tindgiar. Bitornando verso il forte, scorsi nel mezzo 
del fiume un galleggiante singolare, al quale avvicinatomi, rico- 
nobbi che consisteva in una casa in miniatura, qualche cosa di 
analogo ad un modello, ma abbellita da una quantità grande di 
bianche strisele di foglie di nipa. La mia curiosità mi spinse sino a 
vedere che cosa conteneva l' interno di questa casa da bambole, non 
curando le proteste della mia gente che mi scongiurava di non toc- 
carla, per non sdegnare gli spiriti ai quali, dai Mellanào, era certa- 
mente stata votata a fine di ottenere qualche grazia. Un'altra volta, 
in un caso simile, farei finta di credere all' incantesimo, od almeno 
min mi curerei di tentare la prova; ma allora mi ostinai a esami- 
nare e toccare la casa votiva, che poi non conteneva nulla di spe- 
ciale, però il caso volle che per l'appunto quella sera stessa fossi còlto 
da un forte accesso di terzana. Ciò mi prova che in Biutùlu è molto 
facile prendere la febbre, e che, in un, tal paese, gli spiriti hanno da 
ihuar poca fatica a vendicarsi dei miscredenti; mi dispiacque non 
di meno di aver colla mia poca fede contribuito a raffermare la mia 
gente nelle loro idee superstiziose. 

i; settembre. — Da clic sono tornato a Bintfilu ogni giorno ab- 
biamo avuto forti acquazzoni, ed anche oggi, che avevo stabilito 
di partire per Tindgiar, diluvia. In Biutùlu non ero riuscito ad acqui- 
stare od a noleggiare una barca adatta per il mio viaggio, ma ero 
stato rassicurato che a Pandàn avrei potuto procurarmela senza dif- 
ficoltà. Trovo intanto il mezzo di potermi l'are accompagnare colà 
con la mia roba ed i miei uomini. Il tempo essendosi rischiarato, 
mi niello in viaggio un'ora dopo mezzogiorno. 

Giunti a Pandàn mi accorgo che ai miei uomini non sorride più 

l'idea di andare sul Marra m; essi mi raccontano di essere vernili 



392 NELLE FORESTE DI BORNEO 

a sapere che il paese non era più sicuro, perchè Taminusong e Kani 
Lia, due influenti capi Kayan, erano ora iu guerra fra di loro. A 
me pareva però che tutto ciò avesse l'aria di una frottola, ed in 
fatti venni poi a conoscere che la notizia era stata portata da un 
Buketàu, evidentemente pazzo, giunto da poco a Pandàn in un 
canotto, fatto colla sola scorza di un albero. ]Son ho visto il Bu- 
ketàn, bensì il canotto, molto primitivo e di struttura tanto sem- 
plice, che per costruirlo si richiede solo un albero mediocre a 
scorza liscia, unita, resistente, senza fessure e soprattutto che si 
stacchi facilmente dal legno. Ma nelle foreste di Borneo simili al- 
beri sono molto frequenti. Scelto l'albero si intacca la sua scorza 
tutt' ingiro, in due punti discosti tra loro tanto, quanto deve riuscir 
lungo il canotto. Fatto ciò, la porzione di scorza che rimane inter- 
posta fra le intaccature si asporta per i due terzi dall'intera circon- 
ferenza del tronco, facendo molta attenzione di non fenderla. La 
buccia così staccata, ha di già di suo la concavità necessaria per 
galleggiare, ed essere atta a ricevere una persona, ma abbisogna di 
alcuni legni trasversali, cuciti con rotang, per esser tenuta aperta. 
Si accostano indi i lembi delle estremità, che parimente si cuciono 
nel modo indicato, si chiudono le fessure con mota, ed il battello 
è completo. 

Ho mandato la mia guida in cerca di una barca, ma 1' Orang- 
kaya Laghin, che aveva poca voglia di darmela, cercava tutti gli 
argomenti per dissuadermi di andare a Tindgiar. Dopo molto par- 
lamentare ho potuto avere un discreto sampan ; ma quando è stato 
messo all'ordine, coperto con i kadgian, ecc., e caricato delle prov- 
viste, non poteva più ricevere noi, senza pericolo di affondare. Ho 
dovuto eh conseguenza perdere ancora del tempo, prima di poter 
trovare un pìccolo canotto supplementare per dividere il carico. Solo 
alle due pomeridiane eravamo pronti. 

Ci fermammo la sera a cucinare sulle sponde del fiume, ma dor- 
mimmo malamente nelle barche. Al centro dove mi ero rannicchiato, 
l'orlo del sampan non rimaneva che pochi centimetri al di sopra del 
pelo dell'acqua, e bisognava stare molto attenti anche a voltarsi per 
il timore di affondare. E non vi era soltanto il pericolo di prendere 
un bagno notturno, punto piacevole, e di perdere tutta la roba, ma 
vi era anche quello ben più grande dei coccodrilli, molto abbon- 
danti e feroci in questa località. Mi raccontava la mia guida infatti, 
che proprio pochi giorni addietro, quasi nel posto dove eravamo 
allora, una donna mentre remava nel suo canotto, era stata portata 
via da uno di cotesti mostri. Anche un altro uomo, nel medesimo 



CAPITOLO XX 393 

modOj fu agguantato da un coccodrillo per il braccio destro, ma per 
sua fortuna col sinistro potè impugnare il parang, clie si trovava a 
sua portata, e con un colpo bene assestato al muso dell'animale, 
riuscire a farsi rilasciare. Il povero diavolo ebbe il braccio forato 
da parte a parte, in più punti, dalle zanne della bestiaccia, ed ancbe 
sirlla scMena riportò varie profonde graffiature per effetto di una 
zampata. 

Pioggia dirotta nella seconda parte della notte. Queste pioggie 
continue, fuori di stagione, cominciano ad inquietarmi, perchè pre- 
vedo che l'acqua del fiume crescendo, renderà sempre più lenta e 
più difficile la navigazione. 

9 settembre. — Giungiamo a Labbàng alle 10 antimeridiane. Quan- 
tunque l' ora sia assai sollecita, ci fermiamo quivi a cuocere il riso, 
sapendo che non s' incontrerebbe un luogo adattato che molto 
tardi. Si continua a rimontare il Bintùlu tutto il giorno. La sera 
avendo trovato un posto asciutto sulle sponde vi avremmo potuto 
dormire un poco meglio che nella barca, se per l'appunto la pioggia 
non fosse venuta al solito a darci fastidio. 

10 settembre. — Neppure quest'oggi si arriva a Tubào; la cor- 
rente si fa forte e la piena nel fiume continua a crescere, e con 
essa anche l'indolenza dei miei Malesi, coi quali perdo spesso la 
pazienza, ma con poco effetto. Il peggio di tutti, e quello che dava 
il cattivo esempio, era Bakàr ; non il mio fedele servo, ma un' altro 
Bakàr preso a Bintùlu e che mi doveva servir da guida e da inter- 
prete. Era un piccolo giovanotto, apatico e stupido come un'oca, 
al quale con fatica potevo appena levare una parola di bocca. Ad 
oli ni momento perdeva un quarto d'ora per fare una sigaretta colle 
foglie di n.ipa, ed un altro ne perdeva per accenderla con l'acciarino. 

Verso sera avevamo quasi raggiunto la foce del Tubào, nel quale 
però non potemmo entrare per la forte corrente causata dalla piena. 
Avendo trovato un lankò abbandonato su di un punto asciutto della 
riva e dove la corrente era meno impetuosa, facendo quivi il fiume 
un'ansa, <-i fermammo pei' pernottare e<l intanto cuocere il riso per 
il nostro desinare. Abbiamo tutti mangiato a terra, ma poi io sono 

andato a dormire con due nomini nella, barca, clic era stata, assicu- 
rala ad un ramo di un albero mollo sporgente sul liunie. Erano 
parie noni che non dormivo bene, essendo stalo tormentato dalla 
febbre e da dolori reumatici. Quella sera, però mi sentivo meglio 

ed cullalo dcnlro lo zanzariere mi addorinenlai solalo profonda- 
mente; ma nel più bello del mio sonno venni svegliato di sopras- 
salto dall'acqua (die da ambo i lati si rovesciava india barca, men- 



394 NELLE FORESTE DI BORNEO 

trechè, al tempo stesso, questa si sommergeva da poppa. Fu uu 
critico momento. La notte oscurissima, il fiume gonfio per la piena 
e la corrente forte, per non parlare del pericolo dei coccodrilli. Io 
mi trovai nell'acqua avvolto dallo zanzariere, dal quale a stento 
riesci i a liberarmi. Mi slanciai allora verso la prua, ed aggrappan- 
domi alle piante della riva, che sporgevano sul fiume, mi misi in 
salvo. Invano avevo cliiamato in aiuto i miei uomini, che dormi- 
vano tutti a terra come ghiri, compreso quello che avrebbe dovuto 
rimanere di guardia a prua, e che quando mi vide addormentato, 
sgattaiolò a terra dai compagni. Il solo che era rimasto nella barca 
e dormiva a poppa, venne rovesciato a capo all' ingiù nell'acqua, 
senza poter capire la ragione di quel tuffo notturno. Una volta tutti 
al sicuro potei rendermi conto di quanto era accaduto. La cosa era 
andata molto semplicemente. Essendo il cavo col quale la barca era 
stata assicurata a riva troppo corto, col diminuire della piena An- 
rante la notte, il sampan era rimasto sospeso da prua, mentre da 
poppa, di necessità abbassandosi, era stato invaso dall'acqua. 

Quando accadde il disastro era poco più di mezzanotte; meno 
male che in quel momento non pioveva. Cercai subito di far ricu- 
perare la mia roba, ma molti oggetti andarono perduti o per lo 
meno furono guasti dall'acqua. Per mia buona fortuna il fucile ed 
il revolver, insieme ad un tambuk daiacco, dove tenevo alcuni stru- 
menti, la cassetta delle medicine e gli oggetti che più mi preme- 
vano, rimasero impigliati nello zanzariere e furono salvi. Le mie 
munizioni e la carta trovandosi in una cassa di latta a prua, non 
ebbero a soffrire. Non potendo far di meglio accendemmo un gran 
fuoco, ed accoccolati intorno a questo aspettammo l'alba. Tutta la 
mattinata del giorno 11 fu occupata nel rasciugare i nostri effetti 
e nel riordinare il bagaglio. Dovetti però con mio dispiacere con- 
statare, che, fra le altre cose, tutta la provvista di riso era rimasta 
avariata. Non avendo speranza di potermi rifornire nei villaggi più 
prossimi, fui costretto di prendere il partito di ritornare a Bintùlu, 
e verso le due pomeridiane cominciammo di nuovo a discendere 
verso il mare. 

Nelle varie volte che avevo rimontato e disceso il Bintùlu, rara- 
mente mi era occorso di poter tirare a qualche animale, essendo 
scarsa ogni specie di caccia su questo fiume. Fra gli uccelli che si 
vedevano più frequentemente vi erano i singolari undàng-undàng 
(Plotus mélanogaster) già rammentati, ma talmente furbi che mai 
ero riuscito di avvicinarli a portata di fucile. Potei finalmente fe- 
rirne uno, che immantinente si tuffò e scomparve, ma per poi ri- 



CAPITOLO XX 395 

comparire a galla ad ima certa distanza, tenendo solo il lungo collo 
ritto inori dell'acqua. Ferito nelle ali, tentava di difendersi a colpi 
di becco, che ha lungo ed acutissimo, mentre si aggrappava forte- 
mente alle mie mani coi suoi piedi di uccello palustre, ma armati 
di unghie forti come quelle di uu falco. Di fatto il Plotus ha i piedi 
di un rapace con le membrane di un palmipede. Uccisi anche un 
grosso airone. 

Premeva a me, ma premeva pure alla mia gente, di giungere 
presto a Bintùlu, mancando adesso delle cose di prima necessità. 
Si continuò per questo a vogare anche buona parte della notte. 
Presto ci svegliammo la mattina del 12, ma essendomi venuta la 
cattiva ispirazione di regalare l' airone (che non potevo preparare) 
ai miei uomini, questi impiegarono tre ore a cucinarlo e fecero le 
nove prima di esser pronti a riprendere i remi. 

Giunti a Silàs, dove era tutt'ora in piedi qualche casa di un vil- 
laggio abbandonato, ci fermammo per cucinare uu poco di riso, che 
sebbene rimasto bagnato nella notte del naufragio, era tutt'ora ser- 
vibile in mancanza di meglio. 

Quivi il terreno paludoso era gremito di una grossa specie di con- 
dì iglia palustre, e nell'acqua cresceva una strana specie di felce, la 
Ceratopt&ris Thaìictroides, che produce fronde sterili completamente 
sommerse, ma che ha bisogno di rimanere quasi all' asciutto per 
emettere quelle con gli organi riproduttivi. 

Siamo giunti al forte di Bintùlu alle sette pomeridiane, dove su- 
bito vengo informato dal Residente che durante la mia assenza il 
Tuan-muda e varj dei suoi ufficiali europei si erano qui dato con- 
vegno per tenere un gran consiglio, unitamente ai capi malesi delle 
stazioni più importanti. Si trattava di domandare una riparazione 
al Sultano di Pruni per insulti alla bandiera del Ragià, e soprat- 
tutto per aver fatto esigere tasse dai suoi emissari nel territorio di 
Sarauak. In questa adunanza fu deliberato di chiedere al Sultano 
una indennità. Così stando le cose il Tuan-muda non avrebbe gra- 
dilo che io andassi sul Banani, per il timore di rappresaglie da 
parte dei Brunesi. Egli mi aveva anzi a questo proposito scritto una 
lettera, clic non mi pervenne. Ma io sebbene molto contrariato, non 
avevo ancora abbandonato l'idea di andare a Gunong Dgiulit, pro- 
ponendomi in Ogni caso di non aver comunicazioni con le genti del 
territorio di Bruni. Intanto le difficoltà per effettuare il divisato 
viaggio aumentano ogni giorno. Nemmeno con l'aiuto del Resi- 
dente riesco a trovare una guida un interprete, tutti dicendo (li 
aver paura di andare Ira i Ka\au del Marrani. Credo piuttosto ad 



306 NELLE FORESTE DI BOKÌS T EO 

una vendetta di Pangeran Eio, per non aver voluto più accettare 
suo cognato per guida, quel famoso Bakàr, che mi aveva così mal 
servito nell' ultima disgraziata escursione. Ciò non ostante avevo 
fissato per il giorno dopo la partenza. 

15 settembre. — Al momento d' imbarcarmi uno dei rematori è 
scomparso, ma assistito dal Residente riesco a rimpiazzarlo con un 
altro addetto al servizio del Governo. Alle nove e mezzo posso 
alla fine partire, ma senza guida e senza interprete, con una 
piccola barca e soli quattro uomini. Porto meco un' abbondante 
provvista di riso, ma lascio indietro ogni lussuria e tutto ciò che 
non mi è strettamente necessario. Era questa la terza notte che ri- 
salivo il Bintùlu, ed ero deciso a non rifar più la medesima strada. 
Se non potrò andare a Gunong Dgiulit o a Tindgiar, in qualche 
posto farò capo, e per la via troverò qualcuno che mi servirà di 
guida nell'interno. 

A Silàs, dove facciamo la prima tappa, avverto uno strano ru- 
more, una specie di suono sordo, vibratorio, da rammentare quello 
di uno scacciapensieri, rumore che sembra provenne dalla chi- 
glia della nostra propria barca, e che i miei uomini dicono esser 
prodotto da un « ikan » chiamato dai Brunesi « umbulong-umbulong » 
e dai Malesi di Sarawak « undàng karà ». I Malesi però chiamano 
« ikan » tanto i pesci, quanto molti altri animali che vivono nel- 
l' acqua, e che sono adoprati per cibo ; ma dalle descrizioni io ri- 
terrei che si dovesse in questo caso trattare di un gambero. Il ru- 
more durò lungamente, ma per quanto io scrutassi nell'acqua, che 
invero era assai profonda ed alquanto torbida, non riuscii a scor- 
gere lo strano sonatore subacqueo. 

Per tutto il giorno 16 si rema, ma si procede assai lentamente 
per la doppia ragione della forte corrente e dello scarso numero 
di vogatori. Anche oggi abbiamo un forte temporale. 

17 settembre. — Giunti a Labbàng ricevo la notizia che ima 
partita di ima trentina di Daiacchi del Kanovit rimontava il Balói 
con Dgieomakkei a capo, spedito da Ornikshank, il Residente del 
Redgiang, per venire incontro a me e scortarmi, avendo sentito dire 
che io avevo l'intenzione di attraversare il paese dei Kayan e scen- 
dere il gran fiume. Questa era una fortunata combinazione, che mi 
avrebbe fatto volentieri abbandonare l'idea di andare a Tindgiar. 

Però, quando io varj giorni addietro venni via da Tubào, fui 
informato che presto sarebbe cominciato ivi il pamalì, corrispon- 
dente in questo caso ad un divieto di passaggio attraverso il ter- 
ritorio bagnato da quel fiume ; divieto che avrebbe avuto la durata 



CAPITOLO XX 397 

di 25 giorni, ossia tanti quanti sono ritenuti necessari a compiere 
le faccende della piantagione del riso. Era stata appunto questa 
circostanza che mi aveva suggerito l' idea di esplorare prima il ba- 
cino, del Barrarli, e rimettere a più tardi il viaggio sul Baldi. 

18 settembre. — Continuando il nostro cammino verso l' interno, 
incontriamo oggi una barca di commercianti malesi di Bintùlu, in- 
tenzionati essi pine di passare attraverso il territorio dèi Kayan e 
scendere nel Baldi, ma che giunti a Tubào erano stati rimandati in- 
dietro dagli abitanti, i quali di faccia al villaggio aA^evano sbarrato 
il fiume con uno steccato, lasciandovi una piccola apertura, dove 
poteva solo passare una barca alla volta. Io pensai subito di trar 
partito da questo incontro, e proposi ai commercianti, già pratici 
del paese e quindi per me molto utili, di tentare insieme di forzare 
il passaggio. Così d'accordo arrivammo tutti uniti in prossimità 
delle case dei Tubào, senza essere stati scorti ancora da alcuno, ed 
all'improvviso passammo attraverso l'apertura della diga, prima 
che i Kayan fossero a tempo a chiuderla, lasciando cadere le no- 
stre pagaie solo al di là delle ultime case del villaggio. Mentre si 
vogava disperatamente vedemmo varj individui correre sulla riva 
e far segni perchè ci arrestassimo, ma noi facemmo finta di non ac- 
corgerci di loro. 

Quando fummo fermi, tino dei vecchi capi venne a parlamentare, 
dicendoci che adesso era stretto « mattang » ') e che in quel mo- 
mento non avremmo potuto entrare nel loro paese. Il vecchio capo 
diceva a me queste cose però in tuono quasi di dispiacere, e cer- 
cava di commuovermi, raccontandomi tutti i malanni che sarebbero 
venuti addosso alla sua tribù, per l'infranzione alla legge, e per lo 
Sfregio che avremmo fatto agli spiriti destinati a proteggere i campi 
e le raccolte. 

io feci capire al buon uomo che non era più questione di pas- 
sare o non passare, e che indietro non sarei tornato: ma che con 
gli spiriti, vista la grande amicizia che io avevo con loro, vi era 
mezzo di accomodarsi, anche benino. Lo rassicurai anzi dicendogli 
che dal mio passaggio, invece che del male, ne sarebbe venuto un 
benefizio al suo paese, e gli promisi che quest'anno il raccolto sa- 
rebbe sialo più abbondante dell'ordinario. Queste mie parole tran- 
quillizzarono assai il mio Kayan. 

Intanto, in questo frattempo, quasi l'intiera popolazione del vil- 



') Ho sentito chiamare il « pamall » anche « mattang », sebbene questo nome indichi 
precisamente un luogo sacro '"l abitato dogli spiriti. 



398 NELLE FORESTE DI BOEXEO 

1 aggio era scesa sulla riva, non però con segui di ostilità; soltanto 
non fu permesso a noi di salire nelle case, cosa che a me del resto 
non interessava affatto. 

Dopo molti discorsi o « bitciara » con i capi, fu stabilito il mezzo 
di scongiurare il pamalì e di placare gli spiriti. Kegalai intanto, di 
mia ispirazione, una intiera pezza di cotoneria rossa e questa co- 
minciò di già a produrre un poco di effetto. ludi, dietro il consiglio 
delle persone più influenti del villaggio, mi venne indicato di pren- 
dere due granelli (due soli) di conteria, di metterli in un bicchier 
d'acqua e di gettare il contenuto nella direzione dei campi. Mi 
venne poi portato un pollo, che io pagai, ma che essi stessi sgoz- 
zarono, prendendone un poco del suo sangue e la testa, ma rilascian- 
domi il resto, che servì per il mio desinare. Meno male che gli spi- 
riti si contentarono del meno ed il più ed il meglio rimase a me. 
Ohe cosa però facessero del sangue e della testa del pollo, non 
venni a saperlo. Queste cerimonie parvero sufficienti a tranquilliz- 
zare gli animi ; ma riuscii in questo anche al di là di quanto mi 
sarei aspettato, ed ecco come. Nel mentre si arrostiva il pollo sopra 
una delle graticole di ferro, che adopravo per tener compressi i 
pacchi delle piante, mi misi per passatempo ad intagliare con un 
coltello alcune patate dolci, che avevo fra le mie provviste, ed a 
farne delle rozze figurine. Avevo così scolpito dei piccoli idoli, che 
distribuii ad ognuno dei capi, perchè infilzati sopra uno stecco ve- 
nissero posti in una capannuccia, a guardia dei campi di riso. Io 
detti loro ad intendere che finché fossero rimaste nei campi codeste 
divinità, sulle quali io avevo un illimitato potere, nessun spirito 
maligno avrebbe osato di avvicinarsi alle piantagioni. La mia ma- 
nifattura d'idoli di patate incontrò talmente il gusto di tutti, che 
qualcuno mi pregò di farli di una materia più duratura, in legno 
a modo d'esempio, per poterli portare come amuleti legati al pa- 
rang. Ma intanto a me premeva di partire. Giacché la cosa era riu- 
scita così bene, non volevo che sopraggiungesse qualche incidente 
ohe mi sbugiardasse. Ebbi quindi il consenso unanime di rimon- 
tare il Tubào, a condizione però di non fermarmi, uè alle case, uè 
nei campi di riso. Diluviava a dirotto, ma non appena ottenuto il 
permesso partimmo per non sostare che a buio. Pernottammo nelle 
nostre barche, tirate a secco sopra un banco del fiume. 

10 settembre. — Il Tubào, che prende sempre più l'aspetto di ira 
torrente, comincia ad essere ingombro da tronchi d'alberi, intorno 
ai (piali perdiamo molto tempo per aprirci un passaggio. L'acqua a 
punti diviene molto bassa e siamo costretti a lasciare le pagaie per 



CAPITOLO XX 399 

il suar; talvolta poi ci conviene di trascinare a braccia la barca 
oltre le rapide. Si attraversano molte piantagioni di riso, in ognuna 
delle quali si trova un lankò sollevato da altissime palafitte,, per 
timore dei Daiacchi Katibas, die spesso vengono sino quassù in 
cerca di teste. Sulle sponde è frequente una piccolissima palma, 
una nuova specie di Pinanga, ma un pigmeo nel suo genere (P. ri- 
vularis, Becc), con fronde a lunghi segmenti o foglioline flessibili 
e lineari. È una specie che mostra un adattamento speciale a vi- 
yere sulle sponde dei fiumi molto soggetti a frequenti piene. Varie 
altre piante di questi luoghi offrono questa conformazione, com- 
prese alcune appartenenti a famiglie, che d'ordinario hanno forme 
a foglie amplissime. 

Il paese che si attraversa è privo in gran parte di vecchia fo- 
resta. Dove non sono campi di riso la vegetazione è più o meno ro- 
busta e densa, a seconda del numero di anni che il terreno non è 
stato sottoposto a cultura. In qualche tratto la foresta, che offre 
scene al più alto grado pittoresche, è composta di alberi che mi 
sono in parte sconosciuti, ma dei quali non posso raccoglier saggj. 

Verso le tre pomeridiane giungiamo a Tunèi, dove gii abitanti 
non ci permettono al solito di salire nelle case, ma ci concedono 
per alloggio un lankò, simile a quelli che avevamo visto passando. 
A Tunèi mi premeva di trovar uomini per trasportare il mio ba- 
gaglio per terra sul Bellaga nel versante del Baldi, essendo che il 
fiume poteva rimontarsi ancora solo per una giornata, e non avremmo 
incontrati altri villaggi dopo questo. 

L'Orang-tùa di Tunèi si chiamava Kam Diam, ma era fuori, e 
sua moglie Hat Hipòn, che sarebbe stata abbastanza compiacente, 
diceva di non mi poter dar gli uomini che richiedevo, sempre a 
causa del mattang. Nondimeno, a forza d'insistere, ottengo che 
cinque portatori, per la ricompensa di due depà di panno rosso per 
opinino, mi accompagnino sino a Bellaga, dove avrei dovuto incon- 
trare la scorta mandatami incontro da Gruikshank. 

1 Kavan di Tunèi con llat Hipòn in persona sono venuti verso 
il tramonto a farmi visita, ma soprattutto per chieder medicine. Avrei 
ben presto esaurita la mia piccola farmacia, se a, tutti avessi dovuto 
dai-c il rimedio clic mi richiedevano. Anche dillicilc era capire che 
malattie avessero degli individui, che a me pareva crepassero dalla 
salute. I)" ah ronde io conoscevo di .nià abbastanza le loro abitudini, 
e sapevo «-he rifiutare un medicamento può spesso fare cattiva im- 
pressione, credendo, questa ingenua gènte, che i medicina data 

Oggi possa Gare l'effetto anche sopra una malattia di là da ve- 



400 XELLE FORESTE BI BORNEO 

nire. Era la chinina che sopra ogni cosa tutti ricercavano, essendo 
la sna virtù febrifuga oramai conosciuta in Borneo, anche fra le 
tribù più selvaggie e più remote. Io mi trassi ri' impaccio scio- 
gliendo alcuni grani del prezioso farmaco in acqua acirinlata, ed 
aggiungendo poi della salsa inglese da pesce, che portavo sem- 
pre meco, molto anche per provvedere a simili emergenze. Feci 
in tal guisa una bottiglia rii un brodo lungo, facilmente apprezza- 
bile al palato eri alla vista, e che servì a soddisfare tutti i miei se- 
dicenti ammalati. 

La sera ci ritirammo nel nostro lankò, con l'avvertenza rii alzare 
la scala, ossia il palo intaccato che serviva per montarvi, essendo 
stati avvertiti che il paese non era. punto sicuro, e che vi erano 
alcune partite di Daiacchi in giro in cerca di teste. Ero allora 
troppo giovane e troppo spensierato per preoccuparmi di simile 
eventualità. Direi anzi che un'avventura qualunque coi Daiacchi 
non sarebbe giunta punto sgradita. I miei Kayan poi erano quasi 
esaltati dalla speranza di un possibile incontro per la fiducia che 
ispirava loro il mio fucile, avendo essi l' idea che la palla, una volta 
sparato, segua sempre la persona presa di mira, finché non l'ha uc- 
cisa. Io del resto, per abitudine costante, dormivo con il revolver 
ed il parang ilang sempre alla cintola, ed il fucile alla portata della 
mia mano. 

I Kayan non sono veramente cacciatori di teste, o per meglio 
dire non sono collezionisti rii questi trofei guerreschi. Però otte- 
nere una testa è segno di prodezza e cosa ambitissima anche presso 
di loro, come fra i Daiacchi, e che dà, come ho già detto, il diritto 
a distintivi speciali. 

20 settembre. — Volevamo oggi partir di buon' ora per potere 
raggiungere prima rii buio lo scalo, ria dove avrebbe cominciato il 
viaggio per terra; ma la pioggia nella notte aveva talmente fatto 
crescere l'acqua del torrente, che trovammo opera assai faticosa e 
lenta contrastare con la piena. Dovemmo quindi contentarci di arri- 
vare verso sera ad un lankò, nel quale invero passammo comoda- 
mente la notte, sebbene il pangkalan della via per il Balói non fosse 
molto discosto. 

• 21 settembre. — Xon essendo piovuto la notte, l'acqua nel fiume 
era molto diminuita. Si direbbe che questi torrenti sono soggetti a 
piene giornaliere o periodiche come se fossero influenzati dalla marea; 
perchè in essi l'acqua cresce e si abbassa a brevi intervalli, in causa 
rielle pioggie repentine e torrenziali rii quasi tutti i giorni. In Borneo 
le pioggie sono tanto violente, e la quantità d'acqua precipitata in 



CAPITOLO XX 401 

poco tempo è così grande, che le piene nell'interno sono molto im- 
provvise ed il livello dei torrenti varia moltissimo nello spazio di 
poche ore, per presto poi ritornare normale. È forse questa la causa 
dell' adattamento speciale di molte delle piante rammentate nelle 
pagine precedenti e che s' incontrano sulle loro, rive (fig. 65). Non 
saprei infatti attribuire ad altra causa la presenza di foglie molto 
lunghe, strette, flessibili, o spartite in striscie o segmenti angusti, in 
specie di piante appartenenti a generi, di cui i rappresentanti nella 
foresta prossima le hanno, per il solito, larghe e poco o punto divise. 

Dopo aver risalito il Tubào per un'altra mezz'ora, giungiamo allo 
scalo da dove comincierà il nostro viaggio pedestre. Ancora per 
lunghi tratti non abbiamo altra strada che il letto del torrente, non 
più navigabile e che segue adesso un andamento generale di S. E. 
Si ascende poi una collina eh circa 200 metri, e si ridiscende dal- 
l' altro lato in direzione di levante. Traversiamo indi varj torrenti 
che si scaricano nel Sepakkò, il quale poi non è che un tributario 
del Bellaga ; per la qual cosa la collina che abbiamo valicato forma 
veramente lo spartiacque fra il bacino del Bintùlu e quello del Balói. 

Camminammo quasi sempre in una vecchia foresta, dove osservai 
molte piante nuove e particolari; ma di ben poche potei racco- 
gliere qualche frammento. Verso mezzogiorno giungemmo ad un 
villaggio sul Bellaga, consistente in alcune grandi case, simili in 
tutto a quelle viste sul Tubào. 

Il Bellaga è un grosso torrente di forse 50 metri di larghezza nel 
luogo da noi raggiunto, ma assai profondo e che può rimontarsi 
ancora per cinque giorni, penetrando più nell'interno dei rami del 
Bintùlu. Difatti, dopo aver cessato di essere navigabile coi canotti, 
si può, dal Bellaga, con un solo giorno di cammino per terra, pas- 
sare nel bacino del Barram. 

(ili abitanti del villaggio nel quale abbiamo preso alloggio sono 
chiamati Kadgiaman ; ma non mi sembra che differiscano dai Kayan. 

22 settembre. — Ho voluto oggi ritornare sulle più prossime col- 
line <lcl Bellaga per ottenere qualche altro esemplare di alcune piante 
interessanti, che avevo osservato passando, e che, carichi come era- 
vamo ed ansiosi di arrivare alla mòta, non mi ero potuto fermare 
;i raccogliere. Fra le piante nuove più notevoli, scoperte sopra que- 
ste colline, rammenterò una curiosa ammacca') e due piccole, ma 
elegantissime fra tutte le palme. Una era, una vera Areca*), unpinang 



') Enioo&tmthwn paradoxum, Beco., Nuovo Oiorn. hot. Hai., voi. Ili, pag. 1X3-85. 
z ì Areca forcata, Beco., Malesia, voi. I, pag. 2'.ì. 

26 — BRCCAKr. NrlU ti.irtt, il, /:<,,, 



402 NELLE FORESTE DI BORNEO 

in miniatura; l'altra ima Licuala 1 ) con foglie intiere e pieghettate, 
rassomiglianti proprio a ventole giapponesi. Mi sorprese anche di 
trovare qui, riunite in uno spazio assai limitato, cinque distinte forme 
di Begonia, un genere che non è poi molto abbondante di specie in 
Borneo. In generale, però, poche furono le piante che incontrai fio- 
rite in quell' occasione. Sono ritornato al villaggio spossato e rifinito 
ih un forte accesso di febbre, che mi ha còlto per via. 

Nel frattempo era giunto a Bellaga Kam Diam, capo di uno dei 
villaggi più prossimi sul Balói, un tipo punto comune fra i Kayan, 
essendo grasso come non avevo sin qui visto l' eguale fra i suoi con- 
nazionali o fra i Daiacchi. Kam Diam era anzi assolutamente l'uomo 
più pingue che avessi visto in Borneo, quantunque fra i Malesi la 
pinguedine sia meno rara che fra le tribù dell'interno. 

Da Kam Diam ho saputo che gli uomini spediti da Cruikshank 
mi avevano aspettato lungamente a Balói, ma che non avendo avuto 
mie notizie, oggi stesso ritornavano alle_Joro case. A me, a dire il 
vero, oramai premeva più poco d'incontrarmi con loro, perchè mi 
sembrava che non avrei trovato grande difficoltà a compiere il viag- 
gio. Ma per la sicurezza mi sarebbero stati utili senza dubbio, giac- 
ché l' autorità del Bagni, la quale è ancora grande sui Kayan e sulle 
altre popolazioni delle rive del Bedgiang (per le recenti lezioni avute 
dal Tuan-muda) è nulla nell'interno sui Daiacchi, vaganti nelle fo- 
reste a caccia di teste. 

Ho passato la serata a digerirmi la febbre, tormentato da innu- 
merevoli cani, attratti dall' odore delle mie provviste e dai quali non 
trovavo mezzo di liberarmi. Proprio nella casa che io abitavo, di 
queste affamate bestie ve ne sarà stata una quarantina, che nella 
notte riuscirono a divorare quasi tutta la provvista di pesce salato 
dei miei uomini, non ostante che fosse stata nascosta in luogo, che 
si credeva al sicuro dai loro attacchi. 

23 settembre. — Ho potuto avere due Kadgiaman di Bellaga, e 
da Kam Diam tre dei suoi Kayan per scortarmi sino a Balói. In 
loro compagnia il viaggio non era difficile, ma senza guide non sa- 
rebbe stato possibile, in quanto che volendo giungere al punto dove 
il Bellaga si versa nel. Balói, bisognava percorrere una parte del 
tragitto a piedi, per evitare alcune rapide insormontabili con le 
barche. La febbre mi ha lasciato assai debole, ma con una buona dose 
di chinina, presa a tempo, spero di non aver così presto nuovi attac- 
chi. Intanto colle barche, che i Kadgiaman ci concedono volentieri, 



ì ) Licuala cordata, Becc, Malesia, voi. Ili, pag. 84. 




Fig. 65 - Foglie di piante « stenoAlle » endemiche delle rive ilii l'unni dell' interno di 

Bomeo (tutte risto dalla pagina inferiore e rimpiccolite ili un terzo). - 1. Fagraea ito- 

"/, B. - 2. Qareinia lineati Pierre. '■'•■ Ptychotria acuminata, B. - i. EugoniaTiparia, lì. - 

iriii. li. -7. Uri/cibi UmgtfoUa B. 8. Esento no- 

• i B i". /'./,, /„(/,. tra mlfoifolia, B. 



404 NELLE FORESTE DI BORNEO 

scendiamo il fiume, vogando vigorosamente, e passiamo due rapide 
con buon successo; ma verso le 11. antimeridiane giungiamo ad un 
punto, dóve bisogna abbandonare la via per acqua e raggiungere 
per terra lo sbocco del Bellaga nel Balói. 

Mentre scendevamo il fiume erano apparsi sulle rive due kidgiang 
(piccoli ma elegantissimi cervi), ma i loro movimenti erano stati 
tanto rapidi, die non mi concessero nemmeno il tempo d'impugnare 
il fucile. Per i Kayan, superstiziosissimi, è stato cpiesto un incontro 
di così cattivo augurio, che hanno voluto fermarsi a fare uno scon- 
giuro. Hanno per questo costruito con foglie e stecchi una capan- 
nuccia, sotto la quale hanno collocato una grossa pietra, che ha ser- 
vito come altare per depositarvi le offerte agli spiriti, consistenti in 
un pizzico di riso, in tabacco, siri e pinang. 

Attraverso uno dei piccoli torrenti, di cui varj ne incontriamo nel 
discendere, ho osservato una corda tesa da parte a parte, dalla quale 
pendevano varj segnali. Ciò stava ad indicare che lungo quel corso di 
acquavi era gente in cerca di canfora, e, coi segnali posti, si proihivaad 
altri di entrarvi, non solo, ma s'indicava anche in qual maniera ver- 
rebbe multato chi avesse trasgredito all'ordinanza. I segnali consiste- 
vano in un disco di legno, che stava a rappresentare un gong, ed in due 
o tre modelli di parang, pure di legno, per indicare l'equivalente. 

Per sei ore continue, dalle 11 sino alle 5 pomeridiane, abbiamo 
camminato sempre in direzione di levante. Si è salita prima una 
piccola collina e ridiscesa questa ne abbiamo incontrata un' altra 
più alta (enea 450 metri), che pure abbiamo salita da una parte per 
discenderla dall' altra. Attraversammo poi varj torrenti (o forse uno 
solo molto tortuoso in più punti) fino a che si raggiunse nuovamente 
il corso del Bellaga, in prossimità del suo sbocco nel Eedgiang. 

Gli scogli delle rapide e le colline traversate erano per iutiero di 
pietra arenaria. 

Accampammo e dormimmo nel giongle, in un luogo pianeggiante 
ed arenoso e che formava quasi parte del letto del fiume. Trovai in 
questo punto una gigantesca aracea, con grandissime foglie in forma di 
cuore, portate sopra un fusto alto un metro e della grossezza di una 
gamba. Il fiore aveva una temperatura assai elevata, che si avvertiva 
anche al solo accostarvi la mano. La sua spata (parte espansa del 
fiore) era in forma di orecchia di cavallo e di color rosso vinato '). 



') Non ho conservato che uno sparlici; di questa grande aracea, che a me sembra, per 
molti caratteri, debba ritenersi per ima Jloeavia, vicina anzi non poco aWAlocasia indica, 
sebbene da questa distinta. 



CAPITOLO XX 405 

2-4 settembre. — I Kayan (li Kaui Diam appena giorno, seguendo 
le sponde del fiume, andarono a procurarci una barca al loro vil- 
laggio, situato a non gran distanza dal luogo dove abbiamo passato 
la notte, e ritornarono dopo qualche ora. Riprendiamo quindi il no- 
stro cammino di discesa del Bellaga, passiamo ancora ima rapida, 
e finalmente, dopo tanti giorni lungo torrenti ed attraverso foreste, 
dove la visuale a pochi metri dinanzi a noi era stata sempre limi- 
tata da alberi e poi da alberi, abbiamo la gradita impressione di 
potere spaziare l' occhio sopra un' aperta campagna ed una bella 
distesa d'acqua. Siamo nel Eedgiang. 



CARTA 

del' sistema idrografico 
e delle attuali divisioni politiche di 




AJJQtir." 



Fig. 66 



Capitolo XXI 



Discendendo il Redgiang - Conoscenze dei Kayan sulla geografia dell' interno di Borneo 

- Stenofillia e cause alle quali viene attribuita - Piante di canfora - Tama Dian, la 
~ua casa ed i suoi schiavi - Il « kadgiattào » o sagù selvatico - Come una pianta selva- 
tica è potuta divenire domestica - Una mascherata dei Kayan - Un falso allarme per 
reclutai gente - Il banting o bove selvatico ed altra grossa caccia - Sulle rapide - Pic- 
cole alghe d' acqua dolce a tipo marino - Pesci cani e razze nel fiume - I Tandgiong 

- Xel paese dei Daiacehi - I Ketibas - Kanowit - Un mercante poco delicato - A Sibu - 
Enumerazione delle varie tribù che vivono sul Eedgiang - Da Sibu al mare - Fiori 
neri - La calma - Avventure coi coccodrilli - Nuove palme - La foce d'Igiin - Il paese 
delle zanzare - Tafani ed 
ritorno - Aranci selvatici. 



Sulle sponde del Eedgiang o Balói, proprio nel luogo dove questo 
limile riceve le acque del Bellaga, sorge la casa di Karn od Akaui 
Dian, che oltre] lassiamo per arrestarci difaccia ad un'altra grande 
casa, alcune centinaia di metri più in giù, in luogo chiamato Skapàn. 
Orang Skapàn sono detti pure gli abitanti, i quali sebbene portino 
questo nome speciale, e si considerino come appartenenti ad una 
trillò distinta, non veggo in che cosa differiscano dai Kadgiaman 
e dai Kayan. Tulli questi nomi di tribù nel paese dei Kayan, piut- 
tosto clic rappresentare delle razze o delle schiatte, sono forse nomi 
di mandi famiglie. Non saprei spiegar diversamente la circostanza 
che in questo luogo, a pochi chilometri di disianza, anzi a poche 
centinaia di metri, si trovino frammiste case di Kadgiaman, Skapàn, 
l'iman e Kayan. I l'iman rammentati ritengo che si debbano con- 
siderare differenti da quelli del Bintùlu, essendo assai più di questi 

progrediti india civiltà. Non potrei poi assicurare se- i nomi di l'iman, 
l'uaiian e |'eini;in, sentiti rammentare .sul l'.inlùlii, servano a desi- 



410 NELLE FORESTE DI BORNEO 

gnare altrettante tribù, o siano diverse maniere di appellazione di 
una sola. 

Senahan e Semattò, i due capi Skapàn, presso i quali prendiamo 
alloggio, hanno dimostrato le migliori intenzioni per aiutarmi con 
una accoglienza molto cordiale. Naturalmente la mia prima domanda 
è stata una barca e degli uomini esperti per poter continuare il viag- 
gio, non essendo la navigazione del Eedgiang punto facile, anzi molto 
pericolosa per le grandi rapide, che in varj punti ne sbarrano il pas- 
saggio. I due compiacenti capi hanno subito messo a mia disposi- 
zione una comoda e grande barca, ed hanno ordinato a quindici 
uomini di accompagnarmi al villaggio prossimo; mi hanno dato anche 
dei polli ed un poco di riso, quantunque di questo ne avessero grande 
scarsità. Le mie provviste cominciavano assai ad assottigliarsi, ed 
il riso lo distribuivo misurato ai miei uomini, per un sol pasto al 
giorno. Avevamo però del sagù in pillole, al quale mi ero molto 
abituato e che tutti continuamente mangiucchiavamo per via, essendo 
un articolo molto comodo per viaggio e che può rimpiazzare il pane 
od il biscotto, ma che sostenta però assai meno. 

Il villaggio attuale degli Skapàn era in assai cattivo stato, e con- 
sisteva in una lunga casa coperta colle foglie di una Aìpinia, o di 
altra zingiberacea affine, essendo le loro antiche abitazioni, solida- 
mente costruite, state bruciate dai Daiaccki alcuni anni or sono, 
durante ima spedizione del Tuan-muda, rimasta famosa nella storia 
di Sarawak. A poca distanza dalla casa degli Skapàn ve ne era una 
di Puuàu, i cui abitatori erano adesso assai eccitati, avendo i Daiac- 
chi dell' interno, due giorni fa, ucciso uno di loro portandone via la 
testa. Ho visto in queste case diversi individui con piaghe, che non 
saprei precisare se dovevano attribuirsi a malattie d'indole eredita- 
ria, o piuttosto alla poca salubrità del clima. Io inclinerei più alla 
prima ipotesi. Varie persone avevano anche malattie d'occhi, alle 
quali probabilmente contribuiva lo strano costume di strapparsi i 
sopraccigli e perfino i cigli. 

Gli abitanti di questo punto del Balói conoscono benissimo tutta 
la topografia interna di Borneo, di cui mi hanno tracciato sulla sab- 
bia il corso dei principali fiumi, che io dietro tali indicazioni ho se- 
gnato nella unita cartina generale di Borneo (fig. 66). Mi hanno 
anche fatto la proposta di farmi discendere nel Bandgiar o nel Baiti ; 
ma a questo progetto si opponeva l'assoluta mancanza di provviste. 
Io interrogai i miei informatori riguardo ad un' alta montagna, che 
secondo alcuni autori dovrebbe esistere nel mezzo di Borneo e dalla 
quale avrebbero origine i suoi principali fiumi. Secondo St. John 



CAPITOLO XXI 411 

(voi. II, pag. 35 e 47), il monte si chiamerebbe « Gunong Tilong», 
avrebbe la cima bianca per neve, e dai suoi fianchi nascerebbe da 
lina sorgente salata il Badgiar-massing'). Invece, secondo la gente da 
me interrogata, le montagne più centrali di Borneo sarebbero due, 
molto prossime fra loro e facenti parte di un medesimo gruppo. Di 
queste, una, quella più verso il Nord, si chiamerebbe « Battìi Ti- 
bang » e da essa avrebbe origine il Barrare ; l'altra, più al Sud, si chia- 
merebbe « Battìi putte » e da questa scenderebbero, dal lato occiden- 
tale il Bedgiang, e da quello orientale il Kuti, il Bataug Kayan ed 
il Baudgiar, chiamato dai Kayan anche Makam, e nel suo tratto più 
prossimo alla sorgente Silikào. Se una montagna di straordinaria 
elevazione esistesse all' origine del Bedgiang, mi sembra che io avrei 
dovuto sentirne dire qualche cosa, se non forse avrei dovuto scor- 
gerla dalle colline che io ho salito. Una altissima catena centrale in 
Borneo io non ho motivi per ammetterla. Stando ai termini di con- 
fronto che io ho indicato ai miei informatori, soprattutto riferendomi 
a Gunong Balói, il monte che sorgeva dietro alla casa degli Skapàn, 
io riterrei che la massima altezza che si possa assegnare alle due 
cime del gruppo centrale di monti in Borneo, non debba superare 
i 2000 metri. Il nome male interpretato di «Battìi putte», che si- 
gnifica in malese «pietra bianca», potrebbe aver dato origine alla 
supposizione di una montagna colla cima coperta di neve. 

Borneo, che in proporzione della sua area è uno dei paesi del 
mondo maggiormente provvisto di grandi fiumi, si attraversa quasi 
tutto per acqua, tanto è estesa la sua rete idrografica. Con un solo, 
od al più con due giorni di cammino terrestre, da un fiume si passa 
in un altro, ciò che dipende dalla sua speciale costituzione orografica, 
non sollevandosi il suolo di Borneo gradatamente dalla costa, per 
raggiungere una grande elevazione nel centro. Invece quasi tutte 
li- montagne di Borneo sorgono bruscamente dalla pianura circo- 
-lanic. e per questo i corsi d'acqua non hanno grandi pendenze, e 
-i possono rimontar con barelle sin presso il loro punto d'origine. 
La navigazione poi dei fiumi di Borneo è grandemente agevolata 
dalle marce, di cui l'azione si rende sensibile anche molto nell'in- 
terno, sempre per la causa ora accennata. 

La casa degli Skapan sorge sopra una sponda molto alla del limile, 



Bandgi -i pub tradurre che allaga, ohe inonda; «massing» vuol dir salato. 

" Bandj ing» sarebbe il fiume Baiato che allaga, forse perchè !<■ sue acque salma- 

atre pei m n iiiimi tratto del suo corso (in causa delle maree) si espandono molto intorno 
all'* hiii: sponde e dilagano sopra una grande estensione Hi paesoi 



412 NELLE FORESTE DI LSOKNEO 

che qui lia lina grande scarpata, dove le barche vengono tirate a 
secco, riparate od anche costruite di nuovo. È questo, a quanto 
pare, uno dei principali cantieri del Eedgiang. 

Il fiume adesso è in magra, e dalla natura delle sponde chiara- 
mente si vede che, quando vi è piena, l'acqua deve crescere di varj 
metri. A Skapàn il letto del Eedgiang, che veramente in questo 
tratto riceve il nome di Balói, è assai ristretto e come incassato fra 
le colline ; ma ha sempre più di 100 metri di larghezza ed è profon- 
dissimo. In alcuni punti Semattò mi assicura che vi vogliono 60 depà 
(100 metri) di corda per toccarne il fondo. Mi dicono anche che è 
ricchissimo di pesci; alcuni presi dai miei uomini erano eccellenti 
ed appartenevano a specie che non avevo visto altrove. Sono stato 
ripetutamente assicurato che qui si trova anche una specie di pesce 
cane ed una razza. Io oramai avevo abbastanza pratica del malese, 
e troppo spesso avevo sentito discorrere dei pesci cani, che i Malesi 
chiamano « yu », e degli « ikan pare » (razze) per sospettare un 
qui prò quo relativamente all'indicazione. Avrei voluto nondimeno 
poter verificare la cosa ed avevo pensato di fare una gran pesca; 
ma la scarsità delle mie provviste e di ogni comodità m'impediva 
di trattenermi; tanto più che non avrei potuto poi conservare gli 
animali raccolti. 

25 settembre. — Alle sette e mezzo mi congedo dagli amabili 
Orang-tua, Semattò e Senahan, e prendo posto nel comodo, grande 
e svelto canotto che mi hanno dato e che, spinto da ventiquattro 
vogatori, sembra volare siili' acqua. Il paese è bello, con l' oriz- 
zonte interrotto da colline e basse montagne, di cui la più alta, Gn- 
nong Balói, rimane precisamente alle spalle di Skapàn e può forse 
raggiungere i 600 o 700 metri sul livello del mare. 

Al di sotto di Skapàn, il Balói si allarga assai. e si divide for- 
mando varie isole, che rimangono coperte dall'acqua nelle piene, ma 
che nondimeno sono adesso rivestite intieramente di vegetazione. 
Le piante che vi crescono appartengono a famiglie disparatissiine. 
Sono tutte a steli o rami molto flessibili ed a foglie strette, che pos- 
sono facilmente cedere alla corrente, e non lacerarsi quando riman- 
gono sommerse. Tali piante corrispondono a quelle di alcune specie 
dei nostri salci, che pure vivono sul greto dei torrenti, soggetti 
a frequenti piene. 

L'azione dell'acqua corrente rappresenta, secondo il mio modo 
di vedere, una forza naturale che avrebbe procurato un adattamento 
speciale nelle foglie di molte piante fluviali. Alla modificazione così 
prodotta potrebbe assegnarsi il nome di «stenofillia». Questo mede- 



CAPITOLO XXI 413 

sinio adattamento, però, non sarebbe causato soltanto dalle correnti 
acquee; in quanto che io attribuirei alle correnti aeree costanti, anche 
la stenotìllia che si riscontra pure sopra un gran numero degli al- 
beri e degli arbusti delle sponde del Eedgiàng e dei riunii vicini, 
non che di altri paesi, ma che uon ho osservato sul Sarawàk e sui 
fiumi del territorio di Sambas, o nei laghi del Kapùas. 

Xon poche delle specie di piante a foglie strette che ho incon- 
trato sulle sponde del Tubào e del Eedgiàng, come in seguito su 
quelle dell' Entabèi, sono specie endemiche, e quasi si direbbe che 
si trovano ancora proprio sul luogo, dove sono rimaste plasmate 
(tìg. 65) ; fatto questo che starebbe a dimostrare lo stato di tranquil- 
lità geologica nella quale deve esser rimasta la regione, presumi- 
bilmente dalla metà dell'epoca terziaria in poi, poiché se fossero 
avvenuti cambiamenti notevoli nel suo suolo, sarebbe difficile imma- 
ginare come delle forme specifiche, affatto locali, avrebbero potuto 
modificarsi in corrispondenza a stimoli, egualmente limitati a que- 
sti fiumi. 

Xella foresta che ricopriva questo tratto delle sponde del Eedgiàng 
abbondava l'albero della canfora, il Dryóbala/nops che avevo trovato 
sul Gunong Sedahà, e del quale volevo prendere alcune piante vive, 
che mi erano state domandate dal signor Teysmann per il Giardino 
di Buitenzorg. ~S\\ fermai per questo presso una collina che bagnava 
i suoi piedi nel fiume, e sulla quale avevo scorto alcuni grandi in- 
dividui dell'albero aromatico. Questi non erano allora uè in fiore 
uè in frutto, ma la loro figliolanza era grandissima. Sradicai quindi 
con cma e col loro pane alcune delle più giovani pianticelle, alte 
1.") (i L!<> centimetri, e rammentandomi quanto avevo visto nel Giar- 
dino di Paradenia, le piantai in grossi internodi di bambù, che mi 
servirono bellissimo da vasi. Ho avuto poi il piacere di rivedere 
queste medesime piante, cento volte più grandi, a Buitenzorg, dove 
-ono diventati' dei grossissimi alberi. 

Il tempo è ora magnifico e l'acqua nel fiume relativamente bassa 
e limpida. Nonostante le fermate, abbiamo fatto oggi un buon tra- 
gitto: suppongo per lo meno un 35 miglia. 

Ilo visto pochissima foresta tergine sulle due rive, indizio al so- 
lito clic queste si debbono prestare assai bene per la cultura del riso, 

e die il paese è relativamente popolato, quantunque sino a qui, dopo 
queiid degli Skapàn, non ;ii>l>i:i incontrato nemmeno un villaggio. 
La sera però alle sei e mezzo si scoro», sulla riva una, casa di Kayan, 
dove dai segnali abbiano subito capito che vi era pannili e che 
non vi si poteva salire; ma io feci finta di non accorgermi del di- 



414 NELLE FORESTE DI BOENEO 

vieto, e sceso di barca, difilato vi montai sapendo che ima volta 
dentro difficilmente mi avrebbero mandato via. Era la casa di Tania 
Dian, ossia del padre di Dian, che così si chiamava il figlio suo, 
essendo frequente il caso fra i Kayau, come fra i Daiacchi, che un 
padre di famiglia abbandoni il proprio nome, per sostituirvi quello 
del primogenito. 

La casa di Tania Dian era grande, nuova e costruita molto soli- 
damente sopra forti palafitte di legname squadrato. La vidi anche 
abitata da molta gente, ma seppi che, ad eccezione della famiglia 
del capo, tutti gli altri erano schiavi od « ulun-ulun », probabilmente 
in gran parte discendenti da Daiacchi catturati nelle spedizioni; non 
era però facile distinguere i padroni dagli schiavi ; ma già nei paesi 
dove si va quasi nudi, le differenze sociali sono meno avvertibili 
che altrove, perchè il vestiario è uno dei mezzi che pili contribuisce 
a mantenere le distinzioni di classe. 

Gli Skapan che mi avevano accompagnato dalla casa di Seinattò 
e Senahan, hanno progredito un poco più oltre fino ad alcune case di 
Punàu, per vedere di trovare uomini che volessero accoinpagnarini 
a Kanowit. 

Tania Dian e la sua gente non hanno preso in mala parte l'in- 
frazione al pamalì ; anzi mi parvero contenti del mio arrivo, perchè 
molti di loro era la prima volta che vedevano un bianco. Solo il 
Tuan-muda era risalito sino a qui nel giugno 1863. 

La sera i giovanotti e le ragazze mi hanno favorito uno dei so- 
liti balli o « main padgiat » . I Kayan però sono più dei Daiacchi 
progrediti nell' arte di Tersicore, ed usano nei loro spettacoli, che 
sono vere pantomime, anche delle maschere, delle quali si stava 
preparando alcune in quel momento per una prossima rappresen- 
tazione, intagliandole in un legno leggerissimo. Io ho dormito ma- 
lamente nella casa di Tania Dian, per causa dei cani, che al solito 
sono stati insopportabili. 

26 settembre. — I Kayan di queste parti possiedono delle ma- 
gnifiche barche scavate in un sol tronco d'albero, alcune lunghe 
sino 20 metri e larghe un metro e mezzo ; però gente per accom- 
pagnarmi non è possibile trovarne, sempre in causa del pamalì. 
Oggi poi è per i Kayan giorno di festa, e se fossi rimasto in casa 
loro, seguendo il costume, non avrei potuto partire se non fra otto 
giorni ; ma per buona sorte gli Skapan sono ritornati conducendo 
dei Puuàn, che si profferiscono di condurmi sino a Sibu. I Kayan 
di Tania Dian mi hanno dato una delle loro grandi barche, e con 
questa, verso sera, sono disceso sino alla poca discosta casa dei Pu- 



CAPITOLO XXI 415 

rum ; vedo bene però che non sarà possibile partire nemmeno do- 
mani, perchè la barca deve essere messa all'ordine, coperta di kad- 
gian, ecc. 

I Punàn sono per di più senza riso, e devono andare nella foresta a 
provvedersi di sagù di kadgiattào. Qui finalmente ho potuto vedere e 
raccogliere esemplari di questa utile pianta, della quale ad ogni mo- 
mento avevo sentito parlare e che io pure più di una volta ho ram- 
mentato. Era una nuova specie di Eugeisson'm da me, in seguito, 
chiamata JEiujeissonia utilis^), avendola riscontrata differente assai da 
quella che avevo trovato sul monte Mattang. Alcuni individui di que- 
sta palma crescevano presso la casa dei Punàn, poiché, sebbene abbon- 
dante nella foresta, riceveva qui una specie di cultura in causa della 
sua utilità, venendo allevate e protette le giovani piante intorno alle 
abitazioni. 11 kadgiattào si riproduce molto facilmente dai semi, pur- 
ché caduti dall' albero in terra da loro stessi e perfettamente maturi. 
In buon suolo la pianta (che è monocarpica come il sagù) in cinque 
auni è da tagliarsi, essendo giunta al momento di fiorire. L'accre- 
scimento deve essere quindi rapidissimo, potendo in quel momento 
raggiungere sino 15 metri di altezza. Il suo tronco è nudo per il 
tratto di otto o nove metri, cilindrico, grosso come la coscia di un 
uomo, regolarmente annidato e tutto coperto di tubercoli pungenti, 
risultanti dalla trasformazione di numerosissime radici avventizie in 
spine. Il fusto sorge dal terreno sostenuto da gran numero di rela- 
tivamente brevi radici, ed anche in questo differisce da altre specie 
del medesimo genere, dove le radici sono molto lunghe e sottili e 
tengono la pianta sollevata dal terreno. Le fronde sono grandi, riu- 
nite in ampio ciuffo alla sommità del tronco o stipite; sono molto 
arcuate e in mezzo a loro sorge il regime (infiorazione) della forma 
di un cipresso e lungo anche un paio di metri. La fecola che si 
estrae 'lai kadgiattào è di qualità migliore di quella prodotta dal 
saga comune. Anche il polviscolo dei fiori (polline), che ha l' appa- 
renza di una lai-ina violacea, è utilizzato, e serve per condimento 
al saga od al riso''). I fiori della Hitr/aissoiiifi sono conformati in ma- 
niera da offrire una efficace difesa a questo polline, che per le sue 
proprietà nutrienti, potrebbe esser molto ricercato dagli animali, e 
venir distrutto da questi prima che i fiori stessi si aprissero. Di fatti 



x o ' ». hot. tini., i ni. vili, pag, 26. 

i. Sookor racconta che gli abitanti di Schiude nella Nuova Zelanda fanno del 
pane <<il polline «li Typha. {fflora Vovai Zelandiue, \ol. I, pag. 238). Non mi occorrono 
alla memoria -• 1 1 r i esempi, in cui il polline ponga utilizzato per cibo. 



41G NELLE FORESTE DI BORNEO 

i fiori della JEitgcixsonia utilis corrispondono ben poco al concetto che 
volgarmente si ha di un fiore, essendo essi grandi, sottili, lunghi fino 
otto o nove centimetri (quando in boccio), ma così duri e di una 
tinta così tetra, che sia per il colore, sia per la consistenza sem- 
brano di cuoio. La corolla forma in tal guisa agli stami un astuccio 
di difesa resistentissimo, nel medesimo tempo che non attira l'at- 
tenzione degli animali. 

La cultura rudimentaria del kadgiattào mi sembra un esempio 
molto istruttivo del come può essere accaduta la riduzione a dome- 
sticità di certe piante utili all'uomo. Infatti, se dei primitivi abita- 
tori della foresta avranno trovato un luogo dove cresceva a pro- 
fusione una pianta, che con poca fatica poteva somministrare loro 
un nutrimento abbondante, avranno approfittato della buona for- 
tuna che offriva loro la natrua, ed in tal sito avranno costruito un 
riparo od una capanna. Quivi avranno continuato ad abitare sino 
a che non sarà sopraggiunto il momento che quanto a loro acco- 
modava è veuuto a mancare. Ma intanto, anche senza volerlo, i 
semi della pianta utile saranno stati gettati intorno alle abitazioni, 
dove nascendo, per il terreno pingue ivi accumulato (come è fa- 
cile immaginare) le nuove piante, per la possibilità di poter soddi- 
sfare la loro brama di sostanze azotate, avranno potuto comin- 
ciare a somministrare frutti migliori o prodotti più abbondanti e 
più nutrienti di quelli della foresta. Così avrebbe avuto principio 
un sistema di mutualismo fra l'uomo e le piante utili. L'ipotesi 
che l'uomo possa essere stato, per così dire, il creatore di quelle 
piante e di quelli animali domestici che non si trovano più allo 
stato selvatico e che per di più non possono sussistere senza la sua 
protezione, implica l'ipotesi che dette piante e detti animali l'uomo 
debba esserseli associati durante un'epoca nella quale era ancora 
concesso un largo campo alla variabilità e non era ancora cessata 
la forza plasmativa, e necessita quindi l'accettazione dell'ipotesi 
che l'uomo intelligente, presso a poco come adesso, abbia esistito 
sin da un' epoca molto più remota di quello che comunemente si 
vorrebbe ammettere. Io invero non divido affatto la ripugnanza di 
molti naturalisti ad assegnare all'uomo un'antichità per lo meno 
eguale a quella che si attribuisce agli altri animali oggi esistenti, 
ma troppo mi dilungherei se volessi qui spiegare per quali ragioni 
io propenda verso una simile opinione. 

Nel caso del kadgiattào però, la grande facilità di riprodursi, il 
rapidissimo sviluppo, non che la protezione del fusto per mezzo 
delle spine e quella dei fiori in causa della natura loro coriacea, 



CAPITOLO XXI 417 

sono tante circostanze che hanno assicurato l' esistenza alle piante 
selvatiche. L' 'JEugeissonia utilis non è quindi. nello stretto senso della 
parola ima pianta domestica, non dipendendo la sua conservazione 
intieramente dall' uomo. In Borneo vi sono varie altre piante che 
si trovano nel medesimo caso del kadgiattào, quali il Pangium edule, 
i Sagus, V Arengo saccliarifera, alcune Caryota, VAntiaris tozicaria, ecc., 
le quali tutte, come il kadgiattào, possono considerarsi come piante 
semicoltivate e semplicemente antropoide. 

Ma è tempo di por ternane a questa digressione e di riprendere 
il giornale di viaggio. 

Nel pomeriggio, ripartita in varie barche, l'attesa mascherata 
dei Kayan è venuta espressamente a farsi vedere da me. La festa 
attuale è chiamata « nugal », e ricorre due volte all'anno; una pre- 
sentemente, subito dopo la piantagione del riso, e l'altra, credo, 
dopo la raccolta. Era interessantissimo tutto il corteo, assai nume- 
roso e variato, e molto singolari erano gli strumenti che si ado- 
pravano, non che le maschere di legno colle quali alcuni avevano 
coperto il viso. Fui dispiacente di non aver potuto far disegni e 
prender note uè degli uni uè delle altre, per il breve tempo che si 
trattennero gli attori, perchè uno studio di tali oggetti avrebbe 
potato contribuire a dilucidare l'origine delle popolazioni che si 
raggnippano intorno ai Kayan, e che a me sembra abbiano tanti 
rapporti con quelle dell'Indocina. 

27 settembre. — Ho passato noiosamente la giornata in casa dei 
Punàn. a sorvegliare l'allestimento della barca, ma ho intanto pre- 
parato alcuni esemplari del kadgiattào, di cui pure ho preso alcune 
giovani piante, che a Buitenzorg, dove poi vennero spedite, ho in 
seguito riviste grandi e fruttificate. 

Per aver, durante il viaggio, qualche cosa da aggiungere alla 
provvista di sagù di kadgiattào, i Punàn sono andati coi loro 
cani a caccia nella foresta, ritornando dopo alctme ore con un 
grosso cinghiale, che non è sialo però di un gran sussidio per la 
mia la vola, non avendo voluto costringere Sahat, il mio cuoco, 
a cucinarmi la carne (li porco, per una, certa deferenza verso le 
abitudini dei musulmani, cosa della (piale non lio avuto mai a 
pentirmi. I Punàn saranno certamente abili cacciatoli di cinghiali, 
ma amlie questi debbono essere molto abbondanti nelle loro foreste, 
se 81 deve almeno giudicare dall'enorme (piantila di mandibole 

(circa 300) che pendevano in lunghe lilze dal soffitto della casa, 

come trofei memorie di caccia. La sera la barca era pronta, ma, 

rimettiamo alla manina veniente la partenza. 

57 — Bit ' ti Borneo. 



418 NELLE EORESTE DI BOKNEO 

28 settembre. — Si parte alle sette e mezzo, ma i vogatori sono 
pochi per la nostra barca, che quantunque non delle più grandi, ha 
sempre un 18 metri di lunghezza. Ci fermiamo quindi a due altre 
case di Kayan per reclutare altra gente. Una di queste era vuota, 
essendo tutti gli inquilini fuori, chi nelle piantagioni con le donne 
ed i bambini, chi a caccia; ma un capo ameno della comitiva trovò 
presto il mezzo di far tornar la gente a casa, avendo cominciato a 
battere a distesa in un grosso gong nella maniera che si usa quando 
è imminente il pericolo di un assalto di nemici. Non si stette molto 
ad aspettare, che subito si videro ritornare dai campi, coi bambini 
sulle spalle, le donne spaurite, e dietro loro gli uomini allarmati e 
trafelati ; i quali però appena riconobbero i loro inoffensivi vicini, 
proruppero in una gran risata. È probabile anzi che il buon umore, 
il quale tenne dietro alla burla, inducesse qualcuno dei giovanotti 
di quella casa a far parte della comitiva. Vi era però anche una 
buona ragione per accettare volentieri l'invito di condurmi a Sibn, 
la capitale del Eedgiang. Il viaggio al mare non è per i Kayan dei 
più facili, perchè oltre il tempo che richiede, è pericoloso per i pos- 
sibili attacchi dei Daiacchi, nonostante la relativa sicurezza, che da 
qualche anno a questa parte è riuscito a stabilire lungo questo 
fiume il governo del Tuan-muda. Per tal motivo, gli abitanti di 
questa alta parte del fiume, si sentivano in mia compagnia più si- 
curi, ed io rappresentavo una buona occasione, potendo con quel 
che avrebbero da me ricevuto una volta giunti a Sibn, acquistare 
articoli e comodità, specialmente sale, che essi ottengono solo dai 
mercanti malesi a carissimo prezzo. 

Finalmente, avendo radunato 20 giovani e robusti vogatori, alcuni 
dei quali abilissimi a manovrare le barche attraverso le rapide, poco 
dopo mezzogiorno, ognuno prende molto allegramente il proprio 
posto nella barca, vogando con forza ed a tempo, cantando, od 
emettendo strilli in coro, quasi fossimo diretti a qualche spedizione 
guerresca. È questo un sentimento sempre pronto a svegliarsi ad 
ogni occasione in queste popolazioni, per le quali la guerra, o meglio 
la rapina, è un istinto tramandato da generazione in generazione. 

Il fiume diventa sempre più maestoso, e la massa d'acqua che 
porta è imponente, sebbene le alte scarpate e le sponde limacciose 
ben rivelino che adesso il suo livello è molto basso. 

Verso sera qualcuno da prua mi mostra sulla nostra sinistra al- 
cuni grossi animali, che pascolavano sulla sponda. Era ini branco 
di bovi selvaggi. Do in conseguenza l'ordine di remare in maniera 
da non esser uè visti uè sentiti da loro, facendomi al tempo stesso 



CAPITOLO XXI 419 

portare ad un punto dove avrei potuto sbarcare. Io avevo sempre 
meco l'ottimo fucile che mi aveva servito nelle caccie agli orang- 
utan, ma era carico solo a grossa munizione; per non perder tempo 
introduco una palla in una canna, sopra la carica che già vi era, 
e salto a terra insieme a due dei più svelti Kayan ; ma la sponda 
è motosa ed affondo tanto nella belletta, che senza l'aiuto dei com- 
pagni non so come avrei fatto a cavarmela. Faccio un piccolo cir- 
cuito per portarmi molto vicino agii animali senza essere veduto, 
e cercando di rimaner sempre nascosto dalle piante. Giunto a circa 
25 metri dal branco, mi rimase bene scoperto il fianco di un grosso 
toro, nero, con le zampe bianche, e lasciai partire il mio colpo. 
L'animale cadde tosto su di un lato, ma rapido si rizzò e fuggì 
nella direzione del giongle, seguito da altri quattro o cinque di un 
color baio e che dovevano essere giovani o femmine. ISToi allora ci 
scuoprimmo ; però in quel medesimo momento uno del branco, che 
era più in disparte degli altri, nel vedermi si diresse a testa bassa 
contro di me; ma io a circa 10 passi gli scaricai in fronte l'altra 
canna, che per fatalità conteneva solo grossi pallini. La bestia cadde 
nondimeno sulle gambe davanti, facendo un ruzzolone tale che mi 
fece sperare di averla uccisa ; ma fu l' affare di un secondo, che ria- 
vutasi all'istante si volse verso il giongle. I miei Kayan si dettero 
tosto a rincorrerla, dovendo con tutta probabilità essere rimasta ac- 
ciecata dalla scarica, che le regalai in pieno nella faccia; ma poi, 
avendo essi perso le traccie del sangue, dovettero desistere dall' in- 
seguirla. 

il bove selvatico di Borneo (Boa Sundaieiis) o « banting », è il 
più grosso mammifero dell'isola, dopo il rinoceronte, che si trova 
solo nell'interno e sembra molto raro 1 ). 

Il banting riceve anche il nome di «tainbadào» o « tammadào » 
e sembra più frequente nel Nord di Borneo die altrove; special- 
mente sul Lùnbang e sul Barram 8 ), cibandosi più che altro dei 
nuovi germogli dei bambù, preferendo per questo il giongle, ossia 



'; Ilo sentito dire che una volta la carcassa di un rinoceronte fu vista nel Sarawak 
trasportata dalle acque. Anche numerosi rietini li si I rov;um nel N. E. di l'.oineo, musi 
crede che siano la riproduzione di alcuni che, L50 Mimi ili, In Compagnia dell' India re- 
ti Sultano 'li Siilo e ili'- questi, non sapendo cossi. l'ursone, premi dio l'ossero slinr- 

cati ii Tandgiong Unsang no) X. E. dell'isola, dove si dice che adesso -si sono talmente 
moltiplicati «In recare mollo limino alle piantagioni. 

. John voi. I. pag. W,, scrivo che sulla costa imi Noni di Borneo, nella Baio 
'li Kimiini». s'incontrano branchi 'li banting più piccoli 'li quelli del Liimbang e ilo! 

Bai non. 



420 NELLE FORESTE DI BORÌJEO 

la foresta secondaria, dove tale pianta è frequente, mentre manca 
in quella primitiva. 

In questi medesimi luoghi sembra abbondi la caccia grossa, e di 
tanto in tanto compariscono in distanza sulle rive dei cervi, i quali 
però non mi danno nemmeno tempo di prenderli di mira, che im- 
pauriti si ritirano nel bosco all'istante che si accorgono di essere 
stati scoperti. 

Nel tratto di paese che oggi si attraversa ho trovato un filone di 
carbon fossile, sporgente in larghi strati sulla sponda destra del fiume. 

La sera scegliamo un luogo asciutto sopra una piccola isola del 
fiume per passarvi la notte e per cucinare il riso ed il sagù, che i 
Punan fanno bollire in pentole di terra cotta di loro propria fat- 
tura. Trovandoci noi adesso nel territorio più soggetto alle scorrerie 
dei Daiacchi Ketibas in cerca di teste, la mia gente tiene un'attiva 
sorveglianza tutta la notte, durante la quale a mantenerci svegli 
contribuisce anche un forte temporale, del quale avremmo fatto vo- 
lentieri a meno, per la poco sicura posizione nella quale eravamo 
stati costretti ad accampare. 

29 settembre. — Alle sette antimeridiane siamo alla voga. In- 
contro prima due .kidgian, poi due fagiani colla coda bianca'), che 
camminavano sul limitare del giongle lungo la riva, ma per la ra- 
pidità con cui si voga, ed anche per la larghezza del fiume, scom- 
pariscono prima che io possa avvicinarli. S' incontrano pure dei 
cinghiali, ma questi, sospettosissimi, rientrano nel bosco non appena 
si avvedono della nostra presenza, anche a grande distanza. 

Due « undang » (Plotus) erano riusciti ad uccidere e portare sulla 
spiaggia un pesce, che non poteva pesare meno di tre o quattro chi- 
logrammi, e che fa una opportuna aggiunta al desinare mio e dei 
miei uomini. Il burung undang è come il rapace degli uccelli pa- 
lustri, perchè acciuffa il pesce coi piedi, nel mentre che a colpi di 
becco l'uccide. Quello infatti di cui ci siamo impadroniti era ca- 
duto loro dagli artigli (forse perchè troppo peso) ed aveva la testa 
crivellata dalle beccate. 

Siamo adesso giunti al punto più pericoloso del viaggio. Vi sono 
tre rapide da sormontare a poca distanza l'una dall'altra. In questo 
momento, essendo basso il livello del fiume, numerosissimi sono gli 
scogli che rimangono allo scoperto, fra i quali l'acqua impetuosa 
si fa strada, ma dove anche la nostra barca poteva andare ad in- 



') Probabilmente appartenenti alla specie elio è stata descritta in seguito col nome 
«li Lobinphasis Buìwerii. 



CAPITOLO XXI 421 

frangersi. Quando le acque sono alte, la navigazione diventa .allora 
più facile, essendo il dislivello delle rapide minore, e minore il pe- 
ricolo di urtare negli scogli. Il rumore dell'acqua che precipita ci 
rende avvertiti della vicinanza della cascata, sebbene il suo rombo 
si fosse cominciato a sentire già da un pezzo. Alla prima grande 
rapida scarichiamo la roba, che si trasporta sulle spalle al di là del 
pericolo, ma riprendiamo poi tutti il nostro posto nella barca, per 
lanciarla sull' onda precipitosa. Era per me una emozione nuova, 
che mi poteva anche accadere di non raccontare, ma avevo molta 
fiducia nei miei Kayau, e soprattutto in quello espertissimo che 
stava al timone : quivi, ritto in piedi, egli scrutava il passaggio più 
conveniente, poiché non solo bisognava evitare gli scogli che spor- 
gevano fuori dell'acqua, ma ancora quelli, assai più pericolosi, semi 
coperti, nei quali urtando, se anche la barca non si fosse sfasciata, 
sarebbe andata di traverso e capovolta. Sono imponenti queste in- 
terruzioni sul corso abituale delle acque di un gran fiume! Da prin- 
cipio la corrente è mediocre, ma va sempre crescendo più ci si av- 
vicina alla caduta. Arriva un momento che l'acqua sembra invasa 
da una forza arcana irresistibile. Si direbbe l' effetto di una pazzia, 
che la costringe a precipitarsi in basso, a ripercuotersi da uno sco- 
glio all'altro, sminuzzarsi, polverizzarsi, per poi ricomporsi in una 
sola massa tranquilla, passato il periodo di parossismo. 

A circa 50-00 metri dalla rapida, il timoniere, che ha già adoc- 
chiato il passaggio opportuno, ha cura di tenere nella direzione pre- 
cisa della corrente la barca, perchè guai se questa s'impegna di 
traverso nella discesa; essa è allora inevitabilmente perduta. Mano 
mano che si approssima il punto dove l'acqira precipita, i vogatori 
raddoppiano di energia, fino a che il nostro lungo e leggerissimo 
canotto, rapido come una freccia, scivola sulla cresta dell'onda ri- 
gonfia, e precipita nell'acqua gorgogliante del bacino sottoposto, 
tramezzo alla schiuma ed al polviscolo vaporoso, che si spande nel- 
l'aria come mia nebbia. 

Oosa accada in quel momento è impossibile descriverlo; è un tuffo 
emozionante che dura quanto un lampo. Quando ci ritrovammo in 
acqua tranquilla, la barca era inondata, e senza l'attività eia destrezza 
dei Kayan, si sarebbe subito sommersa, dna buona parte di loro si 
gettò nel fiume, e così alleggerito il battello riescirono a tenerlo a- 

galla '-(| ;i rotarlo. Al di sotto della caduta l'acqua era, abitai issima, 

non coinè nel mare, ma come se la forza che la metteva in movi- 
mento venisse dal basso; un'onda ripercuoteva e frangeva l'altra, e 
tutta la massa liquida era sconvolta in un disordine indescrivibile. 



422 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

Ci vuole l'esperienza, l'agilità ed il sangue freddo dei Kayan 
per lanciare un battello su queste rapide. La tattica loro consiste 
nell' attraversare l'acqua in movimento disordinato, così superficial- 
mente e con tale velocità, che la barca possa giungere in acqua 
tranquilla prima che sia talmente piena da affondare ; bisogna 
quindi che l'abbrivio ricevuto sia tale da mantenerla per qualche 
istante a galla, anche se quasi completamente inondata. Occorre 
soprattutto che il timoniere sia robusto ed abile, per non lasciarsi 
deviare dalla forza della corrente, e si richiede che i rematori non 
si lascino intimidire dall'acqua che si riversa dentro nel momento 
della discesa, e che non cessino dal vogare con tutta la forza di 
cui sono capaci, sino a che non hanno oltrepassato il pericolo. Al- 
lora tutti i loro sforzi devono essere diretti a votare la barca, ed al 
bisogno gettandosi nell'acqua ad impedire che si sommerga. 

Così passammo felicemente la prima rapida, ma l'esperienza fatta 
non ci dette il coraggio di ritentare la prova con la seconda, più 
pericolosa ancora, e la sormontammo trascinando il battello sugli 
scogli, lungo la riva. Alla terza trovammo un passaggio assai fa- 
cile, od almeno privo d'intoppi, in un punto dove una larga massa 
d' acqua si rovesciava in un gran bacino sottoposto, ad un paio di 
metri di dislivello. Eu qui che il Tuan-muda, nella sua spedizione 
contro i Kayan, perse varj uomini. Anche diverse barche furono in 
quella occasione rovesciate, ed alcuni dei Daiacchi che le monta- 
vano, sebbene esperti nuotatori, scomparvero, uè pivi essendo ritor- 
nati a galla, si credette che fossero stati mangiati dai pesci cani. 
Io avrei creduto piuttosto che potessero essere divenuti preda dei 
coccodrilli, ma fui assicurato che di questi in quel punto non ve 
ne erano, e che proprio nel gorgo, sotto la rapida, vivevano dei 
veri pesci cani, simili a quelli marini 1 ). 

Lungo le sponde ai lati di questa rapida, sui massi spruzzati dal- 
l' acqua, cresceva a profusione una piccola alga, che ricopriva di un 
velo violaceo le borraccine e le epatiche, tramezzo alle quali vege- 
tava. Era una nuova specie di Bostnjclùa (B. bryopMla, Zan.) di un 
interesse speciale, perchè appartenente alle fìoridee, vale a dire ad 
una divisione di alghe viventi quasi esclusivamente nel mare. Ho 



: ) Anche St. John, voi. I, pag. 136, dice che dei pesci cani (Sharks) si trovano sul ramo 
sinistro del Sarawak, al di sopra delle rapide. Parimente nella Sarawak Gasettc del 1887, 
pagina 164 vengono rammentati due pesci sega (Sawfish) presi a Lubok pangkalan Singhi, 
al di sopra di Sarawak. in accpua dolce, però in punto dove si fa sempre sentire l' in- 
fluenza della marea. 



CAPITOLO XXI 423 

di già precedentemente fatto menzione di un'altra alga della me- 
desima natura, la Delesseria Beccarìi, trovata nelle acque limpide e 
dolci del torrente di Sodomak. Ecco quindi due esempi di piante 
che si dovrebbero ritenere di origine marina, e nondimeno si tro- 
vano adesso a vivere nell'acqua dolce 1 ). 

Se fosse vero il fatto della presenza dei pesci cani e delle razze nel 
punto dove pure si trovano le rammentate pianticelle, sarebbe questa 
una coincidenza assai singolare, che farebbe supporre in esseri essen- 
zialmente marini, un adattamento alla vita in acque fluviali, per causa 
di un antichissimo sollevamento di questa parte di Borneo. 

Prima però di abbandonarsi alle speculazioni che suggerirebbe 
una tale ipotesi, bisognerebbe poter aver visto e studiato i presunti 
squali, e le razze, di cui l'esistenza nell'alto Eegiang riposa sino 
ad ora soltauto sui racconti degli indigeni, sebbene il fatto non 
abbia in sé stesso nulla d'improbabile, essendo note razze (Trygon) 
e squali (Carcharias), che abitano in analoghe condizioni nel Gauge, 
ed in alcuni fiumi dell'America meridionale. 

Non capisco però di che cosa dovrebbero vivere dei pesci cani, 
di dimeusioui tali da afferrare un uomo, nei bacini sotto le rapide, 
ammenoché non si accumuli quivi del grosso pesce in straordinaria 
abbondanza. Forse la spedizione del Tuan-muda essendo molto nu- 



') Il fatto non è nuovo. Di già Leprieur, farmacista della marina francese a Caienna, 
durante gli anni 1835-1848, scoprirà nella Guiana alcune piccole floridee, alghe che fino 
allora erano state sempre trovate in mare, e che colà crescevano nelle acque correnti e dolci 
dei ruscelli ili montagna, sino ad 80 chilometri nell'interno ed alcune sino a 200 metri di 
altezza sul livello del man;. E, cosa curiosa, fra questo vi erano anche tre specie di Bostrtj- 
éhia (MONTAGNE, Sur la station limolile de quelques Floridées derni les eauoc douces et- colt- 
rante* des ruisseaw dee montagnes à la C-uyane, in Annales des Se. nat., 1850, pag. 283). 
Inoltri- a Caienna, nei nomi che ricevono la marea montante, Leprienx trovava pure un'altra 
i/chia, insieme ad una piccola Delesseria (D. Leprieurii, Mont.), la quale rassomiglia 
moltissimo alla Delesseria di Sodomak, (unto che questa potrebbe ritenersi come una 
specie derivata dalla prima. In Bornio egualmente ho trovato una Delesseria (D. adnata, 
Zan.) ed una Bostrycìlia i /.'. fvXerata, Zan.) viventi sui grossi gambi dello foglie di Niprt, 
in acque alternativamente dolci e salate. Sono questi esempi parlanti del come duo alghe 
appartenenti agi-neri omini-nti-nn-nti- marini, abbiano potuto cambiar stazione, cominciando 

dal subire prima un adattami nio in acque ora salmastre, ora tempori aniente dolci. Nella 

Bostrychia bryophyla L'adattamento a condizioni di esistenza differenti dallo primitive 
sarebbe anche pio spinto, essendo essa divenuta un'alga quasi terrestre. 

I fatti rammentati rivelano inoltre una sorprendente analogia fra le condizioni fìsiche 
dei li nm i di Borneo e quelli della Guiana, perchè in ambedue i paesi, tanto fra loro re- 
moti, ha avuto luogo un i-anilii: -ulii nelle condizioni ili esistenza ili ali-une piante 

marine, che non sapri I come potrebbe aver avuto luogo, se non co analogo processo 

di adattamento, promosso di sollevamento del suolo, 



424 



NEELE FORESTE DI EORNEO 



merosa, i pesci cani l'avevano seguita e si erano radunati poi nel- 
l'acqua profonda, al di sotto delle rapide. 

Dopo le tre grandi rapide, ora felicemente discese, il letto del 
fraine si allarga assai e forma una sequela di altre rapide, ma a piccola 
pendenza e con acqua bassa, pericolose per gli scogli a fior d' acqua, 




Fig. 67 - Orang Tandgiong, dei quali uno suona il piffero col naso 



sui quali, senza molta vigilanza è facile d' incagliare. Per l'appunto, 
nel mentre ci trovavamo in questa situazione difficile, ci sorprende 
uno dei soliti temporali, che si risolvette poi in pioggia dirotta. Per- 
durando a piovere, per evitare ogni pericolo, portammo a secco la 
barca sul greto di un isolotto nel fiume, e vi accampammo. 

30 settembre. — Dalle sette a mezzogiorno si voga senza inter- 
ruzione. Ci fermiamo dipoi ad alcune case dei Tandgiong, una delle 
tante tribù che abitano sul Eedgiang, ma che fanno parte anche 
essi, almeno mi pare, della famiglia dei Kayan. Nella figura 07 sono 
raffigurati due individui di questa tribù, dei quali uno in attitudine 
di sonare il piffero col naso, maniera che, per quanto possa sem- 
brare straordinaria, è la sola usata in Sarawak, anche dai Malesi, 
per estrarre dei suoni da questo strumento. Ai Tandgiong si sono 



CAPITOLO XXI 



425 



uniti da poco dei Buketau, i quali hanno cominciato a piantare del 
riso. I Tandgiong sono pili liberalmente tatuati dei Kayan, e quasi 
sempre hanno tutto il petto, la mascella inferiore e parte delle spalle 
coperte di disegni. Le loro donne si vestono adesso come a Bin- 




che fabbricano dei «tarabuk » con striscinole di rotang 



tulli, «li stoffa aera ili cotone, ed hanno il lobo dell'orecchio enor- 
memente disteso <la pesanti orecchini di stagno, di ottone o di rame, 
alcuni grossi come braccialetti (fig. <is). 

Entriamo oggi nel paese dei Daiacchi, dove, da una parte e dal- 
l'altra «lei limile, le colline sono mollo accuratamente coltivate a 
riso i- dove s'incontrano numerose case. Quivi non esiste più foresta 
primitiva <■ l'albero che si vede pili frequente sulle sponde è il « kayù 
bayor .una specie di Pterosperm/um, che produce grandi fiori bianchi. 

Oltrepassiamo intanto la foce del Ketibas, lungo il (piale vi sono 
tutt'ora i Daiacchi più turbolenti del Redgiang, ed i più incalliti cae- 



426 NELLE EORESTE DI BOEXEO 

datori di teste. Anche Fauno scorso essi presero quelle di due Ci- 
nesi, uccisi mentre inoffensivi rimontavano il fiume commerciando. 
I Ketibas lianno per questo ricevuto una buona lezione dal Tuan- 
muda; ma non sembra che ciò sia stato sufficiente, perchè anche 
al giorno d'oggi partono continuamente dai loro villaggi spedizioni 
in cerca degli ambiti trofei. La sera pernottammo in una casa di 
Daiacchi, i quali non mi hanno offerto nulla di rimarchevole, per 
cui fi potessi distinguere da quelli del Bataug Lupar. 

1° ottobre. — I miei Kayan non si fauno pregare a partire; sono 
impazienti di giungere a Sibu, ed appena è giorno si mettono alla 
voga. Si sosta al piccolo forte di ISTongmà, che era in quel momento 
la stazione del Governo di Sarawak più discosta dal mare; ma non 
vi erano Europei. Alle due pomeridiane giungiamo a Kanowit, vil- 
laggio situato allo sbocco del fiume omonimo. La popolazione ha 
qui un aspetto assai differente, tanto dai Kayan, quanto dai Daiac- 
chi. Le donne indossano il costume ordinario malese, e gli uomini 
portano il tciawat come i Daiacchi, ma si adontano se vengono 
considerati come tali. I Kanowit sono stati anch' essi fra i più ac- 
caniti e feroci cacciatori di teste, ma adesso sono inoffensivi. Prima 
che i Brooke avessero, con la loro opera energica ed illuminata, 
portato la pace e la tranquillità fra queste popolazioni, quando mo- 
riva uno dei loro era per esse un dovere ottenere ima testa a qua- 
lunque costo; ed in tale contingenza non si facevano scrupolo di 
uccidere chiunque si presentasse davanti per il primo, uomo, donna 
o fanciullo, fosse anche stato uno della stessa tribù od anche un 
congiunto. Ecco una nuova maniera d' intendere il dovere e la mo- 
rale; parole che del resto non servono che ad esprimere una forma 
ereditaria di sentimento, corrispondente allo stato sociale di un de- 
terminato popolo e di una certa epoca. 

Anche fra i Kanowit si è stabilito adesso qualche Buketàn. A 
Kanowit il fiume è molto largo, e vi termina la serie di colline 
fra mezzo alle quali, dalle case dei Taudgioug in poi, sembra in- 
cassato. 

2 ottobre. — Il tratto del Bedgiaug che percorriamo oggi si pre- 
senta maestoso per la grande massa d'acqua, accresciuta dai due 
importanti affluenti il Ketibas ed il Kanowit. La corrente è mode- 
rata, ma con l'energia dei Kayan e la leggiera e svelta struttura 
del battello, il nostro cammino è rapidissimo, e partiti verso le sette, 
in cinque ore da Kanowit giungiamo a Sibu. 

Nel corso del viaggio, dal Bellaga a Sibu, ho avuto rapporti con 
varie tribù, che prima d'ora non conoscevo nemmeno di nome; 



CAPITOLO XXI 



427 



altre le ho sentite rammentare dai Kayan della mia scorta, per la 
qual cosa un riassunto delle popolazioni che vivono sul Balói o 
Eedgiaug e nei paesi limitrofi, credo possa qui trovare un posto 
opportuno. 

Oltre ai Malesi, ai Cinesi, ai Mellanào, ai Daiacchi ed ai Kayan, 
sono da annoverarsi fra le tribù abitanti il Eedgiang le seguenti : 




Kg. 69 - Donne Sidoàn, abitanti il basso Eedgiang, 
occnpate nella lavorazione di eappelli, cestini, scatole, ecc. 



Sigalàiiff: per l' addietro una grossa tribù, della quale adesso 
non rimangono che alcuni individui a Siriki, avendo perso anche 
il dialetto proprio che avevano una volta. 

Bilións: pochi individui ne rimangono, che vivono nei boschi 
e parlano un dialetto proprio. 

sin!-: una volta costituivano una larga tribù, ma adesso sono 
ridotti a poche famiglie. 

Minkilón, Bandgiók, Tandgióng e Sidoàn (fig. 69): piccole tribù 
affini fra di loro, adesso assimilate ai Kayan, e che non hanno più 
dialetto proprio. 

Buketàn: tribù nomade della foresta. 

l'eiim'iu ed ['kit: tribù affini al Briketdn e con i medesimi co- 
Si umi. 

Kiii'in e si;'m: essi pure affini ai Buketàn. 



428 NELLE FORESTE DI BOENEO 

Piuiaii, Skapàu, Kadgiaman, Lanàn: tribù con differenti dia- 
letti, ina soggette ai Kayan. 

Punàn tana o Punàn battìi: abitanti principalmente il Baie. 
Kinya: tribù molto dell'interno e cbe abita presso le sorgenti 
del Ivoti, del Barrarli e del Kapùas. 

Delle tribù al di là dei confini del Regno di Sarawak ho sentito 
rammentare i Sibu ed i Malo del Kapùas. Di quest' ultimi ne avevo 
incontrati alcuni sul Kantù.' 

Sul Kofi e sul Bandgiar abitano i Butàn, che si dicono più ci- 
vilizzati dei Kayan. Delle tribù del Bandgiar, i miei Kayan cono- 
scevano pure i Klai ed i Tainàn. 

Il forte di Sibu, dopo quello di Kutcing, è il più importante del 
Regno di Sarawak. La sua posizione è molto bene scelta, nell'estrema 
punta del delta, formato dalle due grandi biforcazioni del Balói, 
ossia dal Bedgiang propriamente detto e dall' Igàn. 

Dal forte si domina un'immensa distesa d'acqua, avendo il Balói in 
quel punto sino un miglio e mezzo di larghezza. Il paese è completa- 
mente piano, non la più piccola eminenza venendo ad interrompere la 
linea uniforme dell'orizzonte. Alle sue spalle non vi sono che terreni pa- 
ludosi coperti da foresta vergine che si estende sino al mare. A Sibu 
l'acqua del fiume è profonda, non limpida, ma di un verdiccio sudicio. 

In mancanza del signor Cruikshank, Residente della provincia 
e nel tempo stesso comandante del forte, il signor Skelton (vice co- 
mandante) mi ha accolto come un vecchio amico, ed è stato meco 
largo della più generosa e cordiale ospitalità. 

Da diciotto giorni avevo fatto la vita dei Kayan, ed il mio cibo 
non era stato molto differente dal loro o da quello dei miei Malesi. 
Sagù e riso, che io rendevo più appetitoso con qualche scatola di sar- 
dine o del kerry, ma di riso scarseggiammo molto, e solo ne trovammo 
in abbondanza quando si giunse a Kanowit, mentre durante quasi 
tutto il tragitto, il sagù fu il nostro principale sostentamento '). È 



! ) Si attribuiscono al sagù, ed in minor grado anche al riso, delle proprietà poco 
igieniche, e ambedue questi cibi feculacei si ritengono come poco nutritivi, opinione 
questa che la mia esperienza proverebbe completamente sbagliata. E vero che il sagù 
sostenta poco, perchè si digerisce con una sorprendente facilità, ma vi si rimedia man- 
giandone molto. Io posso dire che durante la discesa del Redgiang mangiar pillole di 
sagù era il passatempo di tutta la giornata, ed anche i miei rematori, che non hanno 
mai dato segno di debolezza in tutto il viaggio, anzi di grande energia, non hanno 
mangiato quasi altro. Del resto è noto che i fisiologi oggidì hanno dimostrato che gli 
idrati di carbonio, come la fecola, lo zucchero, ecc., favoriscono molto lo sviluppo della 
forza muscolare, mentre quasi nessuna influenza esercitano, sotto tale aspetto, i cibi azotati. 



CAPITOLO XXI 429 

vero che quasi ogni giorno riescivanio a prendere un poco di pesce, 
perchè Sahat, il mio cuoco, era abilissimo con il « dgiàla » o « giac- 
chio », detto da noi anche « rezzaglio », la rete tonda coi piombini 
all' ingiro, di cui 1' uso è conosciuto in parti del mondo disparatis- 
sime. In Borneo io mi son portato sempre dietro questa rete, aven- 
dola trovata di un gran vantaggio per procurarmi del vitto. In 
Borneo anzi io ho spesso trovato il giacchio più utile del fucile, 
col quale è difficile cacciare nel risalire e scendere i fiumi, senza 
perdere molto tempo. Colla rete invece, mentre cuoce il riso, si trova 
sempre qualche punto dove l'acqua è bassa, o s'incontra qualche 
piccolo rigagnolo dove abbonda del pesce. 

Quando giunsi al forte il mio bagaglio personale era ridotto ai 
minimi termini. Non avevo più né scarpe uè calze, e tutta la mia 
guardaroba consisteva in un sarong, in una giacchetta ed in un 
paio di pantaloni in stato che non descrivo ; di masserizie mi era 
rimasto solo una marmitta da cuocere il- riso. Portavo a salvamento 
però un bel pacco di piante secche, moltissime delle quali sono poi 
risultate appartenenti a specie endemiche, nuove per la scienza 
spesso anche genericamente. Le piante vive di canfora e di kad- 
giattào giunsero pure in buona condizione. 

Nonostante la povera dieta di riso e sagù, non avevo più avuto 
febbre dal Bellaga in poi. ili sentivo anzi molto bene in forze, ma 
sarebbe impostura se dicessi che non apprezzavo adesso molto la 
tavola del mio amico, e che non gli facevo molto onore. 

lo non ero contento di essere giunto a Sibu, ma volevo per- 
correre rutto il braccio di Igàn e giungere al mare. Mi trattenni 
nondimeno un paio di giorni nel forte per riposarmi, far nuove 
provvisti', e dar tempo ad un Cinese di cucirmi qualche nuovo 
vestito. 

."> ottobre. — Non mi è stato difficile di trovare una barca e qual- 
che nitro rematore, oltre i miei quattro Malesi, ed alle tre pome- 
ridiane ho cominciato a discendere il l'amo più settentrionale del 
delta del Redgiang, particolarmente distinto col nome d'Igan. 

f» ottobre. — La foresta, con tronchi alti e dritti, s'innalza come 
una verdeggiante muraglia sulle due sponde, discoste fra loro al- 
cune centinaia di metri. Il livello del terreno è talmente basso che 
in alcuni punti si entra con la barca tramezzo agli allieti, l'oche 
adesso sono le piante in fiore, ma L'aspetto della vegetazióne non 
è piit quello dell'alto Redgiang e gli alberi a foglie strette non 

s'incontrano più. L'azione sulle rive delle piene periodiche subi- 
tanei-, non giunge sino :i qui, 6(1 anche [' inllnenza di una corrente 



430 XELLE FORESTE DI BOBNEO 

aerea costante, non è più avvertita. Ora siamo invece in punti dove 
dominano i venti variabili, alternati dalle prolungate calme. 

Sebbene quasi tutto il delta del Bedgiaug possa dirsi un esteso 
padule, non ne ha punto l' apparenza, non essendo veramente acqua- 
tiche, nel senso ordiuario della parola, le piante che vi crescono; e 
ciò perchè qui è acquatica anche l'altissima vegetazione arborea, 
che riveste il più piccolo tratto di terreno emerso, mentre d'altra 
parte mancano del tutto le piante galleggianti, e vi sono anche molto 
rare quelle sommerse. Semiacquatiche invero diventano le aracee, 
le pandanacee e le palme, ed un' infinità di altre piante ancora, le 
quali, si può dire, hanno sempre i loro piedi nell'acqua. Questa è 
la ragione per la quale molte piante tropicali, delle rammentate 
famiglie, non riescono bene nelle nostre serre altro che quando 
vengono trattate come piante palustri, ed i vasi dove crescono ven- 
gono immersi nell'acqua tenuta costantemente ad una temperatura 
assai elevata. 

Di fiori a colori vivaci, nella foresta che ci fugge a lato, non 
riesco a scorgere, fra l' interminabile verde, che qualche Ixora dalle 
corolle miniate. Incontro anche spesso una cucurbitacea, una nuova 
specie di Momordica (M. racemiflofa, Cogn.) a fiori assai grandi, di 
color carneo, ma rimarchevoli per il calice assolutamente nero. Il 
color nero, proprio nero, è rarissimo nei fiori, sebbene siano molti 
quelli a colori tetri; ma in tutti vi è sempre una tendenza al vio- 
letto od al purpureo. ISTon mi occorre adesso alla memoria che una 
sola altra pianta, con fiori in parte neri, ed è questa pure di Borneo, 
la Coelofiyne pandtirata, una bella orchidea, che porta sul labello delle 
grandi macchie e delle venature assolutamente nere. 

Calma, caldo, tafani, mosche cavalline, zanzare e « sandflies » non 
rendono piacevole il viaggio. Regna il più profondo silenzio e la 
più desolante solitudine. Non una capanna, non una barca in vista 
per ore ed ore. Si direbbe inoltre che tutta la natura è assopita 
durante il meriggio; non un canto di un uccello, non un suono, 
non un rumore. L'acqua sembra che scorra come un'intiera massa, 
non alito di vento che ne increspi la superficie e renda l' idea della 
.mobilità delle sue molecole. L'aria è opprimente e satura di va- 
pore, invisibile per la sua stessa temperatura. Non si sente che il 
fiacco e regolare tuffo delle pagaie, rado e cadenzato, come i ritor- 
nelli che i miei uomini cantano, quasi sonnacchiando; ma un sus- 
sulto del sampan, che viene ad un tratto come sollevato dall'acqua, 
ci scuote dal nostro torpore. Credevamo di aver urtato un tronco 
galleggiante o di esservi passati sopra. Era stato invece il groppone 



CAPITOLO XXI 431 

di un enorme coccodrillo che ci aveva procurato l'emozione, non 
so se accidentalmente o coli' intento di capovolgere la barca. 

Poco dopo questa avventura, scorgo un altro grossissimo cocco- 
drillo, che meriggiava al sole sulla melma della riva, in una posi- 
zione delle più comiche: immobile e disteso sembrava morto, ma 
teneva la bocca, tutta gialla internamente, completamente spalan- 
cata, ossia aperta proprio quanto era possibile in modo che la ma- 
scella superiore faceva quasi un angolo retto con l' inferiore. Io ri- 
masi qualche tempo a contemplare l' immane mostro, per vedere 
quanto tempo rimaneva in quella stupida attitudine; ma non sem- 
brava che avesse voglia di moversi; si sarebbe creduto imbalsamato. 
Non capisco come possa esser comoda una simile posizione, che per 
i coccodrilli sembra debba essere di riposo. I miei Malesi dicono 
che si addormenta a quel modo; certamente tiene gli occhi chiusi, 
ed è forse allora sotto l'influenza di una digestione laboriosa. Quando 
è così a bocca aperta gli uccelli di ripa, specialmente i Totanus, che 
mai mancano di percorrere le rive pantanose in cerca di cibo, entrano 
anche nella sua gola a farvi preda di vermicelli annidiati fra i suoi 
denti. Anzi, se la memoria non mi tradisce, mi sembra proprio di aver 
visto questa scena; ma adesso che scrivo rimango incerto, se non è 
piuttosto il racconto fattomi dalla gente della mia barca, invece 
di un fatto da me stesso osservato. Sarebbe proprio strano che gli 
uccelli facessero da stuzzicadenti ai coccodrilli! Ma dal tranquillo 
sonno, ó dalla laboriosa digestione che fosse, pensai di scuoter la 
bestiaccia con una palla, che per quanto potei, cercai di aggiustargli 
nella gola. Non so se riuscissi nel mio intento, ma più repentino dopo 
il colpo non poteva essere il sito tuffo nell'acqua. Per lo meno l'avevo 
svegliato. K stata (piasi la sola distrazione d'oggi, salutare cioè a 
colpi di facile ogni coccodrillo che compariva, che ancora diversi 
ne vedemmo col loro muso a fior d'acqua; non mi è mai però 
riuscito di sedere se io gli avessi colpiti o no, tuffandosi essi al- 
l' istante, e scomparendo appena sparato. È difficile del resto ferire 
in lai modo che rimanga sul colpo un grosso animale di tale vita- 
lità <• con difesa ossea alla testa così potente. Si dice però che fe- 
rite anche leggiere siano liliali al coccodrillo, per i vermi che vi si 
sviluppano; imi del resto s'incontrano talvolta, coccodrilli mutilati 

per combattimenti avvenuti fra di loro, ciò dm dimostrerebbe che 
In storia \;i soggetta a varianti. 

I coccodrilli nel delta «hi Bedgiang sono più abbondanti che al 

trove. ma si dice che non siano quivi tanlo pericolosi per l'uomo, 

trovando facilmente da sfamarsi coi cinghiali, i quali, specialmente 



432 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

nella stagione dei frutti, sono innumerevoli nelle foreste adiacenti 
ed a branchi attraversano a nuoto i varj bracci del delta. È più spe- 
cialmente verso la foce dei dumi, dove la marea lascia dei larghi 
tratti di sponda all'asciutto, che i cinghiali, mentre vanno a cercar 
.ivi vitto di varia natura, rimangono facile preda dei coccodrilli. 

Per quanto numerosi i coccodrilli nei fiumi di Borueo, non ho 
mai visto che siano riuniti a branchi, come vengono descritti i cai- 
mani dell'America meridionale. Ho visto moltissimi coccodrilli, mai 
però ne ho visti due insieme. 

La calma ebbe la sua reazione nella notte. Una pioggia dirotta 
ci liberò invero dall'oppressione e dalla languidezza che ci aveva 
accasciati tutto il giorno, ma un vento impetuoso avendoci sco- 
perchiato il sampan, e non essendo stati capaci nel buio della 
notte di ristabilire i ripari che malamente, rimanemmo sino alla 
mattina intrisi d' acqua, come se fossimo stati tuffati nel fiume. 

7 ottobre. — Non trovo molte piante che mi interessino, un poco 
perchè il fiume è molto largo, e non sempre posso tenermi vicino 
alle rive; un poco anche per la difficoltà di scorgere le piante in 
fiore, quando si voga. Fra quelle però che fermano la mia atten- 
zione, anche da lontano, vi sono due « pinang utàn ». I Malesi chia- 
mano così tutte le palme della foresta, che hanno l' apparenza del 
vero pinang (Areca Cateólm); ma davvero questa volta uno di tali 
pinang (alto sino a sei o sette metri) era una genuina Areca: una 
nuova specie endemica di Borneo (A. Borneensis, Becc), sebbene af- 
fine ad altra assai diffusa nell'Arcipelago malese '). Questo pinang 
utàn, è più specificamente distinto col nome di «pinang umbut», 
essendo il suo grumolo (umbut) assai ricercato per cibo. L'altra era 
una specie assai più piccola, una varietà della Pinanga pattila, che 
avevo di già incontrato a Bintùlu. 

Verso sera si arriva ad Igàn, villaggio situato presso la foce del 
fiume, ed abitato quasi esclusivamente da una colonia di Mellanào, 
che parla un dialetto eguale a quello dei Mellanào di Muta, ma 
differente da quello di Bintùlu. 

8 ottobre. — Igàn ha nome di essere malsano, ed è famoso per 
la straordinaria quantità di zanzare che l' infestano. Secondo l'espres- 
sione malese, l'aria è talmente piena di tali insetti, che questi si 
tagliano a fette menando colpi di parang per aria. 

Mi ha così poco interessato Igàn, che dopo esservi rimasto un 
giorno ho preso subito a rimontare il fiume alla volta di Sibu. Al 



'). All'J. triandra p Bancana, Srheft'. Vedi Malesia, voi. I, pagine 22 e 97. 



CAPITOLO XXI 433 

ritorno il viaggio è stato ancora più monotono che all' andare. Le 
zanzare formavano dei veri nuvoli. La sera poi non riescivamo a 
liberarci dai tafani e dalle mosche cavalline. Sarei curioso di co- 
noscere per qual ragione in luoghi così deserti vi sia tale abbon- 
danza di questi piccoli vampiri. In altre regioni (montagne dei Bogos 
in Abissinia) ho trovato in seguito abbondanti i nominati insetti, 
ma colà vi erauo i branchi di bestiame sui quali potevano sfogare 
la loro sete, o fame che dir si voglia, di sangue; ma nelle foreste 
del Eedgiang di animali grossi non vi sono che delle scimmie e 
dei cinghiali, sparsi sopra una grande superficie. Veramente questi 
ultimi, in alcune stagioni dell'anno sono abbondantissimi, affluen- 
dovi da tutto il paese all' ingiro. Ciò accade quando abbondano i 
frutti selvatici, di cui allora il suolo della foresta rimane assoluta- 
mente coperto, nella qual' epoca i cinghiali, attirati dall' odore, ven- 
gono a riunirsi intorno alle piante da cui i frutti sono caduti, anche 
se debbono attraversare grandi distese d' acqua. 

11 ottobre. — Il viaggio d'oggi non è più divertente di quello di 
ieri. Il numero delle zanzare che infestano questo ninne deve es- 
sere qualche cosa d'incredibile. Sono due giorni che si voga e l'aria 
n' è sempre piena. Anche calcolando ad otto o dieci individui al 
metro cubo, ne abbiamo traversata tanta dell'aria, che si dovrebbe 
formare una bella cifra. Per questi insetti, il cibo più che un bi- 
sogno è forse un lusso, avendo per essi la vita, nel periodo d'insetto 
perfetto, più che altro lo scopo di assicurare la riproduzione. A me 
pare impossibile che i più trovino nemmeno una volta da. nutrirsi. 
Se quindi non muoiono eh fame, devono contentarsi di vivere ed 
amare a digiuno. Andando verso il mare si avanzava più rapida- 
mente e le zanzare riuscivano più sopportabili; rimontando contro 
la corrente, si procedeva più adagio e riesciva più difficile liberarsi 
dai loro attacchi. Forse anche un medesimo stuolo, una volta che 
aveva invaso la barca, ci seguiva chi sa per quanto tempo. Per 
-'biliare lo scianic degli insetti importuni, faccio continuamente 
filmare i miei nomini, e getto anche di tanto in tanto del tabacco 
sul piccolo focolare a prua. Nonostante ciò io sono costretto a ri- 
manere tulio il giorno sotto lo zanzariere, e non avendo guanti per 
difendermi le ninni, m'infilo un paio di calzini. La notte è più tor- 
mentosa «lei giorno, 'ili nomini, anche- rinvoltati nei sarong, non 
riescono a Chinder occhio, lo per di più sono collo (la un accesso ili 
telline. Se vi abbiano contribuito le zanzare non lo so; soltanto 
constato Che nei posti dove vi sono molle zanzare vi è spesso la. 
febbre. I Rfalesi poi ritengono come una buona regola, igienica 
28 — Beccasi, Nelle forai* di Bornco. 



434 NELLE FORESTE DI BORNEO 

per difendersi da questo malanno di dormire sempre dentro lo zan- 
zariere '). 

11 ottobre. — Eiraontare l'Igàn, come su per giù qualunque 
fiume, è lavoro ben più faticoso che discenderlo. Sempre ci segue 
la più desolante solitudine. Sono tre giorni che non abbiamo incon- 
trato anima viva. Il tempo è oggi piovigginoso, ma meno male che 
le zanzare non sono tanto fastidiose. 

Anche il giorno 12 si voga da mattina a sera, progredendo però 
assai lentamente; solo nella giornata del 13 arriviamo a Sibu, dove 
sono rimasto sei giorni per finire di seccare le piante, riposarmi, 
e riallestirmi per la continuazione del viaggio attraverso tutto lo 
stato di Sarawak. 

Questi giorni di riposo, con l'amabile compagnia di Skelton, 
hanno lasciato in me la più grata impressione. Non era Sibu in- 
vero un luogo che inspirasse le mie simpatie ; ma io trovavo at- 
traente l'immensa distesa d'acqua che si domina dal forte, e la 
grandiosità dell'esteso orizzonte, che in Borneo, dalla esuberanza 
della vegetazione, si ha in generale sempre molto ristretto. 

Durante i giorni passati a Sibu ho fatto qualche visita alle case 
dei Daiacchi, e delle brevi escursioni nella foresta, dove, fra le altre 
cose, in un luogo prossimo al forte, ho trovato abbondantissimo 
una specie di Oitrus od arancio selvatico, coi frutti più grossi di 
quelli della specie comune, ai quali del resto rassomigliavano per 
forma e colore, ma non per sapore, essendo amarissimi come gli 
aranci forti e con la buccia spessa due centimetri. I Malesi chia- 
mano quest'arancio « limau antri », vale a dire limone degli spiriti; 
ma stando più al significato che alla lettera, sarebbe il limone del 
diavolo per il suo ingrato gusto. 

Questo limone formava quasi da solo dei piccoli tratti di foresta, 
in luoghi dove il terreno appariva che dovesse rimanere frequente- 
mente inondato, e dove crescevano ben poche altre specie di piante. 
Quivi di interessante, sotto il punto di vista scientifico, trovai co- 
mune, quasi a fior di terra, un imeuogastreo (Clailirogaster Becca/ni, 
Petri), uno di quei funghi che vegetano nel terreno alla maniera 
dei tartufi, e che molto raramente sono stati incontrati nei paesi 
tropicali. 

Il buon amico Cruikshank conoscendo il mio progetto di pas- 
sare dal Eedgiang nel Bataug-Lupar, prima di partire da Sibu, 



') Presentemente non e più un' ipotesi che le febbri malariche siano causate da par- 
ticolari specie di zanzare. 



CAPITOLO TXT 435 

aveva incaricato Skeltou che mi procurasse alcuni Daiacchi fidati, 
per accompagnarmi sino a Simanggan. Io intanto mi ero un poco 
rifornito di vestiario ed avevo fatto le provviste necessarie di riso, 
pesce secco, ecc., per il mio viaggio. Avevo anche acquistati dai 
Cinesi vari articoli indispensabili, sia per regalare, sia per tenere 
posto di moneta, come tabacco, grosso filo d' ottone, conterie, co- 
toncrie, ecc. 

I miei Kayan del Balói, molto soddisfatti del modo con cui li 
avevo ricompensati, ripartirono -pev il loro paese. 



Capitolo XXII 



Continua il giornale di viaggio attraverso Sarawak - Dal Redgiang al Batang-Lupar - 
Un bel tipo di Daiacco - La testa di un mayas fra i trofei umani - Un disgraziato 
accidente che finisce bene - Nel Kanovcit - Rara scimmia ed i « bezoar » - Famiglia 
daiacca anormale - Bella popolazione - Un uccello di buon augurio - Il « suar » - Scene 
pittoresche sul fiume - Curiosa pianta acquatica - L' altezza di un tapang - Fabbrica 
di sumpitan - Viaggio per terra - Fiori dalle radici - La più piccola delle aracee - 
- Belle colline e cattive strade - Una casa disabitata e comodo albergo - Si cena bene 
e si dorme male - Una pietra che si mangia - Pianta odorosa - Faticoso cammino sulle 
colline - Nel versante del Sekarrang - Il latte dell' upas - Curiose nozioni cosmografi- 
che - Discesa del Sekarrang - Corte daiacca di giustizia- Modo di viaggiare - Aspetto 
del paese - Arrivo a Simanggan. 



19 ottobre. — Ladgia, figlio dell' orang-kaya di Pulò Kaladi, l'isola 
che rimane proprio difaccia al forte di Sibu, nel bel mezzo del corso 
del Balói, essendo stato scelto da Skelton per servirmi di guida du- 
ini! te- il viaggio da Sibu a Simanggan, viene di buon'ora al forte, 
accompagnato da altri otto Daiacchi, tutti pronti per la partenza. 

Ladgia ') un bellissimo giovane, di carnato assai chiaro, alto, svelto 
ed elegante come la maggior parte dei suoi compagni, aveva il viso 
quasi regolare, ma eoo gli zigomi un poco troppo prominenti, il naso 
dritto ed il inculo alquanto affilato. Tipi come Ladgia sono assai fre- 
quenti fra i l);ii;ieehi del Balói. Raramente si vede fra di loro il kurap 
(forma di rogna) tanto frequente fra i Daiacchi di terra. Ladgia quando 
si presentò a me indossava un pittoresco costume, consistente in un 
cortissimo giacchetto <li panno rosso e nel fcciawat; aveva in mano il 
sumpitan e legato alla cintola il [>:mmg; le gambe erano ornale da 



-t chiamano « ladgia », comò ho di «ia avvertito, i piccoli strali che vengono sca- 
gliati col sumpitan. 



438 NELLE FORESTE DI BOKNEO 

una gran quantità di anelli erottone gradatamente decrescenti, e ad 
ogni braccio portava una grossa e biauca armilla di conchiglia. Ma 
il più vistoso dei suoi ornamenti erano le grandi buccole che gli pen- 
devano dagli orecchi, e che erano formate con i rossi e giganteschi 
becchi del Buceros rhinoceros. 

Preso commiato da Skelton, che tanta premura si era dato per fa- 
cilitare il mio viaggio, sono per prima cosa andato al villaggio di 
Pulò Kaladi, per cambiare la barca attuale in una più comoda. 
Quivi, nella casa dello stesso Ladgia, ho visto una testa di mayas 
teiapping affumicata, insieme a numerosi cranj umani. Sarei cimoso 
di conoscere per qua! sentimento i Daiacchi hanno conservato i re- 
sti di un antropoide fra i loro trofei guerreschi. Porse è balenata 
anche a loro l'idea della parentela che esiste fra l'uomo e le scim- 
mie, e durante una spedizione infruttuosa, in mancanza dell' oggetto 
più ricercato, si son contentati di qualche cosa, che ai loro occhi, o 
secondo le loro nozioni filosofiche, glielo rappresentava ? I mayas 
del resto sono molto rari sul Eedgiang, e sono quindi per i Daiac- 
chi di questo fiume un oggetto di curiosità. 

20 ottobre. — Oggi realmente principia il viaggio per Siinauggan. 

Il Eedgiang, nel punto dove le due branche rinchiudono l' isola di 
Pulò Kaladi, può avere 1000 metri da sponda a sponda. Siamo in 
barca a giorno chiaro, e subito al principio del viaggio accade un 
fatto, che poteva aver le più serie conseguenze. Un Daiacco, non 
pratico delle armi da fuoco, per prender posto a remare, rimosse il 
mio fucile carico di grossa munizione e che si trovava al mio fianco, 
facendo per disgrazia partire il colpo. Dietro a me vi era Ladgia, 
che io credetti ferito gravemente, ma fortuna volle che fra la bocca 
del fucile e lui si trovasse uno di quei sacchi di rotang chiamati 
« tanibuk » che conteneva alcuni miei abiti, un pacco (fi tabacco ed 
un paio di scarpe; furono questi oggetti che salvarono Ladgia, il 
quale se la passò con una dozzina di pallini stracchi nelle gambe, 
penetranti poco al di là della pelle. Io non sapevo come Ladgia 
avrebbe preso la cosa, della quale del resto, né egli, ne i suoi com- 
pagni pensarono d'incolparmi. Dubitavo nondimeno che l'incidente, 
accaduto al principio del viaggio, si potesse ritenere come di cattivo 
augurio. Ma fu invece tutto l'opposto. Ladgia dopo questa prova 
si ritenne invulnerabile; non essendo morto allora, nessun piombo 
l'avrebbe più potuto uccidere. Intanto con le mie pinzette da tas- 
sidermia estrassi dalle ferite i piccoli proiettili, tanto più che sem- 
brava che operassi sulle suola delle mie scarpe, invece che sulla 
viva carne, tanto Ladgia rimaneva impassibile. 



capitolo xxii 439 

Verso sera abbiamo lasciato il Redgiang, che può avere sempre 
600 o 700 metri di larghezza, ed abbiamo imboccato il KanoAvit, fer- 
mandoci quasi subito a cucinare alla prima casa di Daiacchi che ab- 
biamo incontrato. Finito il pasto, essendo tutt' ora giorno, abbiamo 
rimontato il KanoAvit per circa cinque miglia. Nella sera pioggia, cosa 
sempre poco gradita, adesso poi meno che mai, venendo ad accre- 
scere la corrente contro cui dobbiamo lottare. 

21 ottobre. — I Daiacchi di Ladgia, molto attivi ed obbedienti al 
capo, non si fauno pregare come i Malesi per mettersi a remare; 
né la toilette mattutina fa perder loro molto tempo. Non appena si 
fa giorno sono desti, ed al levar del sole, che dopo poco ne segue, 
essendo i crepuscoli brevissimi, siamo in cammino. Tutto il paese 
che oggi si traversa ha poche attrattive per me. Le sponde sono 
assai alte e per conseguenza i terreni all' ingiro sono asciutti, ma 
privi di foresta vergine. Dove adesso non è piantato il riso, vi è 
cresciuta la foresta secondaria. 

22 ottobre. — La pioggia ha portato la piena, e le acque del Ka- 
nowit sono gonfie. Si procede per questo lentamente; ma l'abilità 
dei Daiacchi riesce a vincer facilmente la corrente, approfittando 
delle contro correnti che si formano fra ogni punta e la prossima 
voltata del fiume. Per questo tratto, interposto fra due curve in 
un corso d'acqua, i Malesi hanno il termine speciale di « rantào ». 
Le sponde del Kanowit continuano ad essere poco attraenti per un 
naturalista, non essendovi della primitiva foresta rimasto che qual- 
che grande tapang; in compenso però sono assai popolate, sebbene 
poche siano le case che si possano scorgere dal fiume. Di animali 
che mi offrissero un certo interesse osservai solo qualche scimmia 
dal pelo rosso (JSemnopithecus rubicundus) ed un grosso « boayà ka- 
tak », ossia « coccodrillo rana », il quale vive solo nelle acque poco 
profonde e limpide dei torrenti ed ha il muso molto più breve della 
specie comune, che predilige invece i grandi fiumi e le acque profonde 
delle vicinanze del mare. 1 Daiacchi danno il nome di « dgiulù 
mera - alla scimmia rossa, che è assai ricercata perchè si dice che 
nel suo corpo possa trovarsi, alle volte, qualcuna di quelle concre- 
zioni lapidee. ;ille quali si attribuiscono virtù portentose e che sono 
conosciute in tutto l'oriente col nome di « bezoar », ed in Sarawak 
più Bpecialmente eoo quello di «battìi bellìga ». Sino ad ora avevo 
sentito dire che i bezoar stessero nascosti nella lesta dell'animale, 
ma Ladgia mi assicura che si trovano invece nel < prul », ciò che vor- 
rebbe dire nei ventre. È probabile quindi che si tratti di qualche 
calcolo orinario. Queste pietre vengono più che altro dal paese dei 



440 XELLE FORESTE DI BORNEO 

Kayan e sono ricercatissime dai Malesi, che le adoprano per me- 
dicamento, comprandole a prezzi stravaganti. Ve n' è nna qualità 
iriù cara e più stimata delle altre, che si dice trovarsi nel porco- 
spino. 

Per cucinare ci fermiamo ad uu villaggio chiamato Abòi, formato 
al solito da ima sola lunga casa che non si scorge dal fiume, ed 
alla quale si accede rimontando per un centinaio di metri un ri- 
gagnolo nascosto fra le piante, tramezzo alle quali a stento si passa 
con la barca. Sahat fa quivi intanto una buona pesca col dgiala, prov- 
vedendo a tutta la comitiva il companatico per il riso. 

I Daiacchi di Abòi mi colpiscono per varie anomalie. Osservo in 
primo luogo due donne col gozzo, deformità che in Bornéo mi ca- 
pitava di veder per la prima volta. Vi era poi un' albina, ma questa 
era la seconda che incontravo tra i Daiacchi; un'altra perfettamente 
simile avendola vista a Marop. Diversi infine erano i ragazzi con i 
capelli biondi. Non saprei indicare la ragione di tante anomalie fra 
gli abitanti di questo villaggio. Io non credo alle accidentalità ne- 
gli organismi, quando con questo termine si voglia indicare un fatto 
prodotto all' infuori di una causa fisiologica od ereditaria. La causa 
può essere ignota, difficile a riconoscersi, anche impossibile ad in- 
travedersi nello stato attuale delle nostre cognizioni, ma ogni più 
piccola modificazione negli esseri, ogni tratto della tìsonomia, come 
ogni piccola variante nelle proporzioni o nella forma delle varie 
parti dell' organismo (a parte quelle patologiche) ritengo debba es- 
sere il risultato di influenze ereditarie; che in quanto ai caratteri 
di nuova formazione, nell' attuale periodo dell' evoluzione, io vi credo 
molto poco. Forse gli albini e gli individui a capelli biondi, nei paesi 
tropicali, stanno a dimostrare come, per delle cause non ben note, 
ma dovute al clima, ha potuto anche una razza scura assumere la 
colorazione delle razze proprie ai paesi settentrionali; o forse un tal 
fenomeno rappresenta un caso di retrocessione od un carattere che 
può aver posseduto qualche remoto antenato della famiglia, rive- 
lando l' immissione, avvenuta in passato, di un sangue differente da 
quello ora dominante nel paese. Le ragazze ad Abòi erano del resto 
fra le più belle che avessi visto fra i Daiacchi, chiare di carnagione, 
senza angolosità, di forme assai piene, anzi direi in certe parti opu- 
lente. 

23 ottobre. — Fino a qui non abbiamo attraversato che delle pia- 
nure per la massima parte soggette al genere di cultura o rotazione 
daiacca, che consiste nel non ripiantare il riso su di un dato ter- 
reno, se non almeno trascorsi sei ó sette anni dalla prima sementa. 



CAPITOLO XXII 441 

Adesso cominciano a comparire alcune colline, delle quali le pili 
prossime possono avere da 100 a 150 metri di altezza. Il fiume 
prende più l'aspetto di un torrente, l'acqua diventa più bassa, le 
rive più pittoresche. 

24 ottobre. — Continuiamo a rimontare il Kanowit, cbe si mantiene 
sempre assai popoloso. Varie sono le case daiaccbe cbe si passano, 
mezzo nascoste fra arecbe e grandi alberi da frutto. Ad ogni casa 
o villaggio siamo invitati a fermarci; anzi in ognuno avremmo do- 
vuto passare la notte, cosa cbe i miei Daiaccbi avrebbero gradito 
assai; ma a me premeva passare oltre. 

La bella carnagione dei Daiaccbi del Kanowit dipende certamente 
dallo stato di prosperità in cui si trovano, dall'abbondanza di nutri- 
mento di cui dispongono e dalla salubrità del luogo; ma molto vi 
devono ancbe contribuire le frequenti abluzioni delle quali fanno 
uso. Xon si passava difatti davanti ad una casa, cbe non si incon- 
trassero donne e ragazzi a bagnarsi nel fiume. Le donne, dopo il 
bagno, si stropicciavano il corpo con la radice di uno Zingiber o di 
una Curcuma, che comunicava alla pelle una tinta gialla, da far 
cicdere cbe fossero affette da itterizia; ma ritengo cbe questa parte 
della toilette delle signore del Kanowit, più cbe uno scopo estetico 
ne avesse uno igienico per la pelle, scomparendo il color giallo con 
la massima facilità dopo una semplice lavanda. 

Nelle prime ore del mattino abbiamo scorto, posato sopra un ramo 
di un albero elie sporgeva sul fiume, un magnifico uccello. Era il bel- 
lissimo burung pappoo », una specie di Pgrotrogon dalla piuma mor- 
bida e delicata di un rosso carminio sul ventre, nera sul petto e di 
color cannella sul dorso. 11 pappoo è uno degli uccelli dai quali i 
Baiaceli i traggono più di frequente i loro augurj, e cbe viene soprat- 
tutto consultato prima di intraprendere una di quelle spedizioni in 
cerca di teste, che essi chiamano « munsoo ». L'incontro di quest'uc- 
cello è sempre <li buon augurio, ed i miei Daiaccbi mi domandarono 
per questo il permesso <li fermarsi un poco in suo omaggio, ciò che 
naturalmente concessi senza difficoltà. Sospesero quindi di remare e 
rimasero immobili, con le loro pagaie sollevate dall'acqua per al- 
cuni minuti, dopo di che ripresero allegramente il lavoro. 

Sarà stato prossimo mezzogiorno (piando si lasciò il corso del Ka- 
nowit per quello dell' Entabèi. Quivi la corrente era più forte, ma 
essendo l'acqua meno profonda, si procedeva assai speditamente, coi 
«stiar». 'ili uomini di Ladgia erano esperi issimi nel rimontare! 
torrenti poco profondi e rapidi con questo sistema, che sembra sco- 
nosciuto nelle isole malesi ad oriente di liorneo. 



442 NELLE FOBESTE DI BOEXEO 

Constatare in quali paesi viene adoperato il snar non sarebbe una 
ricerca priva d' interesse '). I nostri barcaioli d'Arno si servono con- 
tinuamente di questo arnese dove l'acqua è bassa, e la maniera di 
adoprarlo è identica a quella dei Daiacehi, soltanto è ben altro il 
cammino che questi percorrono con i loro leggerissimi canotti. Il 
nostro sorvola quasi alla superficie dell' acqua, manovrato con im- 
pareggiabile disinvoltura dai sei giovanotti. In nessun altro mezzo 
di locomozione ci si sente sospiuti con tanta leggerezza, per il prin- 
cipio stesso meccanico del mezzo di procedere. Quasi nudi come 
sono, la manovra col suar più di qualunque altro esercizio, per 
l' eleganza dei movimenti, serve a mettere in evidenza la bella con- 
formazione delle membra dei giovani Daiacehi del Eedgiang. Eitti 
sul laute del canotto, alcuni sollevano a tempo il suar dall'acqua, 
mentre altri si chinano facendo, col medesimo, punto d' appoggio 
il greto del torrente. Ohi non è pratico della manovra è d' impiccio 
agli altri e rischia ad ogni istante di fare un tuffo. 

S' incontrano varj villaggi, ma essendo ancora giorno si passa 
oltre fermandoci solo quando l'ombra degli alberi delle due rive, 
che adesso incrociano quasi fra loro le fronde, è talmente densa da 
non permettere di scorgere più il cammino. 

25 ottobre. — Mattinata deliziosa, l' aria è fresca ed una leggiera 
brezza ci porta il profumo degli alberi fioriti della foresta. Il sole, 
che con la sua abituale baldanza nei tropici rapido sorge, riesce a 
stento a far penetrare attraverso la spessa massai di fogliame qual- 
cuno dei suoi sottili strali dorati, di cui le vibrazioni luminose vengono 
rifrante dalla cristallina acqua del torrente, spandendo una vaga 
luce nella galleria verdeggiante sotto la quale si naviga. L' acqua 
limpidissima scorre sopra un letto ghiaioso, spesso così inclinato, da 
formare una serie di rapide, coperte per larghi tratti da una singo- 
lare pianta con foglie porporine e quasi cangianti. Era una piccola 
aracea {Cryptocoryne hullosa, Becc.) appartenente ad un genere nel 
quale le specie vivono intieramente sommerse nell'acqua; in questa 
però le foglie erano conformate in un modo singolare non avendo il 
lembo piano, ma bolloso, ossia ad incavi e rilievi (come in certe va- 
rietà di cavolo) essendo la parte rilevata quella rivolta in alto. Ma 
perchè questa conformazione in una pianta acquatica ? Ogni partico- 
larità di struttura in un organo deve avere, od avere avuto, la sua 
ragione di essere, non essendo l' adattamento, cosi almeno io penso, 
che il risultato degli stimoli sopra gli orgauismi dotati una volta 



') La maniera di condurre le burelle col suar è in uso anche nell' alto Irawaddv. 



CAPITOLO XXII 443 

della facoltà di potersi modificare secondo l'ambiente. Ammesso 
questo principio, quale stimolo ha potuto produrre la conformazione 
curiosa del lembo della foglia di questa Oryptocorynef Forse è stato 
il bisogno di aumentare la superficie assimilante delle foglie (cre- 
scendo la pianta in luoghi molto ombreggiati) senza aumentare di 
troppo la resistenza del lembo alla corrente dell' acqua, che l'avrebbe 
lacerato ì Forse è stato un effetto della stessa corrente, che ha eser- 
citato una tensione continua sopra il lembo, nei punti interposti fra 
i nervi longitudinali e quelli trasversali, ed ha fatto distendere il 
tessuto in detti punti, gonfiandolo come il vento farebbe in una 
vela ? O forse ambedue queste circostanze hanno contribuito a ren- 
dere ereditaria una modificazione, da prima accidentale, ma di gior- 
naliera occorrenza ! Vi sono delle piante nelle quali la tensione del- 
l'acqua contro le lamine foliari, nei punti interposti fra le vene o 
nervi, avrebbe sortito un effetto più energico di quello descritto, 
lacerando dette parti e producendovi altrettanti fori. È questo il 
caso di alcune Uwrandra. La interessante pianticella era adesso in 
fiore, ma gli spadici erano sommersi e, senza eccezione, tutti chiusi. 
Forse si aprono solo quando l'acqua rimane molto bassa? oppure 
essendo una di quelle piante dette dai botanici « cleistogame » i 
fiori rimangono sempre chiusi, e non si schiudono nemmeno du- 
rante il momento della fecondazione? 

Ho cercato attentamente in questo fiume, sugli scogli sommersi 
od a fior «l'acqua, come del resto avevo fatto anche sul Balói, di 
scuoprire qualche Todostomacea, sembrandomi il luogo propizio, ma 
sempre senza risultato. È singolare la mancanza di rappresentanti 
di questa famiglia in Borneo, mentre varj se ne trovano al Ceylan, 
ili cui la flora nondimeno offre tanti punti di contatto con quella di 
questa parte della Malesia 1 ). 

Sul far della seni s'incontra una casa di Daiacchi ; la prima che 
si vede quest'oggi. Si pernotta però sul greto del fiume, sopra una 
lingua di iena alla congiunzione del Mintèi con l'Entabèi, o se si 
vuole dose questo si biforca. Sino ji qui, ogni sasso clic avevo veduto 

scoperto era di pietra arenaria. 

Sulla sponda, alquanto sollevata, precisamente nel punto dove il 
.Minili versa le sue acque nell'Entabèi, s'innalzava maestosissimo 
un vero tapang, uno dei più bei rappresentanti della gigantesca 
Muliniti excélsa. Non avevo mai potuto accertare L'altezza «li questi 

Colossi, in causa della posizione nella quale li avevo sino ad ora 



Recentemente tuia PodoiUmaeea >■ «tata scoperta in Giava. 



444 XELLE FORESTE DI BOEXEO 

incontrati ; ma qui il luogo era molto opportuno per una niisiu-a- 
zione, poiché la lingua di terra, piana e livellata, che si estendeva 
fra i due rami dell' Entabèi, mi dava il mezzo di misurare una base. 
Avuto questo dato, con una operazione trigonometrica alquanto pri- 
mitiva, ma assai esatta, riesco a stabilire a 70 metri (quasi 230 piedi) 
l'intiera altezza di questo tapang, dal suo impianto sul terreno alla 
sommità dell'immensa chioma'). In basso, il tronco, all'altezza di 
un uomo, misurava 21 metri di circonferenza ; ma questo non era 
il circuito della sua parte cilindrica, bensì dell'insieme delle espan- 
sioni radicali (banner), che jielV Abauria, alle volte, sono tanto grandi 
da potervisi tagliare le enormi tavole, che ho di già avuto l'occa- 
sione di descrivere. Il tronco dell' Aia/uria, ricoperto da una scorza 
chiara ed unita, s'inalza drittissimo, nudo e senza un ramo, come 
un'immensa colonna, per lo meno per i due terzi dell'intiero albero. 
Solo a quella grande altezza espande i suoi rami maggiori sui quali 
le api amano costruire gli alveari a preferenza di qualunque altra 
pianta. La chioma è immensa ed emisferica. 

26 ottobre. — Si continua a risalire l' Entabèi, dove a momenti 
l'acqua divenendo molto bassa, i miei Daiacchi, forti, svelti e sem- 
pre di buon umore, trascinano a braccia il battello per lunghi tratti. 
Continua il tempo bellissimo, ma il paesaggio non è più tanto pit- 
toresco. Ad eccezione di alcuni campi verdeggianti per il riso, 
non si traversano che terreni coperti eh giongle di recente forma- 
zione. 

Nel passare colla barca difaccia ad un villaggio, avevo scorto 
qualche cosa, di cui uon mi sapevo render conto, e che sembrava 
l'ossatura di un palco per posare una statua sul suo piedistallo 
(flg. 70). Quando conobbi che l'ordigno serviva per costruire i sum- 
pitan, mi fermai espressamente per esaminarlo ed ebbi la fortuna 
di capitare proprio nel momento che si stava trapanando una di 
queste curiose armi; combinazione questa che mi offre il destro di 
poter descrivere il processo che si segue. Per questo scopo il pezzo 
di legno che deve essere perforato e che è per lo più di tapang 
(Abauria) o di mingris (Dialiitm), essendo necessario che sia molto 
duro di qualità, vien tagliato presso a poco della giusta lunghezza 
(circa due metri), ma di un diametro molto maggiore del definitivo. 



') L'altezza attribuita ad alcuni alberi dell'Australia la credo assolutamente fanta- 
stica. Io ho visto sul monte Wellington in Tasmania alcuni dei più grandi individui 
di Eucalyptm amygdalina, al quale è stata attribuita un' altezza di 140-150 metri, e non 
mi è parso che affatto sorpassassero i grandi tapang di Borneo. 



CAPITOLO XXII 



445 



Il pezzo di legno, dell'apparenza di un travicello, vien indi fis- 
sato e tenuto verticale sopra una impalcatura, sostenuta da' quat- 
tro grossi e robusti pali conficcati in terra, e tenuti ben termi da 
puntelli obliqui a guisa di contrafforti; questi quattro pali, che 




Pig. 70 - Daiacco che perfora un sumpitarj 



sono come le colonne dell'impalcatura, sono poi collegati fra loro e 
tenuti ferini da spranghe trasversali, in modo clic tutta la costru- 
zione sia «li una grande Stabilità. Il palco su cui [iosa la base «lei 
pezzo «li legno «la trapanarsi, e sul quale questo vien l issato in 
modo che non possa desiale dalla vellicale, rimane sollevato dal 

terreno olire due nieiri. di guisa da potervi star sotto comodamente 

in piedi il lavorante. La perforazione vien eseguita CO] mezzo di un 



446 NELLE FORESTE DI BOKSTEO 

ferro ben dritto, terminato a punta di scalpello, col quale l'arte- 
fice percuote ripetutamente sulla testata interiore del blocco, con- 
tinuando la manovra fino a che questo non è traforato da parte a 
parte. Per rendere il foro unito e levigato vi si passa dentro per 
ultimo un sottile rotang, della dimensione conveniente, e si stru- 
scia lungamente con questo. Il principio della perforazione è quello 
medesimo che si adopera nel fare le mine, soltanto per fare i sum- 
pitan, si lavora di sotto in su, invece che dall'alto in basso. Per 
poter meglio maneggiare il ferro trapanatore, viene applicata a 
questo una impugnatura di legno, che può scorrere mano mano 
che procede il lavoro. 

La sera giungemmo al pankalan, vale a dire allo scalo da dove 
avrebbe principiato il viaggio per terra. 

I Daiacchi mi son sembrati oggi molto contenti, non per essere 
giunti al termine delle loro fatiche, che anzi il viaggio per terra 
sarà assai più penoso di quello già fatto per acqua, dovendo essi 
portare sulle spalle il mio bagaglio; ma perchè è sempre per loro 
cosa piacevole una distrazione da un lavoro che dura da qualche 
tempo. 

Intanto che si accende il fuoco per cuocere il riso, alcuni vanno in 
cerca di giovani germogli di bambù o di zingiberacee, di « pakù » '), 
o di altro « sayor », come i Malesi chiamano ogni condimento ve- 
getale, mentre altri riescono a prendere del pesce nel torrente. Pra- 
ticissimi come sono di tutti i prodotti del bosco, i Daiacchi abbi- 
sognano di pochissime provviste nei loro viaggi. Mai hanno l'aria 
di essere stanchi, anche dopo aver remato dal levar del sole al tra- 
monto, con appena l'interruzione di un'ora a mezzogiorno. Questa 
sera, nudi come erano, invece che nella barca, hanno preferito di 
dormire a terra sul greto ciottoloso del torrente. Ma nella notte ha 
cominciato a piovere, e la piena avendo invaso in un momento il loro 
quartiere, gli ha obbligati a rifugiarsi sotto i kadgian della barca. 

27 ottobre. — La mattinata è piovosa, nondimeno si comincia la 
traversata, a piedi, per passare dal bacino del Balói in quello del 
Batang-Lupar. Il viaggio è dei più fastidiosi. La strada per la più 
gran parte è costituita dal letto stesso del torrente Kammalièi, dove 
per una mezza giornata siamo costretti a camminare nell'acqua, 
sopra i ciottoli resi sdrucciolevoli dalle alghe. Talvolta si abban- 
dona il corso del Kammalièi e si salgono e si discendono piccole 
colline, per evitare lunghi rigiri ed alcuni tratti dove l'acqua è 



') Aupìenium eaculentum, specie di felce. 



CAPITOLO XXII 447 

troppo profonda. La foresta in questi luoghi è bellissima e mi of- 
frirebbe grandi novità botaniche se avessi tempo di soffermarmi. 
Tra le cose più notevoli che vi trovai, rammenterò un arbusto singo- 
lare ( Unona flagella/ris, Becc), di cui i fiori di un color rosso fegato, 
assai appariscenti, lunghi quattro o cinque centimetri ed odorosis- 
simi, non si mostrano sulla parte aerea della pianta, ma si vedono 
sbucare isolati in qua e là, di sotto terra, a 30 o 40 centimetri dal 
tronco. 

In un luogo, dove un piccolo ruscello formava una cascatella, ho 
trovato le rupi, spruzzate dalle sue acque, ricoperte da una picco- 
lissima aracea, alta appena due centimetri, alla quale ho assegnato 
il nome di Microcasia pygmaea, essendo il più piccolo rappresen- 
tante di tutta questa famiglia di piante, che alle volte invece pro- 
duce forme veramente gigantesche '). 

Dal Kammalièi si entra nell'Attòi, altro torrente, e quindi nel 
Blaugun, che è ridotto, al punto dove siamo, ad un piccolo ru- 
scello. Qui ci fermiamo il solo tempo necessario per cucinare. Verso 
le due pomeridiane ci mettiamo di nuovo in viaggio e per prima 
cosa saliamo una collina alta oltre 300 metri. Ma che strada! Sono 
campi abbandonati che si attraversano sotto un sole dardeggiante 
con tutta la sua potenza tropicale, nell' ora più calda del giorno. 
Il caldo nella foresta di Borneo è sempre moderato, ma allo sco- 
perto è veramente opprimente. Lungo il sentiero che dobbiamo per- 
correre non vi sono alberi ed il suolo è invaso dal detestabile lalaug 
e da rassam (Pteris wachnoidea) alte ed intricate. È questa la vege- 
tazione che invade i terreni argillosi, quando, dopo il diboscamento 
e dopo le prime coltivazioni, le acque hanno portato via lo strato 
di humus che vi si era accumulato. Le colline rivestite di lalang 
hanno una bella apparenza viste da lontano; anzi con i gruppi 
d'alberi che sempre vi rimangono sparsi iu qua e in là, ed il loro 
aspetto verdeggiante, si direbbero dei grandi parchi. È questo però 
un nuovo genere di miraggio, che l'illusione passa appena se ne 
calca il suolo. La collina di cui adesso dobbiamo varcare la vetta è 
ripida, ed il pessimo sentiero che vi conduce è reso sdrucciolevole 
dalla pioggia della mattina. Ogni tanto s'incontrano tronchi d'al- 
bero giacenti per terra a traverso, nascosti fra le erbe e nei quali 
s'inciampica. Si giunge dopo un paio d'ore di questo cammino 
sulla cima, da dose, caso raro in lìorneo, si gode di un' ampia vi- 
sta, e -i scorgono alti' colline in lontananza, tramezzo ad un oriz- 



; Vedi i' ,-t nini i>i"i iiimii a-, i, lumini che in seguito im scoperto in S atra. 



448 NELLE EOEESTE DI BOKXEO 

zonte nebuloso. Mi faccio anche un'idea della strada che dobbiamo 
seguire, nella direzione di S. S. E., per raggiungere il corso del 
Sekarrang o S'krang. 

La discesa della collina si effettua per una strada niente affatto 
migliore di quella già percorsa, e solo dopo tre ore di faticosissima 
marcia arriviamo al torrente Melièt. La metà dei miei uomini erano 
rimasti indietro per aspettare un vecchio Daiacco, che da una delle 
case incontrate per via, si era voluto unire a noi. Benché Daiacco, 
la vecchiaia faceva sentire anche su lui il peso degli anni, ed il 
nostro passo non era più adatto per le sue gambe macilente. 

Minacciava di piovere, il sole doveva di già essere prossimo al 
tramonto e non avevamo con noi che una porzione del nostro ba- 
gaglio, per la qual cosa saremmo stati costretti di passare una notte 
molto incomoda nel giongie ; ma uno dei Daiacchi di Ladgia, che 
era passato un'altra volta per questi luoghi, si rammentò che vi 
doveva essere una casa nelle vicinanze. Diligiamo quindi i nostri 
passi a quella volta e vi giungiamo che era già buio. 

Fra gii oggetti rimasti presso di noi vi era per fortuna un « priok » , 
la pentola per cuocere il riso. La casa era vuota, i suoi abitanti es- 
sendo probabilmente in quel momento nei campi, dove, quando 
questi sono lontani dalla dimora stabile, vengono erette delle ca- 
panne provvisorie. Trovammo nella casa abbondanza di riso ed al- 
cuni alveari, dai quali i miei Daiacchi levarono subito del miele 
eccellente, limpidissimo e molto liquido. Era questo prodotto dalla 
piccolissima ape chiamata nuang (Jj^'.s nigrocincta) che si trova nella 
foresta, ma che è di facile addomesticatura. Si cenò quindi assai 
bene col riso e col miele. Speravamo anche in un buon sonno ri- 
paratore, di cui si aveva molto bisogno dopo la faticosa marcia del 
giorno e dopo il caldo, che almeno io avevo sofferto, ina che mi 
è sembrato fosse poco gradito anche ai Daiacchi. In questo però 
fummo delusi. Gli « agas » (sandflies) furono insopportabili, ed io, 
che non avevo meco l' indispensabile zanzariere, non chiusi occhio. 
In tutte le mie corse attraverso le foreste di Borneo, ho sempre prefe- 
rito rimanere senza mangiare, che senza, diremo così, questa bella in- 
venzione. Ma peggio si sarebbe dormito, se non si fosse trovato da 
metterci al riparo, per la pioggia dirotta di quasi tutta la notte. 

Mentre nel torrente Melièt aspettavamo i compagni, vidi i Da- 
iacchi cercare fra i ciottoli del torrente una pietra, che essi poi ro- 
sicchiavano come una vera ghiottoneria. Era una specie di schisto 
argilloso fragile e molle, untuoso al tatto, di cui ne presi alcuni 
pezzi che portai meco. 



CAPITOLO XXII 449 

28 ottobre. — Sfella mattinata i ritardatarj ci hanno raggiunto 
ed hanno raccontato che si erano accampati nel letto del torrente, 
ma che sopraggiunta la pioggia e quindi Ja piena, erano stati co- 
stretti a rifugiarsi sulle sponde, dove avevan passato miseramente 
la notte senza nemmeno riuscire ad accendere il fuoco. 

Il vecchio Daiacco che eravamo stati costretti ad aspettare, sco- 
raggito dalia prima parte del viaggio, pensò meglio di ritornare 
indietro. 

Xessuno dei padroni di casa è comparso, ma Ladgia ed i suoi 
compagni, senza tante cerimonie, si son serviti di tutto quello che 
loro faceva comodo, sapendo di aver che fare con gente di cono- 
scenza, ed hanno preparato quindi una splendida colazione cou polli, 
miele, riso e sagù, alla quale ho partecipato anch'io senza farmi 
pregare. 

Contro il solito ci moviamo solo verso le dieci, e continuiamo a 
camminare nel letto del torrente Melièt, dove vi saranno stati soli 
10 o 12 centimetri d'acqua. È questo il più tormentoso genere di 
viaggiare che possa immaginarsi, sgradito anche ai Daiacchi, ai quali, 
alla lunga, il continuo contatto dell'acqua rende la pelle dei piedi 
molto sensibile e delicata, e per questo, quando occorre camminare 
nella foresta, più facile a ferirsi. Nei miei viaggi ho visto che tre 
giorni di continuo viaggio per terra in Borneo spieda sempre un 
ferzo od una metà degli uomini. Di positivo non può essere stato 
il suolo di Borneo, quello che può aver fatto cambiare la locomo- 
zione aerea «li un antropoide in quella pedestre! 

Abbandonato il torrente si sale una collina alta circa 400 metri, 
intieramente piantata a riso, e per tal motivo priva, come quella 
die avevamo di già superato, del più piccolo albero che ci difenda 
dal cocentissimo sole. Giunti sulla cima ho un compenso della fa- 
iie;i e del c.ildo sofferto, nella estesa veduta delle colline del Se- 
karrang, del Batang-Lupar e del Seribas, che abbiamo davanti, e di 
quelle del Kanowil che abbiamo lasciato dietro a noi. Sadók, famosa 
nelle guerre del Tuan-muda, signoreggia nella scena. Tutto il paese 
a noi circostante è in gran parte coltivato a riso, o ricoperto di 
lalang, né si vede vecchia foresta per molte miglia all'ingiro, colla 
sola eccezione 'li qualche plaga isolata nei declivj più forti. In si- 
mili situazioni è ben difficile d'incontrare alcunché d'interessante 
per un botanico; ciò nondimeno mi venne fatto ili scoprire un pic- 
colo albero, ili cui le foglie stropicciate tramandavano un marcatis- 
simo odore di cedrina (Aloysiu eit/riodora). IO questa la sola pianta 
che io abbia trovato in Borneo con simile natura ili profumo, ma di- 

21 — Beccasi, SirBe fon >■ di Borneo 



450 NELLE FORESTE DI BORNEO 

sgraziatamente non aveva uè fiori né frutti, e dalle sole foglie non 
son riesci to a raccapezzarmi, nemmeno all'ingrosso, sulla sua posi- 
zione sistematica. 

Si discende la collina per un sentiero ripidissimo, dove in causa 
della natura argillosa del terreno nonriesciamo a tenerci ritti e dove, 
anche non volendo, bisogna percorrere lunghi tratti scivolando. Il 
sole è proprio verticale sopra la nostra testa (che mi sembra di avere 
in una fornace o meglio in una stufa d'acqua calda) e che io di- 
. fendo per quanto è possibile con le foglie dei banani selvatici, tutte 
le volte che ne trovo ; ed in verità alcuni pezzi di queste, ripiegate 
e messe dentro il cappello, formano un buonissimo riparo. Nelle 
foreste di Borneo si sente ben poco il caldo, e sotto la folta ombra 
degli alberi, dove a stento penetra un raggio di sole, con l'umidità 
che vi regna, e la traspirazione di tutta la massa vegetante, la tem- 
peratura non vi è mai altissima; ma allo scoperto, fra le piantagioni 
di riso, o peggio ancora fra mezzo al lalang, il caldo, specialmente 
alla testa, è intensissimo. È un caldo invero di un'altra natura di 
quello che si può provare nei paesi aridi od asciutti, e, per l' impres- 
sione che produce sul nostro corpo, la differenza può precisamente 
paragonarsi a quella che passa fra la cottura in stufato e quella 
arrosto. 

Eaggiungiamo la riva destra del Sekarrang in un punto chiamato 
Eantoo N'karas, quando il mezzogiorno poteva essere passato di 
due ore. Viaggiando alla maniera, punto delicata, dei Daiacchi, non 
è possibile portare addosso un orologio, che sarebbe dopo poco fuori 
di servizio per la vita stessa che si conduce, ora inzuppati dall'acqua 
dei torrenti che si guadano, ora da quella che si rovescia dal cielo. 
Ma in un paese tanto prossimo all' equatore, la divisione del circolo 
meridiano in dodici parti eguali è così facile, che presto, con un 
poca di pratica, è ben diffìcile di fare errori superiori a quindici o 
venti minuti nel computare l'ora del giorno. Anche la lunghezza 
dell' ombra del proprio corpo, proiettata dal sole, serve egualmente 
bene e con molta precisione. 

Proprio difaccia al punto dove noi abbiamo incontrate le rive del 
Sekarrang scorgiamo il villaggio verso cui eravamo diretti. Si chiama 
Ruma Sale e consiste, al solito, in una sola casa, ma molto lunga, 
numerose essendo le famiglie che l' abitano. Ruma Sale (che prende 
il nome da Sale suo capo od Orang-tua) era una volta il indo di 
famosissimi pirati; essa rimane sopra una specie di promontorio a 
cavaliere di una brusca curva del fiume, di cui ne domina il corso 
dai due lati, di guisa che da qualunque parte si giunga al villag- 



CAPITOLO XXII 451 

gio, è impossibile di non essere scorti anche da lontano. La casa 
rimane mezzo nascosta da rigogliosi pinang e da alberi da frutto, 
fra i quali ho visto anche varie piante di upas e di kadgiattào, nate 
queste da semi portati dalla foresta. 

Il Sekarrang è un grosso ed assai rapido torrente, che qui scorre 
molto tortuosamente fra pittoresche colline. Da Eantoo W karas, che 
così si chiama il tratto di fiume sul quale sorge Ruma Sale, si può 
risalire in barca per ancora tre giorni, dopo di che, con un giorno 
di cammino per terra, si può passare nel bacino del Ketibas. I monti 
che formano lo spartiacque fra il Ketibas ed il Sekarrang possono 
avere un'elevazione di 800 o 900 metri. 

A Ruma Sale ho visto nuovamente alcuni individui che mangia- 
vano con molto gusto lo schisto argilloso, di già rammentato. Era 
evidente che qui non era per fame che vi ricorrevano, ma solo per 
ghiottoneria o forse per un bisogno istintivo dello stomaco. 

29 ottobre. — Essendo a Ruma Sale abbondanti gli alberi di upas, 
ed i nativi avendo molta pratica nella preparazione del veleno, ho 
voluto vedere il metodo che essi seguivano, che del resto è molto 
semplice. Con un parang si pratica una profonda incisione obliqua 
nella scorza dell' albero, ed alla base del taglio si colloca un bambù, 
ove si raccoglie il succo lattiginoso che ne sgorga in assai grande 
abbondanza. Con questo sistema io stesso, da una pianta di upas 
prossima al villaggio, ho tratto tanto latte da empire in pochis- 
simo tempo un internodo di un mediocre bambù. Il latte fresco del- 
l' upas è inoffensivo, ragione per cui non si richiedono precauzioni 
nel maneggiarlo quand'è in tale stato, come posso io stesso farne 
testimonianza, che ne ebbi in questa occasione tutte le mani im- 
piastricciate. 

Nessuno Europeo era sino a qui capitato in queste parti, ed io 
ero, naturalmente, oggetto di grande curiosità, specialmente per le 
donne. Fra <iueste le più insopportabili erano le vecchie, di cui vi 
era una ampia e non attraente collezione. Avevo ben poche sup- 
pellettili con me, che la mia maniera di viaggiare non permetteva 
molto bagaglio, e tutto il mio necessario non formava che il carico 
di un sol uomo; ma non ostante ogni oggetto era passato in rivi- 
-ta. lutto volevano toccare e di lutto si sarebbero impossessate, le 
vecchie megere, se avessi lasciato fare a loro. 

In cessini luogo sono stato assalito da, tante domande, ed in nessun 
luogo queste Sono slate tanto assurde come qui, specialmente alcune 
relative 9 nozioni cosmografiche. .Ma vi era una ragione, od almeno 

mi parve di capirla. Questi Daiacchi, che del resto non differiscono 



452 NELLE FORESTE DI BOBNEO 

dagli altri Daiacchi di mare (fig. 71), considerano la terra come una 
superficie piana, mentre il cielo credono che sia una immensa cu- 
pola, una specie di campana di cristallo, che ricuopre la terra e si 
unisce con questa per l'orizzonte. Suppongono quindi che continuando 
a camminare sempre in una direzione si debba proprio giungere, 
senza metafore, a toccare il cielo con un dito. Ora sapendo che gli 
Europei vengono tanto di lontano per mare, è ragionevole la sup- 
posizione dei Daiacchi che noi si debba essere più di loro vicini 
al cielo. Quindi pareva ad essi quasi impossibile che io non fossi 
stato anche nella luna. Fra le altre cose mi domandarono quante 
lune vi erano nel mio paese e se anche da noi vi era un sole solo. 
Divertenti poi erano i segni d'incredulità alle mie risposte nega- 
tive. Se io avessi raccontato il viaggio di Terne nella luna, sarei 
certamente stato creduto. Era con un vero senso di dispiacere che 
sentivano come in Europa il cielo fosse così distante dalla terra 
come in Borneo. 

Ma chi ci dice che l'idea di questi Daiacchi non sia stata quella 
di molti popoli d'occidente, durante i periodi preistorici dell'epoca 
della pietra, e che la possibilità degli Dei di scendere sulla terra, 
non possa avere avuto origine in una simile credenza sulla forma della 
terra e del cielo! Gli Dei dell'Olimpo possono essere stati nient'altro 
in origine che invasori provenienti dall'Oriente, i quali avrebbero 
approfittato della credenza dei primitivi popoli occidentali, per in- 
cutere ad essi maggiore rispetto. È un errore il credere che le po- 
polazioni ancora selvaggie dell'Asia meridionale e degli Arcipelaghi 
asiatici siano di una intelligenza inferiore a quella che possono avere 
avuta le primitive popolazioni del continente europeo. Io credo al- 
l'opposto, che, fatta astrazione dal clima differente, la maniera di 
vivere dei popoli preistorici europei, dovesse avere molta analogia 
con quella degli attuali abitanti dell'Asia meridionale e dell'isole 
da essa dipendenti. 

Alle 10 antimeridiane abbiamo cominciato a discendere il Sekar- 
rang, il quale per molte miglia al di sotto di Euma Sale può con- 
siderarsi come una sola rapida, e richiedeva, per questo, gente 
molto pratica del luogo e del genere di navigazione speciale per 
questi fiumi. La mia comitiva era assai numerosa, uè tutti potevano 
entrare in una sola barca, la quale poi in ogni caso, per necessità, 
non poteva esser troppo grande. Ci siamo divisi quindi in due ca- 
notti, in ognuno dei quali hanno preso posto due uomini di Euma 
Sale, fra i più sperimentati a superar le rapide. 

Passiamo da prima due punti molto pericolosi. Il canotto dove 




Fie. TI - Daiacco ili mare del Sekarrai 



CAPITOLO XXII 455 

io ini trovo, abilmente manovrato, guizza sull'onda agitata e spu- 
meggiante, tramezzo agli scogli; ma il pericolo di sommergere è 
ben grande ; e solo con difficoltà si riesce ad arrivare in acqua tran- 
quilla che ancora si galleggia, sebbene completamente inondati. La 
barca che ci segue e che porta il mio bagaglio e le provvigioni, 
vien trascinata a braccia sopra gli scogli lungo la riva. Dopo questa 
prima prova varie altre rapide si passano con confidenza, e la di- 
scesa diventa rapidissima per l'emulazione fra gli equipaggi dei 
due canotti. 

A mezzogiorno arriviamo ad un villaggio dove troviamo tutti i 
capi del vicinato riuniti per un giudizio. Si trattava di discutere il 
caso di uno che aveva sposato una seconda moglie, avendo sempre 
viva la prima. Un tal fatto sembra un'offesa molto grave alle con- 
suetudini di questa tribù, perchè mi vien detto che il colpevole do- 
vrebbe venir punito con la morte. Tutti erano seduti, o meglio ac- 
coccolati sopra delle stoie e formanti un circolo. Ognuno aveva 
dinanzi a sé un piatto ed una tazza, ma l'uno e l'altra erano del 
tutto vuoti, mentre di dietro alle loro persone erano disposti gong, 
tamburi e soprattutto numerosi tadgiào. 

Xon so quale sia stato il verdetto dei giudici, perchè il nostro 
arrivo ha interrotto il processo, ed io non mi sono trattenuto che 
il tanto necessario per cambiare barca ed uomini. Ma la fermata 
mi è stata utile per rifornirmi di polli, di riso e di uova, tutte cose 
di cui vi eia abbondanza. 

Ad oniii villaggio che incontriamo si cambia barca ed uomini. 
Pare die (piesto sia il costume dei Daiacchi del Sekarrang, di ac- 
compagnare cioè i viaggiatori amici da un villaggio all'altro. È una 
specie di posta per acqua, che però fa perdere molto tempo, sebbene 
del cammino se ne percorra assai, per la rapidità della corrente. 
Pernottiamo in una casa dove non vi sono che pochissime persone. 
I>nl punto dove trovammo la riunione dei capi in poi si cambia an- 
cora quattro volte barca ed uomini. 

Ladgia ad ogni villaggio indossava il suo costume di gala, vale 
a dire si toglieva i calzoni che portava «piando era nel Ciiongle o 
remava, per coprirsi col solo tciawat, infilava negli orecchi le im- 
mense buccole di becco di lineerò, indossava il giacchetto rosso, e 
poneva tutti i suoi braccialetti di ottone alle gambe ed alle brac- 
cia. Egli teneva mollo a t'arsi vedere nel costume nazionale daiacco, 

specialmente dalle ragazze, che mi sembrava gli facessero dei grandi 
occhioni, essendo Ladgia veramente un bel giovane ed anche un' 
buon partito. Capisco quindi benissimo che egli dovesse far più effetto 



450 • NELLE FORESTE MBOlìSEO 

quando le sue muscolose ed artistiche gambe, non erano masche- 
rate da un prosaico paio di pantaloni sudici. 

30 ottobre. — Siamo in barca per tempo. Attraversiamo oggi una 
regione priva affatto di vecchia foresta, ed assai popolata, dove per 
tal motivo abbiamo dovuto cambiare cinque o sei volte guide e 
barca. Ad ogni villaggio bisogna soffermarsi e rispondere alle do- 
mande : chi siete, da dove venite, dove andate, dove avete passata 
la notte, ecc. 

Cessano intanto le colline, il fiume diventa più profondo, e non 
vi sono più ciottoli nel suo letto. Ogni sasso, che sino a qui ho in- 
contrato nel Sekarrang, l' ho riscontrato sempre costituito di pietra 
arenaria. Nessuna traccia di calcare o di graniti». Partendo dalla 
casa dove passammo la notte era stato dimenticato il bambù che con- 
teneva il latte di upas, da me raccolto, cosa che mi ha fatto molto 
dispiacere, giacché avrei desiderato di seguire da me stesso tutto il 
processo della preparazione del veleno ; ma quando me ne sono ac- 
corto eravamo di già troppo lontani per ritornare indietro ; tanto 
più che a risalire il fiume si richiedeva per lo meno il doppio, se 
non il triplo di tempo che a discenderlo. 

Si sosta alle 5 pomeridiane. Fra ieri e oggi non possiamo aver 
percorso meno di settanta miglia. 

31 ottobre. — Favoriti da una forte piena si continua rapidamente 
la discesa del Sekarrang, fino a che si sbocca nel Batang-Lupar. 
Alle i pomeridiane giungiamo a Simanggan. Quivi nel forte incon- 
tro il Tnan-muda, da poco arrivato da Sarawak e che mi aveva 
portato la mia corrispondenza, di cui ero privo da varj mesi. 



Capitolo XXIII 

Continua, il giornale di viaggio attraverso Sarawak - Dal Batang-Lupar a. Kutcing - Si- 
mànggan - Foresta palustre - Missioni e missionarj - Ascensione del monte di Lingga - 
Difficoltà per continuare il viaggio verso Kutcing - Quasi smarrito nelle lagune del 
liume di Lingga - Fortunato incontro - Strumento daiacco per spogliare il riso — Un 
esperimento coli' upas - Il kulit-Iawan - Fra i Daiacchi Sabuyo - Pachili coi pandani - 
Perfidi sentieri - Da Sunmndgian a Samàrahan - Smarriti nella foresta - Termine e 



1° novembre. — Il forte di Simanggan sorge sopra una leggeris- 
sima eminenza delle sponde del fiume, ma il terreno all' ingiro è 
coperto da alta foresta palustre, formata da alberi che rimangono 
abitualmente con le radici nell'acqua, e dove la varietà delle specie 
è i j i finita, in causa, probàbilmente, del numero grande di semi e 
di frutti che vi possono esser trasportati e depositati durante le 
alluvioni. 

A traverso questi terreni inondati esiste il buon sentiero che da 
Simanggan conduce alle case dei Daiacchi di Undup, sentiero che 
io avevo di già percorso un paio di volte; ma troppo grande era 
il piacere di poter camminare speditamente ed all'asciutto attra- 
verso una simile foresta, dove anche in una rapida corsa si è certi 
di trovare sempre qualche cosa di non visto prima, perchè non mi 
invogliassi ili passarvi anche una terza volta. Trovai infatti una 
nuova ed interessantissima specie di Cryptocoryne (0. longica/uda, 
Becc.) intieramente sommersa nell'acqua, la quale sembra rimanga 
io permanenza nel piano di questa foresta. 

Il genere Cryptocoryne è molto interessante in causa dei molte- 
plici e svariati adattamenti alla vita acquatica che possiedono Le 

specie «li cui BÌ compone. Ilo di già accennalo alla ('. baliosa, clic 
vive nelle acque limpidissime e fortemente correnti dell' Entabèi ; 



458 NELLE FOEESTE DI BOEXEO 

altre specie dello stesso genere ho trovato sulle rive limacciose del 
Bintùlu e dell' Igàn; una molto grande è abbondante sulla belletta 
delle sponde del Sarawak (C. (Aliata), dove a bassa marea rimane 
quasi all'asciutto. La Cryptocoryne di Simauggan era evidentemente 
adattata per vivere nell'acqua limpida ed assai profonda delle più 
dense foreste, e quindi sotto una foltissima ombra. La spata lun- 
ghissima di questa specie è terminata da una coda filamentosa, la 
quale, forse, serve a guidare gli insetti fecondatori nella camera 
nuziale, nel momento che le acque si abbassano. Altra Cryptocoryne 
(C. paìlidinervia, Engl.) trovata pure a Simauggan, in condizioni 
quasi analoghe a quelle della longicauda, offriva il fenomeno (credo 
non ancora mai avvertito) di una pianta sommersa con le foglie 
variegate di bianco, lungo la nervatura principale. 

Sono rimasto, ospite del Tuan-muda, una settimana a Simauggan 
occupato principalmente a finir di seccare le poche piante, ma di 
eccezionale importanza, che avevo raccolto durante gli ultimi viaggi. 

8 novembre. — In questa stagione cominciava ad essere un'im- 
presa assai ardua ritornare con un sampan per la via di mare a 
Kutcing, in causa del monsone di X. E., che batteva violentemente 
le coste. A me poi interessava moltissimo di conoscere il paese in- 
terposto fra il Batang-Lupar ed il Sarawak, regione che mi era 
ancora completamente ignota. Mi decisi quindi ad intrapendere il 
viaggio per terra. Dei Daiacchi che mi avevano accompagnato sino a 
qui, solo a Ladgia e ad un suo compagno venne voglia di seguirmi ; 
gli altri rimasero a Simauggan. Avendomi il Tuan-muda dato una 
barca ed alcuni Daiacchi di queste parti (tìg. 72) per condurmi sino 
a Bantiug, io mi mossi dal forte alle sette antimeridiane con Sahat e 
Bakàr, che mi avevano sempre seguito da Bintùlu in poi; ma poco 
dopo mezzogiorno fummo sorpresi da un così forte temporale, che 
ci costrinse a cercar rifugio in un piccolo ruscello, per aspettare 
che calmasse il vento. Il fiume, che quivi è larghissimo, aveva preso 
l'aspetto di un mare in burrasca e non era in quel momento na- 
vigabile col nostro fragile battello. Giungemmo la sera stessa a 
Lingga e passammo la notte nell' antico forte. La mattina veniente 
mi recai alla residenza della missione di Bauting, dal signor Cham- 
bers, che nuovamente mi offrì cordialissima ospitalità. 

10 novembre. — Oggi è domenica. Essendo ospite del missionario 
non ho voluto destare la sua suscettibilità, e per non aver l'aria di 
andare a caccia in giorno di festa, mi son riguardato anche di pren- 
dere il fucile, nel giro che ho fatto sulla collina. Non so però quanto 
possa contribuire all'avanzamento civile o morale dei Daiacchi l'os- 




Fi;;. 7l' - Daiacchi «li mare del Batang-Lupnr 



CAPITOLO XXIII 461 

servanza rigorosa